L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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domenica, 30 settembre 2007

Storie di donne

Grammofono
      La canzone di Maria
                          di Renzo Montagnoli
 
Perché era andata a rovistare nella soffitta, fra ragnatele e vecchie cassapanche polverose?
Maria se lo andava chiedendo, mentre buttava da un lato vecchi stracci, conservati senza un motivo, senza una logica.
Forse era il tempo che non le mancava, le poche ore di sonno, la tediosità di una vita in solitario di una signora che aveva passato ormai la settantina.
Quella mattina si era alzata assai presto, quando ancora non albeggiava, e dopo le abluzioni aveva preso il solito caffè, d’orzo però, come le aveva consigliato il medico a causa dei disturbi del suo cuore; più che un malanno era un fastidio, un’aritmia ricorrente che le metteva affanno.
Il giorno prima aveva lavorato a lungo, preparato la camera degli ospiti, armeggiato in cucina per preparare quei piatti che a sua figlia piacevano tanto e questo perché lei e il marito sarebbero arrivati con il nipotino all’indomani. Non la vedeva da un anno, perché Livia, così si chiamava, da quando si era sposata si era trasferita con il marito negli Stati Uniti, dove lui lavorava in un laboratorio di ricerche. I contatti, se pur telefonici, erano frequenti, ma rivederla era tutta un’altra cosa.
Nell’attesa, quindi, le era venuta l’idea di fare un salto in soffitta a fare un po’ d’ordine.
Mise da una parte una gran quantità di giornali ammuffiti, poi passò a un’altra cassapanca, l’aprì e sotto una patina di polvere vide una grossa agenda. Avvertì una forte palpitazione, la prese subito in mano e rimase a contemplarla: sul dorso era impresso l’anno 1938.
Aveva sempre avuto la passione di tenere un diario, ma aveva conservato solo quello e lei sapeva bene il perché. Con mani tremanti iniziò a sfogliarla fino a quando arrivò al 10 aprile; si aggiustò gli occhiali e si mise a leggere.
 
“Oggi ho compiuto gli anni; c’è stata una grande festa in famiglia e il papà ha comprato una torta con 20 candeline. Mi sono emozionata e anche commossa: sono venute tutte le mie migliori amiche e c’era anche lui, Stefano. Mentre tagliavo la torta, ho visto che mi sorrideva. Quanto è bello, non è un uomo, ma un sogno; potrò mai aspirare un giorno a essere prescelta da lui per essere sua moglie? Io credo proprio di amarlo, ma lui… amerà me? Quel sorriso può significare tante cose, anche un semplice cenno di amicizia.
Abbiamo mangiato la torta, ma io non ho avuto occhi che per lui. Penso che se ne sia accorto, perché a un certo punto mi si è avvicinato e mi ha detto – Buona, veramente buona Maria; una gran bella torta, degna di una gran bella ragazza.
Credo di essere arrossita, ma quelle parole mi hanno inebriato, più del bicchierino di spumante che mi sono sforzata di bere.
Poi ho aperto i regali e mano a mano che mi passavano i pacchetti attendevo ansiosa quello di Stefano e quando è arrivato ho sciolto quasi tremando il nodo del pacco che piccolo non era, e infatti c’era dentro un disco.
L’ho voluto sentire subito ed è bellissimo, una canzone solo per me intitolata “Parlami d’amore, Mariù”; l’ho ascoltata come in sogno e lui era di fianco a me; a un certo punto mi ha cinto la vita e mi ha invitato a ballare. Non credo di aver mai danzato così male in vita mia come oggi; non sentivo la musica, intorno a me non c’era più nessuno, se non lui.
Dio mio, fa che questa felicità abbia a durare in eterno.”
 
Una lacrima fece capolino fra gli occhi, ma l’asciugò subito e fece scorrere le pagine successive, in cui il diario di ogni giorno cominciava con “Il mio Stefano”, poi arrivò a un punto in cui il foglio era in parte strappato; si fermò un istante, mentre avvertiva la tristezza che l’assaliva; si fece quasi coraggio e cominciò a leggere.
 
“20 settembre
Il mio Stefano non è più mio; oggi ci siamo lasciati, o forse è stato lui a lasciarmi, incapace di sopportare l’amore che gli riverso ogni giorno; sono sicura che non ha un’altra, ma è da un po’ di giorni che ho notato che si va raffreddando nei miei confronti e quella magica atmosfera è diventata un grigiore piatto; forse siamo troppo giovani con i nostri venti anni,forse l’amore è così, un sogno che con il tempo si affievolisce; non sono più sicura di amarlo come prima, e forse è meglio che tutto finisca presto.”
 
E notò che l’ultima riga era sbiadita, come se le lacrime avessero diluito l’inchiostro.
Ripose il diario, fece scorrere le mani lungo uno dei fianchi della cassapanca e trovò il disco. Diede una spolverata alla vecchia copertina e decise di riascoltarlo dopo tutti quegli anni.
Ne era passato tanto di tempo, da quel 20 settembre non aveva più rivisto Stefano, di lì a qualche mese aveva conosciuto Roberto, più vecchio di lei di una decina di anni, si erano piaciuti e già alla fine della primavera dell’anno successivo si erano sposati. Poi, la guerra, gli anni difficili del dopo, la nascita di Livia, la morte improvvisa di Roberto, un buon marito in un matrimonio più d’affetto che d’amore.
Scese le scale e arrivò in salotto, accese il giradischi e…
 
Le note si diffusero nella stanza e con esse le parole della canzone.
“Parlami d’amore, Mariù
Tutta la mia vita sei tu”
Quella spina che le era rimasta in fondo al cuore le provocò una fitta, un tremendo senso di sconfitta, una lacerazione dell’animo che neppure lo sfogo delle lacrime riuscirono a placare.
“Gli occhi tuoi belli brillano
Fiamme di sogno scintillano
Perché, perché era finito tutto, perché il sogno era cessato?
E chissà dove era ora Stefano?
“Dimmi che illusione non è
Dimmi che sei tutta per me”
Strinse forte i pugni, soffocò l’urlo che prepotente chiedeva di uscire dal suo petto.
“Qui sul tuo cuor non soffro più
Parlami d’amore Mariù…”
Le parve di impazzire, con i ricordi che si accavallavano alla realtà del presente, sogni, speranze mancate contro le concretezze del tempo trascorso.
Si sentì quasi mancare, ma non c’era altro da fare, ormai.
Si alzò, spense il grammofono, ne trasse il disco e lo spezzò in tante piccole parti, poi decise che anche il diario avrebbe fatto la stessa fine.   
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:56 | link | commenti (6)
categorie: narratori e racconti

Comunicato del 30 settembre 2007

Segnalo [CaRtaCaNta©,] un sito ben fatto, interessante e che offre particolari opportunità ad autori di poesia e di narrativa.
 
La storia non è fatta solo di uomini famosi o di fatti e di eventi, ma anche da uomini comuni, quelli spesso sconosciuti che incontriamo per la strada, insomma anche da noi. E’ quindi importante sapere in una determinata epoca come si viveva e Rino Armato ci parla sul suo blog del matrimonio popolare nel XV e XVI secolo.
 
Giuseppe Iannozzi poeta, con una raffica di liriche.
 
Una richiesta di Cinzia Pierangelini al mondo del web.
 
Trauma multiplo, della serie Esperienze traumatiche, su I sognatori.
 
Il dietro le quinte del dietro le quinte, di Laura Costantini, su Laura et Lory.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:46 | link | commenti
categorie: comunicati
sabato, 29 settembre 2007

Il prode Anselmo

Ieri Milvia Comastri ha messo sul suo blog una bellissima poesia sugli anziani:I vecchi. Oggi mi pare giusto mettere un racconto in tema e allora mi è venuto in mente questo, sempre della stessa autrice, e sempre bello.
 
Anselmo
        L’incubo di Anselmo
         di Milvia Comastri
          
                                           
Lui, quando ancora era in grado di farlo, li aveva chiamati viaggi: un odore, la rotondità di una voce di donna, lo splash delle scarpe in una pozzanghera. Bastava un niente, anche qualcosa di insignificante come la danza di una falena intorno alla lampada, di banale, come il sospiro asmatico dell’autobus che si fermava dietro casa, e la mente gli si animava e cominciava a nuotare a ritroso e lui si ritrovava dieci, venti, sessant’anni  prima, in luoghi di cui aveva perso memoria, con persone che non sapeva più di avere conosciuto.
La Cesira, ad esempio, come aveva fatto a dimenticarsela. La Cesira con le poppe alte come colline, i fianchi larghi, i suoi no arroganti buttati in faccia con una risata. I sogni che ci aveva fatto sulla Cesira, i sogni. La Cesira gli era tornata in mente
per l’odore del fieno, quel giorno che suo nipote lo aveva portato in campagna. Come se gli fosse entrata dal naso e gli fosse uscita dagli occhi. Gli era arrivata proprio lì davanti, con il vestito bianco e rosso che portava alla domenica, con quel bottone slacciato, e i solco fra i seni imperlato di sudore, e l’onda nera dei capelli. E lui si era alzato dalla panca che stava sotto il pioppo, e le aveva gridato, agitando il bastone: “ Perché no? Sempre no, mi dicevi, perché no? Solo con gli altri le allargavi le gambe…” Suo nipote era uscito di corsa dalla casa: “Nonno che c’è? “ aveva chiesto. Poi, scrollando la testa, era rientrato.
“ Cazzo, il nonno dà ancora i numeri.” aveva detto alla moglie. “ Non si può andare avanti così. Lo sai che dovremo prenderla presto, quella decisione. Soprattutto ora che è arrivata la bambina.”
“Povero nonno Anselmo…” aveva mormorato la moglie.
Il vecchio si era seduto di nuovo. Il bastone era caduto a terra con un piccolo schiocco secco. Aveva socchiuso gli occhi, mentre il mento aveva preso a scivolargli verso il petto. La nebbia appiccicosa e densa era nuovamente lì, accucciata dentro la sua testa.
A fare del suo corpo tutto un tremito, come se le sue ossa fossero devastate dalla febbre, c’era poi quel sogno ricorrente: un cagnaccio con le fauci spalancate, con i denti lucidi di saliva, le gengive rosse come sangue, il ringhio che spezzava la notte.
Era un cane nero, enorme, pronto a balzargli addosso, ad annientarlo, a divorarlo. Non era in grado, il vecchio, di dare spiegazioni al nipote che si precipitava in camera, svegliato dalle sue grida. Riusciva solo a coprirsi il volto con il lenzuolo, a rannicchiarsi sotto le coperte che sussultavano per il tremare del corpo, le ginocchia premute contro il ventre. E ce ne voleva di pazienza a Luciano, per calmarlo. E alla Cinzia, che arrivava poco dopo con la tazza di camomilla zuccherata. E intanto si svegliava anche la bambina, e bisognava correre da lei, e prenderla in braccio, e sperare che si riaddormentasse in fretta, chè gli occhi si chiudevano dal sonno e dalla stanchezza. “ Cazzo, non si può andare avanti così “ diceva Luciano, quando se ne tornavano a letto. “ Fra poco suonerà la sveglia, chi dorme più, adesso…” 
“Povero nonno Anselmo…” mormorava Cinzia, spegnendo la lampada.
L’incubo lasciava ad Anselmo anche una strana sensazione, come se dentro la sua testa svolazzasse un qualcosa di indefinibile che lui tentava inutilmente di afferrare:un lembo stracciato di ricordo che se ne andava su e giù fra i corridoi della memoria, ormai sempre più bui, senza lasciarsi mai prendere. Non era come quando lo veniva a trovare la Cesira, che perfino l’odore riusciva a sentirne, non come quando per la prima volta gli avevano fatto vedere la bambina.
Quel visetto stropicciato gliene aveva portato un altro, alla mente, quello della Rosita, e così l’aveva chiamata, la bambina, mentre Luciano si affrettava a dirgli di non toccarla, che le mani non se le era lavate, e che Chiara, si chiamava, non Rosita.
“Chiara Chiara Chiara” si era ripetuto lui “L’as cema Chiara, brisa Rosita. Rosita la gne piò, la Rosita l’è morta.”
La prima figlia di Anselmo era morta ad appena sei mesi di vita, due giorni dopo l’arrivo degli americani. Il corteo funebre con la carrozza bianca in testa aveva proceduto lentamente, fra jeep e bandiere in festa.
Altri figli erano venuti, altri se ne erano andati, come il padre di Luciano, morto insieme alla moglie su quella macchina che andava troppo forte. Ma era Rosita che era rimasta racchiusa nel cuore di Anselmo, forse perché aveva rappresentato l’alba di un giorno nuovo.
“Nonno, alla bambina non ti devi avvicinare.” gli diceva sempre il nipote. “ I vecchi non si sa mai che malattie possano avere. Quando vuoi te la portiamo vicino noi.” Cinzia lanciava al marito uno sguardo obliquo, si accostava al vecchio e gli dava un bacio sulla testa. “Quando vuoi,” gli sussurrava “chiedilo quando vuoi.”
Ma Anselmo non lo chiedeva. Se ne stava seduto sulla poltrona, lontano il più possibile dalla carrozzina dove stava adagiata la piccola. Ne ascoltava i gorgoglii, le prime risatine, ne percepiva l’odore di latte. Imparava a conoscerla così, da lontano, quella nuova Rosita.
 
Anche quella notte aveva sognato il cane. Da sotto il lenzuolo con cui si era tutto ricoperto aveva avvertito la presenza di Cinzia. Ne aveva sentito la voce che lo chiamava con dolcezza, lo stesso tono con cui lei parlava alla bambina. Si era scoperto il volto, aveva afferrato la mano della donna e se l’era premuta sulla guancia. I lineamenti di Cinzia avevano cominciato a scomporsi, e avevano preso le sembianze della moglie, morta tanti anni prima. Il tremore del corpo si era fatto più blando, e dopo poco si era riassopito.
Al mattino aveva ancora quel frullo, nella testa, quello straccetto mai afferrato di ricordo che sempre si presentava dopo l’incubo.
Anselmo si sistemò sulla sedia in giardino. “Cane” biascicò “Va vi va vi va vi.” Agitò per un attimo il bastone verso il cielo, poi si quietò e chiuse gli occhi.
Cinzia stese il plaid sul riquadro di erba, all’ombra della magnolia. Rientrò in casa e dopo poco riapparve con la bambina. Ormai la piccola riusciva a stare seduta senza bisogno di alcun appoggio e la madre la posò sul panno, insieme a qualche pupazzetto di gomma. Cominciò a farle il solletico, a baciarle le ditina paffute. Chiara lanciava acuti gridolini di allegria. Anselmo socchiuse gli occhi: “ L’è prezisa a la Rosita “ pensò nel dormiveglia.
Lo riscosse la voce di Cinzia:
“Nonno, nonno, devo andare alla posta. Vado in bicicletta, così faccio prima. Cinque minuti e torno. Chiara la lascio qui. La lascio con te. Non più di cinque minuti. Vieni, portiamo la sedia vicino a lei.”
Il vecchio spalancò gli occhi. Mosse la testa più volte per assentire e si alzò.
 
Fu il trillo di Chiara che lo riscosse dalla sonnolenza. E qualcosa di diverso, un suono basso, come un brontolio di tuono quando si appresta il temporale. Aprì gli occhi.
Il cane era a pochi metri dalla bambina. Lei gli agitava contro una paperetta di gomma e farfugliava allegra. Il cane era nero, enorme. La piccola gli gettò addosso il giocattolo. Il cane spalancò le fauci interrompendo il ringhio e si apprestò a balzarle addosso.
La sedia cadde a terra senza alcun rumore. Il vecchio era in piedi, roteava il bastone con tutte le sue forze, lanciando grida che non parevano umane. Il cane spostò lo sguardo sull’uomo e balzò di lato.
L’ultimo suono che Anselmo percepì, prima di svenire, fu un secco richiamo in una lingua a lui sconosciuta.
 
Gli hanno portato la bambina. Lei gli ha sbattuto la manina sul braccio ingessato e ha fatto una risatina. Luciano e Cinzia sono ai due lati del letto. Altri pazienti non ci sono, in quella camera d’ospedale. Parlano fra loro. Ogni tanto Cinzia ripete la stessa frase: “Se non ci fosse stato lui…Non mi potrò mai perdonare di non aver chiuso bene il cancelletto.” E stringe la mano libera dal gesso di Anselmo, e se la porta alle labbra.
“ Cazzo, quei cani lì dovrebbero tenerli legati, …”l’interrompe Luciano “lo ammazzerei quello stronzo del padrone …E’ una sua fortuna che si sia accorto in tempo che il suo cane era entrato da noi e lo abbia richiamato. Se no giuro che lo ammazzavo con le mie mani, quel figlio di puttana… Pensa te il nonno…ha avuto sempre una gran paura dei cani, lui. Mi viene in mente che mio padre mi aveva detto una cosa. Quando il nonno era piccolo un giorno un cane stava per sbranarlo. Avrà avuto un sei sette anni. Il nonno è riuscito a arrampicarsi su un albero, e quello stronzo di cane sotto, che abbaiava e ringhiava e continuava a saltare. Sembra che la cosa sia andata avanti per delle ore. Quando i suoi se ne sono accorti il nonno non riusciva più a parlare. E’ stato muto per dieci giorni, è stato. Insomma…voglio dire che è stato bravo, il nonno…Per la Chiara ha dimenticato la paura…”
“Sì, se non ci fosse stato lui…” Cinzia stringe la bimba al petto.
Una farfallina blu è entrata dalla finestra. Cinzia la guarda volteggiare per la stanza. Se ne sta in silenzio, la fronte leggermente aggrottata. La farfalla si posa per un attimo sui capelli di Anselmo, poi prosegue il suo volo, e torna all’aperto. “Senti…,” inizia a dire Cinzia con voce incerta, . poi prosegue più spedita: “Io credo che il nonno dovrebbe rimanere con noi, in casa. A me non da fastidio. E’ come avere un secondo bambino… Niente… casa di riposo, vero, Luciano?”
Luciano guarda il vecchio, che sembra dormire. Allunga un braccio, come per una carezza. Poi le sue mani scivolano sulla coperta e sistemano le piccole grinze che si sono formate. “Andiamo” dice poi “ la Chiara deve mangiare.”
 
Anselmo non sta dormendo Ha solo gli occhi chiusi. Sta pensando all’infermiera che gli ha cambiato la flebo poco prima. “Bella mora… Due tette… Assomiglia a quella là, com’è che si chiamava? Quella che si rotolava nel fieno con tutti. Con tutti meno che con me” borbotta stizzoso prima di addormentarsi
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:26 | link | commenti (5)
categorie: narratori e racconti

Comunicato del 29 settembre 2007

Di tutto un po’ oggi su rossiorizzonti, il blog di Milvia Comastri.
Il mondo cambia per taluni... e per la chiesa?, su L’acme del pensiero.
 
 
La scrittura tra solitudine e libertà (Gao Xingjian), su Letteratitudine di Massimo Maugeri.
 
Continuano le puntate de Le colpe dei padri, il romanzo di Laura Costantini e Loredana Falcone.
 
Su Caffè Storico Letterario la recensione di Pagano, il romanzo di Gianfranco Franchi.
 
No anoressia! Su balenebianche.
 
 
Su Arteinsieme il nuovo aggiornamento.
 
Ricordo che domani 30 settembre è l’ultimo giorno valido per inviare i lavori del concorso benefico Una fiaba per Gramos.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:21 | link | commenti
categorie: comunicati
venerdì, 28 settembre 2007

Conto alla rovescia per i Canti celtici

        Copertina Canti celtici
     Conto alla rovescia per i Canti celtici
 
Manca poco e poi anche loro saranno sottoposti ai giudizi del pubblico.
Provo tenerezza per le mie creature, frutto di un sogno che racconta poi un altro sogno. Come tutti i genitori non posso trovarli che belli, ma sarà così anche per gli altri?
Il concetto di bellezza è frutto e fonte al tempo stesso dell’emotività e quella tenerezza a cui sopra ho accennato è l’aspetto dolce, quasi trepidante del mio sguardo che corre sui quei versi, che chiedono di spiccare il balzo, di volare nel cielo sulle ali della loro musicalità, e che invece io desidererei tenere stretti a me. Come ogni bimbo, sono nati si sono sviluppati e ora sono adulti.
I miei occhi sono quelli trepidanti di una madre contenta che i figli siano cresciuti, ma anche dolente per l’inevitabile distacco.
Li guardo, il pensiero corre ai mesi passati, alle ore di attenzione, a quando ho dato tutto me stesso per farli nascere, ma, ora che sono lì maturi, con voce tremante non posso che dir loro:
“ Andate, volate, portate il mio cuore ad altri e sarà l’unico modo perché io sia sempre con voi “.
Non sono che parole, stampate su fogli di carta, ma sono l’immagine di quanto c’è dentro di me.     
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:47 | link | commenti (15)
categorie: canti celtici

Il valore

              Il valore
                    Il valore
                 
 
Se andiamo a vedere, su un qualsiasi dizionario della lingua italiana, il significato della parola valore restiamo colpiti dalle invero numerose accezioni. Si va da ciò che una persona o una cosa valgono, al complesso di qualità che rende una persona degna di considerazione o di stima, oppure si intende così definire, con una forma arcaica, la virtù, la nobiltà d’animo, senza dimenticare che questo sostantivo significa anche coraggio o ardimento. Un’altra accezione si riferisce invece al complesso delle qualità positive e ideali che costituiscono punti di riferimento fondamentali, considerate secondo un criterio di giudizio personale o, soprattutto, mutuate da un determinato ambito sociale e culturale.
Non vado oltre, perché i significati sarebbero ancora non pochi, ma quelli enunciati fino a ora bastano e avanzano per questa riflessione.
E’ doloroso constatare che di tutte queste accezioni le uniche effettivamente rimaste in uso sono solo un paio, mentre la più importante, l’ultima in ordine di enunciazione, sembrerebbe tramontata. Si sente infatti spesso dire che la nostra civiltà non ha più valori, mentre attribuisce la massima importanza al concetto pecuniario di valore, con estensione anche alla caratterizzazione dell’uomo ideale: ha denaro, è potente e quindi è di alto valore.
Diciamo pure che, quasi senza che ce ne siamo accorti, si è passati da un concetto morale di valore a un concetto materiale.
La sostituzione, però, comincia a mostrare tutti i suoi limiti, con una progressiva accentuazione del grado di insoddisfazione. Infatti, se assume rilevanza l’individuo solo per le sue possibilità economiche, la naturale rincorsa a somigliargli porterà inevitabilmente a trovare sempre che ci sarà qualcuno di maggior valore e l’invidia non è mai apportatrice di felicità, perché a ogni iniziale appagamento seguirà sempre, e in misura ancor più rapida, la consapevolezza che si è raggiunto solo uno dei numerosissimi traguardi.
I valori di un tempo che, sommariamente, possiamo elencare in fede, patria e famiglia, pur presentando a volte delle distorsioni anche pericolose, riuscivano a polarizzare una società in una meta che accomunasse tutti, senza metterli in contrasto fra di loro.
La famiglia va da tempo disgregandosi, anzi c’è il rischio che progressivamente sparisca; la patria, intesa come l’unione di genti che hanno comunanze profonde, ormai è quasi morta, anche per effetto di una globalizzazione selvaggia che non porta benefici se non a pochi e in ogni caso sempre di carattere economico; la fede, o comunque il senso morale, resistono più in un aspetto di facciata che non in una effettiva consapevolezza di ciò che l’uomo vuole dare a base e significato della sua vita.
Erano valori, questi, che non procuravano ricchezze materiali, ma che rendevano, coloro che erano partecipi, certi del loro modo d’agire e anche soddisfatti della loro esistenza, almeno a livello morale.
Il mettere, invece, al centro della propria vita solo il successo è limitare grandemente le possibilità umane, è togliere quello strato di coesione di base che aiuta meglio a sopportare le delusioni, che consente di non precipitare in un baratro se qualche cosa non va per il verso giusto, e in un mondo in cui la competizione è esasperata, dove i colpi bassi sono la norma, è da mettere in conto che sarà più facile cadere che salire.
Quando si lotta senza i valori morali alla base, la sconfitta nell’unico scopo a cui si è orientata la propria esistenza è una tragedia immane, perché non c’è nulla a cui aggrapparsi e quello che resta è solo il vuoto.
                                     (Renzo Montagnoli)
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:40 | link | commenti (2)
categorie: editoriale

Comunicato del 28 settembre 2007

Cigale è il blog di Alberto Carollo e si occupa di letteratura, con eccellenti recensioni.
 
E a proposito di recensioni, il vulcanico Beppe Iannozzi invita a non scriverne più per un mese, proclamando lo sciopero dei blogger italiani.
 
Rino Armato questa volta gioca in casa con il videoclip sulla sua Pistoia.
 
L’intervista a Claudio Cisco su Caffè Storico Letterario.
 
Cinzia Pierangelini ci parla di Rom.
 
Eleonora Ruffo Giordanie e le pagine che riserva ai poeti. Questa volta è il turno di Gianpaolo Grattarola.
 
I vecchi, una gran bella poesia su rossiorizzonti.
 
Sta arrivando Satisfiction, su Satisfiction di Gian Paolo Serino.
 
Precarietà, altra bella poesia su Un poeta a perdere.
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:35 | link | commenti
categorie: comunicati
giovedì, 27 settembre 2007

Comunicato del 27 settembre 2007

E poi, un bel racconto di Sabrina Campolongo su balenebianche.
 
Clemente Mastella: sfogo in diretta a Ballarò
«Non farò la fine di Craxi o Marco Biagi»,
di Giuseppe Iannozzi.
 
Un grazie non basta, una riflessione di Francesco Giubilei su Caffè Storico Letterario.
 
Laura Costantini presenta su Laura et Lory una bella recensione di Eraclito e il muro, di Cinzia Pierangelini.
 
Recensioni incrociate (di Enrico Gregori e Vito Ferro) su Letteratitudine.  
 
Il degrado, su appunti di Remo Bassini.
 
Quarto: onora il padre e la madre. Così è intitolata la bella recensione di Milvia Comastri dello stupendo romanzo di Marco Salvador, La casa del quarto comandamento.
 
Di fronte a certi fatti, anche lo Svernacoliere riesce a essere serio.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:10 | link | commenti
categorie: comunicati

Nella scia di François Villon

Ballate di vita di morte e d’amoreBallate
di Fabrizio Manini
Prefazione di Gordiano Lupi
Introduzione di Antonella Governi
In copertina disegno originale di Fabio Marangio
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
lupi@infol.it
Poesia – Silloge
Pagg. 52
ISBN: 88-88515-04-6
Prezzo: € 5,00
 
 
Della produzione poetica di Fabrizio Manini, di notevole pregio, fa parte anche un’opera di più ridotte dimensioni, ma sicuramente atipica sia per l’autore che per le produzioni correnti.
La ballata era un tempo molto diffusa e la sua ritmicità permetteva ai cantastorie di cantarla; spesso erano lavori che parlavano di vicende amorose o anche storiche, ma adatti soprattutto ad ascoltatori di poche pretese, quali potevano essere soprattutto i servi della gleba di almeno sette secoli fa. 
Ciò non toglie che vi si siano cimentati, con opere di diverso e maggior valore, anche poeti famosi, fra i quali Petrarca e in tempi meno remoti Carducci, Pascoli, D’Annunzio.
In queste composizioni la tecnica è essenziale e quindi occorre non solo conoscere bene la metrica, ma esserne padroni. Infatti i versi sciolti e liberi mal si adattano al ritmo richiesto e soprattutto a quella sorta di ritornello armonico che è sempre presente.
Al riguardo Manini dimostra consapevolezza dei propri mezzi, ricorrendo a quartine a rime pure, talvolta baciate, altre più spesso alternate; tuttavia non si rifa alla tradizione italiana della ballata, cioè alle opere dei citati Petrarca, Carducci, ecc., di carattere più elegiaco, ma ai grandi specialisti francesi, fra i quali spicca quel François Villon, scapestrato e mezzo delinquente, al punto tale che, al di là del valore, è anche noto per la sua vita turbolenta.
Fabrizio Manini ha intitolato queste dodici ballate “Ballate di vita di morte e d’amore”, perché in effetti ha inteso tracciare alcuni aspetti caratteristici dell’esistenza, con un occhio però di favore più per la morte che per la vita e per l’amore.
E indubbiamente Villon ha avuto un grande ascendente su di lui, ove si consideri che la fonte ispiratrice sono proprio le opere dell’autore francese.
Non a caso il riferimento è addirittura la famosa Ballade des pendus e anche nella silloge di Manini troviamo La ballata dell’impiccato (…dal cappio pietà/ brunito d’attesa/la tua fune saprà/che il mio culo pesa.).
Poi ci sono altre ballate che hanno tematiche diverse, ma nella maggior parte delle quali è presente la morte.
Del resto, nell’epoca d’oro di questa forma poetica, la morte, vista come figura, era quasi sempre presente, perché in fondo serviva anche a umanizzarla. Questa tendenza smitizzante era ripetuta anche nelle arti figurative, come nelle famose Danze Macabre che affrescavano le pareti di molte chiese con annesso cimitero.
E anche in Manini questa smitizzazione è presente, perché in fondo l’autore sembra volerci dire che la morte è una certezza, mentre la vita non lo è.
Peraltro l’opera ha una sua valenza anche perché prefigura quella che sarà la successiva produzione poetica dell’autore, e non tanto per la forma, quanto per i contenuti.
In particolare si ravvisa quelle tematica esistenziale propria di Grigie distese nella Ballata della noia, successivamente ripresa con alcune modifiche nella silloge testé citata, nonché nella Ballata della solitudine, segno evidente dell’evoluzione artistica e filosofica che l’autore nel tempo va portando avanti.
Del resto i prodromi di Voglio che dio mi mostri il suo volto si riscontrano, sia pure abbozzati, nella Ballata dell’amore e della morte, dove il concetto, che sarà in seguito più ampiamente espresso, qui è delineato in modo diverso, ma è pur sempre presente la contestualità fra l’amore affettivo e quello erotico, il primo rientrante con il pentimento nella raffigurazione divina e il secondo, con l’espiazione nella morte, simbolizzato da una sorta di diavolo salvificatore (…cerco l’oblio/dell’alito nero/ e invoco il mio/ destino e spero…;… baciarti la bocca/ a labbra di seta/ salvezza mi tocca/ in morte discreta…).
E’ opera di facile e gradevole lettura, dove la tecnica, come precisato agli inizi, la fa da padrona, ma scorrendo le righe, quartina dopo quartina, se riuscirete a essere partecipi, non potrà non venire in voi il desiderio di canticchiarle, magari immaginandovi di essere su una piazza del ‘500, contornati da mocciosi che si accapigliano e da gente del popolo, che, estasiata, batte il tempo con i piedi.
                                                      (Renzo Montagnoli)
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categorie: consigli di lettura
mercoledì, 26 settembre 2007

Inganni

Conchiglia nella luce
Inganni
di Renzo Montagnoli
 
Il petto squarciato
affondo le mani
dentro di me.
Ti cerco
so che ci sei
ma non so dove.
Nascosta
silente
domini la mia vita
mi apri alle gioie
mi tormenti con l’angoscia.
Senza di te non sarei
che un manichino di carne
ossa con la polpa intorno
che si consumano in una vita
che solo tu mi concedi.
Anima mia
fuoco che ardi senza fiamma
fatti trovare
fa che anche tu non sia
uno dei tanti inganni
che l’uomo crea
per avere un passaggio
per l’eternità.   
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:19 | link | commenti (16)
categorie: poeti e poesie