L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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sabato, 21 novembre 2009

Nella nebbia, di Renzo Montagnoli

Nella nebbiaFoto da web



Nella nebbia
di Renzo Montagnoli
 
Dubito che mi crederete, perché nemmeno io penso che sia vero, anzi ho l’impressione che sia stato un sogno, uno di quelli a cui partecipi così attivamente che al risveglio ti sembra di aver ricordato un fatto accaduto molto tempo prima.
Eppure, ho l’impressione di essere ancora presente, di udire la sua voce, di asciugarmi il volto bagnato dalla nebbia. Non lo dico per convincere voi o me stesso, ma tutto mi sovviene con una certezza e una lucidità come se l’avessi vissuto.
Dovete sapere che mi piace camminare, con qualsiasi stagione, anche nel freddo dell’inverno, pure se c’è la nebbia, anzi mi piace girovagare in mezzo alla caligine, ascoltando i rumori che essa attutisce e che arrivano alle orecchie come soffocati, quasi un sussurro anche quando si tratta del muggito di una vacca. E vado sempre là, cioè lungo quella ciclabile che si snoda nelle terre di Virgilio.
E’ stato così anche quel giorno di febbraio, non particolarmente gelido, ma calato dentro uno strato di una nebbia così fitta da scorgere appena i bordi della strada.
Camminavo al centro di quel viottolo scivoloso che serpeggiava fra i campi, ma non vedevo nulla e appena riuscivo a indovinare ai lati i rami delle piante intirizzite. Sembrava sera già inoltrata, ma era mattina, all’incirca verso il mezzogiorno, anche se la luce era scomparsa, e fu quindi con un certo sgomento che, guardando alla mia destra, scorsi sul suolo viscido un’ombra. Certo ebbi un moto di paura, perché era impossibile, in assenza di sole o del benché minimo chiarore che fossi io a generarla. Del resto, a osservarla attentamente, non denotava i miei contorni, resi ancor più abbondanti dal giaccone pesante che indossavo. Questi, infatti, erano più stretti, come se di colpo io fossi smagrito, ma il timore si accrebbe quando udii la voce.
- Non sei tu, son io.
Pensai che fosse frutto di un pensiero annidato nel cervello, ma lo sbigottimento aumentò quando la sentii di nuovo.
- Che temi, dunque, d’una voce senza bocca, d’un suono senza corpo? Non hai capito che son l’ombra?
Ebbi il sospetto di parlare fra me e me, quando, schiarendomi la gola, borbottai:
- Certo, è ovvio che è l’ombra che parla.
Mi fermai trattenendo il respiro, pronto a cogliere la risposta, ma questa non venne; però, l’ombra cominciò a girarmi intorno fino a porsi dinanzi a me.
- Nulla vuoi ammettere di ciò che vedi, solo tu accetti quel che credi.
Sbottai e fu d’istinto:
- Senti, non farmi diventar pazzo e dimmi tu chi sei!
- Da giovine qui pascevano le greggi, terra mia per un certo tempo fu, qui meditai e scrissi anche dei versi, qui nacqui e magari fossi restato, fra terre verdi, rane gracidanti, i canneti e i salici lungo il fiume, e se non l’hai ancor capito, son Vergilius.
La testa mi rimbombava, perché non si può credere a quel che è impossibile. 
- Non ha senso! Sei morto da più di venti secoli e quindi io con la testa non ci sto. E poi parli la mia lingua.
L’ombra si scostò e si pose alla mia sinistra:
- Dimentichi che accompagnai Dante in un viaggio che tu di certo hai già studiato.
Rifiutavo un’evidente illogicità.
- No, tu non esisti, sono sicuro che questa mattina non sto bene, forse è stata la colazione, forse questo freddo.
- Ascoltami, allora, e potrai capire.
Da dove io vengo non c’è più luce e solo in giorni come questo, in cui l’oscurità si mesce, possono anche le ombre passar lo Stige, ché il vecchio Caronte nemmen s’accorge, ma al primo chiarore lesti ci tocca ritornare.
Tu non sai com’è laggiù, un tempo senza ore, nulla si sente, niente si vede, si è, senza essere.
- Dunque, mi dici che tu sei risalito dagli Inferi?
- Sì.
- E allora con Dante non hai fatto un viaggio con tanto di descrizioni di gironi, di dannati, di condanne?
L’ombra si rannicchiò.
- Orsù, rispondi.
- Del tempo eterno, dell’altro mondo, ognun vede ciò che vuole. Lo pensa in vita per non temere il fatale incontro. Credevo anch’io di traghettare con Caronte, lo vedevo quando gli ultimi istanti d’una vita mi spalancavan quella porta, e ancor lo credo, anche se nulla ho visto o vedo.
Povera ombra, che t’aggrappi al ricordo di come pensavi l’Ade in vita e invece forse nemmeno sei, né stai parlando con costui, perché è solo frutto di ciò che si cela in una fantasiosa mente.
- Allora, sto sognando, vero?
- Chi lo può dire, se non l’interessato. L’oscura caligine ti ha il dopo richiamato, quel passo ultimo che lascia indietro gli altri senza saper se se ne faranno ancora.
La testa mi doleva, incerto fra il credere a ciò che mi sembrava o l’accettare ciò che la mia mente partoriva.
L’ombra c’era, io la vedevo, ma un altro l’avrebbe scorta?
Nel dubbio stetti al gioco e ripresi a conversare:
- Sei quindi ritornato alla tua terra.
- Sì, mai nulla è più bello di ciò che tenevi da fanciullo, un mondo che il ricordo sfuma e tutto fa sembrar ancor migliore.
Non c’è fama, né ricchezza che possano far tornare alla giovinezza, di quando le corse eran nel sole, il refrigerio nei piedi immersi nel dolce fiume e il calore nella casa che alla sera t’accoglieva.
E la quiete di giorni senza fretta, a sonnecchiar nell’erba, lontani i campanacci degli armenti e accostato all’orecchio il frinir d’una cicala.
A guardare il cielo, le nubi che veloci scorrevano, per poi sparire all’orizzonte, dove Roma, possente e altera, io sognavo. Fossi rimasto in questa landa di villiche virtù, di semplici giornate forse non m’avrebbe colto, pria del tempo, quel feral colpo d’un sole maledetto, mentre alla villa di Partenope m’accingevo a ritornare dopo un bagno di cultura nell’Ellade asservita. Tanto imparar per nulla, per varcar la soglia infinita che mi s’aprì per strada.
Lui parlava e io vedevo la nebbia che s’alzava, come un sipario s’apriva in una luce che pareva dorata; in un’atmosfera incantata greggi pascolavano quiete, cullate dal suono dello zufolo d’un pastorello accovacciato all’ombra d’un salice. Com’era allora, io vedevo, volgendo lo sguardo all’orizzonte, oltre il quale immaginavo una città cinta da possenti mura, le vie animate da una moltitudine, i palazzi solenni, pasti in case patrizie allietati dai versi declamati da un poeta che non m’era sconosciuto e che, benché in altra foggia addobbato, aveva le mie sembianze.    
- Eran giorni felici e non sapevo; seduto in riva al fiume parlavo con le acque e il suo dio mi rispondeva con il volo d’un airone, che sempre là sembrava andare e della Caput Mundi la strada m’indicava. Là voleva il fato che io mi dirigessi, lasciando questo mondo che allor piccolo pareva, ma che solo la lontananza me lo fece scoprir immensamente grande. Più col tempo vuoi salire, più poi te ne dovrai pentire. Ah casa avita, a cui mai più tornai, ebbro di gloria da pensar d’essere eterno, da scordar il respiro della vita che i trionfi di Roma celavan alle mie orecchie. Qui ero io, là solo il poeta.  
Avvertivo il batter d’ali sopra il mio capo, alzavo gli occhi e seguivo il volo, anzi l’affiancavo, e mentre sparivano i quieti campi di Andes antica davanti a me s’aprivano squarci di selve inesplorate, di strade consolari percorse da carriaggi e da viandanti tutti diretti là, in quella città per cui valeva forse la pena di abbandonare l’oasi di serenità che il lento Mincio accarezzava con le sue fresche acque.
- Mai, mai tornerà quell’età, e l’uomo corre, veloce, sapendo che un giorno tutto finirà e allor s’inventa un mondo per il dopo, affinché anche la notte che s’avvicina sia il rifugio d’un sogno, un passo non voluto, ma non incerto. Nulla è più oscuro di ciò che non comprendiamo, niente è più triste del crearsi un’illusione.
Si rialzò, allungò le braccia, quasi stirandosi le membra.
- Anche Dante ha scritto ciò che in sogno ha sperato, ma or s’aggira l’ombra invano, un niente di nulla che s’aggiunge al nulla. Nemmeno ombre siamo, ma solo fummo e mai più saremo.
Sentii i singhiozzi, ma le lacrime rigavano le mie guance, i singulti scuotevano il mio petto e quando alfine, sempre più commosso, cercai in un impeto di pietà di stringere a me l’ombra le braccia si chiusero nel vuoto, mentre lontano un eco si spegneva e quasi a nenia ripeteva “Nemmeno ombre siamo, ma solo fummo e mai più saremo”.
Cercai invano, almeno una traccia io volevo, ma com’era apparsa l’ombra se n’era andata, lasciandomi la testa confusa, con gli occhi abbagliati da un po’ di sole che finalmente spezzava l’uniformità del soffocante grigiore.
Il ricordo si fa poi più disordinato e nemmeno rammento se, tornato a casa, a qualcuno ho raccontato.
Non sempre, ma comunque non è raro il caso che al risveglio sia colto dalla memoria di questa storia che stento a credere vissuta, ma che è rimasta in me con il peso dell’esperienza, una vicenda di cui non dubitare solo nel buio di una notte, quando occhi e mente placidi riposano e cercano invano risposte con un sogno.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:19 | link | commenti (3)
categorie: narratori e racconti

Comunicato del 21 novembre 2009

L’incontro di CaRta CaNta con Filippo Tuena.
 
 
Il bando della II Edizione del Premio Panta Rei.
 
 
Cristinevolmente…
 
 
Tutto su Simenon.
 
 
Uomo simpaticissimo, grande scrittore.
 
 
NOTIZIE IN BREVE DEL 21 novembre 2009
 
E’ incredibile quante notizie emergano non ogni giorno, ma ogni ora. Alcune sono simpatiche, ma le più ricorrenti sono quelle pessime e che danno un quadro a tinte estremamente fosche del nostro mondo.
Che si arrivasse a uccidere degli uomini per ricavarne del grasso da vendere alle industrie dei cosmetici ha un sapore nazista; eppure è accaduto in Perù, dove una banda ha eliminato una sessantina di persone con questo preciso scopo. Quello che però mi meraviglia di più è il fatto che gli acquirenti siano state industrie, anche europee, dei cosmetici. Attenzione, care signore! Può darsi che quella crema miracolosa che vi nasconde le rughe sia stata fatta con quel grasso…
Il processo breve è sempre più caldeggiato dal ministro Alfano; indubbiamente ha a cuore i diritti calpestati dei cittadini italiani e allora, con un tocco di bacchetta magica, vuole accorciare l’iter nei processi, portandolo a tempi meno penalizzanti. Peccato, però, che gli sia rimasto in saccoccia il metodo per rendere effettivamente brevi i procedimenti e che consisterebbe in una generale revisione della procedura penale, ma anche di quella civile, con un contemporaneo rafforzamento delle risorse (più giudici, più cancellieri, più fondi in dotazione). Lo capirebbe anche un bambino che la soluzione del problema non è nel mettere un limite di tempo, ma si vede che Alfano, troppo oberato di lavoro, non ha avuto tempo per pensarci. Di questo passo, basterà che qualcuno con una legge dichiari che tutti gli italiani sono ricchi e così anche i cassintegrati, i pensionati al minimo potranno giocare a golf, anziché con le bocce.
Massimo D’Alema, nonostante l’imperioso sostegno del nostro premier, non è riuscito a diventare commissario europeo degli esteri. Fra tante pessime notizie, questa è l’unica buona…
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:16 | link | commenti (2)
categorie: comunicati
giovedì, 19 novembre 2009

Le parole non dette, di Renzo Montagnoli

Ogni tanto riaffiorano

Le parole non dette
 
Le parole non dette
di Renzo Montagnoli
 
Quante parole
dette in una vita
nessuna da ricordare
solo quelle non dette
restano in mente
a chiedere il perché
del loro lungo silenzio.
Ma non c’è risposta
sotto un velo di malinconia
per ciò che dire si doveva
a chi ora udire non può.
 
Dire che la colonna sonora è stupenda sarebbe già riduttivo.
Meglio non aggiungere altro e ascoltarla…qui.
 
Foto da web
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:03 | link | commenti (10)
categorie: poeti e poesie

L'ultimo longobardo, di Marco Salvador


L

L’ultimo longobardo
di Marco Salvador
Edizioni Piemme
Narrativa romanzo
Pagg. 366
ISBN: 9788838476341
Prezzo: € 18,90
 
 
 
Con L’ultimo longobardo si conclude la trilogia con cui Salvador ci ha narrato di questo popolo che ha regnato sull’Italia fra il VI e l’ VIII secolo d.C..
Fra i meriti dell’autore fiulano c’è anche quello storico-didattico, cioè di aver dato luce a figure che spesso sono appena accennate negli studi scolastici, che, fra l’altro, preferiscono occuparsi prevalentemente, per l’alto medioevo, della figura di Carlo Magno, il re dei Franchi, che di fatto pose fine all’egemonia longobarda.
Dire quale dei tre romanzi (Il longobardo, La vendetta del longobardo e L’ultimo longobardo) sia il più riuscito è impresa ardua, perché pur essendo ciascuno consecutivo in linea di tempo, riesce a mantenere un’autonomia narrativa tendente a privilegiare eventi e personaggi di natura diversa. In tutti, però, regna sovrana la capacità dell’autore di avvincere il lettore. E anche in quest’ultimo, se si avverte chiara la trepidazione nell’aprire il libro e forte è il desiderio di continuare la lettura senza soste, altrettanto incombente è il timore di arrivare troppo presto alla fine.
La vicenda del principe Arechi, che da giovane ha una naturale inclinazione per la contemplazione e la vita religiosa, chiamato poi a ricoprire un ruolo essenziale di supporto alla politica imperiale, è una di quelle che non possono lasciare indifferenti per ricchezza di sviluppo, per descrizioni di personaggi, per un’ambientazione in una Roma sede della Cristianità, ma anche luogo di intrighi, di lussurie, di lotte di potere.
Salvador ha colto l’occasione per donarci la figura di un uomo che riassume in sé le caratteristiche di molti nostri simili, esseri puri all’origine e che in forza del libero arbitrio si lasciano coinvolgere e addirittura travolgere dalla sete di potere. E’ ben delineata quella vita che si riduce a una continua difesa di posizioni acquisite con il contemporaneo sviluppo di trame volte non solo a rafforzarle, ma ad estenderle.
La vicenda si svolge in un’atmosfera in cui la politica del governo, intesa come predominio personale, corrompe e corrode tutti, chierici, nobili, re e perfino papi.
Questo accade senza distinzione di sesso dei protagonisti , in una lotta in cui ognuno usa le armi che gli sono proprie, con una progressiva deriva della morale che porta all’abiezione.
Non è difficile riscontrare, pur in un’epoca così lontana, in un periodo definito “pornocratico”, tante, troppe similitudini con i giorni nostri, come se non ci fosse stata un’evoluzione nel genere umano.
Fra tradimenti, morti violente, alleanze e rotture delle stesse, ribaltamento di convinzioni, Arechi si muove come un regista in uno spettacolo teatrale, suggerisce, modifica, cambia perfino il copione, soprattutto quando riuscirà a diventare Il Custode, di fatto il dominus della Chiesa. E questo incarico gli verrà conferito dal suo predecessore Canzio quando si presenterà a lui con lo stato d’animo che anni prima lo stesso Canzio gli aveva definito condizione sine qua non: amore e odio, che, in ugual misura, lo possiedono, lo condizionano e lo stimolano.
Ma non c’è vita in un essere così ridotto, non c’è speranza, non c’è salvezza, se non in un unico modo, vale a dire lasciando tutto, confessando ogni peccato, anche quello che l’orgoglio non vuole considerare tale, e acquisendo così la consapevolezza che la gloria e il potere non sono nulla di fronte alla serenità.
Arechi, riavvicinandosi a Dio, ritrova la sua anima, riscopre quanto ha soffocato della sua naturale spiritualità, risorge a nuova vita.
Sono pagine intense, anche sofferte, sono le pagine di un romanzo stupendo, sicuramente da leggere e rileggere, perché non poche sono le occasioni in cui si avverte la necessità di meditare.
 
Marco Salvador nasce il 10 novembre 1948 a San Lorenzo di Arzene (PN), dove tuttora vive. Ha pubblicato numerosi saggi sulle comunità rurali nel medioevo e sulle giurisdizioni feudali minori. Inoltre ha scritto cinque romanzi: Il longobardo (Piemme, 1^ Edizione 2004, 2^ Edizione 2008), La vendetta del longobardo (Piemme, 2005), L’ultimo longobardo (Piemme, 2006), La casa del quarto comandamento (Fernandel, 2004), Il maestro di giustizia (Fernandel, 2007) e La palude degli eroi (Piemme, 2009). 
 
Recensione di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:59 | link | commenti (3)
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 19 novembre 2009

La conta: se non ci fossero i poveri non esisterebbero i ricchi, o meglio questi ultimi sono tali solo perché ci sono gli altri. A Roma in questi giorni si sono sentite tante belle parole, ma con le parole non si mangia. E poi si continua a dire che la nostra è una civiltà…, no io dico che è un’INCIVILE civiltà.
 
 
 
 
 
NOTIZIE IN BREVE DEL 19 novembre 2009
 
Qualcuno si è lamentato perché dedico un po’ troppo spazio a Silvio Berlusconi e probabilmente ha ragione.
In effetti esistono altre notizie forse anche più interessanti di una delle ormai giornaliere “uscite” del premier, a cui evidentemente l’età comincia a pesare.
Prometto che oggi non parlerò di lui. Lo giuro solennemente, anzi sto pensando di rimediare facendogli un regalino di Natale. Il problema è trovare qualche cosa che uno così ricco possa veramente utilizzare. Avevo pensato al salvadanaio, ma non ho trovato un articolo adatto alle sue finanze; mi hanno detto che di 500 metri per 200 proprio non li fanno. Avevo visto delle belle sbarre di ferro, magari da mettere a una finestra di una delle numerose ville; erano lavorate, arabescate, ma facevano tanto un effetto San Vittore, e poi se c’è uno che non deve aver paura dei ladri è proprio lui…Ho coltivato anche l’idea di un dizionario dei sinonimi e dei contrari, ma ho convenuto che lui è un’enciclopedia vivente in materia, essendo tutto e il contrario di tutto. E’ un bel dilemma; ho scartato anche l’idea di uno Zampone Fini, perché gli sarebbe andato sicuramente di traverso. Ero quasi disperato quando mi si è accesa la famosa lampada e mi sono dato del cretino, perché non ci avevo pensato prima: una bella confezione di 10 chili di cipria, magari recapitati da Marrazzo travestito da babbo natale. Che ve ne sembra? Ho colto due piccioni con una fava: Marrazzo che così può sdebitarsi dei preziosi, quanto inutili consigli, del cavaliere sul come ritirare il famoso video e lui che ha la scorta per almeno una settimana. Mi chiedo quanta ne avrebbe usata se fosse nato nel ‘700!    
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:53 | link | commenti (4)
categorie: consigli di lettura
lunedì, 16 novembre 2009

Il più bel borgo d'Italia, di Renzo Montagnoli


Il più bel borgo d

Il più bel borgo d’Italia
di Renzo Montagnoli
 
Ci sono delle località che, da sempre, sono delle autentiche perle, incanti che, visti più volte, continuano a stupire e a sciogliere il cuore.
Una di queste è indubbiamente Borghetto sul Mincio, non più di una trentina di abitazioni, fra una sponda e l’altra del fiume, inserite in un contesto di incomparabile bellezza.
Benché abbastanza vicino all’affollatissimo lago di Garda questa meta è assalita dai turisti solo al sabato pomeriggio e la domenica. Nel corso della settimana le sue viuzze paiono sonnecchiare, cullate dal mormorio del fiume che qui scende ancora con cascatelle, una lingua d’azzurro fra il verde delle colline.

Il più bel borgo d
Per chi viene da Ovest o da Est, l’autostrada Brescia – Padova – Venezia rappresenta il percorso più breve, con uscita al casello di Peschiera, da dove, seguendo l’indicazione Valeggio sul Mincio, in una quindicina di chilometri di strada un po’ tortuosa si arriva a Borghetto. Per chi viene da nord, ma anche da Sud, percorrendo l’A22 (Brennero), all’incrocio con l’Autostrada Serenissima dovrà seguire le indicazioni per Brescia e dopo una decina di chilometri troverà appunto il casello di Peschiera.
Il nome Borghetto deriva da un toponimo di origine longobardo che significa “insediamento fortificato” e in effetti in origine era un luogo attrezzato per difendere il punto di guado del fiume Mincio. Tracce di insediamenti umani evidenziano che la località era abitata già nel IX secolo a. C.; nei tempi si succedettero gli Etruschi, i Galli, i Romani, i Longobardi e, nel 1202, dopo continue tensioni fra Mantova e Verona, fu quest’ultima a prevalere. Così gli Scaligeri costruiscono un primo ponte di legno e iniziarono a erigere fortificazioni in muratura, trasformando Borghetto e la vicina Valeggio, in piazzeforti militari. Poi, alla fine del XIV secolo arrivarono i milanesi di Gian Galeazzo Visconti che avviò un’opera ciclopica, cioè un ponte-diga che modificò il percorso del Mincio, rendendo impossibile il guado a Borghetto. Nel 1405 ci fu un nuovo padrone, la Repubblica di Venezia, che sviluppò l’attività molitoria costruendo numerosi mulini ad acqua, alcuni dei quali oggi ancora esistenti.

Il più bel borgo d
La calata in Italia di Napoleone causò tutta una serie di distruzioni di cui fecero le spese anche le fortificazioni. Nel 1814 Borghetto diventò territorio austriaco e nel 1866 venne annesso al Regno d’Italia.
Questa è la nota storica, tanto per comprendere il perché di un lungo ponte antico sul quale una sera d’estate gli abitanti di Borghetto e di Valeggio si ritrovano a banchettare. Per il resto Borghetto è Borghetto, cioè la grazia di un mondo piccolo, perfettamente in equilibrio, pronto a stupire, sia chi si soffermi a guardare le cascatelle del fiume, sia chi, passeggiando per le viuzze, voli con la fantasia a un tempo lontano di dame e cavalieri.
Da rilevare che sul paesino, arroccato in cima a una collina, fa bella figura un castello Scaligero che sembra quasi messo lì per proteggere questo piccolo angolo di paradiso.

Il più bel borgo d
E’ uno di quei posti che è quasi impossibile descrivere e anche le fotografie non riescono a dire tutto, non permettono di sentire l’aria che scende dal Garda verso sera e rinfresca le colline, non consentono di avvertire dentro di noi quella dolce malinconia che prende di fronte a spettacoli in cui l’equilibrio fra la natura e le realizzazioni dell’uomo si manifesta con una magica armonia.
L’Italia ha tante stupende piccole realtà, ovunque, ma questa è del tutto particolare e infatti recentemente Borghetto è stato dichiarato il più bel borgo della nostra nazione.
Andateci, la visita può essere piuttosto breve, a seconda dei percorsi. Si va da un’ora circa a tre ore, a seconda che si “pascoli” fra le viuzze del paese, oppure che si voglia passeggiare sul lungo ponte-diga. Non ci sono antiche vestigia da visitare, ma le antiche case, riattate nel rispetto dell’impianto d’origine, ospitano alcuni negozi, bar e ristoranti; vi potrà anche capitare, seduti a tavolino a gustare un gelato o a pranzare, di restare stupiti nel vedere nell’acqua che vi scorre vicino diversi esemplari di trote, per nulla paurose e che sembrano godere anche loro di quel senso di pace che questo posto riesce a dare.   
Nelle vicinanze ci sono altri punti d’interesse che consiglio vivamente:
-         il Parco Giardino Sigurtà, ad appena 2 Km. da Borghetto, che è considerato uno dei parchi più belli al mondo; è visitabile dal 7 marzo al 7 novembre, tutti i giorni, con orario continuato e con ingresso dalle 9 alle 18; il prezzo del biglietto non è proprio popolare, ma vi assicuro che vedrete qualche cosa di unico;
-         Castellaro Lagusello, un altro piccolo borgo, con caratteristiche diverse e che costituisce una rarità per come è strutturato; dista da Borgetto circa 10 Km.;
-         Il lago di Garda è piuttosto vicino, come anche le città di Verona (una ventina di KM.) e Mantova (25 Km.), ricche di tesori d’arte e di monumenti;
-         Le colline moreniche mantovane e veronesi, tutta una serie di rilievi coperti per lo più da vigneti da cui si ottengono vini di straordinaria qualità; qui ci sono il luoghi delle grandi battaglie risorgimentali, celebrate con steli e sacrari pieni di povere ossa (Solferino, San Martino, Custoza).
Un’ultima annotazione: a Borghetto e dintorni si mangia bene e si beve anche meglio.
 
Nota: le prime due fotografie di questo servizio sono state reperite sul web nel sito Magico Veneto; le altre sono state scattate da me.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 21:03 | link | commenti (11)
categorie: bellitalia

Dal codice al libro stampato, di Gaspare Armato e Alessio Miglietta


Dal codice al libro stampato

Dal codice al libro stampato
di Gaspare Armato e Alessio Miglietta
Prefazione degli autori
Copertina di Catalina Alvarez
Lulu.com
www.lulu.com
Saggistica storica
Pagg. 296
Prezzi:
Libro a copertina morbida: € 18,90
Download: € 4,90
Per acquistare:
http://www.lulu.com/content/libro-a-copertina-morbida/dal-codice-al-libro-stampato/7489000
 
 
Il libro della storia del libro, così potrebbe essere definito questo volume di ben 296 pagine, frutto del lavoro di due ricercatori come Gaspare Armato e Alessio Miglietta.
Siamo talmente abituati a usare questi oggetti di carta stampata che non ci chiediamo quale sia stata la loro origine; nasciamo, andiamo a scuola e sono lì a portata di mano, entriamo in una libreria o in una biblioteca e in migliaia sembrano osservarci dalle loro copertine colorate.
Per noi, in forza dell’abitudine, è come se i libri fossero sempre esistiti nelle caratteristiche attuali, ma non è così e la storia di questo indispensabile strumento di cultura è lunga tanti anni, anzi moltissimi secoli ed è ancora lungi dall’essere conclusa.
Non nascondo che, preso in mano questo volume, ho avuto il timore di trovarmi alle prese con una prosa scarna, fatta di date, di annotazioni tecniche, da una miriade di glosse, insomma la mia preoccupazione era di imbattermi in qualche cosa di buon interesse storico, ma tediosa da leggere, per non dire soporifera.
E invece non è stato così, perché l’intento divulgativo dei due autori è stato supportato da mani leggere; infatti, pur non tralasciando gli elementi essenziali, Armato e Miglietta hanno saputo esporre in modo accattivante, in una sorta quasi di romanzo storico.
E’ un libro che non solo si lascia leggere, ma che invoglia a essere letto per le notizie che rivela, per le curiosità che suscita e per le risposte che riesce a dare a queste curiosità.
Se pensiamo che per centinaia di anni lo scibile umano è stato trascritto su scomodi rotoli di papiro, già il passaggio al codice, cioè a fogli di pergamena scritti ovviamente a mano sul recto e sul verso, e racchiusi da due copertine, nell’antichità rappresentò una conquista quasi mirabolante e diede luogo, nell’ambito della cristianità, a quell’attività di copiatura dei monaci benedettini, di cui in qualche museo abbiamo prova. Pensate a un uomo chino tutto il giorno sul suo tavolo intento a ricopiare un altro scritto, un lavoro monotono, che non di rado dava luogo a errori o induceva l’amanuense, soprattutto se non comprendeva bene il concetto, a interpretazioni del tutto personali, sì da farlo diventare quasi un coautore.
Erano soprattutto i testi sacri oggetto di questo lavoro, ma non mancavano, per fortuna, anche le opere dei grandi autori latini. La produzione di questi libri era necessariamente limitata per il tempo occorrente a predisporli, per il loro prezzo esorbitante, che lievitava a somme astronomiche se le pagine erano abbellite da miniature, e per il fatto che nel primo medioevo l’analfabetismo era la caratteristica dominante di una popolazione che vedeva interessati alla lettura solo il clero, i nobili di più alto livello e pochi altri notabili.
Ma la svolta decisiva, la scoperta che rivoluzionerà il libro sarà nel XV Secolo frutto di Gutenberg, inventore della stampa a caratteri mobili. Grazie a lui si poterono realizzare in breve tempo moltissime copie di ogni libro, facendone anche scendere così i costi e rendendo le opere accessibili a una popolazione che gradualmente, soprattutto grazie alla presenza di un ceto medio, come la borghesia, era volta a una progressiva alfabetizzazione.
L’analisi storica dei due autori non trascura anche le problematiche introdotte dal libro, usato come strumento di propaganda, vessato dai potenti qualora di spirito libertario o rivoluzionario, oggetto di censura, bruciato nei roghi come una strega.
Ma quale sarà il futuro di questo nostro compagno fedele di notti insonni o di giornate di riposo in spiaggia?
A questa previsione è dedicato l’ultimo capitolo intitolato “Verso un prodotto immateriale”. E del resto, nemmeno a farlo apposta, di questo libro esiste una versione cartacea e un’altra elettronica.
Personalmente preferisco sfogliare le pagine, aspirare il profumo della carta, mettere le orecchiette come segnalibro, magari scrivere a lato delle note in matita. Sono forse vecchio e antiquato, sono forse un retrogrado o un irriducibile?
No, semplicemente sono un uomo del secolo trascorso, che, pur usufruendo delle notevoli innovazioni tecnologiche, ha memoria del suo passato, a quegli anni giovanili cresciuti fra carta e penna a cui ancor oggi guarda con immutata commozione.
Dal codice al libro stampato è in effetti una memoria storica, un viaggio a ritroso per comprendere il presente e pensare al futuro.
Vi si può ritrovare un po’ di noi stessi, perché questo libro della storia del libro ripercorre con noi tutte le tappe di questo indispensabile strumento di diffusione della cultura.
Assolutamente imperdibile. 
       
 
 
 
Gaspare Armato abita a Pistoia. Si dedica a divulgare la Storia moderna tramite il suo blog: www.babilonia61.com
Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: 41 mesi di guerra (1984), Passeggiando per la Storia (2007), Appunti della Storia (2008), La Storia nell’Arte (2009).
 
Alessio Miglietta è medievista, storico della scienza e autore di testi narrativi. Scrive su vari blog a carattere divulgativo.
Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: Vautrin, il libro (2007), Inganni (2008), Il quarto moschettiere (2009).
 
Recensione di Renzo Montagnoli
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categorie: consigli di lettura

Comunicato del 16 novembre 2009

I “bei tempi” della famiglia contadina nell’ancien régime.
 
Stabile o instabile? Nel dubbio…diversamente stabile.
 
Pescando dagli spaghetti western, Il bravo, il superbravo e il brocco. Chi sarà mai il brocco?
 
Il professore pazzo. Speriamo che non lo sappia la Gelmini, altrimenti lo assume subito…
 
 
 
 
 
NOTIZIE IN BREVE DEL 17 novembre 2009
 
 
Sembra che il premier sia da alcuni giorni in fibrillazione, perché il ddl predisposto dal fido Ma va là, pardon avvocato Ghedini, è riuscito in quello che non era mai riuscito all’opposizione: dividere la sua maggioranza. Pazienza Fini, che da un po’ fa la fronda, ma ci si è messo anche l’avvocato Pecorella, che a dispetto della pavidità del cognome, ha stroncato senza mezzi termini il provvedimento. Insomma, piano piano emerge un vociare confuso di dissensi e al riguardo ha preso coraggio perfino Bersani tuonando che il PD è disponibile alla riforma della giustizia, ma non a leggi salva premier.
Di fronte a un simile furore la risata a 72 denti è ormai un lontano ricordo e ogni minuto che passa è diventato un supplizio. Perfino in Vaticano si parla di un “dopo Berlusconi” e il poveraccio non sa più come levare le castagne dal fuoco, trascorre notti insonni, perdendo anche di vista i suoi affari, visto che continua a mantenere, fra depositi diretti e indiretti riconducibili a lui, ai figli Marina e Piersilvio, la modica cifra di sessantamilioni di Euro presso la Banca Arner di Milano, commissariata da Bankitalia per gravissime irregolarità. Insomma, c’è il rischio che quel tesoretto si volatilizzi e magari prenda la via dell’estero, dove sarà difficile inseguirlo. E dopo c’è anche chi ha il coraggio di dire che Silvio vive bene…
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:55 | link | commenti (2)
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domenica, 15 novembre 2009

Attraversamenti verticali, di Cristina Bove

Attraversamenti verticali

Attraversamenti verticali
di Cristina Bove
Prefazione di Renzo Montagnoli
Edizioni Il Foglio Letterario
Collana Autori Contemporanei Poesia
Poesia Silloge
Pagg. 110
ISBN: 978 - 88 - 7606 - 238 – 4
Prezzo: € 10,00
 
 
 
 
 
 
La recensione di Grazia Giordani
 

Il volume di poesie di Cristina Bove Attraversamenti verticali (Edizioni Il Foglio, pp.109, euro 10) è la chiara conferma del talento di una donna poeta (detesto il vocabolo poetessa!) di cui conosciamo da tempo la vibrante capacità espressiva.
Sottolineando, con acume critico, l’impegno artistico di Cristina, Renzo Montagnoli ne mette in luce, fra l’altro, “la produzione costante, senza cadute, in una continua evoluzione dello stile, dapprima più semplice e ora un po’ più complesso, con versi anche secchi, troncature e concentrazioni del messaggio, il che finisce per avvicinarla ancor di più alla corrente ermetica”.
Quindi, proprio in linea con l’analisi estetica di Montagnoli, ci vien fatto di pensare alla pittura di Picasso, partita dal figurativismo puro, per approdare in fine al traguardo difficile del cubismo, di lettura più arcana, ma denso di un’originalità tortuosa e ricca di significati.
Ellittici, ablativi, i versi della Bove s’imprimono nel nostro immaginario, lacerando, a volte, i nostri pensieri, con quei fendenti obliqui, musicalmente addolorati. Vedasi in Ritmi quel martellare di “Tum- tum –tumtum/è lei/ho paura/avanza a piedi scarni,ha/la testa didietro e guarda in basso/nulla di umano, anzi/proprio il contrario…” E ancora in p-Recisione dove si accentua, persino nel titolo, la tendenza dell’autrice al jeux de mots, Vorrei tagliare adesso il tutto incluso/prima che mi sia d’obbligo/falciare il sangue senza andare a capo.”
I frequenti accenni alla fine dei nostri giorni mortali, non possono non farci pensare – anche se è lapalissiano rilevarlo – ai grandi pericoli affrontati da Cristina, inerenti la salute.
Forse, la Nostra – napoletana di nascita e romana d’adozione - si fa ironicamente scaramantica con questo suo evocare una fine a cui nessuno di noi potrà sfuggire, affermando con baldanza, nella lirica di cui più sopra: “Allora eccomi a voi, mi porto fuori/le masserizie infinitesime, gli scarti/nemmeno c’è bisogno di smaltirli:/un giorno scalerò con decisione/la vetta di un vulcano”.
Ancora un jeux grafico ne L(‘)Una di notte, dove in quel "cartellino scaduto" c’è tutta l’amara essenza della poesia. 
Per quanto riguarda la bella poesia che dà il titolo alla silloge Attraversamenti verticali, siamo toccati dalla complessità intrinseca dei versi, tendenti alla libertà di una lirica pura dove “Lune dipinte erettili/mi navigano il dorso e fluttuo lenta/nell’ondeggiare delle posidonie”.
Riteniamo che l’ermetismo di Cristina si farà ancora più affilato e penetrante, nel tempo, pur sapendo bene che gli artisti sono flessibili, mai tutti d’un pezzo, quindi la nostra donna poeta  può concedersi qualche nostalgico ritorno, anche se fuggevole e appena accennato, alla sua prima maniera, come avviene e non solo in Quadri e cornici quando scrive: Non sono un pittore d’interni/ amo le nuvole e benché/mi soffermi sulle cose minime/adoro il vento/e le braccia degli alberi/il fulmine che mi prende in petto/mentre squassa il mio nucleo”.
Siamo certi che Emily Dickinson e Ungaretti non sono estranei alla formazione artistica di Cristina Bove che ha saputo vestire questa sua terza silloge di un elegantissimo fiammante abito rosso, tratto da “Onde ascensionali”di Walter Piretti, per la ricerca grafica di Elena Migliorini.
 
La recensione di Renzo Montagnoli
 

C’è un famoso detto che recita che non c’è il due senza il tre. Sono modi di dire che si trascinano nella tradizione popolare, per giustificare una certa catena di eventi, di cui poi magari si verificano solo i primi due, mentre il terzo viene rinviato sine die.
Non è il caso delle pubblicazioni di Cristina Bove, poiché dopo Fiori e fulmini del 2007 e Il respiro della luna del 2008, è fresca di stampa una terza silloge e, senza voler fare previsioni azzardate, sono dell’idea che, data la prolificità dell’autrice, ne seguiranno senza dubbio altre.
Questa messe produttiva trova il suo motivo nel fatto che in lei ormai è talmente connaturato il linguaggio poetico al punto che, per esprimersi sui più svariati temi e comunque sempre cercando di fare un discorso approfondito, finisce con il ricorrere ai versi, una forma di esposizione che le risulta particolarmente congeniale, in particolar modo già nell’aspetto propedeutico dell’elaborazione del pensiero.
Che questo modo sia efficace è dimostrato poi dalla qualità della sua produzione, costante, senza cadute, ma eventualmente in una continua evoluzione dello stile, dapprima più semplice e ora appena un po’ più complesso, con versi anche secchi, troncature e concentrazione del messaggio, il che finisce per avvicinarla ancor di più alla corrente ermetica.  
Già nel titolo, Attraversamenti verticali, c’è infatti la volontà di pervenire a una scrittura meno corrente e comunque emblematica di un pensiero che va a cogliere ogni aspetto della società e dell’animo umano. Del resto l’intera silloge prende il nome da una delle poesie presenti che nella sua dinamica mi sembra supporti adeguatamente quanto ho fino ad ora scritto.
 
ATTRAVERSAMENTI VERTICALI
 
Modello a cera persa
in fonderia dove tracima e scorre
si lamenta
nello sbuffo di scarico l’impronta
cavità mi contiene, io sono il segno
dell’avido contrarsi, il luogo e il tempo
il mantice d’intorno
e sboccio come fiamma dalla brace
un’immersione
poi, raggio corrusco
mi spengo nella sabbia del fondale.
Lune dipinte erettili
mi navigano il dorso e fluttuo lenta
nell’ondeggiare delle posidonie.
 
C’è indubbiamente il tentativo di andare oltre una normale forma espositiva per addentrarsi in un’altra dimensione, in parte ancora non del tutto conosciuta.
Peraltro è presente pure la tendenza a un ritorno alla forma stilistica precedente che ben conosciamo, forse anche perché non è mai possibile troncare totalmente con il nostro passato e allora appare palpitante il cuore messo a nudo di Cristina Bove (Allora anch’io mi chiedo se è così / che si fa poesia / se basta avere l’aria nella testa / un pulviscolo in petto / o una notte di lucciole in cantina /…) oppure (La luna apre le braccia e chiama il mare / nei capelli d’argento /…).
La creatività così si armonizza bene con il concetto e il sentimento, la sensazione ha l’innegabile vantaggio della traslazione immediata all’animo del lettore.
Comunque questo insieme di stile consueto e di esperimento innovativo appare bene amalgamato e tale da accontentare sia chi già conosce l’autrice per il suo verseggiare sciolto e armonico, sia per chi cerca nuovi percorsi espressivi, che sono un segno di vitalità e di perpetuo rinnovamento in un autore che ha ancora da dire molto.
Se mi è consentito un paragone, dico solo che Cristina Bove è come un roseto, che ogni anno si concede una fioritura di diversa scenografia, fermo restando l’originario colore.
 
Cristina Bove
E’ nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive nelle vicinanze di Roma dal '63, anno in cui si è sposata. Da quando si ricorda ha sempre dipinto, scolpito, letto molto e qualche volta scritto, famiglia permettendo, poiché la sua stata alquanto numerosa e la sua vita intensa, ricca di eventi meravigliosi come la nascita dei suoi quattro figli, la creatività, gli amici, il miracolo di esserci ancora, sopravvissuta non sa quante volte. Presente in diversi siti Internet con le sue poesie, ha pubblicato le sillogi Fiori e fulmini (Edizioni Il Foglio Letterario, 2007) e Il respiro della luna (Edizioni Il Foglio Letterario, 2008). 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:28 | link | commenti (14)
categorie: consigli di lettura

Scrivere un romanzo in cento giorni, di Morgan Palmas

Morgan

Scrivere un romanzo in cento giorni
di Morgan Palmas
Marco Valerio Editore
Collana Saggi
Pagg. 242
ISBN: 9788875472115
Prezzo: € 15,00
 
http://www.marcovalerio.com/libreria
/product_info.php?ref=7&products_id=434
 
 
Scrivere un romanzo è impegnativo, ma non impossibile. Se vi considerate geni della letteratura, purtroppo ancora inespressi, siete sull'orlo del precipizio fallimentare. Non abbandonatevi ad atti di presunzione. Se desiderate trattare con serietà la produzione letteraria dovreste, in primo luogo, impegnarvi per ottenere il risultato che sognate: un romanzo tutto vostro. I giudizi lasciateli agli altri, voi scrivete. Questo non è un libro teorico. Le cento lezioni vi indicheranno qual è il senso del romanzo per voi, come intendete i dialoghi, quale rapporto avete con le descrizioni. Imparerete a gestire il tempo e a generare la disciplina, a evitare gli errori tipici di chi si accinge alla scrittura e a rapportarvi con la parola scritta in modo costruttivo, non condizionati da un illusorio fascino che dura al massimo pochi giorni. Se ascolterete i miei consigli e li seguirete, vi garantisco che fra circa tre mesi (una lezione al giorno) avrete un romanzo in mano. Per farne cosa? Ciò che desiderate: tentare di pubblicarlo con una casa editrice, conservarlo per poi leggerlo ai vostri nipoti il prossimo Natale, mandarlo a qualche concorso, regalarlo ai genitori, alla moglie, al marito, ai fidanzati, al professore del liceo.
L'abilità di scrivere un romanzo non è soltanto per pochi eletti baciati dall’ispirazione, bensì uno sforzo consapevole che può essere appreso e affinato grazie a una serie di tecniche e strategie di comportamento.
Chiudete gli occhi per un attimo, immaginate il vostro romanzo in forma definitiva, lo avete tra le mani, sentite l’odore della carta, ora guardate la prima pagina, bene, lì è stampato il vostro nome e cognome. Tenetevi questo sogno stretto finché non lo otterrete e il vostro impegno sarà ripagato.
 
Morgan Palmas è nato nel 1977 a Thiene (VI) ed è ritornato in Veneto dopo essere stato errante per anni. Si occupa di scrittura e ha collaborato con alcune riviste letterarie e di politica internazionale. Ha pubblicato nel 2009 “Scrivere un romanzo in cento giorni”, Marco Valerio Edizioni.
Gestisce il blog letterario Sul Romanzo: http://sulromanzo.blogspot.com
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:24 | link | commenti (3)
categorie: freschi freschi