L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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mercoledì, 31 ottobre 2007

Ladri senz'anima

Sembra una storia inventata, ma non lo è, perché il fatto è accaduto veramente. Altri tempi, si direbbe, dove si rubava per miseria, mentre oggi lo si fa per profitto. Che dovrei dire io che anche alcuni giorni fa mi hanno rubato dei fiori sul cimitero e come a me a tanti altri, una vera razzia di un’orda di disgraziati che poi hanno gettato i vasi nei campi. L’anno scorso avevo portato una bella ciotola di ciclamini, quelli che le piacevano tanto, ma tempo due giorni si sono involati. Tempi diversi i nostri, dove l’esser ladro non è una necessità, ma uno status.
 
Il ladro di fiori
Il ladro di fiori
                         di Renzo Montagnoli    
                          
- Che gli venga un accidente! Giuro che se lo prendo gli faccio rimpiangere d’esser nato.
- Anche questa volta? – fu il commento unanime degli altri dell’osteria.
- Anche questa volta! Eh sì che sono rimasto di guardia fino a dopo la mezzanotte, ma questa mattina presto quando sono ritornato sul cimitero del bel mazzo di dieci gladioli ne erano rimasti cinque, tale e quale lo scorso anno, e l’altro ancora.
Il Guercio guardò Soldino che, dopo la sfuriata iniziale pareva ora più calmo, anche se visibilmente sconsolato, e gli disse – Ti giuro che il 7 agosto del prossimo anno saremo lì a darti una mano, organizzeremo dei turni di guardia e lo prenderemo questo lurido ladro di fiori.
La vicenda di Soldino, al secolo Carlo Gentilini, ma così chiamato da prima della guerra per la tirchieria che lo connotava, aveva dell’incredibile.
Il 26 aprile del 1945, mentre tutti festeggiavano la fine del conflitto con canti e balli, un aereo americano aveva sorvolato il paese e, invece di lanciare zollette di cioccolato, come facevano quel giorno altri piloti, aveva scodellato una bomba da un quintale che aveva sfracellato la casa del Gentilini, in quel momento al lavoro nei campi, seppellendo le poche suppellettili e, soprattutto, l’Adalgisa, consorte di Soldino.
E’ possibile immaginare il dolore di quest’uomo che, in un attimo, si era ritrovato senza casa e senza moglie, completamente solo, poiché dalla loro unione non erano nati figli.
Per l’Adalgisa, con cui aveva vissuto per quasi quarantanni, nutriva un affetto profondo, frutto di un legame sincero che si era cementato con il tempo.
Si era così ritrovato a quasi settantanni allo sbando sulla strada, con poco denaro per vivere e, soprattutto, senza il conforto della persona amata.
Il Guercio, segretario della locale sezione del Partito Comunista, gli aveva trovato un modestissimo alloggio e ogni tanto gli faceva arrivare qualche piccolo aiuto economico, per integrare l’insufficiente pensione con cui doveva fare i conti per mangiare, poco, il mezzogiorno e la sera.
Nonostante le ristrettezze e privandosi di tutto il superfluo riusciva ogni anno a mettere da parte la somma necessaria per acquistare dieci bei gladioli da portare il 7 agosto sulla tomba della moglie, ricorrendo in quella data l’anniversario delle nozze.
Era quindi più che comprensibile l’animosità che lo coglieva accorgendosi che il giorno dopo il mazzo risultava puntualmente dimezzato; si era arrovellato, pensando a uno sgarbo nei suoi confronti, visto che era l’unico furto che avveniva sul cimitero, ma aveva trovato presto il motivo della preferenza del ladro, guardando le altre tombe, disadorne o al più ornate da modesti fiori di campo. Aveva anche pensato di adeguarsi allo stile comune, ma proprio non gli andava giù di dover rendere omaggio alla defunta con dei papaveri o delle margherite selvatiche, quando lei in vita aveva amato tanto i gladioli.
Anche quel 7 agosto del 1947 la cosa finì lì; in paese ne parlarono tutto il giorno, qualcuno fece trapelare dei sospetti, senza nessun fondamento, ma poi il giorno appresso la vicenda risultò completamente dimenticata.
Tuttavia, a parte Soldino, c’era chi aveva la memoria lunga e infatti il Guercio il 7 agosto del 1948, così come aveva promesso, organizzò le ronde, ognuna composta da due uomini. Era una giornata calda, con un’afa opprimente, quando il vedovo portò i fiori sul cimitero, li aggiustò nel vaso quasi con tenerezza, mormorò a bassa voce alcune parole, quasi si fosse messo a conversare con la defunta, poi recitata una preghiera, ritornò a casa, come gli aveva detto di fare il Guercio. La sua, più che una raccomandazione, fu un ordine – Te ne torni a casa subito e fai le solite cose; non azzardarti a tornare là; vai a letto e domani mattina, quando ti svegli, vai all’osteria, dove ci troverai con il ladro ad aspettarti.
E così fece; dopo una lunga notte insonne, un incubo dietro l’altro, arrivò finalmente l’alba. Attese un po’, nel timore che all’osteria non avrebbe trovato nessuno, poi, quando suonò la campana della prima messa, decise di andare. Si sentiva strano, avvertiva un’ansia corrosiva che lo spingeva a coprir di botte il furfante e, quando gli venne il desiderio di ammazzarlo, si rifugiò in chiesa. Restò poco, in un angolo, a contemplare il crocefisso con quel povero Cristo in legno rosicchiato dai tarli che faceva più pena di lui, vestito sempre allo stesso modo, con la camicia vecchia di dieci anni, come i pantaloni, tutti rattoppati, per non parlare delle scarpe, con i buchi delle suole sistemati con il cartone che si scioglieva alla prima pioggia.
- Gesù, fa che non commetta un atto più odioso di quello che ha commesso lui. In questo mondo di miserie la sua forse è più grande della mia. Lo denuncerò, questo sì, ma non voglio mettergli le mani addosso.
Si segnò, uscì dalla chiesa e si affrettò verso l’osteria. Appena entrato, vide un crocchio di gente al centro della sala e udì subito la voce forte del Guercio – Oh, Soldino, è da un po’ che ti aspettiamo; proprio questa notte ti è venuto così sonno? L’abbiamo preso, colto, si suol dire, con le mani nel sacco, anzi nei fiori. Già gli abbiamo fatto capire l’errore che ha fatto; se vuoi favorire?
Il crocchio si aprì e poté vedere un uomo legato a una sedia, con il volto tumefatto, gli occhi pesti e un labbro spaccato. Soldino restò come paralizzato: quell’uomo davanti a lui, che non conosceva, era il ritratto della sofferenza in persona.
Si rivolse al Guercio – Ti prego, non toccatelo più; portate qualche benda, un po’ acqua, cerchiamo di rimediare un po’ al danno.
- Se vuoi tu così, provvediamo subito, anche se a malincuore.
Soldino si accostò al prigioniero, gli sciolse i nodi, passò una mano fra i suoi capelli bianchi e gli mormorò – Perché l’hai fatto? Perché mi rubi sempre la metà dei gladioli? E chi sei e dove abiti?
L’uomo, con voce tremante, lo guardò in viso e prese a parlare – Mi chiamo Franco Rigattieri e abito a Pieve, a nemmeno cinque chilometri da questo paese. Ho sessantacinque anni e vivo, se si può dire vita, della mia modestissima pensione, insieme con mia figlia di quarantanni, nata prematura e non a posto con la testa. Mia moglie è morta il 7 agosto 1945, di stenti, di mancanza di medicinali, una vittima della guerra, anche se deceduta pochi mesi dopo che era finita. Lei deperiva ogni giorno e non riuscivo a capire il perché; certo da mangiare non ce n’era quasi, ma mai più potevo sospettare che quando rientravo dai lavori saltuari che facevo in campagna e lei mi diceva di aver già mangiato, non era per niente vero; quel poco che c’era di commestibile lo lasciava per me e per mia figlia. Quando me ne sono accorto era troppo tardi e in pochi giorni mi ha lasciato. Aveva deciso di fare finita così quella vita senza avvenire, con la figlia cresciuta solo per affetto materno, ma senza speranze, se non la certezza che la miseria genera solo miseria. L’amavo tanto e non avevo nemmeno i soldi per un po’ di fiori; così quel giorno ho cercato di procurarmi quei gladioli che tanto le piacevano in un altro modo. Nel cimitero del mio paese non c’erano, ma ho saputo che da voi li avrei trovati; ho avuto vergogna, mi sono quasi scusato con la morta, e ne ho preso la metà, in modo da rendere meno grave l’offesa.
Il Guercio lo squadrò – Ma risparmiare come Soldino, no eh?
- Risparmiare è una parola che ignoro, quando se mangi, poco, a mezzogiorno non ti resta nulla per la sera. Ho pensato perfino di chiedere la carità, ma a chi, se tutti, anche se meno di me, sono poveri?
- E chi mi dice che tu racconti la verità? Adesso verifichiamo.
Il Guercio chiamò uno dei suoi compagni, parlottò brevemente con lui e questi uscì subito.
Soldino, intanto, gli faceva degli impacchi con un po’ d’acqua e piano piano le tumefazioni presero a ridursi.
Il tempo passava e, quando la pendola dell’osteria segnò le undici, arrivò il tirapiedi del Guercio.
Entrò, abbassò gli occhi e disse – E’ tutto vero; ho chiesto in paese, sono andato a casa sua, due camere ricavate in una stalla; c’era la figlia che mi ha guardato in modo strano e si è messa a ridere come una pazza. Ho guardato nella credenza, dappertutto, e di mangiabile ho trovato solo un pezzo di formaggio ammuffito e un filone di pane comune.
Il Guercio si mise le mani nei capelli, tirò un calcio a una sedia, cominciò a bestemmiare, contro la guerra, contro il fascismo, contro il governo e contro i preti, poi fece una cosa che in vita sua non aveva mai fatto: chiese perdono e pretese che lo chiedessero anche gli altri.
Si rivolse poi a Soldino – Chi l’avrebbe mai detto? Che facciamo ora?
Rigattieri disse solo – Se mi accompagnate a casa, magari con un carretto, mi fareste un grande piacere, perché ho le gambe che mi fanno male.
- Certo, provvediamo subito. – disse il Guercio, poi parlottò con i suoi uomini.
Trovarono il carretto, ci caricarono il Rigattieri e un sacco con un po’ di pane, del formaggio, un salame e delle albicocche, e lo riportarono a casa.
Da allora, il Guercio inserì nella lista dei suoi assistiti quel poveraccio e ogni tanto, quando gli era possibile, gli faceva avere qualche cosa, in particolare ogni 7 agosto, quando Soldino toglieva cinque gladioli dai dieci che grazie alla sua parsimonia riusciva ad acquistare.  
 
(Da “Storie di paese”)
 
    
        
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:02 | link | commenti (7)
categorie: narratori e racconti

Comunicato del 31 ottobre 2007

Il cannone turco e Costantinopoli, su babilonia61.
 
La foto di copertina de “Le fiabe di Gramos” su balenebianche.
 
Appunti di un giornalista reload, di Giuseppe Iannozzi.
 
Bella, un racconto della memoria scritto solo da Loredana Falcone.
 
Il bel tacer non fu mai scritto, un’acuta riflessione di Milvia Comastri.
 
Pulvis eris et pulvis reverteris, la brlla poesia di un serioso Patrizius.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:58 | link | commenti
categorie: comunicati
martedì, 30 ottobre 2007

Da un fatto vero

Ecco un racconto di rara bellezza e che riesce a coniugare perfettamente trama ed emozioni interiori basandosi su un fatto realmente accaduto.
 Il suonatore d
Il suonatore d’armonica
                            di Milvia Comastri
     
 
Se ne avverte il profumo, quando è stagione, ancora prima di entrare nel cortile. E’ un’essenza che non ci si aspetta di cogliere, in quel luogo. Ci si sorprende, poi, di trovare, al di là del portone –non certo il primo che si deve oltrepassare per arrivare fino a lì-, quell’albero dal portamento femmineo. Il tronco, in contrapposizione alla chioma, è diritto e slanciato, il gioco dei rami è armonioso: si chinano verso il terreno quelli più bassi, si innalzano quelli superiori verso il cielo, come a sfidare l’alto muro, lì accanto.
E’ fine giugno, e l’albero è in piena fioritura. Dicono che gli antichi Greci lo associassero ad Afrodite proprio per questo profumo inebriante. Per i Romani era simbolo dell’amore coniugale. In Persia era considerato un albero oracolare. Sembra che in Lituania le donne gli facciano ancora oggi offerte per avere un buon raccolto nei campi.
Ma, qui, questo tiglio è lontanissimo da qualsiasi atmosfera di erotismo, dall’amore di una donna, dalla fertilità dei campi. Ed è inutile arrotolare e srotolare strisce della sua corteccia per la divinazione. L’oracolo ha già parlato.
L’albero era ben piantato nella terra ancor prima che quel perimetro di muri alti e grigi lo racchiudesse in un angolo. Lui era lì da prima: da quando sotto i suoi rami passavano coppie innamorate, e madri con bambini, e vecchi stanchi in cerca di fresco, e uomini che tornavano dal lavoro, e bestie, e carri. Se lui avesse memoria, quella memoria del cuore che, quando ne tocchi le corde, ti riporta tutte le emozioni, piangerebbe di nostalgia ogni giorno.
Ma al di là di tutto, al di là dei Greci, dei Romani, dei Persiani e delle donne lituane, lui è solo un albero.
Appoggiato al suo tronco, ora, c’è un ragazzo. Ha l’aspetto pulito, ordinato. Una maglietta bianca, un paio di jeans. Solo le scarpe, mocassini in finta pelle, sono imbiancate dalla polvere del cortile. Più in fondo, sotto il cesto da basket, una dozzina di uomini saltellano sudati. Vicino al portone, a dieci metri dal ragazzo, un uomo guarda immobile davanti a sé, la sigaretta che gli si consuma fra le dita. Due, sulla sinistra, giocano a carte. Un altro legge un quotidiano sportivo, vecchio di qualche giorno. Tre, sulla panchina di fianco al portoncino che conduce all’interno, parlano fitto.
Valerio si sistema la fondina e gira lo sguardo intorno. Fa caldo e il colletto della divisa che gli sfrega contro la nuca lo irrita. Maledice il tempo, il luogo, il collega che si è imboscato già da un’ora, e maledice quelli lì, che lo obbligano a starsene sempre a guardare, a controllare. Vorrebbe essere nel letto di Carla, le persiane socchiuse, il ventilatore acceso, e il suo calore di donna.
 
Il ragazzo toglie l’armonica dalla tasca dei jeans e comincia a suonare.
Sono tre anni che è dentro e la musica è tutto quello che ha. Lo chiamano il Suonatore. In un posto dove nessuno viene chiamato per nome anagrafico, ma solo con epiteti che a volte ricordano i crimini commessi, il suo soprannome è senz’altro il migliore.
I primi tempi lo chiamavano l’Assassino. Ma poi anche i più duri avevano capito che non si adattava a lui, quel nome, nonostante i processi, nonostante le sentenze.
Erano poi successe altre cose, all’inizio. Degradanti, disumane.
Ma la musica lo ha aiutato a non perdersi nei labirinti della pazzia, o a non ripiegarsi nell’abbrutimento. E gli ha anche creato una sorta di corazza, intorno: gli altri hanno imparato a lasciarlo in pace, a non pretendere più.
A volte gli chiedono di suonare, e basta.
Lui ama tutta la musica. E’ una cosa che ha dentro, la sente nella testa, nel cuore, nelle ossa. Da quando ha potuto riavere la sua armonica non se ne separa mai. Ma non è solo per la musica.
E’ che gliela aveva regalata Marta.
 
Marta che lo guarda terrorizzata, pur nella morte. Marta piena di sangue, la testa fracassata. Marta che rantola. Marta che gli sembra più piccola, in mezzo a tutto quel rosso con il suo abitino giallo. Marta che lui, fratello maggiore, non ha saputo proteggere. Marta adolescente che gli chiede consigli sul suo primo appuntamento. Marta che lo tiene forte per mano al funerale dei genitori. Marta che gioca con lui, dopo la scuola, sotto il tiglio davanti a casa. Marta neonata, che dorme nella carrozzina blu, nell’ombra dell’albero.
Marta che esce per il primo appuntamento, e lui la incoraggia, ma vai, le dice, divertiti, è ora che ti smolli.
Ma lui non lo conosceva neppure quel tipo, il tipo che l’ha uccisa ed è sparito, e che nessuno –solo il ragazzo, per un attimo, prima che la sorella se ne allontanasse insieme- ha mai visto.
Si dice che da qualche parte, in tribunale, ci siano delle prove che potrebbero far luce sulla sua innocenza. Infilate chissà dove, in qualche scatolone, sommerse da altre pratiche. Pratiche: che asettica parola per parlare di vite.
Ma il ragazzo pensa da sempre che del tutto innocente lui non è.
Doveva essere più accorto, più prudente. Non doveva lasciarla andare così, senza controllare chi fosse quello con cui usciva, accontentandosi di un nome e nient’altro. Era lui il capofamiglia, era lui il responsabile delle loro vite.
Leggerezza di ragazzo. Imperdonabile.
 
Il suono malinconico dell’armonica arriva ad abbracciare il profumo del tiglio. Al ragazzo questo aroma ricorda il dipanarsi magico di pomeriggi estivi, nell’infanzia, le prime parole di Marta, i loro giochi, la merenda portata dalla mamma, il rientro del padre dal lavoro che parcheggiava l’auto all’ombra del tiglio, un tiglio come questo. I pianti suoi e di sua sorella dopo l’incidente stradale, in cui i genitori hanno perso la vita. La decisione di continuare insieme e da soli quando lui ha compiuto diciotto anni. Era l’albero della famiglia. Si riunivano spesso lì sotto, per la gioia e per la tristezza. Era il loro albero amico.
Continua a suonare, la schiena appoggiata al tronco grigio e liscio.
L’ora d’aria sta per finire, ma lui non lo sa: è perso dietro il filo della musica, l’armonica gli vibra fra le labbra, le dita la tengono leggere. Ha gli occhi socchiusi.
 
Valerio sente il sudore che gli appiccica la camicia alla schiena. In servizio non può neanche fumare, il direttore di quel carcere del cazzo è inflessibile su questi particolari. Crederà di dirigere Alcatraz, invece che questo buco con venti carcerati che per lo più vanno e vengono. Solo quello là, il Suonatore, è ospite fisso. Ne avrà ancora per trent’anni. Chissà se è vero che è innocente, qui dicono tutti di esserlo. Certo che lui ha avuto un avvocato da schifo, da quanto dicono. Dicono che non c’era uno straccio di prova, che non c’era un movente. Solo le sue impronte sul ferro da stiro, arma del delitto. E le sue mani insanguinate.
Gli uomini stanno rientrando. Il collega di Valerio è finalmente tornato e li accompagna.
Valerio si gratta la pancia. Ha sempre un dolorino vicino al fegato, gli sembra che sia anche un po’ gonfio. E poi da qualche tempo gli brucia lo stomaco. Mah, se ne sentono dire tante… Guarda il direttore di prima, due mesi ed è andato. Tac, entrato in ospedale con i suoi piedi, uscito dentro una bara. Almeno quello lo faceva fumare…
 
Il ragazzo e la sua musica e il profumo del tiglio formano un cerchio magico, nell’angolo del cortile polveroso.
La sberla arriva improvvisa. L’armonica cade nella polvere.
“Deficiente, ti ho chiamato tre volte, chi credi di prendere in giro? La vedi questa? Guarda cosa ne faccio!”
Valerio mette l’armonica sotto i piedi e la calpesta con forza, con tutta la rabbia accumulata in quel mattino pieno di caldo e in tutti gli anni che lo hanno preceduto, quel giorno, pieni di vuoto e di paure.
Il ragazzo guarda a terra, poi, con un urlo terribile, scatta addosso alla guardia, picchia dove capita, con violenza.
Ma non può vincere. Non è nel suo carattere essere violento.
Il proiettile lo colpisce alla gola, a distanza così riavvicinata che si capisce subito che è finita.
“Mi ha aggredito, mi ha aggredito!” urla istericamente Valerio, lasciando cadere la pistola.
C’è molto sangue, a terra. Il tronco del tiglio ne è tutto macchiato.
Le dita del suonatore vibrano piano, si stendono lentamente fino ad incontrare un oggetto accartocciato, irriconoscibile.
Muto per sempre.
 
Ricordando Dominique Green, vittima, il 26 ottobre 2004, di omicidio premeditato da parte del democratico Governo degli Stati Uniti D’America.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:07 | link | commenti (5)
categorie: narratori e racconti

Il diavolo custode

Il diavolo custode
Il diavolo custode
di Luigi Balocchi
Meridiano Zero
Narrativa – romanzo giallo
Pagg. 256
ISBN: 978-88-8237-142-5
Prezzo: € 14,00
 
 
 
 
 
Ha quasi il ritmo di una ballata questo romanzo tutto centrato sulla figura di Sante Pollastro, per le cronache un bandito di Novi che ha imperversato, soprattutto fra le due guerre, ma per la realtà storica un ribelle.
Luigi Balocchi con uno stile del tutto particolare, che ricorre con misura al dialetto, con frasi brevi, incalzanti, riesce a fornirci un quadro completo di questa meteora dei diseredati.
Sì, perché le gesta di quest’uomo, indubbiamente contro la legge, sono animate da uno spirito di rivolta contro un sistema che opprime l’individuo, negandogli quella libertà che è suo diritto di nascita.
Sante Pollastro, il bel Santéin è anarchico senza saperlo, lo è per un istinto naturale che lo porta quasi in un gioco-sfida con se stesso a violare leggi che sembrano fatte apposta per consentire il predominio di alcuni uomini sugli altri.
Ha simpatie per il movimento anarchico, perché lo considera la testimonianza che il suo modo di condurre la vita ha un fondamento che non lo rende dissimile da altri che si battono e muoiono per un’ideale di libertà prima di tutto individuale. 
Nel testo lo si definisce uno stirneriano naturale, ma lui di Max Stirner forse ha solo udito il nome, perché la base culturale per comprendere l’anarchismo non è presente. Lui è così, perché è nato così, in ciò confermando praticamente la teoria del filosofo tedesco.
Anche gli uomini della sua banda, pur riconoscendolo capo, appaiono come dei discepoli, soggiogati dalla sua forte personalità, ma con l’analoga predisposizione a rifiutare vincoli imposti dalle istituzioni, apparati creati per limitare la libertà degli uomini.
E’ tutta una serie di avventure picaresche che si susseguono nelle pagine, con l’immagine memorabile del bel Santéin che corre a perdifiato in bicicletta e spara con mira infallibile ai lampioni, con gli assalti ai treni, con le rapine, ma anche con le feste fra amici, con gli amori rapidi e intensi, con parte dei bottini destinati a chi più ne ha bisogno.
Si delinea così la figura di un uomo a metà fra Robin Hood e Don Chisciotte, una miscela amalgamata in modo perfetto, che ne fa un personaggio a se stante, un mito anche per le polizie italiane e francesi che lo rincorrono, un avversario pericoloso, ma leale.
Un concetto di vita inteso come avventura permanente, dove forte e predominante è il vincolo dell’amicizia, dove bravate e allegria si alternano anche alla tristezza per la morte di un compagno.
Così, se esilarante appare il bel Santéin tutto nudo d’inverno quando si presenta per il servizio di leva, in modo da farsi passare per matto ed evitare quindi la certa destinazione per la fornace di morte del Carso (siamo durante la prima guerra mondiale), i ricordi del fido Emilio, ucciso dai Regi Carabinieri in un agguato in cui lui è scampato per miracolo, danno la misura di un uomo complesso, dotato di grande temerarietà, di slanci impetuosi, ma anche di malinconica nostalgia.
In un ambiente descritto in modo magistrale, con nebbie che sembrano avvolgerti, con il freddo di cui hai il sentore, Il diavolo custode è assai di più di un romanzo noir, di una riuscita biografia, è un intenso, vibrante, e per certi versi struggente, canto di libertà.
 
 
Luigi Balocchi nasce il 30 giugno 1961 a Mortara (Pavia). Ha collaborato in qualità di cronista di nera con vari quotidiani e settimanali locali.
È fondatore del gruppo di ricerca linguistica "La Brasca", volto al recupero della tradizione dialettale in chiave di proposta letteraria. Organizza pubbliche letture del repertorio vernacolare lombardo.
 
 
                    Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:05 | link | commenti (1)
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 30 ottobre 2007

Dall’inviata speciale Milvia Comastri: Pisabookfestival.
 
Finanziamenti pubblici ai giornali da Patrizius.
 
Da Cristina Bove solo Regali preziosi, come la poesia di Milvia Comastri.
 
Paradossi, un articolo che riflettere non poco, da Assunta Altieri.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:58 | link | commenti
categorie: comunicati
lunedì, 29 ottobre 2007

Un e-book di usermax

In levare, silloge poetica di Massimo La Spina, più noto fra i blogger come usermax, su Feaci Edizioni. Potete leggere l’e-book qui.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 18:33 | link | commenti (5)
categorie: freschi freschi

Giardini di pietra

giardini di pietra
Giardini di pietra
di Renzo Montagnoli
 
Giardini di pietra, estreme dimore,
ridondanti di vacue parole,
incise su lastre di marmo,
su croci di legno, su steli di bronzo,
non a ricordo di chi è andato,
ma a conforto di chi resta.
In questi giorni vocianti di gente,
di confusione di folla,
di maldicenze rinnovate,
traboccanti di fiori,
sono luoghi di incontro
per un rito di ostentata affezione.
Poi, come una piazza, si svuotano
e tutto ritorna silenzio,
pace infinita di chi più voce non ha.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:54 | link | commenti (3)
categorie: poeti e poesie

Balene Bianche

Balene Bianche
Balene Bianche
di Sabrina Campolongo
Michele Di Salvo Editore
Narrativa – raccolta di racconti
Pagg. 86
ISBN: 88-6033-013-0
Prezzo: € 9,00
 
Sabrina Campolongo, giovane autrice milanese, fa il suo esordio letterario con questa raccolta di racconti che parlano di amore, un amore non vissuto però, una sorta di inconsapevole attrazione che muove i personaggi, essenzialmente femminili, fatta eccezione per Michelino, un bambino in preda a un’infatuazione tipicamente infantile.
Il tema non era certo facile, perché è meno arduo scrivere di qualche cosa di cui il personaggio è cosciente; e invece ci troviamo di fronte a quelle sensazioni non facilmente descrivibili che potremmo definire più proprie dell’innamoramento.
La mano leggera della Campolongo riesce a trasmettere questa sorta di momento psicologico con lo svolgimento delle trame, i cui attori interpretano di volta in volta diverse tipologie dell’essere umano, passando dalla modella insoddisfatta all’anziana prostituta ormai rassegnata.
Personalmente, fra i sette racconti le mie preferenze vanno a:
Nora Nora Nora, una storia di emarginazione sociale, in cui la dimensione dello squallore viene mitigata da un affetto quasi materno della prostituta Nora per Samuele, un ragazzo anche lui segnato irrimediabilmente dalla vita;
Lei deve essere Erica, in cui questo innamoramento lascia spazio a tante possibili soluzioni, non esclusa quella di un’infanzia che mai ritornerà;
Le mani delle sante, dove il personaggio del bimbo Michelino riesce ad avere tutta l’innocenza della sua età di fronte a un turbamento di cui non riesce ancora a trovare una spiegazione logica.
Lo stile non è involuto, anzi è funzionale al ritmo, volutamente calmo, della narrazione e contribuisce alla piacevole lettura di questa raccolta.
Quello di Sabrina Campolongo è quindi un esordio positivo e ora è naturale attendersi da lei una conferma, magari con un romanzo.
 
Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:52 | link | commenti (1)
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 29 ottobre 2007

Da Patrizius baby Bush e altro.
 
Gadda inedito su Satisfiction.
 
Scontro…all’ultima parola su laura et lory:
Renzo Montagnoli vs Beppe Iannozzi.
 
Una bella luna piena su rossiorizzonti.
 
Parliamo di riviste. A voi Portosepolto su Letteratitudine.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:48 | link | commenti
categorie: comunicati
domenica, 28 ottobre 2007

E' nato HistoricaWeb

E’ nato:
 
 
HistoricaWeb
 
Il sito Internet della rivista Historica fondata da Francesco Giubilei.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 19:29 | link | commenti
categorie: avvenimenti