L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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Un eterno illuso.

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giovedì, 31 gennaio 2008

Meriggio

Ecco una poesia che infonde serenità.
Meriggio
 
MERIGGIO
di Caterina Trombetti

 
Guardo un lenzuolo disteso al balcone
             e mi invade la pace.
Ecco la vela
                          si gonfia di vento
ondeggia nel sole
e il muro, la pietra si animano
di quel luccicante biancore.

Si preannunciano inusitate avventure;
ed ha inizio un fresco viaggio
fatto di panni spiegati nell'aria
            che in danza accompagnano
quel vivo silenzio
                   del mezzo del giorno.

E' ancora promessa di terre lontane.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 16:56 | link | commenti (1)
categorie: poeti e poesie

L'ingrato

L’ingratol_ingrato
di Sacha Naspini
Editrice effequ
Narrativa – romanzo
Pagg. 143
ISBN: 8889647116
Prezzo: € 9,00
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
Primo romanzo di Sacha Naspini, L’ingrato già rivela le indubbie qualità di questo giovane autore e che potrei sintetizzare in una scrittura matura, ma mai greve.
In effetti in questo libro si avvertono alcune linee base che poi si ritrovano, perfezionate e in piena sinergia, ne I sassi.
L’analisi psicologica approfondita, l’ambientazione definita nei suoi aspetti essenziali, quasi delle indicazioni, e una trama senza intoppi sono caratteristiche che appaiono proprie di Naspini e quindi non dovute al caso, delle vere e proprie fondamenta su cui contare per dare vita a nuove situazioni, a vicende che non sono mai ripetitive.
I pregi e i difetti della provincia (nel caso specifico un paesino toscano) sono il pretesto per una spietata denuncia della maldicenza, di questo vizio sottile, latente anche in persone insospettabili e che appare come una valvola di sfogo per frustrazioni sempre presenti.
Certo il maestro Calamaio, il personaggio principale, ha anche le sue stranezze, come quella di spiare le bambine quando vanno in bagno, ma quest’anomalia, che si limita a una semplice osservazione, appare quasi insignificante rispetto all’acredine, alla storia del tutto inventata che sorge in questo paesino e che attecchisce in modo estremamente rapido.
E non è che la vox populi lo condanni per questo spirito guardone, ma per qualche cosa di immorale che gli stessi creatori ignorano e che nasce come frutto di fantasticherie che si dilatano di bocca in bocca, come a dire che uno starnuto nel giro di tre vie diventa un boato.
No, a Calamaio gli si rinfaccia l’ingratitudine, non gli si perdona che lui, accolto in paese proveniente dalla città, non abbia accettato le regole ferree che regnano sovrane nel tempo e che rendono una comunità al tempo stesso carnefice e vittima di se stessa.
Per dirla più chiaramente, Calamaio ha violato i confini sacri non tanto dell’etico, ma del conformismo, delitto senza possibilità di appello in una società chiusa che può solo accettare o respingere.
Fatto il primo passo, la maldicenza si amplifica, trae forza dalla sua stessa debolezza di iniziare da una bolla di sapone, perché è evidente che si viene a creare un inconscio legame fra chi per primo ha cominciato e l’ultimo che chiude e riapre il cerchio, in una sorta di girotondo senza fine.
L’individuo preso di mira non ha più cittadinanza e vive un’emarginazione che è fatta di forzata solitudine e di dispetti ricorrenti, quasi fosse considerato un corpo estraneo da cui liberarsi.
Il pregio dell’opera sta proprio nella capacità che ha avuto Sacha Naspini di rappresentare questa realtà, che non è un caso limite, ma che invero è frequente, con quella distorta volontà di trovare a tutti i costi un capro espiatorio su cui sfogare le proprie pulsioni represse.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 16:53 | link | commenti (2)
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 31 gennaio 2008

Rino già si sente ministro della difesa ed ecco allora il suo ultimo articolo: L’archibugio del XVI Sec.
 
Sabrina Campolongo e Cristina Bove: dialogo a distanza sulle note di Fiori e fulmini.
 
Una domandina da perderci…il cervello, da Cristina Bove.
 
Roma 1944 e il colpo di fulmine di Laura…
 
Il potere libresco e salvifico del web, su Letteratitudine.
 
 
Altre Scrivanie: Roberta Giacometti.
 
Prosegue l’attività del governo penombra su Un poeta a perdere.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 16:49 | link | commenti (3)
categorie: comunicati
mercoledì, 30 gennaio 2008

L'autore resta ignoto

L         
  L’autore resta ignoto
                          di Renzo Montagnoli
            
Quando morì mia suocera, la sua casa restò vuota e allora decidemmo di venderla.
Era una vecchia abitazione, che risaliva probabilmente ai primi del XIX secolo, disposta su due piani, più la soffitta.
I compratori ovviamente la vollero libera e così si provvide allo sgombero dei mobili e di tutte le suppellettili.
In soffitta trovammo un marasma di cose vecchie: fotografie di gente a noi ormai sconosciuta, oggetti di nessun valore, ma che per qualcuno avevano significato molto, e fra questi un quadernetto dalla copertina nera.
Lo volli tenere, perché a suo modo rappresentava un’epoca, con i fogli a righe e una calligrafia minuta, con non infrequenti sbavature, segno che l’autore aveva utilizzato penna e calamaio, tranne che per le pagine dalla metà in poi dove il tratto di una matita appariva in più punti sbiadito.
Di quello che ho letto, di ciò che c’è scritto, a volte anche con errori d’italiano che, per rispetto, non intendo correggere, voglio rendervi partecipi.
 
14 agosto 1914.
Oggi fa caldo, il sole picchia come un ossesso, ma sono felice. L’ho conosciuta quasi per caso, ma era da giorni che l’avevo notata. L’ho salutata e lei mi ha risposto. Ho sentito il cuore battermi forte e l’ho guardata allontanarsi: è la donna più bella del mondo.
 
15 agosto 1914.
C’è la festa del paese, c’è la musica. Potrò invitarla per un ballo? Ecco, ora temo che tutto quel bel sogno vada male e che lei mi dica di no.
 
 
16 agosto 1914
Sono felice, come non lo sono mai stato.
Oggi mi sono messo il vestito della festa, che è anche l’unico che ho.
Quando si è poveri si è costretti a mettersi gli abiti vecchi che altri magari hanno avuto già usati. Le braghe sono un pò larghe, ma con le bretelle stanno su.
Il peggio è la giacca: stretta, che se la chiudo non respiro, e se la tengo aperta fra un lato e l’altro ci sta una spanna. Meglio di niente, comunque. L’ho invitata e lei ha abbassato gli occhi, ma ha detto sì. Abbiamo fatto un solo ballo, una mazurka, e mi sembrava di volare. Credo che lei si sia innamorata di me, perché quando l’ho riaccompagnata ai bordi della pista sorrideva, sembrava quasi un sole. Sua madre non mi ha degnato di uno sguardo, ma sono sempre così con le figlie.
Conto di vederla anche domani.
 
17 agosto 1914
Ho fatto di tutto per incontrarla per strada, ma lei non era sola, perché c’era la madre. L’ho salutata, ha abbassato gli occhi e non mi ha risposto.
 
 
A questo punto, si notano chiaramente che mancano delle pagine, quasi fossero state strappate e infatti i contorni interni non sono regolari, ma presentano delle piccole sporgenze che avvalorano questa ipotesi.
Del resto l’ordine cronologico dimostra un salto di non pochi giorni, perché il diario riprende con il 24 dicembre.
 
 
24 dicembre 1914
Per vederla devo ridurmi ad andare in chiesa solo per questo, ma non posso nemmeno avvicinarla, perché c’è sempre qualcuno che me la tiene distante.
Ripenso alla lettera che mi aveva scritto e immagino come la sua sofferenza sia superiore alla mia. Del resto cosa potevo pretendere io che sono un pezzente…niente, al massimo una pezzente come me. E invece lei è di famiglia danarosa e andrà in sposa a un commerciante di granaglie.
E’ meglio così: i proletari non solo non hanno soldi, ma non possono nemmeno alzare la testa per migliorare e neppure per sposare la donna che amano, se è di una classe superiore.
 
25 dicembre 1914
L’ho vista, da lontano, come un cane lasciato fuori dalla porta e come un cane suo padre mi ha fermato per strada, mi ha minacciato, ha fatto la voce grossa, ma poi mi ha offerto anche del denaro perché sparisca. Sono stato zitto e ho respinto quei quattro soldi, il prezzo per rinunciare a un sentimento
Ma che cuore ha questa gente che crede di comprare tutto, anche un’anima?
Alle sue domande ho risposto con sincerità.
- Giurami che non cercherai più di incontrare mia figlia!
- Lo giuro.
- Giurami che non l’amerai più!
- No, questo no.
- Guai a te, pezzente.
Sono rimasto fermo, anche se sentivo venir su dallo stomaco un fuoco che mi divorava. Avevo voglia d’ammazzarlo, ma questo è contro i miei principi e poi non ne avrei avuto giovamento.
Sono tornato a casa a passare il Natale più brutto della mia vita. Ma prima di sera, quando là non c’è nessuno, sono andato in chiesa a parlare col prete.
- Guai, figliolo! Mogli e buoi dei paesi tuoi; troverai una brava e bella ragazza del tuo livello e vivrete felici e contenti. Non sai che alzare troppo il capo fa male, è un peccato d’invidia e poi lo diventa anche di superbia. Ora vai che ho cose più importanti da fare.
Prima di uscire, mi sono inginocchiato davanti alla statua della Madonna del Roseto e ho fatto un voto: la rinuncia a ogni desiderio verso di lei pur che mi sia concesso ogni tanto di vederla.
Non so se lassù mi ascolteranno, perché per noi poveri orecchie non ce ne sono.
 
 
26 dicembre 1914
Ho trovato un lavoro in città, a scaricare dai barconi l’argilla per la ceramica. Dovrò lasciare il paese e forse è meglio, così non rischio di incontrarla.
E’ dura, però. Mi viene in mente la favola di Cenerentola, serve solo a incantare, ma nella vita non è così. C’è un confine fra noi e gli altri, fra chi sgobba per far la fame e chi sfrutta per avere troppo.
Noi niente, nemmeno l’amore, e loro tutto. E’ ingiusto, immorale, feroce.
 
 
20 gennaio 1915
Questo lavoro spezza la schiena, a scarriolare su e giù dai barconi 10 ore al giorno, al freddo, in mezzo alla neve, a mangiare pane e mortadella a mezzogiorno e alla sera mortadella e pane. Poi, di notte dormo su una branda in una baracca, con due coperte che non tengono lontano il gelo che mi entra fin nelle ossa.
Anche se volessi tornare al paese a fare il bracciante c’è l’ordine di non farmi lavorare e io devo pur vivere, anche se questa non è una vita.
Ogni tanto, mi sembra che s’apra la porta e che lei entri, illuminata solo dalla luna. Viene verso di me, si china, mi accarezza i capelli, mi bacia sulle labbra e allora mi sveglio con le lacrime agli occhi. Non c’è nessuno, solo il buio e il freddo.
 
 
16 marzo 1915
Oggi ho conosciuto un compagno, uno di quelli tosti; alla sera ha voluto che vada con lui e così sono entrato in un’osteria con cucina. Meno male che ha offerto lui, perché altrimenti non avevo da pagare nemmeno il mio. Comunque, dopo tanto tempo, ho mangiato una minestra calda e ho bevuto anche un po’ di vino che mi è andato alla testa. Così gli ho raccontato di me: lui stava in silenzio e ogni tanto faceva sì con la testa. Alla fine ha scosso il capo e mi ha detto che solo il partito dei proletari può cambiare il mondo, che la giustizia si deve combattere per averla, che un giorno saremo poi tutti uguali. Mi sono piaciute queste sue parole e ho preso la tessera. Forse, davvero qualche cosa potrà cambiare, forse c’è una speranza.
 
 
15 aprile 1915
Si parla di guerra, di quella che vede già di fronte mezza Europa. C’è chi vuole esserci e c’è chi vuole starsene fuori.
La guerra la fanno i poveri per ingrassare i ricchi e quindi non la farò.
 
 
 
10 maggio 1915
Il compagno mi ha spiegato come stanno le cose e cioè che con questa guerra si avrà l’occasione per riscattare i proletari.
Non so se è vero, ma quando me lo diceva gli brillavano gli occhi e per quello che ho da perdere non ne resterò fuori. Se solo c’è una possibilità che tutto possa cambiare grazie alla guerra, che possa un giorno presentarmi a lei senza essere considerato un cane rognoso, devo sfruttarla, costi quel costi, fosse anche la vita.
 
 
24 maggio 1915
Da oggi siamo in guerra con Francesco Giuseppe. Domani vado ad arruolarmi.
 
 
 
1 giugno 1915
Sono sulla tradotta che ci porta al fronte e sono emozionato, non tanto per la guerra, ma perché l’ho vista e le ho parlato.
Ero in stazione con gli altri, finalmente con un vestito mio e tutto nuovo, anche se da soldato di fanteria. C’era la banda, il sindaco, il vescovo, tutti per noi. E poi c’erano delle signore che a ognuno davano qualche cosa: un fazzoletto, un crocefisso, una bandierina. E fra loro c’era lei. Non mi ha dato nulla, ma mi ha stretto la mano, dicendomi:
- Bravo, per il re e per la patria. Sta attento, riguardati, torna, mi raccomando.
Non sono riuscito a dir nulla: quelle parole giravano dentro di me, mi sembravano un tesoro tutto mio. E quel torna ha avuto il sapore di una promessa, è stato il segno di un sentimento che non è morto e che mi fa sentire vivo.
Sono troppo commosso per scrivere ancora e poi la matita, anche lei, è emozionata, perché non sono riuscito ad andare dritto.
 
 
 
30 novembre 1915
Doveva essere breve questa guerra, ma già siamo vicini all’inverno e siamo sempre qui, a marcire nel fango.
Le illusioni iniziali sono presto sparite: si muore e non è una bella morte, come qualche imboscato canta.
Guai a farsi degli amici, che poi se schiattano sembra che il mondo ti crolli addosso.
Oggi sono venuti a portare la posta e come al solito mi hanno detto che per me non c’era niente. Al che il sergente mi ha domandato: - A te non ti scrive mai nessuno?
Ho abbassato gli occhi e ho risposto: - I miei è già da un po’ che sono morti. M’è rimasto un fratello che combatte su questo stesso fronte una decina di chilometri più a nord. Non vorrai che mi scriva per parlarmi della stessa trincea?
E’ un buon uomo, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto: - Non ce l’hai una ragazza?
Non ho saputo che rispondere, ma dato che anche altri ascoltavano ho detto di sì.
- E allora, se non ti scrive lei, scrivigli tu.
E’ quel che farò, altrimenti divento matto.
 
 
 
 
25 dicembre 1915
Sembra che il Natale conti anche in guerra e oggi è un giorno calmo. Ho appena scritto la prima lettera, ma non ho parlato della trincea, della paura, della sofferenza, insomma di tutta questa tragedia.
Ho chiesto solo di lei, di come sta, se mi pensa, se mi considera almeno un amico.
Non so se mi risponderà, ma spero, spero tanto.
 
 
20 marzo 1916
Le ho già scritto dieci lettere, ma non ho mai avuto risposta. Mi sforzo di pensare che non le siano state consegnate.
Ho il morale a terra, non vedo altro che la mia solitudine.
 
 
30 aprile 1916
E’ da giorni che sono nel fango, tremo tutto, credo di avere la febbre; non mangio più e oggi mi manderanno nelle retrovie all’ospedale da campo. Ho la vista annebbiata e una tosse spaventosa, dei colpi improvvisi talmente forti che sputo sangue.
 
 
15 maggio 1916
La sentenza è arrivata: tubercolosi. Una morte lenta, atroce, non c’è rimedio. Domani mi trasferiscono all’ospedale militare di Verona e da lì fra non molto al cimitero.
Il sergente mi è venuto trovare, ha cercato di rincuorarmi e io ho fatto finta di credergli.
 
 
10 giugno 1916
Sono all’ospedale di Verona, in una camerata dove siamo una ventina, isolati perché il male è infettivo. Chi ci cura ha i guanti e una mascherina sulla bocca. Nessuno parla, tanto non avrebbe né la forza né la voglia.
 
 
 
 
15 giugno 1916
Un miracolo, oggi. Sono arrivate delle Crocerossine, tutte signore della buona società. Hanno fatto il giro della camerata e una è rimasta indietro e si è messa a guardarmi. Nonostante la maschera quegli occhi… Non avrei mai potuto dimenticarli.
Si è avvicinata al letto, mi ha accarezzato i capelli, aveva gli occhi lucidi, mi ha parlato:
- Dai, sono sicura che ce la farai e poi verrò a trovarti tutti i giorni fino a quando torneremo insieme al paese.
Anche questa volta non ho detto niente, ma le ho stretto la mano con la poca forza che mi è rimasta.
 
 
18 giugno 1916
Viene a trovarmi tutti i giorni, come un raggio di luce nel mio buio. La Madonna del Roseto ha ascoltato le mie preghiere, anche se ormai è troppo tardi. Oggi ho parlato con il medico e l’ho pregato di non farla venire più, perché non voglio che mi veda quando sarà l’ora, voglio che di me abbia il ricordo di un vivo. Ha capito e mi ha assicurato che mi accontenterà.
E’ l’ultima volta che la vedo, che scorgo quegli occhi così dolci e colmi di luce. Fatico a parlare e resto zitto, però, prima che se ne vada, devo dirle qualche cosa che ho dentro da tanto tempo.
-Se fossimo nati in un mondo diverso, non saremmo qui, ma in una casa a parlare e a sognare. Ho avuto poco dalla vita, ma l’averti conosciuto…
Tossisco, ho una convulsione, lei mi sostiene.
-…l’averti conosciuto ha dato un senso a tutto.
Mi bacia sulla fronte e corre via piangendo.
 
 
Il diario si ferma qui, a un’ultima pagina vergata con mano incerta. Non c’è la parola fine, anche se è sottintesa.
Ho provato a indagare per sapere il nome dell’ignoto estensore, ma, dato il tempo trascorso, chi poteva sapere è già morto da diversi anni. Sul retro del quaderno c’è una breve frase, che si legge a malapena: Era un uomo di una specie rara, nato e morto troppo presto.
Riconosco, però, quella calligrafia; l’ho già vista in alcune lettere che una nonna ha scritto alla nipote, cioè a mia moglie.
Ma il nome di lui resta ignoto, un segreto che una donna ha conservato gelosamente per tanti anni e che è morto con lei.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:39 | link | commenti (5)
categorie: narratori e racconti

L'astro fuggente

Una bella poesia naturalistica che nelle sue riuscite descrizioni infonde serenità.
L
 
L'astro fuggente
di Armando Salvatore Santoro
 

L'astro fuggente a sera,
mi abbaglia e mi colpisce,
l'iride mia ferisce
coi raggi suoi vermigli
filtrando in mezzo ai pini
d'un litorale stanco.

Tra gli ombrelloni arranco
m'insegue, mi circuisce,
sull'onda ancor beccheggia,
s'adagia e poi spumeggia.

L'astro fuggente a sera,
declina dietro i colli,
nel mare s'inabissa,
dietro le nubi scorre.

Poi schizza tra le sponde,
tinge i paesi a sera,
timida va sull'onde
il suon d'una preghiera.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:35 | link | commenti (1)
categorie: poeti e poesie

Comunicato del 30 gennaio 2008

 
Di Myanmar non si parla più…, di Antonio Consoli.
 
Adesso anche la storia dei mobili! Infaticabile in nostro Rino.
 
Umana-mente, racconto di Sabrina Campolongo.
 
Hasta la victoria siempre Comandante Che Guevara, da Giuseppe Iannozzi.
 
La società che molti amano e replicano, un’ altra bella riflessione di Morgan Palmas.
 
Lunedì 28 gennaio il Renzo Montagnoli day da Natàlia Castaldi, che ringrazio.
 
Molta attenta e brava Milvia Comastri a ricordare che oggi,  30 gennaio 2008, sono passati 60 anni dalla morte di Mohandas Karamchand Gandhi, detto il Mahatma, cioè la grande anima e la sua era immensa, tanto da comprendere tutto il genere umano. Il suo insegnamento sembra smarrito in un’epoca dove la bestialità, anche quella in giacca e cravatta, ha il sopravvento, ma la strada che ha indicato è l’unica che l’uomo può percorrere per salvare anima e corpo. 
 
E se a governare fossero dei bloggers? E ciò che si è chiesto Patrizius
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:31 | link | commenti (2)
categorie: comunicati
domenica, 27 gennaio 2008

Il giorno della memoria

Oggi è il giorno della memoria, istituito per ricordare soprattutto le vittime del genocidio nazista (circa 5.600.000 ebrei, a cui sono da aggiungere 250.000 omosessuali, 800.000 zingari, 2.000 Testimoni di Geova, 300.000 portatori di handicap, 10.000.000 fra civili e militari prigionieri dei paesi occupati).
Vorrei però ricordare che non solo i nazisti si macchiarono di queste infamie, ma anche i turchi che eliminarono sistematicamente 2.500.000 armeni, e i civilissimi americani che annientarono una cifra difficilmente quantificabile, ma superiore al milione, di pellirosse.
Nessun massacro può mai trovare giustificazione, né ieri, né oggi e comunque in futuro. Teniamolo ben presente, ricordando che non esistono razze superiori, ma culture diverse che, opportunamente mutuate, possono migliorare il genere umano.  
Ho ritenuto di partecipare a tutti questo giorno con tre poesie in tema, non tanto un omaggio a chi non c’è più, ma affinché non si dimentichi.
 
birkenau_210
Birkenau: ultima fermata
di Edio Vassalli
 
Il fumo bianco di una locomotiva
si perdeva nel gelido buio
della notte
 
Vagoni carichi di miserie
ci portavano lontano
Vite ammassate come carbone
ci accompagnavano in quell’ ultimo viaggio
 
Io e mio fratello avevamo ancora
la bocca sporca di latte
e mia madre sembrava un fiore sgualcito
in quel cappotto smunto
 
Poi l’urlo gracchiante della porta
ci svegliò dai il nostri incubi
Il candore della neve illuminava la banchina
l’inferno non poteva avere altro aspetto
 
Uomini arcigni sotto un cielo muto
ci ordinarono di scendere
Riconobbi quelle strane fasce rosse
le stesse che ghermirono nostro padre
 
Avevamo perso la fede
e portavamo solo quattro stracci addosso
ma ci spogliarono anche dell’anima
 
Eravamo merce avariata
buona neppure per un misero lavoro
A piccoli passi ci dirigemmo al campo
dove i camini fumavano lenti
 
Mamma piangendo
ci accarezzò e disse
che presto avremmo raggiunto papà.
 
dachau-arbeit-56_4 
 
Olocausto
di Renzo Montagnoli
 
Sono uno dei tanti che là è rimasto
e il giorno del ricordo è quanto resta di me.
Così come voi
vivevo nell’illusione di un mondo perfetto
nell’apparente serenità di una quotidiana esistenza.
Ma il male,
che è sempre in ognuno di noi,
prese il sopravvento
e come una tempesta di fuoco dilagò
s’attizzò a una moltitudine
e distrusse con ferocia di fiera affamata
chi non voleva esser lambito dalle fiamme.
Uomini contro uomini,
carnefici e vittime,
in una tragedia senza nessuna pietà,
senza vinti e vincitori,
perenne memoria di un’altra sconfitta,
senza appello, dell’umanità.
auschwitz-3 
 
TRENI
di Cristina Bove
 
Sospiri dai vagoni imbavagliati
tra chiavarde e cartelli
refoli diacci tra i capelli d’ombra
d’un ‘erba spettinata
lungo binari morti una stazione
ha fosse occulte
 
sfilano treni
convogli mai annunciati e mai partiti
senza neppure un cigolio di ruote
dalle fessure gemiti sospesi
fumetti congelati degli addii
neppure un fazzoletto sventolato
 
le dita di fantasmi sono prese
dove il silenzio è l’urlo del dolore
e la destinazione
è di un’oscurità resa tangibile
dall’assenza di dio…
 
Ai fantasmi soltanto è dato credere
più del perdono facile
alla memoria che diventa labile
essi soltanto possono viaggiare
nell’ultima speranza d’un trasbordo
coincidenze che mai verranno, mai
perché lo scambio è scivolato via
fuori dal tempo e fuori dal ricordo…
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:04 | link | commenti (19)
categorie: avvenimenti
sabato, 26 gennaio 2008

Crisi di governo e crisi dello stato

italia
Crisi di governo e crisi dello stato
                            di Renzo Montagnoli
 
E’ caduto il governo e ormai non fa notizia, visto che tanti ne parlano da almeno un paio di giorni e gli editoriali si sprecano con la ricerca delle cause e con l’indicazione di eventuali soluzioni.
Non intendo entrare in questo campo, già inflazionato e dissertato da giornalisti e politologi che ne sanno ben più di me; il mio scopo è ben diverso e si propone di evidenziare come anche questa crisi di governo e come l’andazzo generale, che vede un paese allo sfascio, siano da ricollegarsi a un problema antico.
Quando i Savoia, per interessi esclusivamente personali, iniziarono le guerre di indipendenza l’Italia era divisa in diversi stati e staterelli.
A scuola si insegna, mentendo, che questa gente, accomunata solo dall’uso della lingua, anelasse a liberarsi dal governo dispotico degli stranieri e volesse riunirsi, ovviamente sotto l’egida dei Savoia, per dare vita a un grande stato unitario.
Si arrivò, così, attraverso alterne vicende, a proclamare l’unità d’Italia, ma allora chi ben sapeva ebbe a dire che fatta l’Italia erano da fare gli italiani.
E’ una grande verità questa che non può essere smentita e i fatti tendono sempre di più a dimostrarla.
Perché un paese sia unito occorrono non solo una lingua comune, ma modi di vita, correnti pensiero, aspetti sociali che siano propri dei cittadini di quello stato e non è proprio il caso nostro.
Le carenze di capacità di coesione sono state tipiche di tutti i governi che si sono avuti dall’unità d’Italia a oggi, fatta forse eccezione per il ventennio fascista, in cui tuttavia una certa uniformità d’intenti era più plateale che effettiva. E’ quindi evidente che un’ideologia politica, soprattutto se imposta, non può cementare, ma può solo in apparenza condizionare.
Se guardiamo la storia del nostro stivale, dal medioevo al 1860, vedremmo che l’Italia è sempre stata suddivisa in stati e staterelli, dall’epoca comunale a quella delle grandi signorie, e non è che allora “l’italiano” fosse peggiore di adesso, anzi forse era migliore, considerati gli innumerevoli illustri artisti e anche le indubbie capacità di non pochi reggenti.
Questa tendenza al particolare, a coltivare il proprio orticello sembra quindi tipica di noi italiani e l’assenza di governi, soprattutto negli ultimi cinquant’anni, che si ponessero come scopo principale quello di dar vita a scopi e a interessi comuni, ha portato all’attuale situazione.
Abbiamo un parlamento che rappresenta solo se stesso, c’è un paese, il meridione, che è perennemente in attesa di rilancio, ce n’è un altro, il nord, che incolpa il sud di tutti i problemi che travagliano la nazione.
E’ l’unica occasione in cui gli italiani, dividendosi, sembrano uniti, fatta la debita eccezione per i successi della nazionale di calcio.
I meridionali, a queste rimostranze, si manifestano offesi e si creano delle tensioni inutili, perché le colpe di questa situazione sono di tutti.
Il problema però sembra insanabile, qualunque sia il governo del paese, perché anche chi rappresenta a Roma i cittadini coltiva esclusivamente il proprio orticello e se qualcuno, come il signore di Ceppaloni, lo fa in modo scoperto, molti, troppi altri lo fanno sottobanco.
Si sono venuti a creare una miriade di feudi dove i parlamentari sono di fatto i vassalli di un tempo e che quindi tendono ad avere una visione dello stato non generale, ma particolare.
Se ci sono i feudatari, ci sono anche quelli che li investono di tali poteri, e non sono in realtà i sudditi elettori, anche se contribuiscono all’investitura, ma le  autentiche forze che imperano. Quella economica è da sempre determinante, come anche quella religiosa di una chiesa cattolica più volta a interessarsi degli aspetti materiali che non di quelli spirituali.     
Quindi, la crisi dello stato Italia c’è, ma quest’istituzione è sempre stata sovrana solo sulla carta e mai nella realtà.
Per rimediare agli errori passati, per dare a noi cittadini la consapevolezza di essere uniti e un unico popolo occorrono poche, ma quasi irrealizzabili cose:
la sensazione diffusa che il governo lavori in nome e per conto di tutti gli italiani, le linee guida, cioè gli scopi per i quali lo stato sia unitario, la comune fiducia in noi stessi.
Chi amministra il paese deve dimostrare che lo fa con coerenza e con la massima onestà; potrà anche sbagliare nelle sue scelte, ma se queste sono state fatte per il bene comune saranno oggetto di critiche, mai di sfiducia.
Le linee guida sono poche e possiamo riassumerle in unione di interessi, in eguaglianza degli stessi, in nessuna disparità.
La comune fiducia in noi stessi deriva anche da uno spirito analitico che tenda a considerare come prevalente l’aspetto collettivo su quello individuale.
Se si sapranno realizzare gli obiettivi che ho elencato, avremo fatto gli italiani e lo stato sarà salvo; in caso contrario, tanto vale ritornare a quella miriade di staterelli, di cui gli attuali partiti e partitini sono l’immagine politica.  
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:23 | link | commenti (6)
categorie: editoriale

Briciole

Rifugiarsi nel sogno è l’unico mezzo per staccarsi dalla realtà, quando questa è fonte di oscuri pensieri.
 
briciole
Briciole
di Cristina Bove

Briciole
spargo nel buio di questa notte
briciole di follia
per non trovarmi a tu per tu
col mondo

Mi fa paura il triste parlottio
temo la verità di certe sere
tane di spettri atroci
e voci spente
ho perfino paura della vita
come se questa fosse
un’altra cosa

Sporgo dalle coperte appena un poco
solo quel tanto che mi da respiro
intanto che di sogno mi ricopro
e fuggo via da me
per voli audaci
funambolismi svolti senza rete
evoluzioni in terre di magia

straniato poi ritorna
il mio pensiero
a fare il nido sopra il mio cuscino.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:20 | link | commenti (4)
categorie: poeti e poesie