L'armonia delle parole

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venerdì, 30 maggio 2008

Paura, di Enzo Maria Lombardo

Non c’è che dire: Enzo Maria Lombardo ha la narrativa nel DNA e anche questo splendido racconto lo conferma. Consiglio di leggere accompagnati dalla stupenda colonna sonora di Profondo Rosso.
http://it.youtube.com/watch?v=PJ2bfnujqUU&feature=related
 
Paura
PAURA
                                 di Enzo Maria Lombardo
 
 
Quel ventitré giugno faceva un caldo boia. Se c’è una cosa che mi fa andare in bestia, Michele, è la tua trascuratezza che sembra lievitare con il caldo. Non ho mai sopportato i tuoi vestiti sparsi per casa e i tuoi calzini buttati sul divano. Non posso usare per settimane, quel divano. Non posso proprio usarlo. Quell’odore mi fa star male. Specialmente con il caldo.
E quel ventitré giugno faceva un caldo boia. Tu, come al solito, avevi abbandonato i vestiti un po’ ovunque e ti eri installato nel balcone che dà sul retro, nel vicolo, scalzo, in canottiera e mutande, incastrato in una poltroncina di vimini, catatonico, con un bicchiere di limonata in mano. Appoggiato alla ringhiera guardavi in basso i radi passanti, le donne che stendevano i panni sui fili agganciati alle canne nelle case terrane ed i gatti che dormivano sui muretti scorticati.
Sì, Michele, tu guardavi i gatti. Ne guardavi uno, in particolare. Un grosso gatto nero. Un gatto enorme, disteso sul muro che delimita un vasto cortile circondato da case terrane, all’ombra di un fico selvatico, nato, chissà come, tra le pietre del selciato.
Lo guardavi con un mezzo sorriso sulle labbra, socchiudendo gli occhi, in una sorta di intima compenetrazione o di estremo rilassamento. Penso proprio che ti stavi identificando con quel gatto, lasciando vagare i tuoi pensieri nel caldo vuoto del pomeriggio: pensieri semplici, di pura sopravvivenza, di abbandono, di ricerca di un piacere fisico fatto di frescura e refoli di vento, di odori acri di frutta marcia e di sapone da bucato.
Eri forse entrato in sintonia con l’animale. Succede. Ti vedevo stirare le membra insieme al gatto ed insieme sbadigliavate al sole morente. Protetti dal mondo del vicolo e del cortile, pensai, galleggiavate felici entrambi in una bolla calda e impenetrabile. In un’unica bolla, pensai, tu e quel gatto. Una bolla creata dalla compenetrazione, fusi nell’ozio animalesco di un tardo pomeriggio d’estate.
 
 Li vedesti arrivare, tutti e cinque, i ragazzini del vicolo. Li guardasti con tenerezza, nei loro calzoncini corti e nelle loro magliette strappate. Se non ti conoscessi avrei detto che il tuo sguardo era quasi paterno. Conoscendoti, so che il tuo sguardo tenero era solo l’effetto del tuo stato onirico: stavano entrando nella tua bolla, Michele. E sorridevi, nel dormiveglia, eri in pace con il mondo. O forse il mondo esterno non esisteva neppure.
Anche il gatto, li percepì ma mosse solo un’orecchia. La ruotò a scatti, indirizzandola verso i rumori dei piccoli passi e quell’orecchia vibrò solo per un attimo. Forse aprì un occhio ma lo richiuse subito, sbadigliando, consapevole della sua sicurezza.
Tu, Michele, li osservavi sonnecchiando e – stanco dell’immobilità del gatto - stavi forse scegliendo, tra quei ragazzini, uno in particolare da seguire con lo sguardo appannato, uno con cui identificarti completamente, dimenticando il tuo corpo massiccio, per farti cullare dai suoi movimenti. Uno di cui gustare le lenti cadenze di braccia e di gambe, quasi fossero pendoli fuori dal tempo.
Socchiudevi gli occhi e sorridevi, sonnecchiando, ed eri pronto a captare, con pigra voluttà, frasi e gesti che volevi ospitare nella tua bambagia fatta d’ozio e di pace.
I ragazzini avanzavano lentamente, in silenzio, con le mani in tasca. Le lunghe ombre dei piccoli corpi si confondevano con i chiaroscuri del vicolo ed i loro passi sembravano attutiti dalla calura delle pietre del selciato. Avanzavano in silenzio, quasi timorosi, pensai, di turbare l’incanto di quella magica ora dorata.
 
Mi sbagliavo.
Me ne accorsi non appena tutti, all’unisono - forse ad un segnale o ad un gesto convenuto - tirarono fuori le mani dalle tasche.
E con le mani vennero fuori cinque fionde, in un attimo spianate. Si vedeva persino da lassù che erano strumenti micidiali, ben fatti, costruiti con rami robusti e levigati, con elastici spessi e neri, ritagliati da vecchie camere d’aria.
Cinque pietre grosse come noci fischiarono nel cortile: qualcuna colpì il muretto e ne schizzarono piccole nuvole di calce, altre si persero tra i panni stesi ma una colpì il bersaglio.
Il grosso gatto nero fece un balzo, lo vedemmo per un attimo librarsi in aria agitando le zampe, capovolto, prima di cadere ai piedi del muro, con le zampe ancora in alto, il corpo arcuato in modo innaturale ed una macchia rossa che si allargava da un’orecchia.
 
Ci hai messo un paio di secondi a svegliarti del tutto, Michele. E un altro per mettere a fuoco quella massa nera palpitante a ridosso del muretto. Poi il tuo “nooooooo!” echeggiò nel vicolo come l’eco di uno sparo, lungo, lugubre, vibrante e disperato, accompagnato dallo scalpiccio disordinato di dieci piedi in corsa che si allontanavano dal vicolo e scomparivano nello stradone.
Noooo!”, continuavi a gridare mentre ti svincolavi a fatica dalla poltroncina e correvi verso la porta. Ed hai ripetuto quel grido feroce nell’ingresso e per le scale e non smettesti di urlare neppure in quei pochi metri che separano il portoncino dal muretto del cortile.
 
Dal balcone, prima che tu ti avvicinassi al muro, vidi che il gatto aveva ormai smesso di agitare le zampe in aria. Stava lì, immobile, con la bocca aperta e mezza lingua di fuori. Continuavo a sentire il tuo urlo, Michele. Poi udii il tuo silenzio. Ti hanno ucciso, Michele, pensai. Sì, ti hanno colpito nel dormiveglia. Sono entrati con la loro assurda noce di pietra nella tua bolla, frantumandola. E in questa bolla c’eri tu, Michele, fuso in quel gatto nero.
Ti rivedo adesso accanto a quella massa di pelo, assorto, ammutolito. Lo tocchi, lo sollevi, lo riponi piano, lo sollevi di nuovo e con quella massa di pelo fra le mani, ti alzi e ti giri attorno, come un’ebete, mostrandolo ad una folla inesistente. Non mi hai sentito nemmeno arrivare o forse non ti importava avere vicino qualcuno. Perché eri morto, Michele, la tua era una morte temporanea ma eri pur sempre morto. O almeno dentro di te qualcosa era morto. Il tuo silenzio totale ed il tuo viso senza alcuna particolare espressione davano bene l’idea della morte.
 
Più tardi raccogliesti in silenzio i tuoi vestiti sparsi per casa ed in silenzio ti sei rivestito: stavi lentamente riemergendo dalla tua morte temporanea ma nel tuo viso cominciava a delinearsi un’espressione nuova. Non eri triste, no, Michele, non eri triste e non stavi odiando nessuno. Mi sbaglierò ma nel tuo viso si disegnava un’attenzione inconsueta, i tuoi occhi erano troppo vigili, muovevi a scatti la testa come per guardarti dietro le spalle. Anche i miei movimenti, nella stanza, ti scuotevano.
La tua era paura, Michele. Era palpabile, la sentivo. Paura.
Ti si leggeva, chiara, negli occhi.
Una paura strana che non avevo mai visto nel tuo sguardo
mentre lo posavi su di me, sulle case del vicolo
arrossate dal tramonto, sul cortile.
Non sei più un ragazzino, ti dissi, Michele. Era solo un gatto, è morto, finiscila, cristo. La vuoi finire, Michele? La risposta non venne ma, con i calzoni infilati a mezzo, ti sei bloccato e mi hai piantato addosso gli occhi di un estraneo.
Forse ti facevo anch’io paura, Michele, confessalo. Ti facevo paura anch’io, forse, così come ti impauriva la tenera visione di quei cinque ragazzini che ancora avevi nella retina.
 
Avrei voluto dirti che forse ora temevi la tenerezza, Michele, ma non lo dissi. Era solo un’idea. Una mia idea. Un modo di entrare nei tuoi pensieri. Sbaglierò, pensai, ma credo che anche la luce del crepuscolo, il tepore affievolito della sera, il suono ovattato di una radio lontana ed il fruscio tranquillo dei panni scossi dalla prima brezza, ora ti angosciano, Michele. Come visioni di trappole, trabocchetti. Anche questo non lo dissi. Perché suonava assurdo. Erano solo pensieri vaganti. Cose mie. E non è detto che erano anche i tuoi pensieri.
Ma se lo erano, Michele, potevi aver ragione.
Sì, cristo, pensai, forse hai proprio ragione ad aver paura della tranquillità apparente di cento immagini false. Forse hai ragione, Michele, di temere di essere intrappolato a tradimento in una bolla di pace. Una bolla come quella che ti ha cullato, felice ed in cui, per un lungo momento, sei morto.
 
Quando sei andato via, quella sera, salutandomi con un grugnito, quasi senza vedermi, raccolsi con due dita, a braccio teso, i tuoi calzini schifosi dimenticati sul divano e li gettai con furia nella pattumiera. Ero incazzato, Michele. Incazzato nero. Non avrei potuto usare per settimane, quel divano. Non avrei potuto proprio usarlo, Michele. Quell’odore mi fa star male. Da non crederci.
 
 (Dalla raccolta: “Caro Michele…”)
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:05 | link | commenti (2)
categorie: narratori e racconti

Occhi di zagara, di Paola Sarcià - Recensione e intervista

Occhi di zagara
Occhi di zagara
di Paola Sarcià
Prefazione di Patrizia Garofalo
Copertina originale
di Don Franco Patruno
Elaborazione grafica
di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
diretta da Fabrizio Manini
Poesia silloge
Pagg. 120
ISBN: 978 - 88 - 7606 - 182 – 0
Prezzo: € 12,00
 
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
 
Il poeta traduce in versi le sue emozioni, siano esse liete oppure tristi, ma il percorso che più esalta questa ricerca in se stessi è di frequente motivato dalla sofferenza, un dolore spesso muto, che non traspare, ma che alligna nell’animo, corrosivo, a volte quiescente, ma sempre pronto a colpire. E allora, quando più si avverte, è indispensabile lenirlo con uno sfogo che fa nascere versi spesso struggenti, per quanto temperati da un naturale pudore.
In Paola Sarcià, in questa sua opera prima Occhi di zagara, il dolore si fa verbo, si fa parola, fluisce dall’animo fino al foglio, che imprime e scava, una sorta di specchio liberatorio in cui confrontarsi, svelenire l’animo, mantenere traccia di una sofferenza che va, viene, scompare,ma che tenderebbe sempre a ritornare se non fosse intervenuto il potere salvifico della poesia, un’ancora di salvezza in cui farlo confluire.
 
Sono rimasta
aggrappata
con unghie
insanguinate
allo scoglio
di un amore.
 
Oppure
 
Ho gridato
contro
un cielo
di stelle svanite
contro
una luna
sparsa su una pelle
di dolore.
Ho pianto
su una sedia
al centro
di una stanza
le gambe
rannicchiate
il volto
stuprato
dalle tue menzogne
 
C’è un motivo di fondo che si ripete, un senso di sfiducia, accompagnato da un intenso desiderio d’amore, un’insoddisfazione con radici antiche che reclama di essere placata.
Tuttavia non manca la possibilità di un rifugio nel sogno, un’astrazione della mente che serve a stemperare, se non a far cessare il dolore.
 
Densa
cala la notte
involucro
scuro
sulla pelle
oltre le nubi
danzo
tra le stelle
 
Infatti il poeta ha la possibilità di evadere la realtà con un’irrealtà che costituisce però solo l’uscita di emergenza da una situazione di disagio interiore quando la stessa diventa insostenibile.
 
Ma tutto è inutile, quando domina l’indifferenza, quando siamo solo ombre in una moltitudine di gente inconsapevole della propria esistenza.
 
Silenzi
di solitudini
di anime
ad un crocevia
vicine    
distanti
nel loro immenso
vuoto
 
Come dice giustamente Patrizia Garofalo nella sua bella prefazione, la poetessa marchia a fuoco se stessa senza pietà, in una sorta di accettazione del proprio stato, senza odio, senza timore, una condizione indispensabile per continuare.
Quanto ho scritto lascerebbe presupporre una difficoltà di lettura, dovuta alla naturale ritrosia di ognuno di noi ad accettare la sofferenza degli altri, ma non è così, perché quello che per l’autore è dolore per noi che leggiamo diventa malinconia, grazie a quel pudore che ha stemperato lo sfogo espresso in versi.
 
Paola Sarcià, nata il 18 ottobre 1962 a Bologna, dove ha vissuto fino a ventitré anni, risiede a Ferrara dal 1986; è docentedi inglese presso il Liceo Classico Sperimentale Ludovico Ariosto di Ferrara. Scrive poesie dal 2003 e ha partecipato al Premio nazionale Valeria di Rieti 2004 con la poesia “Silenzi” giunta all’ottavo posto.
Ha partecipato al Premio Letterario Città di Monza 2005 con la poesia “Di un silenzio…” che è stata pubblicata sull’Antologia del Premio letterario Città di Monza 2005. La stessa poesia “Di un silenzio…” è stata anche selezionata per l’Antologia del Premio Marguerite Yourcenar 2006 ed è stata premiata con il Premio d’Onore alla IV edizione del Premio Letterario Internazionale Archè “Anguillara Sabazia Città d’Arte” 2006. La poesia “S’infrange il viaggio” è stata selezionataper l’Antologia del Premio Marguerite Yourcenar 2007, e la poesia “Notte” è stata selezionata per l’Antologia del Premio Città di Monza 2007.
L’autrice è voce recitante in presentazione di libri e spettacoli di teatro.
 
Intervista a Paola Sarcià, autrice della silloge Occhi di zagara, uscita in questi giorni per i tipi della Casa Editrice Il Foglio Letterario.
 
 
E’ uscita da qualche giorno la tua silloge Occhi di Zagara. Ce ne vuoi parlare, spiegandoci anche il perché di questo suggestivo titolo?
 
La scelta di questo titolo prende spunto dalle mie radici, mio padre è di origine siciliana, anche se ha vissuto per molti anni a Fiume e poi a Bologna dove sono nata. Da lui ho ereditato l’amore per il sud in generale e per la Sicilia in particolare. Un amore profondo, direi quasi uterino, che ho sentito in maniera prepotente durante un soggiorno a Sciacca, sulla costa meridionale della Sicilia. Le sensazioni che ho provato allora sono state veramente forti, in poche parole potrei dire che il senso di appartenenza a quella terra si è radicato in me così violentemente da sentirmi come una pianta, un’agave, un fico d’india o per l’appunto una zagara.
Io sono la zagara, fiore resistente come si legge nella splendida prefazione di Patrizia Garofalo, che si è guardata dentro, nelle pieghe più nascoste della propria anima, senza timore di guardare in faccia il proprio dolore, di viverlo fino in fondo senza pietà ed estirparlo e decidere di percorrere un cammino nuovo verso una maggiore consapevolezza dei miei traguardi, per “rinascere d’incanto” come scrisse Don Franco Patruno nella dedica in copertina.
 
 
Da quanto tempo scrivi poesie e per quale motivo?
 
Scrivere mi è sempre piaciuto, ma per molto tempo è rimasta un’attività sporadica e casuale, poi a partire dal 2003 ho sentito la necessità di tradurre in parole il ginepraio di emozioni, dolore, senso di sconfitta a volte, ma anche desiderio di ritrovare Paola, con la sua voglia di sorridere, amare e vivere.
 
 
Penso che avrai letto molte poesie e in questo senso quali sono gli autori che hanno contribuito maggiormente alla tua formazione letteraria?
 
Ho letto molte poesie, le opere di Neruda in particolare sono state per me “galeotte” con la loro poetica che definirei sanguigna e viscerale, sono versi che arrivano direttamente al cuore. Altro poeta che amo molto è Pedro Salinas, autore di “La Voce a Te Dovuta” che attraverso liriche d’amore percorre un cammino alla scoperta del senso più profondo dell’esistenza. Infine ha senz’altro contribuito alla mia formazione Patrizia Garofalo, mia cara amica da più di quindici anni, che ha partecipato sempre con grande affetto alle mie gioie e ai miei dolori. Autrice di diverse pubblicazioni, fra cui il suo ultimo libro “Dare Voce al Silenzio”, nonché autrice della prefazione del mio libro.
Amo molto anche la prosa sia italiana che straniera, privilegiando per quest’ultima gli autori sudamericani.
 
 
In Italia, dopo il periodo d’oro dell’ermetismo, c’è una sorta di ricerca di nuove correnti poetiche. Secondo te, sta emergendo del nuovo e valido, oppure ancora si procede per tentativi?
 
Credo che ci siano autori molto validi, le cui opere sono più di un tentativo.
 
 
Questa, se non vado errato, è la tua prima pubblicazione. Come ti sei trovata con questo editore?
 
Sono molto soddisfatta di aver scelto il Foglio come casa editrice, Gordiano Lupi è senz’altro un editore serio e lui e i suoi collaboratori si sono sempre dimostrati molto disponibili e professionali.
 
 
Progetti, ovviamente letterari, per il futuro ce ne sono e, se sì, quali?
 
Certamente intendo continuare a scrivere, ancora non so cosa con certezza, d’altra parte non sono capace di creare a comando, attendo di sentirne l’urgenza capace di svegliarmi la notte per scrivere.
 
Grazie e auguri!
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:00 | link | commenti
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 30 maggio 2008

Rino Armato, come sempre sensibile alle relazioni fra arte e storia, ci parla del soggiorno a Venezia di Albrecht Dürer.
 
 
L’intervista di Giuseppe Iannozzi a Fabrizio Corselli su Amor di Ninfa.
 
 
L’aggiornamento di Arteinsieme.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:54 | link | commenti
categorie: comunicati
mercoledì, 28 maggio 2008

Vento di maggio, di Renzo Montagnoli

Il vento, il cielo, gli ampi spazi richiamano subito l’idea di una libertà che può esistere anche dentro di noi, indipendentemente da qualsiasi costrizione.
 
vento di maggio
Vento di maggio
di Renzo Montagnoli
 
Mi sferza, mi provoca,
mi toglie il respiro
mi strappa il berretto
è giocoso questo vento
d’un maggio più incerto
fra il bello e l’uggioso del tempo.
Eppure mi lascerei andare
sospinto dal soffio
con gli occhi ben chiusi
a sognare un gran viaggio
un tuffo fra nubi sornione
un volo a braccia distese
passando fra stormi
d’uccelli migranti
tornando in quel cielo
che sempre m’attende
per sciogliere vincoli
da un mondo che stringe
per provare una volta
quella libertà
che è sempre il mio sogno
una dolce chimera
un’eterna illusione
io solo lassù
fra la luna e le stelle
fra la terra e il sole
sospeso a guardare
l’ombra mia che laggiù
prepotente mi chiama
e invoca un ritorno
per farmi sentire
uomo fra gli uomini
costretto fuori
ma sempre libero dentro.
 
 
Penso che a questi versi ben si accompagnino le splendide note di Fiesta di Kitaro.
 
http://it.youtube.com/watch?v=GkAIaYHzH8w
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:27 | link | commenti (6)
categorie: poeti e poesie

Il Foglio Letterario Edizioni alla Fiera del Libro di Imperia

IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI
Associazione Culturale
Editoria di qualità dal 1999
DA SEMPRE CONTRO L'EDITORIA A PAGAMENTO
Sito internet:
www.ilfoglioletterario.it
Myspace:
http://www.myspace.com/edizioni_il_foglio
 
 
 
IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI
ALLA FIERA DEL LIBRO DI IMPERIA
 
sabato 31 maggio - lunedì 2 giugno
PORTO MAURIZIO dalle 9 alle 20
Via Cascione - Via XX Settembre
nel salotto di Imperia - tra palme e libri
 
PER INFO:
http://www.fieradellibroimperia.it/public/demostatica/1.aspx
 
 
 
 
 
LUNEDI' 2 GIUGNO - Ore 15 - Via XX Settembre - Caffè Maurizio & Charlie
Marino Magliani (autore Bompiani) e Alessandro Troisi presentano:
 liguriamini
 
 
La Liguria nero sui bianco di AA.VV. - euro 12,00 - pag. 80 a cura di Alessandro Troisi
ISBN 978 - 88 - 7606 - 180 - 6 - Partecipazione straordinaria di Francesco Biamonti.
 
Una antologia di scrittori liguri mancava. Altri esperimenti letterari sono stati fatti in passato: antologie tematiche o di poeti liguri, mai una raccolta di scritti diversi per genere. La Liguria, lembo di mare e di terra, striscia eterogenea di profumi e di colori, influenza nei modi più disparati i suoi autori. Tanto da affascinare con i suoi paesaggi uno scrittore come Francesco Biamonti o con i suoi gusti e tradizioni Nico Orengo. Non vengono imposti vincoli agli autori, lo schema narrativo e il soggetto sono del tutto liberi. I racconti proposti rappresentano quindi una chiave di interpretazione personale dello stile narrativo. La Liguria è bella ma la Liguria è dura e la gente è difficile. Forse proprio questo suo ultimo aspetto, più che ogni altro, crea il bisogno di esprimersi negli autori liguri. Il titolo "La Liguria nero su bianco" vuole offrire un ritratto emotivo/emozionale di una terra che nella contemporaneità disorienta i suoi abitanti e che col suo fascino continua a suscitare forti sensazioni. Racconti di Alessandro Troisi, Enzo Barnabà, Andrea B. Nardi, Fabio Beccacini, Giacomo Revelli, Andrea Becca, Stefania Ponzone, Marco Timossi e Marco Vallarino.
 
 
 
 
 
ALLO STAND DEL FOGLIO PRESENTE PER TRE GIORNI IL COLLETTIVO UBV
UNDERGROUND BOOK VILLAGE:
 
 achillemini
 
Le sette vite di Dalila e Achille - di Alessandro Cascio, Sacha Naspini, Francesco Dell'Olio, Vincenzo Trama, Frank Solitario, Walter Serra ed Emiliano Maramonte - euro 11,00 - pag. 230
ISBN 978 - 88 - 7606 - 179 – 0
 
Sette giovani scrittori smuovono le acque stagnanti della letteratura italiana. Si fanno chiamare Underground Book Village, e si sottraggono a qualunque tentativo di classificazione. Non sono pulp, non sono horror, non sono trash, non sono fantasy e non hanno la benché minima intenzione di essere qualcosa. Anche e qualcuno definisce questa raccolta "out-rules"... Gli UBV inventano nuovi linguaggi ed espressioni creative, non per sbaragliare la concorrenza, ma per abbattere ogni canone, ogni logica prestabilita. Tra decadenti personaggi e teatro del'assurdo, tra seducenti follie, passione, sensualità e calore umano, Le sette vite di Dalila e Achille racconta un unico incontro in sette diverse ambientazioni ed epoche, con l'affascinante incoscienza di chi affronta con semplicità enigmi di millenaria incomprensione, come il "destino". Ogni avvenimento e logica conseguenza appare come inevitabile, eppure non si può fare a meno di provare sentimenti: sorridere, commuoversi, avere fede, sputarci su. Forse è solo un'assurda finzione, come una ballata struggente cantata in playback. Prefazione di Raffaele Olivieri. Racconti: Noi sotto il Sole di Santiago di Alessandro Cascio, Serenity Garden di Sacha Naspini, Vedi a volte la vita! di Francesco Dell'Olio, Quando non resta altro di Vincenzo Trama, ...(In)animati da torbida passione di Frank Solitario, Un grido nel vento di Walter Serra, Destino wireless di Emiliano Maramonte. Bonus track: Destino e altre cazzate sparse F. Solitario, Le macchie (Bullet in a grey sky) A. Cascio, Sveva e Marcello R. Olivieri e .des Visages des Figures S. Naspini.
 
 
 
 
 
IL LIBRO PIU' ATTESO DELL'ANNO
IN TESTA ALLE NOSTRE CLASSIFICHE DI VENDITA:
 
fidelino
Adiós Fidel - All'Avana senza un cazzo da fare di Alejandro Torreguitart Ruiz
pag. 184 - euro 15,00 - ISBN 978 - 88 - 7606 - 177 - 6 -
COPRODUZIONE ACAR/IL FOGLIO
www.edizioniacar.net -
DISTRIBUZIONE A.L.I. - AGENZIA LIBRARIA INTERNAZIONAL srl - http://www.alilibri.it/
 
 
 
Il titolo della raccolta è Adiós Fidel, preso da un recente racconto politico, prontamente integrato da All’Avana senza un cazzo da fare, perché il cuore delle storie riguarda la vita quotidiana. All’Avana, in tempi di periodo speciale, c’è poco da fare, a parte inventare il modo di mettere insieme il pranzo con la cena. E allora seguiamo Alejandro nelle peripezie a caccia di mulatte, mentre si esibisce con il gruppo, quando pensa al romanzo da pubblicare e nei ricorrenti sogni di fuga. Nella parte politica l’autore ironizza sugli eventi cubani più importanti, ma spesso si lascia prendere la mano dal dramma, piange per la fucilazione di poveri ragazzi che scappano, ricorda la fanciullezza accanto alla madre e attende la morte di un nonno comunista malato di tumore. Il sarcasmo del giovane cubano imperversa nei racconti migliori e non risparmia nessuno, da Chávez ad Alarcón, passando per Perez Roque e Carlos Lage, per arrivare a Fidel e Raúl. (Gordiano Lupi). E a me viene a mente una sera dopo una festa sul Malecón, c’era ancora Juliana allora, ridevo, scherzavo, dicevo che un giorno avrei sequestrato la lancita e sarei fuggito a Miami, come una volta qualcuno lo aveva già fatto, non è mica lontana Miami, dicevo. La sera d’estate, quando il rum è finito, mi capita spesso di stare appoggiato a quel muro di vecchio granito a guardare le stelle, forse aspetto un soffio di vento, qualcosa che mi dia una speranza, chissà. Il vento porta sapore di mare ed è già abbastanza. Dài che lo facciamo, diceva Juliana. Un giorno o l’altro. Lei adesso è fuggita, è scappata davvero a Miami. Un uomo, una lancia, una cosa qualunque, fuggire. E io sono qui che rimpiango e magari mi capita spesso di dire domani lo faccio, un giorno di questi che non so proprio trovare un motivo per andare avanti, un giorno lo faccio. (…) Forse è meglio suonare, guarda. Basta che non venga fuori il solito italiano stronzo a chiedere Hasta siempre, ché un giorno o l’altro la batteria gliela suono sulla testa a questi comunisti che sanno un cazzo cos’è il comunismo. (…) Gli eroi non fuggono, restano fedeli a una città perduta, si adattano al quotidiano per sopravvivere, ché motivi per scappare ne avrebbero tanti, ma restano attaccati alla loro terra solo per il terrore della nostalgia.
 
 
 
 
 
NOVITA' POESIA
 
 
 
Occhi di zagara
OCCHI DI ZAGARA - Paola Sarcià - euro 12 - pag. 120
ISBN: 978 – 88 – 7606 – 182 – 0
 
Le zagare non hanno bisogno di molte cure per fiorire e profumare e vivere; anche in funzione di questo, il titolo della raccolta risponde perfettamente alla formazione culturale, emozionale ed etica di Paola Sarciá. La rosa del deserto si adatterebbe a diventare il simbolo di questa silloge; il tempo infatti si svolge impietoso sopra le cose, le appesantisce e le logora, qualche volta però addensa nei secoli piccoli cristalli che offrono alla caducità una statuaria forma di rosa. […] Il valore del testo consiste nel nascere e vivere senza orpelli, senza inizi, senza fine, senza parole inutili o eccesso aggettivale, si staglia conciso nella sintesi di un lampo prima del temporale e lascia in chi legge la nudità della vita e del dolore… (dall’introduzione di Patrizia Garofalo)
 
 
 
 
RIEDIZIONE AGGIORNATA FUMETTO
 
 
hulkino
 
Daniel Ciberio - Dottor Banner & Mister Hulk - euro 10 - pag. 120
 
Ristampa aggiornata, riveduta e corretta. Appendice fotografica e immagini di copertine.
Un libro esauriente e puntuale che analizza la figura di Hulk in oltre quarant’anni di albi a fumetti Daniel Ciberio, critico di cinema e fumetto per La Nueva Prensa di Porto Rico, cataloga tutti i villains della saga e descrive il mondo di Hulk con protagonisti e comprimari. I miti di Frankenstein, dell’Uomo Lupo, del Dottor Jekyll e Mister Hyde, della Bella e la Bestia rivivono in un personaggio che ha fatto molta strada dai tempi di Stan Lee e Jack Kirby. Il nuovo Hulk di Peter David è un’affascinante figura a tre dimensioni che entra di diritto nella letteratura a fumetti. Daniel Ciberio non si limita al fumetto ma ripercorre la storia di un Hulk televisivo interpretato da Lou Ferrigno, dei cartoni animati, della strisce giornaliere fino ad arrivare all’analisi dello straordinario film di Ang Lee che ha riportato il tormentato mostro dalla pelle verde all’attenzione del grande pubblico.
In appendice il saggio "L'Uomo Ragno tra cinema e fumetto" di Gordiano Lupi.
 
 
 
PROSSIME FIERE DEL LIBRO IN PROGRAMMA
 
14 - 16 Giugno - Ne Pas Couvrir! - Festival dell'arte a Levane (AR)
4 - 6 Luglio Librialsole Celle Ligure
25 - 27 Luglio Un libro per l'estate - Mostrta mercato della Costa Etrusca - Cala de' Medici - Rosignano (LI)
27 - 28 settembre - Parole nel Tempo - Castello di Belgioioso (con Ediq Distribuzione)
10 - 12 Ottobre - Pisa Book Festival
Novembre (data da fissare) - Microeditoria di Chiari
 
 
 
 
             La Nostra Distribuzione
 
1) Direttamente dal sito dell'editore: www.ilfoglioletterario.it - e a mezzo mail ilfoglio@infol.it - Spediamo contrassegno con soli due euro di spese postali, ma si può anche fare un bonifico anticipato o un versamento su ccp 19232586.
2) Via Ibs www.internetbookshop.it o www.365bookmark.it
3) Tramite il distributore regionale per TOSCANA e UMBRIA: Promedi Firenze di Andrea Nocentini & c. s.a.s. - via del Botteghino, 85 int. - 50018 - Badia a Settimo - Scandicci (FI) - Tel. 0557223711 fax 0557310943 -promedi@interfree.it
4) Tramite il DISTRIBUTORE NAZIONALE: ediQ Distribuzione - Gerenzano (Va) - tel.02.9689323 - fax 02.9689323 - cell. 347.4140016 - e-mail: commerciale@ediq.eu - www.ediq.eu - www.ediq.it
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postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:24 | link | commenti
categorie: avvenimenti
lunedì, 26 maggio 2008

Una storia vera, di Renzo Montagnoli

           Una storia vera
                     Una storia vera
                                     di Renzo Montagnoli
 
- Come sei bello, vestito da soldato!
Il fante Secondo Scaglioni guardava sua madre un po’ imbarazzato; erano alla stazione ferroviaria, pronti a salire sul convoglio che li avrebbe portati al fronte, tanti soldati come lui, accompagnati dai parenti stretti e non pochi anche dalle fidanzate.
Occhi lucidi, ovunque; genitori che si sforzavano di non piangere, ma avevano un nodo in gola che serrava loro la voce; ragazze che invece lasciavano scorrere le lacrime, piccole gocce che fazzoletti ormai zuppi non riuscivano ad asciugare.
- Davvero, mamma?
- E’ la prima volta che ti vedo vestito tutto intero con abiti non di seconda mano. Il mio Ninin…ci voleva una guerra per avere indosso qualcosa di nuovo. Riguardati, mi raccomando, copriti bene che sei stato sempre debole di bronchi, e soprattutto non esporti.
Secondo si guardava intorno, o meglio non sapeva dove volgere gli occhi, perché se li avesse diretti sul viso della madre sarebbe scoppiato a piangere.
Per fortuna, arrivò il fischio del treno che annunciava la partenza: ordini secchi, mani che faticavano a lasciarsi, poi tutti su, lo sbuffo del vapore, la tradotta che si muoveva, i finestrini aperti con tanti volti sporti fuori per un ultimo sguardo, fazzoletti che sventolavano, e infine il convoglio che prendeva velocità, giungeva alla curva e spariva alla vista dei familiari.
Papà e mamma Scaglioni, e la gemella di Secondo, Elvira, con in grembo un figlio al quarto mese, si guardarono negli occhi, senza parlare, perché tanto non ce n’era bisogno.
 
 
Meglio non pensare, meglio nascondere l’angoscia sotto le lacrime: la guerra, che, secondo i proclami doveva essere una passeggiata, nonostante la censura si rivelava, nei racconti dei pochi tornati in licenza, un orrore senza fine.
E pensare che agli inizi si era blaterato che bastava dare una spallata alla porta del Carso per mettere in ginocchio il nemico austriaco e ora invece, dopo tante battaglie con decine di migliaia di caduti, quella porta si apriva sull’inferno.
 
                                      ***
 
Secondo Scaglioni, diciannove anni, fisico esile, di professione apprendista sarto perché non era robusto per lavorare in campagna, era rimasto sorpreso quando seppe di essere stato arruolato. Infatti alla visita medica per il servizio militare era risultato rivedibile per la scarsa costituzione fisica. Ma non poteva sapere che la macelleria del Carso reclamava ogni giorno nuove vite da immolare in un osceno sabba di morte, una sorta di olocausto senza logica e senza pietà.
La sua vita, fino al giorno in cui i carabinieri del paese gli avevano notificato la cartolina di precetto - che era riuscito a leggere a malapena, poiché non aveva frequentato che pochi anni di elementari - era stata quella propria di uno dei tanti giovani poveri dell’epoca. Troppi in casa, poco cibo, niente soldi, un futuro che prometteva solo ristrettezze, la lunga strada che doveva percorrere a piedi ogni giorno, con il freddo o con il caldo, con la neve dell’inverno o con la pioggia dell’autunno, per recarsi al lavoro in città, in una sartoria dove, come apprendista, sgobbava dodici ore al giorno per un pugno di niente. E poi il ritorno, nel buio della sera, niente di più di un passaggio da una miseria a un’altra miseria.
 
                                      ***
 
La tradotta procedeva a rilento, fra campi che sembravano abbandonati, perché quasi tutti gli uomini erano al fronte, un intero paese scarnificato nella sua essenza per gli interessi di un monarca freddo e impietoso.
Secondo non parlava con gli altri, ma guardava solo il paesaggio, campi che gli ricordavano quelli di casa, filari di vite come quelli sotto cui da bambino giocava a nascondino.
E nonostante la novità del viaggio in treno, lui che non vi era mai salito, avvertiva già forte la nostalgia.
Nella carrozza c’era chi parlottava, altri che si sforzavano di ridere, qualcuno raccontava le sue mirabolanti avventure di grande amatore. Parole che giungevano a Secondo come un ronzio e non distoglievano la sua mente dal pensare al suo piccolo mondo, sì di miseria, ma anche di affetti.
- E tu l’hai la morosa?
Secondo si scosse e volse allo sguardo a quello seduto accanto a lui.
- Chi, io?
- Ma certo, tu e chi altro? Non hai detto una parola da quando siamo partiti. Scommetto che pensi solo alla mamma.
Secondo arrossì, strinse le spalle e rispose con quella sua voce sottile, ma dolce, che era una sua caratteristica.
- C’è una che mi piace, ma non siamo ancora morosi.
- Allora, quando torni, datti da fare, recupera il tempo perduto.
- Se torno…
- Ma certo, dai, non pensare a queste cose.
- E a cosa dovrei pensare? Non ho mai fatto male a nessuno, mi hanno chiamato, mi hanno vestito, due giorni di marce su è giù per il cortile della caserma, mi hanno dato un fucile talmente pesante che faccio fatica a tenerlo in mano e mi hanno detto “ Vai e uccidi, per l’onore della patria”.
- Loro dicono sempre così.
- Ma chi dovrei uccidere? Uno che non so nemmeno chi è, uno come me, come te, solo che ha una divisa di diverso colore.
- Già…
Il colloquio fu interrotto dal sergente che li accompagnava:
- Basta. Tu devi uccidere per non essere ucciso.
Tutti tacquero, come alunni la cui ricreazione era terminata.
- Ascoltatemi bene. Nemmeno a me piace ammazzare, ma siamo soldati italiani e porca miseria dobbiamo farlo, perché ce lo comanda il re, ce lo comanda il generale, ve lo comando io e perché è l’unica possibilità per sperare di tornare a casa.
Le ultime parole gli morirono in gola, si buttò in un angolo a guardare il paesaggio di fuori.
 
                                 ***
 
Intanto i genitori erano giunti a casa, silenziosi, con il pensiero fisso a quel figlio che stava andando al fronte e all’altro prigioniero in un campo di lavoro in Croazia. Per quest’ultimo avevano meno timori, perché per lui le battaglie erano finite e poi Guido, così si chiamava, era robusto, autoritario, insomma sapeva farsi valere, forse per quello spirito ribelle che lo caratterizzava e che qualcuno esagerando definiva anarchico.
Anche la gemella Evira, con la pancia in fuori, era tornata a casa, dividendo i suoi pensieri fra quel suo fratello dai lineamenti delicati, quasi femminei, che era appena partito, e il marito Benvenuto, in chissà quale trincea del fronte.
 
                               ***
 
Il giorno dopo, senza mai fermarsi, la tradotta entrò nel Friuli, in piena zona di guerra, anche se il panorama all’intorno sembrava tranquillo. Se non fosse stato per l’incrocio con i treni ospedale non si sarebbe pensato che andando avanti c’era il nemico.
Fu solo al pomeriggio che Secondo, sempre con lo sguardo rivolto al finestrino, scorse a est grosse nubi che andavano addensandosi, accompagnate da brontolii cupi e da bagliori.
Fu così che gli scappò detto:
- Là in fondo sta arrivando il temporale.
Il sergente, chiusi gli occhi, rispose:
- No, là c’è battaglia, là c’è il Carso, là c’è la porta dell’inferno.
Si avvicinarono tutti ai finestrini, diedero un’occhiata, poi ritornano a sedersi, silenziosi e incupiti.
Arrivarono a sera inoltrata, scesero dal treno e proseguirono a piedi, lungo una strada su cui si affollavano autocarri con salmerie, o che trainavano cannoni, un lungo serpente che preludeva una nuova battaglia.
Per la notte li sistemarono in una vecchia stalla, ma nonostante la stanchezza nessuno riuscì a dormire, perché il borbottio di quel temporale era diventato un fragore.
 
                                      ***
 
A casa nemmeno i genitori riuscirono a prendere sonno e rimasero a lungo sdraiati a occhi aperti tenendosi per mano. Dove sarà ora, come starà? Pensavano senza parlare e avvertivano il vuoto intorno a loro.
 
                                      ***
 
Trascorsero i giorni, non molti, non più di una decina, e dopo una piccola istruzione militare nelle retrovie, Secondo Scaglioni e i suoi compagni furono condotti in prima linea, una trincea fangosa e puzzolente, una doppia fila di reticolati e di cavalli di frisia, poi, poco più in là, a non oltre un centinaio di metri, il nemico.
Quel giorno fu calmo, stranamente, e Secondo riuscì a far scrivere da un compaesano una lettera, l’unica, perché poi non gli fu più possibile.
“Cari genitori, sono arrivato e sto bene. Siamo in tanti e buoni amici. C’è anche Enrico Vanti del paese ed è lui che scrive questa. Non ho ancora visto il nemico, ma so che c’è, più in là.
Non preoccupatevi, perché i comandanti sono bravi e ci tengono alla nostra salute.
Un abbraccio, specie alla mamma.
Secondo”.
Non passarono ventiquattro ore ed ebbe inizio la decima battaglia dell’Isonzo.
In piena notte l’artiglieria italiana scatenò un uragano di fuoco, valanghe d’acciaio furono scagliate sulle linee austriache, mentre i nostri soldati attendevano trepidanti nelle trincee.
Poi venne l’alba, furono rimossi i cavalli di frisia, si praticarono aperture nei reticolati…
 
 
- Baionetta in canna, al segnale uscire dalle trincee e andare all’attacco, di corsa!
Un trillo di fischietto, i fanti che risalgono il bordo della trincea, Secondo che stringendo il fucile esce…
Esplode violento il tiro dell’artiglieria austriaca, tanti cadono ancora prima di aver percorso due passi, Secondo che alza le braccia al cielo e ricade all’indietro, i portaferiti che accorrono, fanno la spola disperatamente fra la trincea e l’ospedale da campo.
Prendono Secondo, lo caricano, le sue braccia penzolano dalla barella, la testa è tutta coperta di sangue.
E’ così che lo vede Enrico Vanti, mentre aiuta a caricare altri feriti.
Poi il tiro di controbatteria italiano, completamente sbagliato, che colpisce le nostre linee, con i proiettili “amici” che fanno scempio, che cadono anche sull’ospedale da campo.
 
                                      ***
 
Elvira sta preparando un caffè d’orzo, quando ode un urlo, una voce sottile che la chiama:
- Elvira!
Si volge intorno, nella piccola cucina non c’è nessuno, ma lei conosce bene quella voce e si lascia sfuggire un gemito:
- Secondo, Secondo…
E’ tutta agitata e decide di andare dai suoi, a piedi, perché non c’è altro mezzo.
E’ una strada lunga, è incinta, ha l’affanno, l’angoscia e quando arriva non ha bisogno di parlare, perché i suoi pensino al peggio.
- Benvenuto?
- No.
- Guido?
- No.
- Secondo… – e già la madre piange.
- Non so. Mi ha chiamato.
Il giorno dopo arriva la prima brutta notizia: Guido, quello in prigionia, è morto in un incidente sul lavoro. E’ accaduto un mese prima, ma le comunicazioni sono lunghe attraverso la Croce Rossa Internazionale.
La madre singhiozza, Elvira pure, il padre si sfoga in un angolo, fuori di casa.
E dopo tre giorni i carabinieri si presentano nuovamente alla porta con un messaggio.
“Si informa che il fante Secondo Scaglioni risulta disperso in un’azione di guerra sul Monte Sei Busi. Seguiranno eventuali notizie relative al suo ritrovamento.
Il Comando del Medio Isonzo”
Poche parole, fredde, per una tragedia che lascia tuttavia una larvata speranza.
Ma i giorni passano e non arrivano altri messaggi.
Fa ritorno a casa, però, per una breve licenza Enrico Vanti e allora i genitori di Secondo vanno a chiedergli del figlio.
- L’hai visto?
- Sì.
- E’ vivo?
- Non vi so dire; lo trasportavano all’ospedale da campo.
- Era ferito gravemente?
- Sì.
- Aveva speranze di salvarsi?
- Non sono un medico, ma la ferita alla testa era brutta.
Si fa silenzio, poi è il padre ora a domandare, da solo, visto che la madre guaisce in un angolo.
- L’hai più visto, dopo?
- No, la nostra artiglieria ci ha bombardato per sbaglio ed è stato un massacro.
- E l’ospedale?
- Dopo, non se n’è più trovata traccia.
Il padre mette una mano sulla testa della moglie:
- Andiamo.
E i due lentamente si incamminano verso casa, non una parola, non ce n’è bisogno.
 
                               ***
 
Passarono i mesi, la guerra finì, ritornarono i reduci.
La madre, fino a quando ebbe vita, sperò e volle che la porta di casa rimanesse sempre aperta per accogliere il figlio, ma Secondo Scaglioni non fece più ritorno.
 
 
 
 
 
 
Nota dell’autore:
La vicenda, nelle sue linee essenziali, risponde al vero, così come me l’ha raccontata anni fa Elvira Scaglioni, mia nonna.
 
 
 
 
  
 
 
     
  
            
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:41 | link | commenti (1)
categorie: narratori e racconti

L'ucronia o la fantapolitica, di Carlo Bordoni

L’UCRONIA O LA FANTAPOLITICA
                     di Carlo Bordoni


L’ucronia è il mondo del “se”: se le cose fossero andate diversamente, se questo evento si fosse verificato, se fosse stata presa una decisione diversa… A quali conseguente avrebbe portato, cosa sarebbe cambiato della nostra vita? Soprattutto: cosa sarebbe cambiato nella storia? Il fascino di un mondo sottilmente diverso da quello reale, ma possibile, terribilmente possibile, se solo si fosse verificato “quel” piccolo scarto iniziale che ha fatto la differenza, è alla base di molta narrativa attuale. Ucronia (dal greco, “in nessun tempo”) si differenzia da utopia, l’immaginazione di un luogo e di un tempo in cui si realizzano i sogni di perfezione dell’uomo, ma soprattutto si differenzia da distopia, l’utopia alla rovescia, dove ad essere immaginato è un futuro in cui si realizzano i peggiori timori dell’uomo. La più nota distopia, infatti, è rappresentata da 1984 di Orwell, dove le libertà umane sono cancellate da un totalitarismo violento e perverso, l’occhio indiscreto del “Grande Fratello” perseguita ogni individuo nella vita privata, fino a indagare nel suo pensiero.
A differenza della distopia, l’ucronia ha un contenuto persino ottimistico: il fascino di un mondo possibile lascia intravedere altre possibilità che invece la cruda realtà porterebbe a precludere. Ma, soprattutto, l’ucronia è più vicina a noi – è la forma di fantascienza più vicina all’oggi – al punto da confondersi con una realtà parallela. Il romanzo ucronico è forse la forma più avanzata della fantascienza, quella più adatta al nostro tempo; l’evoluzione stessa della narrativa contemporanea.
La sua origine è recente: si può far risalire al testo cult di Philip K. Dick, La svastica sul sole (1962, riedito da Fanucci nel 2005), dove è preconizzato un dopoguerra sotto la dominazione nazista. Autori come Kim Stanley Robin­son (Gli anni del riso e del sale, Newton Compton, 2007), Sophia McDougall (Romanitas, Newton Compton, 2005), assieme agli italiani Mario Farneti (Nuovo impero d’Occidente, Tea, 2006), Giampietro Stocco (Nero italiano, Frilli, 2003; Dea del caos, Frilli, 2005), Massimo Mongai (Il fascio sulle stelle, Robin, 2005), Francesco Dessolis (Ingannare il tempo, Il Melograno, 2007), Pierfrancesco Prosperi (La moschea di San Marco, Bietti, 2007) e Gianfranco de Turris, curatore dell’antologia Se l’Italia (Vallecchi, 2005), raccontano gli incubi di un mondo possi­bile, che si nasconde sotto i fragili equilibri esistenziali e politici del pre­sente.
Spesso i temi più frequentati sono proprio quelli legati al recente passato (il nazismo in Dick, il fascismo in Stocco, l’integralismo islamico in Prosperi), proprio perché si prestano meglio a dipingere con altre sfumature le problematiche del presente. Lo ammetto: non sono riuscito a sottrarmi al fascino dell’ucronia. Dopo Istanbul Bound, dove raccontavo la storia di un’isola che non c’è, in cui si frantumano i sogni di un adolescente al suo primo imbarco alla fine degli anni Trenta, ho scritto un romanzo ucronico: Il cuoco di Mussolini, dove il giovane protagonista, un sedicenne, incontra Mussolini nell’agosto del ’44 nella campagna lucchese, a ridosso della Linea gotica. Un fatto storicamente mai avvenuto, ma “possibile”, con tutte le conseguenze che il caso avrebbe potuto generare. In fondo, tutta la letteratura fantastica contiene qualcosa di “ucronico”, di ciò che non c’è in realtà, ma potrebbe esserci stato. È la forza della fantasia, capace di creare dal nulla, da un’ipotesi completamente astratta.
Ucronia
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:37 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
domenica, 25 maggio 2008

Teatro, di Cristina Bove

L’esistenza come una recita di cui siamo protagonisti: un’idea indubbiamente originale uscita dalla prolifica penna di Cristina Bove.
 
 Teatro
di Cristina Bove

Dalle quinte del tempo sul fondale
di miraggi ed inganni fingo l’arte
la recita che impone
di nascondere lacrime e dolore

nessuno che mi possa applaudire
ciascuno ha un suo teatro

adesso è l’ora dei pittori d’ombre
dei macchinisti immemori di funi
dei trovarobe in cerca di fantasmi

in attesa che calino il sipario
su questa scena prossima alla notte
un monologo appena sussurrato
a una platea fatta di sedie vuote.
Teatro
Penso che questa bella poesia trovi l’esatto accostamento con le splendide note del celebre Canon in D Major di Pachelbel, composto nel lontano 1680.
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:23 | link | commenti (10)
categorie: poeti e poesie

Notte all'Hostaria La Guercia, di Valentino Rocchi

Notte all
Notte all’Hostaria La Guercia
di Valentino Rocchi
Argalìa Editore
Narrativa – romanzo storico
Pagg. 305
Prezzo: € 14,00
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
Quando accade di ultimare la lettura di un’opera di grande bellezza, e questo avviene poche volte, si resta come attoniti e l’unica idea che viene alla mente si sintetizza nella parola capolavoro. Anzi, questo termine si ripete, due e più volte, quasi a voler dar conferma in tal modo a quella sensazione di profondo appagamento che ti pervade, che ti fa sentire fra lo stupito e l’esultante e che non poche volte porta a lacrime di autentica commozione.
Non capita solo a me, visto che anche Gian Paolo Serino su Satisfiction non è riuscito a scrivere altro a proposito di Ultimo parallelo, lo stupendo romanzo di Filippo Tuena.
Ho provato questa sensazione proprio al termine della lettura di Notte all’Hostaria La Guercia, titolo forse non particolarmente invitante, ma, come in certe confezioni non roboanti che dentro presentano tanta sostanza, questo romanzo è un’autentica sorpresa.
Pur se l’autore mi ha abituato a opere di eccellenza, mai e poi mai avrei potuto sospettare che un suo romanzo, peraltro storico, potesse avere così tante qualità, amalgamate con maestria al punto tale da far esclamare “E’ un capolavoro!”.
Certo il giudizio dipende anche dal gusto, ma ci sono elementi che non sono così soggettivi che mi confortano nell’entusiasmo con cui scrivo di quest’opera.
Sì, perché penso sia naturale dopo la sintesi di valutazione cercare di comprendere come sono pervenuto a un giudizio raro e così elevato.
Ora, senza provvedere a un elenco dei meriti che finirebbe con lo stancare il lettore nella freddezza dell’enunciazione, sono dell’idea che si potranno meglio comprendere parlando del romanzo, ovviamente con le opportune puntualizzazioni.
Il titolo ha una sua precisa ragione, perché Rocchi, invece di narrarci la storia di questo famoso personaggio del XV secolo, partendo dalla nascita e sviluppandola fino alla morte, ha preferito mostrarcelo in questa notte trascorsa, vegliando, in una vecchia osteria nei pressi di Pesaro, la sua città a cui, non senza timori, si appresta a ritornare.
Nelle ore del buio, trascorse senza dormire, l’uomo, perché prima di tutto è un uomo con tutte le sue paure e le sue incertezze, rievoca il suo passato con le considerazioni del presente.
E’ un’idea che dà un tocco di malinconia a tutta l’opera e che la rende viva, perché avvicina il protagonista al lettore.
Qui chi racconta parla della sua esperienza, fa rivivere a se stesso, e così anche agli altri, emozioni trascorse, fa sentire continua la sua presenza sia in vicende passate che in quelle ore della notte in cui gli sovvengono i ricordi, facendo emergere non pochi rimpianti, soprattutto alla luce dell’estrema incertezza dell’avvenire.
Ritengo doveroso anche un cenno, strettamente storico, sul personaggio principale. Si tratta di Pandolfo Collenuccio, nato nel 1444 e che dopo aver compiuto gli studi di diritto all’università di Padova riuscì a inserirsi nella corte sforzesca di Pesaro. Avviò così una lunga carriera di diplomatico e di cortigiano che lo mise anche al servizio di Lorenzo de’ Medici e dei Gonzaga. Caduto in disgrazia per un presunto tradimento e fatto rientrare a Pesaro con un inganno, lì vi fu giustiziato nel 1504.
Ora nel romanzo, il più possibile fedele ai fatti storici, sono presenti anche personaggi famosi dell’epoca, quali Poliziano, Pico della Mirandola e perfino i Borgia, all’origine della rovina di Pandolfo.
Rocchi riesce a farli emergere non come sporadiche comparse, ma in un disegno narrativo ove ognuno trova il suo giusto risalto, soprattutto in relazione ai rapporti instaurati con il protagonista.
Insomma, pur avendo ben presente che l’opera deve parlare di Pandolfo Collenuccio, gli altri personaggi lasciano traccia e assumono quella vitale autenticità che riesce a fornirci un’immagine veritiera di un’epoca.
Altri invece sono probabilmente frutto della creatività, come Maria, il primo amore, definita susina acerba per le sue qualità estetiche, un soprannome che non manca di tenerezza come solo può averla chi ne ha ancora il rimpianto. Al riguardo, la notte d’amore con lei è un autentico gioiello con un Pandolfo inesperto, che combatte fra desiderio e timore, ma alla fine si lascerà andare e in balia dei sensi raggiungerà un’estasi mai dimenticata. Per quanto immaginati, questi personaggi, compreso il capo lancia che bracca Pandolfo, emergono dalle pagine con naturalezza e sono uomini di quel tempo, perfettamente inseriti in una struttura narrativa che non presenta il minimo squilibrio.
In una notte si fa il bilancio di una vita e come sempre non quadra, ma egualmente l’uomo si appiglia a questi ricordi, perché sono le uniche certezze. Il personaggio storico, che i libri ci raccontano nelle sue gesta, riacquisisce così quelle caratteristiche umane, quei pregi, ma anche quelle debolezze, che lo vivificano, un rientro nella normalità che però lo fa sentire più vicino. In questo accostamento, o se vogliamo in questo ridimensionamento, il nome diventa persona, le sue gesta non vengono sminuite, ma facendolo sentire simile a noi è inevitabile una naturale simpatia, un desiderio di soccorrerlo, di partecipare alle sue pene, a tal punto che resta indelebile il suo ricordo e così gli si dona l’immortalità.   
Scritto in modo estremamente scorrevole, senza la minima sbavatura, questo romanzo presenta alcune parti che sono veramente eccezionali.
Ho già citato la notte d’amore con susina acerba, ma non posso tralasciare il suo commiato da lei e, soprattutto, la morte di Pandolfo, quattro righe in cui la cessazione della vita passa in secondo piano rispetto all’ultimo rimpianto dell’uomo consapevole della sua fine.
Sì, per questo e anche per altro, Notte all’Hostaria La Guercia è per me un capolavoro, ma, come sempre capita in questi casi, sono sicuro che, leggendo e rileggendo, troverò ancora altri motivi a supporto del mio giudizio.
 
ValentinoRocchi, nato a Savignano sul Rubicone, risiede sin dall’infanzia a Pesaro. È socio corrispondente della Rubiconia Accademia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone. Si è avvicinato alla narrativa, con libri di ampio respiro e trame avvincenti, dopo una vita di intenso lavoro. Ha pubblicato: “Una Storia a Castelvecchio” (Ed. Il Ponte Vecchio); “L’Eredità di Venanzio” vincitore del Premio letterario “Il Pungitopo” 2002 (Ed. Guaraldi); “Gli uomini di Bluma” II classificato Premio Letterario “Palazzo al Bosco”, 2002 (Ed. Giraldi); “La saggezza di Toni” (Ed. Giraldi); “Notte all’Hostaria La Guercia - Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Ed. Argalia), pubblicato nell’anno del V centenario della morte di questo personaggio dalla vita straordinariamente avventurosa. Il romanzo è ambientato nel XV secolo, di cui è l’autore è studioso e conoscitore. L’ultima pubblicazione in ordine di tempo è “La Magìa del fuoco”. (Agemina).
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:19 | link | commenti (1)
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