L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

Chi sono

Utente: RenzoMontagnoli
Nome: Renzo Montagnoli
Un eterno illuso.

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
domenica, 29 giugno 2008

Virgilio, di Renzo Montagnoli

Virgilio
Non è solo un racconto volto a ricordare il grande poeta latino, ma anche un omaggio a un luogo dove natura e cultura si sono fuse miracolosamente nei versi magici delle Bucoliche e delle Georgiche.
 
      Virgilio
                             di Renzo Montagnoli
 
- Sono curioso di vedere dov’è nato il famoso poeta latino Publio Virgilio Marone.
Riccardo, il mio interlocutore, mi guarda con gli occhi che sembrano reclamare una risposta affermativa.
Abita a Torino, ci siamo conosciuti tramite Internet ed è venuto a trovarmi; si è fatto i pericolosi chilometri della Torino – Milano, fra code, rallentamenti e deviazioni per venire da me.
Capisco ora che, a parte la naturale curiosità di sapere come sono dal vero, in lui, che ha insegnato tanti anni il latino al liceo classico, è prepotente il desiderio di conoscere i luoghi che hanno ispirato l’autore delle Georgiche, delle Bucoliche e dell’Eneide.
- Certo, adesso ci andiamo, ma non in auto, bensì con la bicicletta. Sai andare in bicicletta?
- Se so andare in bicicletta? Quand’ero giovane non c’erano auto e moto e per andare a scuola restava solo la bicicletta, anzi il velocipede, come diceva mio nonno, fra un tiro e l’altro della pipa.
- Benissimo. Il percorso è quasi tutto costituito da una bella ciclabile e non è molto lungo. Se partiamo adesso, siamo di ritorno giusto per l’ora del pranzo. Che ne dici?
- Partiamo.
- Sì, partiamo.
Il primo tratto del percorso ciclabile interessa buona parte della frazione di Cerese, dove abito io, dove c’è il Municipio e un piccolo centro con la piazza. Sì, perché il Comune di Virgilio è costituito da tre frazioni: Cerese, Cappelletta e Pietole, verso cui adesso ci dirigeremo.
- Bella questa ciclabile ed è un peccato che corra in fregio alla statale.
- Caro Riccardo, non si può avere tutto, ma ti assicuro che quando arriveremo là l’aria sarà più salubre.
Dopo un quarto d’ora circa arriviamo alla frazione di Pietole, un piccolo borgo che due chilometri più in là, vicino all’argine del fiume Mincio, ha l’onore di ospitare il luogo dove è nato il sommo poeta latino.
In verità, per raggiungerlo dobbiamo sobbarcarci la strada comunale, peraltro poco frequentata e anche piacevole perché corre fra campi ben tenuti, dove i colori sembrano quelli della tavolozza di un pittore.
Il verde dell’erba medica si alterna al biondo oro del frumento già prossimo alla mietitura, mentre su tutto fa da sfondo un cielo dall’azzurro scintillante.
Un po’ prima dell’argine, un cartello ci avvisa che siamo arrivati ad Andes, tre case e un paio di fattorie, una sorta di frazione della frazione.
C’è una fontanella e ci fermiamo a dissetarci.
Si avvicina incuriosito un vecchietto, vedendo due facce nuove; sembra che voglia attaccare discorso, ma
forse ha un po’ di timore e spera che siamo noi a iniziare.
Provvede subito Riccardo; lo guarda sorridendo e gli chiede:
- Virgilio?
Quello lo guarda un po’ stupito, poi ribatte:
- Virgilio l’oste? E’ andato ad abitare in città da una decina d’anni e da allora non c’è più il bar. O forse intende Virgilio il messo comunale? Poveretto, come è andato in pensione, un…, come si dice, un ics…, no, insomma quello che è.
Gli va in aiuto Riccardo: - Un ictus?
- Bravo, quella roba lì. E’ caduto per terra e l’hanno rialzato solo per portarlo al cimitero.
- Vede, non ci siamo capiti. Mi riferivo a Publio Virgilio Marone.
Il vecchietto lo guarda con aria dubbiosa, poi sbotta:
- C’era una volta, ma è da tanto che non c’è.
- Lei sa chi è?
- Io so quelli che conosco. Una volta mi ha detto qualche cosa mio nipote, che va a scuola. Mi ha detto “Nonno, ma sai che da noi è nato Publio Virgilio Marone, il più grande poeta latino?”. Poeta, poeta, uno che scrive poesie come quello della cavallina storna, il Pascolo.
- Pascoli, si chiama Giovanni Pascoli.
- Beh, Pascolo o Pascoli è quello della cavallina storna. La maestra a scuola ce l’ha fatta imparare a memoria, tanto che mi usciva dagli occhi. Non mi sono simpatici i poeti, da allora.
- Dunque lei non è in grado di dirci dove è nato esattamente Virgilio?
- Se è il poeta, no; se invece è un altro Virgilio, mi deve dire quale.
- In che senso?
- Che qui quasi tutti fanno di nome Virgilio.
- Anche lei?
- Ci mancherebbe altro. Mio padre era un socialista, di quelli che ai tempi del fascio si sono presi le legnate e hanno fatto i gargarismi con l’olio di ricino. Mi chiamo Carlo, in onore di quel gran uomo di Marx, che infatti non è un poeta, ma tutti mi chiamano Lenin.
Faccio cenno a Riccardo di lasciar perdere e di riprendere il nostro percorso.
Inforchiamo le biciclette e avviandoci lo salutiamo.
- Buona giornata, Lenin.
Non risponde, ma con la coda dell’occhio vediamo che sta in mezzo alla strada con il pugno chiuso.
- Strano tipo, Renzo, vero?
- Caro Riccardo, voi che abitate nelle grandi città non potete immaginare come un paese sia fatto da tanti attori, non esseri anonimi, ma personaggi che interpretano un ruolo ben definito. Più o meno sono tutti caratteristi e lo è anche Lenin, pardon Carlo, che sembra uscito da una delle pagine dei romanzi di Guareschi.
Fra una chiacchiera e l’altra abbiamo ritrovato la ciclabile che ora, su un percorso lievemente ondulato, si addentra nei campi, corre lungo fossati di irrigazione, indugia all’ombra di lunghi filari di pioppi, rasenta stalle dove miti vacche ci osservano ruminando, scivola lungo stagni oziosi, fra il gracidio delle rane e il frinire delle cicale.
Riccardo non parla più, ma quando arriviamo a uno spiazzo nei pressi di un ponticello che sorpassa un fosso punteggiato di ninfee e dove un paio di aironi scandagliano le rive, si ferma di scatto, si guarda intorno, respira a fondo quell’aria che sa di terra smossa, dove i profumi dei fiori e gli odori delle stalle si mescolano in modo perfetto in un’essenza di vita.
- Prima Syracosio dignata est ludere versu,
nostra nec erubuit silvas habitare Thalia.
- Che hai detto?
- La nostra Talia prima si degnò di cantare
nel verso siracusano, e non arrossì di abitare nelle selve. E’ la VI Ecloga delle Bucoliche. Io arrossisco ad abitare in una città, a respirare smog, a vedere mura di cemento e a udire i mille rumori di una civiltà opprimente.
- Non esagerare.
- Non esagero. Se ora mi commuovo davanti a questo spettacolo, posso solo immaginare quanto immensamente bello doveva essere ai tempi di Virgilio. Adesso capisco dove ha tratto la sua ispirazione. Grazie, Renzo.
- Ma non abbiamo ancora appurato dov’è il luogo esatto in cui è nato.
- E che importa. Può essere oltre quella curva, oppure che ci siamo passati prima, ma quel che conta è che qui, fra questi campi, fra i fossi, sotto questo cielo abbiamo ritrovato il suo spirito. Ecco, è come se fosse ancora con noi.
Lo osservo, è felice come un bambino e anch’io lo sono di questa immersione nella natura, di questo assaggio di una vita a misura d’uomo, dove il tempo è ancora regolato dalle stagioni e ad ogni alba ci si vorrebbe unire ai mille brusii degli insetti per innalzare un canto alla vita.
Il tempo, questo mostro che abbiamo creato modificando quello naturale, richiama però alla realtà.
Guardo l’orologio e vedo che si è fatto tardi.
- Mi spiace, Riccardo, ma dobbiamo rientrare.
Sembra non ascoltarmi, è là, immobile, il suo sguardo sembra indugiare sul campo di mais davanti a lui, ma so che va oltre, che corre fra i filari e vede un mondo perduto, un sogno da cui non vorrebbe tornare.
Gli metto una mano sulla spalla, si scuote e mi guarda:
- Sì, andiamo, rientriamo nella realtà di un mondo che non ci piace, in ritmi di vita che ci opprimono, in una corsa continua senza una meta, se non quella a cui arriveremo in ogni caso affranti, delusi, insoddisfatti di noi.
Risaliamo in sella e facciamo il percorso inverso, ma prima di arrivare alla strada comunale, prima di entrare in Andes, Riccardo saluta quel mondo.
Si ferma, si passa una mano fra i capelli, poi con il fazzoletto si asciuga gli occhi.
Il rombo di un autocarro sommerge il silenzio di quelle tre case.
 
(da “Storie di paese” – Seconda serie)  
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:03 | link | commenti (4)
categorie: narratori e racconti

Elizabeth Bishop, di Alberto Carollo

                              Elisabeth Bishop
                              Elizabeth Bishop
                                   di Alberto Carollo
 
Il recente incontro* con la poesia di Elizabeth Bishop (1911-1979) ha suscitato in me un sentimento di ammirazione e soggezione che ha delle analogie con le emozioni provate a suo tempo di fronte all’opera di altri mostri sacri della poesia americana, grandi figure di poetesse del calibro di Emily Dickinson e e Anne Sexton, tanto per fare due nomi. Non a caso la Bishop è entrata di diritto nel novero dei massimi poeti americani del Novecento. Fu, in vita, amica di Marianne Moore, conosciuta al Vassar College nello stato di New York, della quale è ritenuta la degna erede.
 
L’itinerario artistico della Bishop è segnato, all’inizio, dal culto modernista della percezione; l’amicizia con la Moore la indirizza verso una poesia elaborata, che si svolge seguendo il filo del pensiero. A differenza dell’illustre collega, la Bishop è sempre ancorata allo svolgersi dell’evento poetico, al fissarlo nel verso collegandolo a un luogo e a un tempo determinati. Sorprende la fresca naturalezza delle sue composizioni se rapportata alla meticolosità certosina con la quale la poetessa seleziona le parole utilizzate nel suo dettato poetico.
 
Se c’è un carattere distintivo nella poesia di Elizabeth Bishop è senza dubbio la sua elusività. Eterna sfrattata dai paesi come dagli affetti, anima ondivaga e itinerante, schiva e appartata, con una complessa e problematica identità sessuale, la Bishop incarna una poesia dell’inadeguatezza; il suo mondo poetico origina da fatti casuali e contingenti, da eventi autobiografici, da taccuini di viaggio. Non a caso le sue raccolte hanno sempre titoli geografici: North and South (1946), A Cold Spring (1955), Question of Travel (1965).
 
Il lucido nitore del suo verso, di lunghezza variabile, con periodi sintattici brevi che spesso si chiudono semplicemente nella misura di un trimetro o di un esametro, è composto di parole domestiche, spoglie, con una vocazione per la luce e il colore, a delineare paesaggi iridescenti, visioni a volte surreali e scomposte o, viceversa, di un rigore affilato e geometrico, dove irrompe inatteso un istante di trance epifanico, distillato nella finestra di una pagina, come nella breve poesia che riporto, dove il motivo della luce lunare diviene una riflessione sull’insonnia, regno ctonio e rovesciato dove le ombre diventano corpi.
 
INSOMNIA
 
The moon in the bureau mirror
looks out a million miles
(and perhaps with pride, at herself,
but she never, never smiles)
far and away beyond sleep, or
perhaps she’s a daytime sleeper.
 
By the Universe deserted,
she’d tell it to go to hell,
and she’d find a body of water,
or a mirror, on which to dwell.
So wrap up care in a cobweb
and drop it down the well
 
into that world inverted
where left is always right,
where the shadows are really the body,
where we stay awake all night,
where the heavens are shallow as the sea
is now deep, and you love me.
 
INSONNIA
 
La luna nello specchio del comò
guarda milioni di miglia lontano
(e forse con orgoglio, a se stessa,
ma non sorride, non sorride mai)
via lontano lontano oltre il sonno,
o forse è una che dorme di giorno.
 
Se l’Universo volesse abbandonarla,
lei gli direbbe di andare all’inferno,
e troverebbe una distesa d’acqua
o uno specchio, sul quale indugiare.
Tu dunque metti gli affanni in un sacco
di ragnatele e gettalo nel pozzo
 
nel mondo alla rovescia dove
la sinistra è sempre la destra,
dove le ombre in realtà sono corpi,
dove restiamo tutta notte svegli,
dove il cielo ha tanto poco spessore
quanto è profondo il mare e tu mi ami d’amore.
 
Per saperne di più:
Elizabeth Bishop, Dai libri di geografia, a cura di Bianca Tarozzi, 1993, Salvatore Sciascia Editore.
Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione, traduzione di Riccardo Duranti, Damiano Abeni e Ottavio Fatica, 2005, Biblioteca Adelphi.
* Infinita gratitudine a lui per avermela fatta conoscere.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:58 | link | commenti (2)
categorie: letteratura
sabato, 28 giugno 2008

Notturno, di Gianni Langmann

Una delicata poesia d’amore, sussurrata sommessamente, quasi un sogno.
 
Notturno
Notturno
di Gianni Langmann

Delicate frasi d'amore
son scese di notte
scivolando sui raggi
lunari.
Sull'erba del mio
giardino si sono
posate.
Ed è per questo che
lì non oso più
camminare.
Non le voglio calpestare.
 
Mi sembra un eccellente accostamento quello con le note del Notturno di Grieg.
http://it.youtube.com/watch?v=XOQPrb46uEY
 
 
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:56 | link | commenti (6)
categorie: poeti e poesie

Dissolvenze, di Antonio Messina

Dissolvenze
Dissolvenze
di Antonio Messina
Prefazione di Patrizia Garofalo
In copertina “Ori antichi” (2005)
di Angela Betta Casale
Progetto ed elaborazione grafica
di Angela Betta Casale
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
diretta da Fabrizio Manini
Poesia silloge
Pagg. 87
ISBN: 9788876061738
Prezzo: € 10,00
 
Recensione di Fortuna Della Porta 
 
Partendo dal titolo, si potrebbero spiegare le dissolvenze in vario modo. Sono quelle che imprigionano la vita in una catena intrisa di vuoto, come fosse ombra, il nostro passaggio terreno dai tratti conturbanti o incomprensibili e difatti il poeta prosegue: sono costretto, nella luce diafana del mattino, / a macchiarmi l’anima/ di eventi e dolore, / quel fiore solitario che non trovo…
Nella sua concezione non solo l’uomo stenta a trovare il bandolo e una direzione al cammino generale dell’essere nel senso filosofico del termine, quanto a se stesso, immerso in una eternità tradita, sottomesso al pungolo del destino. Il suo pessimismo, tuttavia, più che configurare una posizione dominata dal nonsenso dell’apparato planetario, sembra piuttosto sottolineare il limite intrinseco della creatura, che pur sostenuta dalla ragione, è costretta ad una sorta di agnosticismo sulle cogenti domande circa lo scopo e il fine della sua vita. Nessuno può figurarsi se non attraverso la fede un disegno dell’eterno.
Marionetta o fantoccio, l’essere umano segue una strada che non ha segnato con le sue mani, in un tragitto di fittizia libertà. Il caso decide i suoi passi, sovente gettando lutti sulle spalle, sempre lasciando disorientati. Ciononostante la vita va vissuta, anzi conserva nelle sue pieghe la magia che induce, di fatto, all’accoglienza della propria sorte e all’orgoglio di aver partecipato al circolo più generale, se pure incomprensibile, del cosmo, con due mani protese nel vento, / l’urlo del mare, / il canto dei vili, / la rabbia dei morti, / l’incertezza del pianto, / le cose ordinarie, / il dolore di essere ombre.
Ma oltre alla generica angoscia esistenziale che probabilmente è già presente nel primo umano vagito, l’arco di tempo che appartiene al poeta è segnato da altre ferite, storiche e contingenti. Il degrado intacca l’umanità in maniera globale: l’ambito dei rapporti umani non è più nel segno della reciprocità, quelli politici e di mercato sono dettati dal tornaconto personale e dall’egoismo e l’ecosistema è stato tanto violato da far temere addirittura la catastrofe della specie. Prevale quello che Fromm aveva paventato: il primeggiare dell’avere sull’essere. Hanno ucciso l’azzurro, / le notti di marzo, /il canto e la poesia, / sussurri e chiarori in un campo di tenebra.
Il poeta tuttavia nella sua desolazione intravede un porto. Nel rapporto d’amore, che dalla sua parte concepisce come totalizzante e generoso fino al dono di sé, altre dissolvenze si possono immaginare: quelle del dolore e dello sconcerto. Anzi, nell’altra persona, Messina, come si diceva, è disposto a sciogliere tutto se stesso, mettendo la vita in altre mani, in una fiducia che acquisisce i toni elegiaci e lirici dell’antica poesia. Non nutre alcun pudore nel rivelare la propria fragilità e il bisogno di lasciarsi andare per avere tregua, tanto è fiducioso che l’amore possa dare colore e calore al suo buio, mettendo in fuga i fantasmi.
Tuttavia Messina sa che neppure un sentimento vero sfida il tempo e che due giorni appena in questa vita danzeremo, ma ne scrive senza lo stoicismo oraziano del carpe diem. In questa poesia si rilevano invece sentimenti e passioni, dubbi e lacerazioni in una sorta di stralunata consapevolezza dell’imminente precipizio.
 
…nel segno,
di questo presente immobile,
nello spazio di un respiro,
mi guardo intorno,
attonito,
osservo la mia vita
racchiusa
in miasmi di tenebra.
 
Un’atmosfera crepuscolare, di penombra, grava su tutta la raccolta, dovuta a questa battaglia tra lo sguardo che osa l’azzurro e la percezione della precarietà delle cose dell’uomo, che riverberano sul verso un senso di sconfitta che talora arriva alla prostrazione. Sovente anche gli elementi della natura assurgono a metafora delle tante speranze disattese.
Commuove poi la poesia alla madre che si configura come il baluardo contro il vero e proprio deragliamento.
Alla fine è d’obbligo parlare delle vere dissolvenze, quelle che la morte impone alle membra e alla coscienza di ciascuno, il riposo eterno. In effetti, tutta la raccolta è attraversata da una sottesa malinconia, con lo sguardo rivolto alla falce in un angolo già sguainata e, in questo ambito mesto, anche l’amore non è mai narrato con esaltazione ma con un filo di tristezza dovuto al rimpianto sempre presente di quanto si sta per perdere. Lascia che il corpo si dissolva piano…
Poesia di confessione, quasi femminea, se si intende con questo la capacità di scavo e di dono, assiepata in un suono pulito e in un lessico confidenziale e comprensibile: in nessun passaggio l’autore cerca l’artificio retorico e i toni altisonanti. L’uso della lingua nella sua cadenza da antica nenia o melodia non ricorre a stratagemmi di assonanze, giochi linguistici e metrici; essa si posa con una naturalezza e trasparenza del verso che rendono la raccolta godibile in ogni parte.
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:54 | link | commenti
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 28 giugno 2008

Non si tratta di essere  favorevoli o contrari a certi personaggi politici, ma quando si leggono certe amenità (e sono stato gentile a definirle così) si può comprendere che è più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago piuttosto che il nostro paese possa essere condotto da mani esperte, disinteressate e sicure: il tutto su 1manifesto.
 
 
Nelson Mandela, l’emblema di un ‘Africa che si vuole riscattare senza l’odioso percorso di una guerra, compie oggi 90 anni.  Oggi si festeggia a Londra un vero e proprio leader dei diritti umani, quei diritti così tanto osannati da quegli Stati Uniti che lo hanno sempre inserito nella lista dei pericolosi terroristi, cancellandolo solo nel giorno del suo compleanno. Mi sorge il dubbio che i diritti umani siano diversi per l’egemone americano a seconda degli interessi economici…Per saperne di più leggete il bell’articolo di Giuseppe Iannozzi.
 
 
Francesco Giubilei ci ricorda che è uscito Lungo la strada, l’antologia di racconti edita per ricordare il primo anniversario della rivista letteraria Historica. Sono diversi titoli di altrettanti autori a costituire un volume del cui acquisto sono certo non vi pentirete. Volete conoscere un motivo di più per comprarlo? Fra i racconti ce n’è uno scritto da me, Il segreto di Caterina Carmon, una storia torbida che si svolge alla fine del 1800 in un convento di clausura e dove è presente un particolare aspetto erotico.
 
 
Milvia Comastri mi ha fatto dono della pubblicazione sul suo blog rossi orizzonti del mio racconto Croci di guerra. Il titolo farebbe supporre che si tratti di una prosa bellica, ma non è così, perché invece si parla di una virtù di grandissima portata e ormai desueta: la pietà.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:49 | link | commenti
categorie: comunicati
venerdì, 27 giugno 2008

Un altro mondo, di Renzo Montagnoli

          Un altro mondo
           Un altro mondo
         di Renzo Montagnoli
 
Sì, sarà stata un po’ di stanchezza legata anche alla stagione, comunque sta di fatto che ho dovuto staccare la spina. Sono stati pochi giorni, comunque, ma se mi sono ripreso fisicamente, mi è rimasta dentro una tristezza che mi accompagna da tempo e che nemmeno la serenità, a cui sono faticosamente pervenuto, riesce a guarire.
E’ un senso di vuoto quello che provo, quasi uno smarrimento, è come trovarmi in un posto sconosciuto e che non mi piace.
Mi guardo intorno e non vedo nulla che mi possa confortare; c’è un mondo che è troppo diverso dal mio, un circo equestre dove vedo solo gente che si spinge, che sbraita, che vuole prevalere a tutti i costi, dove regna incontrastata la menzogna. Se non fossi certo di essere vivo, mi sembrerebbe di stare all’inferno.
Non ci sono più valori, l’umanità, intesa come qualità, è pressoché assente, predominano i furbi, i violenti, le mezze calzette e in questo vortice di nefandezza mi sento sempre più spostato all’esterno, e già mi vedo ai margini , attonito, incapace di capire, in mezzo ai tanti diseredati di questo nostro disgraziato pianeta. A fianco mi trovo i bimbi affamati e sfruttati, le minoranze che ormai si vanno spegnendo e, anche se si lavano poco, sento la voglia di abbracciare gli zingari. Sono nomadi, anzi no lo erano, perché sono costretti a vivere in campi di sosta che ricordano più che altro i lager, non si fa nulla perché possano integrarsi e loro vivono alla giornata, spesso rubano anche, frequentemente rubano ad altri poveri.
E che dire di quelle badanti che stanno 24 ore su 24 accanto a dei vecchi inabili, spesso anche di mente, facendo un lavoro utile, ma ingrato e, soprattutto, poco retribuito. Sono donne allo sbando, senza frontiere, senza più la loro casa, lontane dagli affetti.
E le categorie di emarginati aumentano sempre più: dagli immigrati che sono preferiti clandestini per sfruttarli, ai pensionati, che non hanno più nulla da spendere nella loro vita, né denaro, né speranza.
Accendi la televisione e, a parte trasmissioni di incomprensibile stoltezza, ci sono solo tette e culi: anche lo spettatore normale viene emarginato.
Chi dirige le danze rassicura: mai c’è stato un mondo migliore e in questo gli credo, perché lui gioca a chemin de fer con le nostre vite e tiene sempre il banco.
Nella moltitudine di diseredati ci sono sempre poi quelli che vogliono prevalere, che sognano di essere un giorno come quei signori che dettano le regole e per farlo sono disposti a tutto; in questo lager mondiale diventano i kapò e sono odiati dagli altri. Di questa insofferenza se ne accorgono e allora aumentano le frustate, facendo di tutto per farsi belli con i padroni. Si associano in veri e propri clan di mutuo soccorso, ma in cui serpeggia un’invidia perniciosa e corrosiva, si creano alleanze, che si ribaltano, in un inutile affanno, perché se i padroni sono mezze calzette, loro non sono nemmeno la suola delle scarpe. Non raggiungono i risultati sperati? Se la prendono con i diseredati, invece di guardarsi allo specchio e dirsi una volta per tutte: Ma chi te l’ha fatto fare di diventare così schifoso?
Mi rifugio nella lettura, nella poesia, ma tendo a chiudermi come un bozzolo. Di questo passo, alla mia età, l’alzheimer è in agguato e non aspetta altro che la mia voglia di vivere finisca del tutto.
Non voglio essere costretto a rifugiarmi in un mondo tutto mio, non voglio isolarmi per non sentire le sciocchezze squallide dei potenti e i pianti disperati dei miseri.
Non mi piace più sentir parlare di democrazia, di libertà, di uguaglianza, di fraternità: sono tutte e solo belle parole.
Ho deciso però che continuerò a resistere a questa globalizzazione e materializzazione dei sentimenti, in una battaglia dall’esito scontato, ma mi piace l’idea di soccombere credendo ancora in qualche cosa. 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:08 | link | commenti (10)
categorie: editoriale

L'azzurro del mare, di Roberto Morpurgo, edito da Joker

L
L’azzurro del mare
di Roberto Morpurgo
Prefazione di Sandro Montalto
Edizioni Joker
Poesia - raccolta
Pagg. 87
ISBN: 9788875361372
Prezzo: € 12,00
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
Chiudo il libro e mi dispiace, perché il fluire dei versi di questa silloge ha la stessa carezza lieve di una brezza di primavera; già la luce fuori si fa fioca e il giorno è passato assaporando le armonie di una penna felice, un susseguirsi di immagini e di emozioni, mai forti, ma sommesse e quasi pudiche, in un lento adagio che avvolge e coinvolge trasmettendo, senza che me ne accorga, una grande serenità.
Questa è la poesia di Roberto Morpurgo, un verbo sussurrato con soavità.
La silloge in verità è costituita da quattro raccolte tematiche (Il dolore e paesaggi, L’azzurro del mare, Viaggiare l’Italia, Pianura e anima), quattro riflessioni di ampio respiro che s’intrecciano a formare un’unica opera composita, come i tempi di una sinfonia.
L’azzurro del mare è anche il titolo di una poesia…
 
C’è a Itaca un trono
sepolto nelle acque
chiare dello Ionio.  
 
Il richiamo al mitico eroe omerico, al lungo pellegrinaggio per il ritorno alla terra natia cela il percorso del poeta alla continua ricerca di una verità che sembra quasi di toccar con mano, ma che poi si disperde come nebbia al sole.
Il ricorso alla metafora è precipuo in questa raccolta, ma è fatto con misura e con grazia; così nella raccolta Il dolore e i paesaggi appare sfumato (Cammino perché scricchi / la ghiaia), oppure, come ne L’azzurro del mare, l’aspetto figurativo è simbolo di un’espressione non didascalica, ma incisiva (…/ E’ come un istmo il mare. / …). Non manca anche l’aspetto figurativo che introduce al sogno (Autunno / ti illude Roma / alla sua luce / aurora / che azzurra ulcera / i cieli /   come nevi…) e nemmeno l’impatto tagliente, quasi brutale, per quanto soffuso ( Tango / ballato da enormi tacchi / sul fango / di un lucido / acquazzone…).
Mi sembra indubbio che Roberto Morpurgo riesca a far sentire la sua voce senza gridare, senza sovrastare quella d’altri, e ciò in forza di un forte personalità poetica che permea tutta la sua produzione in cui l’apparente semplicità della costruzione è frutto invece di un’attenta, e probabilmente anche minuziosa, continua ricerca dell’armonia. Il suo è un verso libero, ma procede in un flusso ininterrotto, senza asprezze e acuti, bensì con una levità sonora tale da sembrare soggetta a regole metriche, per quanto diverse dalle classiche. E in questo scorrere di parole viene a crearsi una composizione di esemplare equilibrio formale e fonetico che arricchisce ulteriormente la lettura, con il risultato che al termine l’appagamento è tale che dispiace che non vi siano altre pagine e altre poesie. 
 
Roberto Morpurgo (Milano, 1959) è laureato in filosofia e scrive poesie, aforismi, racconti, saggi, oltre a coltivare interessi per la psicologia psicoanalitica, il cinema e anche il teatro. In campo cinematografico ha collaborato fra gli altri con la Provincia di Milano, l’Arci Cinema e l’Obraz Cinestudio. In campo teatrale ha lavorato fra gli altri con il Teatro Universitario di Richard Gordon e collabora come autore drammatico con la RSI (Radio Svizzera Italiana). In campo musicale ha scritto canzoni (musiche e testi) e lavorato per la Ricordi. In campo editoriale ha collaborato fra l’altro con editori ed enciclopedie.
Svolge la professione di consulente aziendale.
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:05 | link | commenti
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 27 giugno 2008

Oggi è stato aggiornato Arteinsieme con interessanti articoli e testi di poesia e di narrativa.
 
Cristina Bove, con Vuoto, ci propone un’interessante riflessione botanica di se stessa.
 
La tortura come mezzo di coercizione, di sfogo degli istinti più repressi è ancora assai diffusa e ce ne parla Milvia Comastri con 26 giugno 2008: Fermiamo la Tortura. Si pone anche un problema non solo di legittimità, ma di etica e di coscienza individuale. In alcuni casi la tortura può essere ammissibile? Se serve per salvare altre vite ed è l’unico modo, è praticabile? Domande che trovano le risposte nella coscienza di ognuno di noi, ma che sono la base per un dibattito a cui tutti siamo invitati.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:01 | link | commenti (1)
categorie: comunicati
giovedì, 26 giugno 2008

La musica di Marta, di Enzo Lombardo

Questa volta non scrivo niente, ma vi raccomando di leggerlo, perché non ve ne pentirete.
 
La musica di Marta
                         La musica di Marta
                              di Enzo Lombardo
 
 
Non ti si vedeva da un pezzo, Michele, e dicevano che stavi male, così mi decisi. Fu un sabato mattina quando per la prima volta salii le scale di casa tua. La ragazza che aprì il portoncino portava in vita un grembiule attorcigliato e le pattine ai piedi. Sorrideva stupidamente, con gli occhi sgranati in un viso piccolo e smunto. In testa un caschetto di capelli neri. Insignificante donna, pensai.
Ti affacciasti appena nell’ingresso, ricordo, e avevi in faccia un sorriso tirato, uno di quei sorrisi stampati che sembrano nascondere la tristezza o il dolore che c’è sotto, come una maschera greca. Forse sta male davvero, pensai, mentre allontanandoti dicevi: “Entra, entra”e mentre lo dicevi sei di nuovo scomparso nel corridoio.
Una porta sbatté e dopo un po’ sentii la tua voce stridula che superava a stento il rumore dello sciacquone. Qualche parola annegò risucchiata dai gorghi ma si salvarono due nomi: “Marta” e il mio. Ci ha presentato, dissi, poteva andare peggio.
Non si preoccupi, disse Marta, è nel suo stile. Poi aggiunse: enterocolite. Stampò la parola a lettere chiare, come una condanna. Un’enterocolite coi fiocchi - aggiunse - Sta più di là che di qua.
Forse strabuzzai gli occhi, incredulo e spaventato. Perché ti voglio bene Michele, lo sai. Allora lei si mise a ridere e ridere, indicando con un dito sottile la porta del cesso dietro cui ti eri rintanato. Puntava quel dito sottile ripetutamente in direzione della porta e rideva. Rideva male. Ho capito, dissi, ho capito, e lo dissi tirando a forza le labbra, sperando che uscisse una specie di sorriso divertito. Solo per farle smettere quella risata isterica. E’ cretina, proprio cretina, pensai. Non mi è simpatica questa Marta, ecco. Non è fine. Non è bella. Forse carina ma strana. Una tipa così.
 
Restammo ad odiarci in silenzio, Marta ed io. Ci odiavamo in piedi e nascondevamo l’odio in una specie di disagio imbarazzato.
Ci odiavamo in piedi perché nell’anticamera non c’erano sedie, divani, poltrone o sgabelli a portata d’occhio: solo una panca di finto noce con intarsi di gesso dipinto e qua e là scrostato, di stile imprecisato. In mancanza d’altro utilizzai la panca con gli intarsi di finto legno e intanto mi guardavo le mani. Lunghi secondi d’assorta contemplazione di falangi e unghie. Stavo diventando nervoso.
Mi sembrò di vedere un barlume di compassione negli occhi di Marta mentre esibì un doppio calcio alle pattine e si riassettò i capelli. - Vuole accomodarsi? disse, e lo disse con il massimo della grazia a sua disposizione, che era poca. Sono comodo, risposi. Dicevo nel salotto, precisò. C’è un salotto? chiesi. Certo che c'è. Venga. E’ di là. 
Di là, oltre a una panca identica a quella dell’ingresso, c’erano anche delle sedie. Una serie di cuscini sulla panca e sulle sedie e un tavolinetto in mezzo. In fondo, quasi nascosto nell’ombra, stava un pianoforte verticale, di un nero lugubre e, vicino, un leggio di legno, anch’esso nero, con uno spartito musicale aperto. Alcuni quadri stavano per terra, appoggiati al muro. Montagne di libri e spartiti erano poggiati a caso un po’ ovunque, il tutto confuso da un’oscurità opprimente. Ogni cosa era impastata in quel nero. Mancavano due ceri, pensai, grossi e guarniti di ghirlande, magari accesi. Mancavano, pensai. Poi scivolai nel pratico e dissi che sarebbe stato meglio tirare le tende. La Marta scrollò il capo: Non vuole, disse, suona al buio.
Suona al buio, ripetei come un ebete, ma qui s’inciampa.
Marta tirò un po’ le tende, ma solo un poco, e una lama di luce illuminò la stanza. Era meglio al buio, pensai. Lo squallore di quelle pareti nude, di quei quadri e quei libri accatastati mi dava un senso di freddo al cuore. Michele trasloca? , pensai ma non lo dissi. C’era un non so che di voluto in quel disordine. Un’impronta che voleva essere personale. La tua impronta, Michele.
 
Marta dopo un po’ si eclissò e al suo posto, sull’uscio, sei apparso tu con il tuo solito sorriso stampato. Mi dicesti: L’hai vista? L’ho vista, risposi. Ti sei fatto la serva o è la donna a ore? No, sospirasti, stiamo insieme da un po’. Bella ragazza, mentii. Tu sorridesti scotendo il capo: non era uno di quei sorrisi da maschera greca ma un bel sorriso sornione di quelli che ti cambiano il viso. Venisti vicino e a voce bassa mi alitasti in un orecchio: No, non è bella, lo so, ma quando suona diventa insieme un angelo e una strega. O una sirena. Devi sentirla.
Ti si leggeva una luce nuova negli occhi e anche se parli poco, Michele, quella volta per Marta hai forzato tutto il tuo vocabolario mentre io ti ascoltavo incredulo e riandavo con la mente a quella figurina insignificante che mi era rimasta impressa nella retina. Quella? dicevo tra me, un angelo, una sirena o una strega? Proprio quella?
Ti sentivo l’alito, Michele: eri pulito. Enterocolite, pensai, non potevi aver bevuto.
 
* * *
 
Marta aveva ancora il grembiule arrotolato, girato sulle natiche, quando, più tardi, prese il violino da un astuccio poggiato contro il muro e se lo strinse al petto, insieme all’archetto, con un unico gesto, forte ed affettuoso. La sentii suonare immersa nella semi-oscurità di quella stanza con te che l’accompagnavi al piano in sordina.
Dopo un po’ tu non esistevi più, Michele. C’era solo lei e quella musica che mi entrava dentro, con una sensualità che non conoscevo, attorcigliandosi alle viscere ed ai nervi. Io credevo di conoscere quelle note ma non era vero. Si, conoscevo l’autore e il pezzo, ma la musica la creava quella donna. Usciva d’incanto dal suo violino, girava e rigirava allegra trillando tra specchi e ori o si immergeva cupa in baratri di infinita dolcezza; giocava con l’acqua e s’incantava a guardare le stelle, in un girotondo infinito.
La stanza non sembrava più squallida e nuda e lei era bella, Michele, bella e perversa.
Tu la guardavi mentre suonavi, Michele. Dal tuo pianoforte uscivano timidi accordi al limite dell’udibile. Sfioravi i tasti sempre più piano finché sollevasti le mani dalla tastiera e per un po’ sei rimasto solo ad ascoltare, inebetito. Poi, senza far rumore, sei andato via dalla stanza.
Se tiri lo sciacquone t’ammazzo, Michele, pensai. Ma non venne alcun rumore.
Così Marta continuò a suonare da sola, con gli occhi chiusi, fusa con lo strumento, ondeggiando in un modo osceno, deliziosamente osceno, accompagnando l’archetto in una danza d’amore.
Tu eri semplicemente scomparso nell’oscurità, forse rincantucciato in un angolo della casa, imbarazzato e confuso, forse anche geloso dell’orgasmo visibile di Marta da cui erano esclusi uomini e cose.
 
* * *
 
Sono passati mesi, Michele, e Marta non sta più con te. E’ volata via con il suo violino, accompagnata da un giovane maestro del Conservatorio.
Quando bevi dici che l’hai cacciata tu, stufo del suo tradimento quotidiano. Dopo quattro bicchieri diventi malinconico e paterno: suonano bene insieme, dici, e io non ero all’altezza.
Ancora un bicchiere colmo e, da malinconico e paterno, diventi paonazzo di rabbia e gridi in falsetto confidenze irripetibili.
Come quella volta che Mario ed io ti sentimmo parlare del complicato “coitus musicalis” a cui ti costringeva Marta e del fatto che non ti garbava fare da terzo incomodo fra lei e il suo violino.
 
Io ho sentito, una volta, il maestrino del Conservatorio e la Marta, suonare nell’Oratorio di San Giuseppe. In realtà non suonavano: facevano l’amore con i loro violini tra i frati, le suore e quel poco di pubblico pagante.
Alla fine molti applaudirono in piedi. Chiedevano il bis. Ma i frati sembravano frastornati e s’interrogavano tra loro, sussurrando qualcosa al vicino. Le suore, invece, stavano ritte e impettite: troppo rigide, come se non avessero capito qualcosa d’importante.
 
Qualcuno dei paganti, nascosto nell’ultima fila di poltrone, ansimava, con gli occhi bassi.
Sembrava che volesse nascondere qualcosa nel cappotto ripiegato.
 
 
 
(Dalla raccolta: “Caro Michele...)
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 09:46 | link | commenti (4)
categorie: narratori e racconti

Leggere il "Rosa" con passione, di Carlo Bordoni

LEGGERE IL ROSA CON PASSIONE
di Carlo Bordoni
 
 
Il nuovo rosa è un fenomeno recente di ritorno alla lettura di massa. Negli anni Ottanta ci fu un segnale straordinario di ripresa della lettura proprio tra il pubblico femminile acculturato, impegnato nel lavoro fuori casa, che aveva deciso di lasciare la tv e preferire una lettura caratterizzata da una riscoperta del sentimento romantico, innestato nella realtà quotidiana del post-femminismo. Vent’anni dopo il fenomeno sembra essersi in parte riassorbito e aver provocato un ritorno a un medium più immediato, quello televisivo. Dove, alle atmosfere sognanti del rosa, con la loro introspezione psicologica, il piacere per la condivisione delle emozioni, è succeduto il gusto per la rivelazione di sentimenti autentici, delle esperienze personali, della banalità della vita quotidiana, della cruda esteriorizzazione del privato, nel convincimento che tutto questo fosse più incisivo e autentico di ogni espressione letteraria. Vent’anni sono giusto il tempo di un cambio generazionale e le figlie delle donne di allora hanno rinunciato alla lettura di un’emotività tutta interiore, in favore di un’emotività condivisa, palesata pubblicamente attraverso i reality show.
Il rosa non è scomparso dalle edicole, ma si è differenziato, adattandosi alle nuove esigenze delle lettrici di oggi. Storie meno standardizzate e più complesse, prive di quei contenuti rassicuranti sull’eternità dell’amore, che si risolvevano in un ripetitivo ritorno a casa, alle gioie familiari, all’educazione dei figli, accanto a un uomo virile, in grado di rappresentare quella figura paterna che si era andata perdendo col tempo. In una società senza padri tutto ciò poteva rappresentare un bisogno profondo da soddisfare, anche al costo di rinunciare in parte alla propria libertà (almeno sul piano dell’immaginario), attraverso una lettura inoffensiva e gratificante.
Seppur lontana dai successi di fine secolo, la produzione del rosa è confermata dalla presenza di Harmony, leader di mercato nel settore. Nata nel 1981 dall’unione tra la Mondadori e la canadese Harlequin, Harmony è una casa editrice specializzata in narrativa sentimentale, destinata esclusivamente al pubblico femminile: distribuisce principalmente in edicola, ma di recente si è ricavata uno spazio anche nella grande distribuzione (supermercati, ipermercati), con serie di maggiore formato, come Passion, Historical, Fantaluna.
Harmony pubblica una media di 42 titoli al mese, che assommano a 540 titoli nell’anno, considerando i numeri speciali e l’intensificazione delle uscite nei mesi estivi. Una valanga di parole d’amore, le cui vendite sono stimate superiori agli 8 milioni di copie nel 2002.
Chi legge il rosa? “Il nostro target non è quello di Federico Moccia – spiega Manola Mendolicchio della Harmony – I suoi romanzi piacciono soprattutto alle ragazzine adolescenti.” L’età media delle lettrici si è alzata notevolmente, confermando la presenza di un pubblico ormai affezionato da lunga data a una lettura d’evasione. Se allora solo un terzo delle lettrici del nuovo rosa superava i quarant’anni, oggi la maggior parte va oltre i cinquanta e sessanta. Buona parte delle lettrici che hanno determinato il boom del passato è rimasta fedele all’impianto tradizionale di allora: storie romantiche, atmosfere da sogno, sessualità poco esplicita in descrizioni morigerate, inevitabile lieto fine, rintracciabili nelle serie Collezione, Jolly, Destiny e Bianca (di ambiente ospedaliero). Non a caso le serie più intriganti e sessualmente esplicite, Sensual, Passion e Temptation, si rivolgono a un pubblico più giovane, la cui età media è fra i trenta e i quarant’anni, confermando un fenomeno d’importanza sociale non secondaria.
 
Leggere il rosa con passione
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 09:42 | link | commenti
categorie: letteratura