L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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lunedì, 31 dicembre 2007

Comunicato del 31 dicembre 2007

Il primo gennaio 2008 il blog non verrà aggiornato.
 
 
L’anno in corso ha riproposto il tema della sicurezza sul lavoro. L’Italia è lo stato dell’Unione Europea che ha più incidenti legati all’attività lavorativa. Le norme di legge esistono, ma di fatto non vengono né rispettate, né fatte rispettare. E’ per questo motivo che mi sembra un segno doveroso esternare il nostro sdegno sottoscrivendo l’appello di Repubblica al governo e a confindustria. Per chi è d’accordo con questa iniziativa e intende dimostrarlo clicchi, per favore, qui.
 
Gli auguri per l’anno nuovo di rossi orizzonti.
 
Cinzia Pierangelini rasserenata.
 
Di nuovo, buon 2008 a tutti.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 10:46 | link | commenti (4)
categorie: comunicati

Gli auguri del menestrello

Il menestrello
Il menestrello
di Renzo Montagnoli
 
In un mondo di parole
m’affanno a far udir le mie.
Il senso certo è di non gridar più forte
né di sovrastar la voce altrui.
Il mio bisogno è solo quello
di far sentire ciò che è dentro in me.
Sono sensazioni
che nemmeno mi riesce di spiegare
sono emozioni
che con voi vorrei provare.
E’ una gioia lieve
che piano piano cresce
e come un fiore sboccia
e le parole sono petali
profumati d’armonia.
Non so se chiamarla poesia
ma questi versi inanellati
son quanto alberga nel mio cuore,
suoni che anche voi possiate udire,
immagini di un’anima
che come un torrente spumeggia
saltando dall’una all’altra idea.
Riga dopo riga, parola dopo parola,
stupito leggo alfin me stesso,
scopro ciò che non conoscevo.
Se questa è poesia,
benedetta che lo sia,
perché lo scavar dentro di me,
come nel pozzo di una miniera,
porta alla luce tesori nascosti,
memorie celate dal tempo,
una serena tranquillità
che assiste questi miei giorni
d’autunno or fioriti di primavera.
Così l’inverno non fa più paura
in un tempo che dà tutto quello
che è sempre stato in me.
Non son che un menestrello,
un illuso che vola con la mente,
un cantante della strada della vita,
ma questa sarà infinita
se di me qualcosa in voi rimarrà,
un po’ di luce tenue
a rischiarare l’oscurità.
 
 
Auguri a tutti di un sereno 2008!
Buon anno
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:50 | link | commenti (6)
categorie: poeti e poesie
domenica, 30 dicembre 2007

Il cipresso della collina

Il cipresso della collina
              Il cipresso della collina
                    di Renzo Montagnoli
 
L’aveva piantato suo nonno, insieme ad altri tre che non avevano resistito all’arsura di un estate e al gelo del successivo inverno, lasciandolo solo sulla cima di quella collina che da un lato guardava la pianura e dall’altro analoghi rilievi, quasi le onde di un mare d’erba.
Lì aveva giocato da piccolo, con la fronte imperlata dal sudore della corsa per arrivare fino in cima; alla sua ombra aveva conosciuto l’amore con Adelina, la prima e l’unica donna della sua vita; da adulto aveva atteso tante volte il tramonto del sole, per osservare, sempre meravigliato, l’ombra che saliva da est a rincorrere la luce dell’incendio che si attizzava a ovest.
E lui il cipresso, in tutti quegli anni, era cresciuto, era diventato una sorta di agile torre che svettava sulla cima della collina e che lo rassicurava ogni giorno che nulla era cambiato, che la vita scorreva tranquilla come il fiume maestoso, più giù, nell’immensa pianura.
Si erano sposati Tolmino e Adelina e avevano avuto dei figli, un maschio e due femmine, che fin da piccoli il padre aveva abituato a giocare all’ombra di quell’albero, ormai diventato un simbolo di continuità fra più generazioni.
 
- Allora è deciso, Tolmino?
Il medico condotto attese la risposta, ma questa sembrava non venire, in una luce di incertezza come quella di un’alba appena annunciata.
Poi il vecchio sembrò deciso a rispondere, si sistemò meglio sulla poltrona, si inumidì le labbra e finalmente si decise.
- Sono scelte che non si vorrebbero mai fare.
Lavori tutta una vita, pensi solo alla famiglia, riesci a superare la tragedia della morte della madre dei tuoi figli, vai avanti anche quando calano le forze, e poi tutto crolla.
- Tolmino, se non fosse per il cuore malandato che hai, potresti ancora vivere qui da solo, ma metti di star male, di aver bisogno d’aiuto…
- Capisco, e infatti mio figlio vuole che vada ad abitare con lui in città, a chiudermi fra quattro mura.
- Credimi, è la soluzione migliore: lì potrai essere assistito e avrai anche affetto e la compagnia dei nipotini.
- Sì, questo è vero.
- Allora d’accordo. Domani mattina Giacomo viene a prenderti.
- D’accordo, se non c’è altro modo.
Il dottor Galliani, medico condotto del paese, strinse la mano a Tolmino e uscì dalla vecchia casa colonica.
Fuori si udivano i rumori della campagna, il pigolio dei pulcini, il lontano rumore sordo di un trattore.
Tolmino guardò la vecchia pendola e vide che segnava le 5.
L’ora del tramonto si avvicinava e questa volta non avrebbe potuto mancare, anche perché era stato assente da quell’appuntamento per diversi, troppi giorni, per quel primo malore che, una volta tornato dall’ospedale, lo aveva costretto a non curare più i campi, a stare lunghe ore seduto su quella poltrona.
No, non poteva mancare, perché quella era l’ultima occasione prima di rinchiudersi fra le mura di cemento di un appartamento e cercare di indovinare il tramonto del sole fra una selva di condomini e i fumi densi delle fabbriche.
Si alzò con cautela e restò un attimo fermo per vedere se le gambe lo sostenevano.
Bene, sto in piedi. Adesso piano piano esco e risalgo la collina”.
E così fece, e tutto andò bene fino a quando non iniziò la salita, con quel dolce declivio che ora gli sembrava un muro insormontabile.
Saliva due metri e si fermava, con il cuore che gli batteva come un orologio impazzito.
Dopo un’ora non era arrivato che a metà della salita e già il sole, in quella giornata di tiepida primavera, aveva iniziato a rassegnarsi a continuare a splendere su quel pezzo di mondo e quasi alla chetichella se la svignava.
Non ce la farò mai. Devo salire più in fretta.
Tolmino cercò di accelerare, ma ora il battito del cuore era discontinuo, a volte andava più forte e più spesso invece rallentava.
Strinse i denti, chiuse quasi gli occhi, cercò di non pensare ai suoi piedi divenuti di piombo e proseguì.
L’ombra della notte avanzava però implacabile, indifferente al disperato tentativo di Tolmino.
Lui se ne accorse con sgomento e con il petto che sembrava quasi esplodergli aumentò il passo e ansante, straziato, raggiunse finalmente la cima della collina.
Là, per sostenersi dovette abbracciare il cipresso, affondare il volto in quel verde cupo che gli graffiava il viso; poi si lasciò scivolare lungo il tronco, fino a sedersi sull’erba già umida.
Si girò, appoggiò la schiena alla pianta e con gli occhi annebbiati guardò verso la pianura.
L’ombra lo aveva ormai quasi raggiunto, celando la visione di case coloniche, di campi arati, delle case del paese, ma a ovest era tutto un incendio, un rosso che contrastava con l’azzurro tenue del cielo.
Se da una parte la vita rallentava, dall’altra traeva ancora vigore, e così nell’ombra cominciavano a udirsi i versi degli uccelli notturni, mentre a occidente, da qualche parte, un gallo cantava il nuovo giorno.
L’aria era diventata fredda quasi all’improvviso e Tolmino cominciò a tremare, avvertì nettamente il gelo che partiva dai piedi e risaliva lungo il corpo.
Rammentò i tempi passati, si rivide giocare lì sotto quand’era bambino, gli sembrò di riassaporare il primo bacio con l’Adelina, in un turbine di immagini che correvano senza mai fermarsi.
Poi l’ombra l’avvolse e, per l’ultima volta, vide quel che restava di un tramonto: piccole striature di rosso che andavano lentamente spegnendosi.
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:43 | link | commenti (6)
categorie: narratori e racconti

Parsifal, fra leggenda e realtà

Io, Parsifal
Il Romanzo del Cavaliere del GraalIo Parsifal
di Joaquin Javaloys
Tre Editori
Narrativa – romanzo
Pagg. 306
ISBN: 8886755546
Prezzo: € 16,50
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
Nell’ultima di copertina c’è scritto questo:
Parsifal, il mitico Re del Graal, e suo figlio Lohengrin, il Cavaliere del Cigno, sono i protagonisti di questo romanzo dove la leggenda si fonde con la Storia ad identificarli con i davidici Trencavel che guidarono la resistenza catara contro i Crociati in Occitania.
Una storia segreta che getta una luce nuova e sorprendente sull’eroe immortalato da Wagner e che incantò personaggi come Ludwig di Baviera e Adolf Hitler. “
In prefazione, peraltro, l’ autore stesso dichiara che nell’opera svelerà il mistero del Graal del davidico Parsifal, attribuendo il merito di tale scoperta ai maestri medievali Flegetanis da Toledo e Wolfram von Eschenbach, che a suo tempo raccontarono i capitoli principali di questa storia realmente accaduta.
Per avvalorare questa affermazione, Javaloys fornisce, accanto a una cronologia dei fatti storici rilevanti, anche un quadro sinottico ove si definisce una corrispondenza fra i personaggi storici e quelli leggendari.
Il lavoro svolto è stato indubbiamente complesso, ma l’impressione che ho ritratto è che l’autore si sia trovato di fronte a una non facile scelta di percorso narrativo. Si deve essere detto: scrivo un saggio storico, oppure un romanzo storico, o addirittura un romanzo di fantasia, pur con agganci storici, dove l’aspetto esoterico sia dominante?
Probabilmente non è riuscito a darsi una risposta chiara, tanto che alcune pagine sono proprie di una ricerca storica, mentre altre sono un vero e proprio romanzo, con l’elemento magico presente, ma assai sfumato.
Ora, la valutazione dell’opera dipende molto dalle aspettative che il lettore si ritrae dalla stessa. Se desidera un romanzo di fantasia non ne sarà contento, ma se vuole farsi un’idea su chi erano Parsifal e Lohengrin, divertendosi a scorrere le pagine, che spesso sembrano condurre a una sequenza cinematografica, questo libro non potrà che piacergli.
I personaggi, cavalieri dell’epoca ben delineati nelle loro caratteristiche, prendono gradualmente forma e sostanza, dando vita a un intreccio che quasi costringe a seguire gli eventi che li vede protagonisti, tipo tornei, battaglie, assedi, avventure amorose anche.
Storicamente s’innesta poi la figura dominante e francamente esecrabile della Chiesa di Roma, tesa a fare crociate con scopi ufficialmente religiosi, ma con fini sotterranei ben più materiali. Questa è forse una delle parti migliori del libro, perché l’aspetto storico, se pur prioritario, finisce con l’essere raccontato in modo accessibile ai più, nonostante la complessità derivante da tutta una serie di intrighi che certo non mettono in buona luce l’opera del papato.
Nel complesso si tratta di un quadro medievale di pregevole fattura su fatti ed eventi a molti sconosciuti, ma che hanno una rilevanza di tutto riguardo nella storia europea, il tutto narrato con uno stile sobrio e anche accattivante. Penso si possa dire che questo libro costituisce l’occasione per saperne un po’ di più e se considerato in tale funzione è sicuramente raccomandabile.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:39 | link | commenti (2)
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 30 dicembre 2007

 
Milvia Comastri ci propone un bellissimo ricordo di Don Lorenzo Milani con I care (Don Lorenzo Milani).
 
 
Concorso Letterario “Poeti per Nicolas”. Aiutiamolo con la poesia, su Caffè Storico Letterario.
 
 
Le guerre di religione nel cinquecento. Dove? Ma ovvio, su babilonia61.
 
 
Pur facendo i debiti scongiuri, è assai interessante da leggere Saggio breve sulla morte, di Ilaria Ubaldi. L’articolo ci viene proposto da Assunta Altieri.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:24 | link | commenti
categorie: comunicati
sabato, 29 dicembre 2007

Una catarsi poetica

Un’insieme di sensazioni che conducono a gioire della vita, una catarsi che eleva l’anima oltre ogni condizione terrena.
Assonanza
 
Assonanza
di Katia Ciarrocchi
 
Quando la notte ti avvolge
e l’alba ti rasenta
Quando lo zefiro ti sfiora
e un brivido scivola lento lungo la schiena
Quando un fiore ti carezza
un profumo ti inebria
e la terra nuda sotto i plantari
ti fa spiccare il volo,
allora e solo allora
sentirai la vita sulla pelle
Una carezza che scorre
e vibra in assonanza con il cosmo.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:45 | link | commenti (6)
categorie: poeti e poesie

La recensione di Ivan Fedeli

Canti celticiCanti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
                   Recensione di Ivan Fedeli   
 
                   Un menestrello scomodo
                   La poesia di Renzo Montagnoli nasce dall’ascolto: e, come tale, è un dono.
Un dono della terra, dell’acqua, delle forze primordiali che popolano il mondo cercando un senso.
Canti celtici (Ed. Il Foglio, 2007) rappresenta questo viaggio di ricerca.
Il poeta, nei testi, trasfigura se stesso, diventa menestrello per scelta interiore e trascende dalla propria dimensione chiusa per aprirsi alla meraviglia, alla dimensione – altra: fatto, questo, che corrisponde ad una visione archetipa dell’esperibile, per cui l’ordine del mondo è un magma che si fa terra, materia, linea temporale perduta, pertanto evocata.
Le liriche –meglio, i capitoli della storia- muovono da questo universo onirico, quasi visionario: lasciano così una propria traccia, una cifra che sembra opporre in termini inconciliabili il passato e il presente, ma che, in realtà, è chiave di lettura della contemporaneità, sua denuncia insopprimibile. Distanza dall’oggi, forse? Protesta? O altro?
Sicuramente i vari movimenti delle strofe vivono come organismi autonomi e dotati di doppia natura: un primo corpo, se vogliamo lo sviluppo della canzone, rivolto ad un emisfero altro –purificato, oserei dire- dove tutto avviene ed è fermato in tradizioni e canti passati, dal vago sapore alchemico o quanto meno magico – evocativo; un secondo corpo, il congedo, in cui ossimoricamente il presente si fa urgente, chiave di volta scomoda, denuncia. Ed esiste in contrapposizione all’antico.
La costruzione formale delle liriche, dunque, acquista valore proprio perché figlia di questo progetto, dove la razionalità si incontra con l’irrazionale, la metafora, il vagheggiamento.
A livello lessicale, forti e continui sono i riferimenti al desiderio di trovare radici e, in opposizione, alla negazione dell’hic et nunc: è sufficiente citare il termine oblio , parola chiave già presente nel testo proemiale, o espressioni quali lavorio di secoli – non è più tempo – il tempo non esiste – senza memoria – senza futuro – tempo ormai finito.
A ciò fa eco la segreta speranza di scivolare su un’acqua silente, di dare un ultimo sguardo , quasi a ripercorrere il passato, trasformarlo in storia, cantarlo per esorcizzare il male, per rintracciare almeno un suo bagliore oggi, o quanto meno una vaga possibilità di futuro.              
 
microantologia
da “Canti celtici” (Ed. Il Foglio, 2007)
I segni del tempo
Di strade tracciate nel tempo
restano immote pietre, segni di un passato
che l’oblio dell’uomo non degna di sguardo.
Lì ci sono le radici, quello che l’oggi non sarebbe
senza il lavorio dei secoli, lo scandire di Crono
in un’unica infinita storia dell’umanità.
Non è più tempo di dei, il tempo non esiste più.
Corre l’uomo senza avvedersi del presente,
dimentico del passato, orfano del futuro.
Ma quelle pietre restano e sole testimoniano
le lontane civiltà, avi che nacquero,
vissero e morirono perchè nel dopo
qualche cosa di loro rimanesse.
E invece ora
sono solo inerti sassi
che un giorno qualcuno getterà.
***
Eternità
C’è un sentimento senza tempo,
che si ritrova in ogni era,
un fremito uguale che sempre si ripete,
un incontro che non vuol mai terminare.
E voi lo provaste, in epoca antica,
quando ancora non si scriveva di questo,
fra capanne piantate nelle acque del lago,
fiere affamate all’intorno pronte a balzare
e Dei di cui ormai s’è persa memoria.
Ma l’amore è rimasto, oggi come ieri,
oltre ogni logica, oltre ogni confine.
Giacchè il tempo per voi era passato,
ci fu anima pietosa che rese gloria
a un sentimento imperituro nei secoli
e nell’abbraccio dell’ultimo anelito di vita
vi affidò alla morte
perchè i posteri un giorno sapessero
che tutto finisce,
tutto cessa,
fuorché la forza dell’amore.
(A due neolitici sconosciuti che gli scavi effettuati
nei pressi di Mantova ci hanno restituito nell’ultimo
abbraccio)
 
 
 
                                                       
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:43 | link | commenti (1)
categorie: canti celtici

Comunicato del 29 dicembre 2007

Celeste, il terzo personaggio femminile di Isole, su rossiorizzonti.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:39 | link | commenti
categorie: comunicati
venerdì, 28 dicembre 2007

Terra vermiglia

In questa bella poesia si avvertono chiari i profumi della terra, si percepisce l’atmosfera, si comprendono i contrasti che la caratterizzano.
Terra vermiglia 
Terra vermiglia
di Natàlia Castaldi
 
Terra di sole e di sale
di vento e dolore,
terra vermiglia
e di nere sottane
terra di riti
e santi in processione
di petti battuti
dinanzi alla croce,
 di peccati espiati
in superstiziose azioni
che alleggeriscono l’anima
dei suoi fardelli.
 
Terra di campi e profumi
di viti e meloni:
contrasti immensi
nei tuoi colori!
Terra di perduti onori
che non risparmi
occhi innocenti,
terra che inghiotti
e che penetri il cuore:
con tutto il mio odio
ti canto il mio amore.

 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:00 | link | commenti (7)
categorie: poeti e poesie

Il fascino della provincia

Il fascino della provincia LuinoIl fascino della provincia
Il fascino della provincia
              di Renzo Montagnoli
 
Ai bagliori, ma anche all’anonimato, della grande città, si contrappone la vita più quieta, non per questo però monotona, della provincia.
Un ambiente ridotto, dove ci si conosce tutti, offre, all’occhio attento di uno scrittore, un’indubbia opportunità di osservazione e di spunti sui vari personaggi che lo popolano. Accade così che vicende reali diventino il filo conduttore di una narrativa che conserva nel tempo un fascino del tutto particolare.
Nell’ambito della letteratura italiana il cantore di questa vita solo apparentemente scialba è stato soprattutto Piero Chiara.
Nato nel 1913 a Luino, da padre siciliano, e morto nel 1986 a Varese, Piero Chiara ci ha lasciato un patrimonio letterario di notevole qualità. E se oggi sembra che ci si sia dimenticati di lui è solo perché si è stati indotti a considerarlo lo scrittore di un particolare periodo. Ma le sue storie, collocate fra gli anni immediatamente antecedenti e quelli appena successivi alla seconda guerra mondiale, non hanno tempo, perché lo spirito di una piccola realtà, nonostante l’avvento della televisione e di internet, è rimasto sostanzialmente invariato.
Non è possibile ignorare il talento di un autore che è riuscito a narrarci così bene quelle piccolezze proprie delle ridotte comunità, con uno stile inconfondibile, capace di cogliere, nel quotidiano, l’essenza della vita.
Nello scorrere le pagine dei suoi romanzi si avverte netta la sensazione di trovarsi di fronte a personaggi in carne ed ossa, cioè realmente esistiti, tipologie di individui che possiamo riscontrare anche nella realtà della nostra provincia, uomini e donne non soggetti anonimi, non parte della folla della grande città, ma esseri ben individuabili nel contesto sociale e con un preciso ruolo, indispensabili per l’esistenza di quel piccolo mondo.
In loro, i difetti e i pregi sono lo specchio dell’ambiente di cui fan parte. Conoscete loro e vivrete in quell’ambiente; amateli, anche i più disprezzabili, e scoprirete il senso della vita; misuratevi con loro e vi accorgerete di quanto in comune con voi ci possa essere.
La provincia diventa così un palcoscenico dove i figuranti finiscono con l’identificarsi con gli spettatori.
Piero Chiara, per sua stessa ammissione, non guardò questo mondo dall’alto, ma lo osservò su un piano orizzontale, facendone parte, oziando al bar, fra una partita a carte e una a biliardo.
Da questa esperienza emergono personaggi normalissimi, ma estremamente rappresentativi, veri emblemi di una realtà che l’occhio troppo veloce dei giorni nostri non riesce più a scorgere. 
Troviamo così ne Il piatto piange figure memorabili, come il biscazziere Sberzi, un uomo per cui la vita è il gioco d’azzardo, al punto che arriva a mettere in palio se stesso, oppure l’anonimo Camola, disegnato con un’arguzia tanto sottile da farlo diventare un protagonista di primo piano; e non è possibile dimenticare il Tolini, l’immancabile tombeur des femmes, né Mammarosa, la tenutaria del bordello, una vera e propria istituzione, una donna dipinta con dolcezza, perché tutti hanno un loro posto nella realtà del mondo.
In Chiara il vincolo delle origini, di quelle quattro case in riva al Lago Maggiore è così forte da considerarle un rifugio sicuro, l’oasi nel deserto di un mondo di incertezze, la stessa oasi a cui probabilmente finirà con il ritornare anche il protagonista di Vedrò Singapore?, un altro romanzo con personaggi vivi che sembrano uscire dalle pagine, figure rassegnate in un’esistenza grigia tuttavia preferibile al non esserci. Sì, e infatti così scrive dell’aspirante prostituta Ilde “ Era lei, la Ilde, a quarant’anni, che veniva dall’avvenire, dal futuro, a dirmi che la vita è quella che è, orribile, ma sopportabile. “.
Il fascino della provincia raggiunge in Chiara il suo apice con La stanza del vescovo, un giallo in cui l’analisi psicologica dei protagonisti e l’esame attento dell’ambiente danno un quadro di una realtà brumosa, di una vita in cui si crede di sapere tutto di tutti e poi si finisce con l’ammettere di non sapere niente di se stessi. E’ l’opera più fortunata , quella che avrà anche una felice trasposizione cinematografica e forse è la sua più riuscita. Qui, più che in altre, l’autore ci fa percepire l’atmosfera sospesa del paese, quell’indeterminatezza che regna sovrana ovunque, ma che nella grande città sfugge, travolta dai tempi accelerati, dalla corsa vorticosa nella ricerca velleitaria della felicità.
Sì, la provincia ha un suo fascino particolare perché permette di essere protagonisti nel ritmo lento di ogni giorno.
Non citare le altre opere di Chiara sarebbe fargli un torto; tutti lavori meticolosi, scritti con giusto equilibrio e anche quando vengono affrontati argomenti di carattere sessuale la facile volgarità è sempre assente.
E così la provincia è sempre protagonista ne Il pretore di Cuvio, un romanzo imperdibile ma che purtroppo non si riesce più a trovare nelle librerie, oppure in Una spina nel cuore, una storia d’amore di una delicatezza unica.
Con Il cappotto di Astrakan Chiara lascia il paese per la grande città, addirittura Parigi, dove tuttavia l’analisi psicologica dei personaggi indugia nel quartiere, in un esercizio raffinato per una storia di grande respiro.
E per finire uno dei gialli più belli mai scritti in Italia: I giovedì della Signora Giulia. La trama, per quanto tipica di questo genere, risulta impreziosita dall’ambientazione provinciale, da un assai ben riuscito ritratto delle debolezze umane, con personaggi che non potranno non restare nella memoria del lettore.
La provincia a Chiara ha dato tanto, il suo fascino ha forgiato la sua creatività, ma lo scrittore ha saputo contraccambiare con un omaggio imperituro a una realtà che ogni giorno tende a sfumare sempre di più in una succursale della grande città, una sorta di periferia estrema, che nello spirito, tuttavia, si oppone all’essere inglobata in un anonimo circuito dell’esistenza.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:57 | link | commenti (3)
categorie: letteratura