L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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sabato, 26 luglio 2008

Croci di guerra, di Renzo Montagnoli

Croci di guerra
Croci di guerra
                          di Renzo Montagnoli
 
                  
La neve scendeva fitta a imbiancare l’altopiano; a tratti il vento sollevava dei mulinelli e finiva con l’accumularne di più in certi punti piuttosto che in altri. Si creavano così dei veri e propri cumuli, o meglio…
- Tumuli, sono tumuli!
Il Dottor Fritz Wiener si scosse a quel grido e volse subito il capo all’indietro.
- E lei chi è?
- Come chi sono? Io sono me.
Chi aveva detto quella frase senza senso era un uomo sulla cinquantina, di bassa statura, tozzo e anche un po’ panciuto.
- Ovvio che lei è lei. Forse è meglio che mi presenti io:
mi chiamo Fritz Wiener e vengo da Graz.
- Ostrega, parla bene l’italiano per essere un todesco.
- Sono austriaco e mia madre era italiana, di Brescia.
- Un mezzo sangue, allora.
- Non proprio, perché mio padre, che non ho mai conosciuto, era di Salisburgo e là sono nato.
- Venuto a sciare? La neve non manca.
- No, sono venuto a cercare.
- A cercare?
- Sì, una persona e per questo ho bisogno di una guida. All’albergo mi hanno detto di chiedere di Tony.
- Questa è fortuna! Tony sono me. 
Wiener rimase non poco perplesso a questa affermazione, perché chi gli era davanti, più che una guida, dava tutta l’aria di essere lo scemo del paese.
Tony parve rendersi conto della titubanza del suo interlocutore e lo prevenne: - Sì, non mi presento bene. Sono sempre stato così fin da piccolo; anche mamma diceva che ero un po’ strano e me ne accorgo pure io, ma sono serio, onesto e sgobbo per mantenermi.
Nel dire così allungò la mano destra a cercare quella di Wiener; questi esitò, ma quando sentì la stretta calorosa e la voce ferma del suo interlocutore che si presentava - Piacere, Tony Balcher – non poté fare a meno di contraccambiare.
- Signor Wiener, perché ha bisogno di me?
- E’ una storia lunga e, come le dicevo, sono alla ricerca di una persona. Mi hanno detto che lei conosce tutti i cimiteri di guerra della zona. Se potesse accompagnarmi, le sarei grato e, ovviamente, la ricompenserei.
- E’ vero che li conosco tutti e non sono pochi; qui durante la guerra che è finita una trentina di anni fa si sono scannati alla grande, austriaci e italiani. E per cosa poi? Per un pezzo di terra.
- Accetta?
- Sì.
- Cominciamo subito.
- No, aspettiamo che finisca di nevicare e domani, se ci sarà il sole, daremo corso alla ricerca.
- Dove ci troviamo?
- Sarò io a trovarla: in paese c’è solo un albergo.
 
Il giorno dopo Wiener scostò le tende della finestra della sua camera e guardò fuori: aveva smesso di nevicare e il cielo si era completamente rasserenato.
Il panorama, che prima non aveva potuto ammirare a causa della foschia della nevicata, appariva in tutta la sua bellezza, con le cime ammantate che brillavano al sole.
Guardò giù in strada e lo vide, davanti alla porta dell’albergo, tutto imbacuccato e perciò ancor più rotondo del giorno innanzi.
- Vengo subito, Tony.
- Faccia con comodo.
Scese velocemente, aprì la porta e si sorprese nello scorgere un volto sorridente, con due occhi vispi di un azzurro intenso.
- Tony, se non è di disturbo, possiamo darci del tu e così è più semplice.
- Ma certo, ostrega, era quello che volevo dire io.
- Allora cominciamo?
- Sì, ma forse non c’è da girar molto, se mi dici che il morto che cerchi era austriaco o italiano.
- Austriaco, Tony. Io cerco Sepp Wiener, mio padre.
- Non mi ricordo questo nome.
- Ci credo, con tutti i caduti che ci saranno nei cimiteri.
- Li conosco tutti, uno a uno.
- Davvero?
- Sì, sono la mia compagnia. Per uno che è solo non c’è miglior compagnia dei morti: puoi parlargli e loro ti ascoltano, puoi anche incazzarti e loro non s’offendono. Per ognuno che non ho conosciuto da vivo ho una storia, una faccia, un corpo: sono i miei amici e chi non ricorda gli amici?
Wiener apparve perplesso e si grattò il mento.
- Sì, ti capisco; chissà che ti hanno raccontato. Ti avranno detto che quando ho un po’ di tempo faccio solo il giro dei cimiteri, che parlo con i morti, che sono il matto del paese.
- A dire il vero mi hanno detto solo che saresti stata la guida giusta.
- Pensi che sia matto, vero?
- Non so.
- Forse è vero, ma mi conoscerai e potrai giudicare. Adesso andiamo al primo dei due cimiteri in cui forse potremo trovare tuo padre.
Si incamminarono, piano piano, Tony davanti e Wiener subito dietro.
La strada cominciò a salire.
Dopo una quarto d’ora Wiener azzardò: - Manca ancora molto?
- No, il suo tempo.
- E sarebbe?
- Quello che ci vuole. Scusa, ma davvero non hai conosciuto tuo padre?
- No, sono nato un mese dopo che era partito per la guerra. Me ne ha parlato mia madre e come le ho promesso in punto di morte ora vorrei almeno trovare la sua tomba.
- Anche io non ho conosciuto il papà.
- Morto in guerra?
- E chi lo sa? Forse, può anche essere. Porto il cognome della mamma.
- Ah. Non te ne ha mai parlato?
- No e non mi interessa sapere di un papà che non si cura di un figlio. La vita è stata dura con me: la mamma è morta presto e sono rimasto solo, ho fatto in tempo a vedere la guerra, anzi ho combattuto nell’ultimo anno.
- Hai ucciso qualcuno?
- Spero di no.
- Perché?
- Non si è uomini ad ammazzare gli altri.
Scese il silenzio e Wiener non si azzardò ad aprir bocca e altrettanto fece Tony.
Dopo un’altra ventina minuti d’ascesa giunsero al cimitero di guerra di Slaghenaufi, una piccola oasi di pace, con 748 croci ordinate in file parallele.
- Cominciamo dalla prima e guarda che non sono in ordine alfabetico.
Si avvicinò al legno e lesse sulla piccola targhetta:
- Julius Blind, caporale. Oggi c’è il sole Julius e sapessi com’è bello il panorama! E’ uno dei miei preferiti: è caduto vicino al Forte Verena nel 1917 e aveva solo 25 anni. Ecco, un po’ di lettere a formare un nome e un paio di date è quel che resta di un uomo. Era alto, biondo e felice di vivere, prima. Ora è polvere e numeri.
Andarono ancora avanti e per ogni croce c’era un pensiero di Tony, una sorta di ricordo inventato che ridava un’immagine del caduto.
- Wilfred Mayer, di anni 45. Saranno cresciuti i tuoi figli. Bei ragazzi, Wilfred, e poi bravi, te lo assicuro.
Andreas Mann, di anni 18. C’è tanta neve che ci si potrebbe rotolare. Sì, è ancora tempo di giochi, ma ti vedo già guardarti all’intorno, occhieggiare qualche ragazza. Sei mancato troppo presto per conoscere la vita.
Il tragitto, percorso in questo modo, fu necessariamente lento e quando arrivarono all’ultima fila cominciava già a scendere il sole.
- Manfred Richter, di anni 33. Come quelli di nostro Signore, ma lui è salito alla gloria dei cieli e tu invece sei nascosto a tutti, sotto un metro di terra e di sassi. Lui è morto per tutti gli uomini e tu per pochi uomini che se ne stavano al caldo, ben vestiti e sazi, mentre tu pativi il freddo, la fame e ogni giorno era un tormento.
E’ passato tanto tempo, ma tutti e due siete morti invano.
Wiener era come frastornato: quei ricordi inventati lo coinvolgevano e gli pareva che forse, anzi sì, quei morti non gli fossero per nulla sconosciuti.
- Joseph Franz Wiener, di anni 30…
- Ferma!
- Mi fermo, ma…
- Mio padre, mio padre! Si chiamava così, ma tutti lo conoscevano come Sepp. L’ho trovato!
- Vuoi sapere?
- No, no. Di anni 30. Hai lasciato per la guerra tua moglie che aspettava un bimbo che non avresti mai visto e che ora è qui. Eri alto, capelli e occhi neri, e tutte le donne dicevano che eri un bell’uomo. La mamma è morta, ma già lo sai, perché è finalmente con te.
- No, non dargli un altro dolore. Ti dico invece il mio ricordo, se non ti disturba.
Eri veramente il più bello di tutti, il più umano e lo fosti anche quella piovosa sera del settembre 1918.
Un soldatino appena arrivato si è presentato a te e quando sapesti che era stato comandato di pattuglia volesti uscire al posto suo.
Nessuno rientrò. Attesi fino all’alba e io che avevo conosciuto solo dolore, nessun affetto, ti piansi come un padre.
Wiener osservò il volto di Tony, tirato, gli occhi lucidi; gli pose una mano sulla spalla e gli fece cenno di tornare.
Durante il percorso non parlarono e si lasciarono davanti all’albergo.
L’indomani Wiener partì. Mentre attendeva l’arrivo della corriera si guardò intorno, quasi a cercare Tony, ma questi non venne.
Durante il viaggio pensò a quello che era accaduto, al racconto della morte di suo padre, una pietosa menzogna, a cui tuttavia avrebbe desiderato credere. Rilesse così il comunicato del ministero della guerra che annunciava il decesso del soldato Joseph Franz Wiener, avvenuto all’ospedale da campo di Slaghenaufi a seguito di un attacco di peritonite. Si passò una mano fra i capelli, come a riordinare le impressioni di quei giorni, poi guardò fuori dal finestrino: aveva ripreso a nevicare, minuscoli fiocchi che scendevano lenti a ricoprire ogni cosa.
    
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:42 | link | commenti (3)
categorie: narratori e racconti

Rivoli di donna, di Gloria Venturini

Rivoli di donna
Rivoli di donna
di Gloria Venturini
Prefazione di Paolo Santato
Edizioni Nuovi Poeti
di Gianpiero Grasso
http://www.nuovipoeti.it/Edizioni%20Nuovi%20Poeti.html
Poesia raccolta
Pagg. 45
ISBN: 9788889755938
Prezzo: € 5,00
 
Mi vestirò
 
Vestita di sole,
camminerò tra verdi giardini,
vestita di luna,
andrò tra i sentieri dei sogni.
 
Inizia così Rivoli di donna, pochi versi che delineano la personalità dell’autrice, che di giorno, pur essendo occupata dal lavoro e dalla famiglia, riesce a osservare ciò che la circonda con la sensibilità propria del poeta, a cui lascia ampi spazi nel silenzio della notte, quando il soffuso chiarore della luna imperla le idee e le emozioni trasformandole in versi.
Non ci troviamo di fronte a una silloge tematica, ma a una raccolta di alcuni testi, con argomenti quindi anche assai diversi fra di loro.
 
L’introspezione, quello scavare dentro se stessi, trova una felice trasposizione in Nulla echeggia (Grido senza suono / assediata / dall’impotenza / schiacciata / dal peso asfissiante / della realtà. / Un grido senza voce / oscura questo cielo, già nero / rincorre impazzito / un’eco lontana, / dispersa nel tempo, / nella memoria. / …), oppure in Una goccia di mercurio ( E’ una goccia di mercurio / la personalità, / ad ogni caduta / si stacca in mille frammenti. /…).
Mi sembra opportuno evidenziare che, accanto alla ricerca di quanto di più nascosto e recondito alberga nel suo animo, frutto di metabolismi intellettuali, voci udite e sepolte per tempi migliori, assai felice è il ricorso a immagini esaustive non fini a se stesse, che tendono a dare corpo al verso, creando un’atmosfera surreale propria di quell’andare tra i sentieri dei sogni.
Nel rapportarsi con l’esistenza, con il ciclo della vita il ricorso alla metafora si estrinseca in immagini per nulla ridondanti, ma che confluiscono nel concetto con particolare leggiadria, come in Rosa d’autunno (Fragile e stanca / rosa d’autunno / affidi i tuoi petali / al tenero abbraccio / vellutato del vento, / un leggero volteggio, / un’ultima danza. / …).
Né poteva mancare una tematica d’obbligo come l’amore e qui Gloria Venturini, più che traboccare di passione, di traslare poeticamente una carnale attrazione, stempera il sentimento con una soffusa malinconia, ci rende partecipi di un anelito sospeso fra sogno e realtà, un’immagine che si fissa nell’animo più che negli occhi (da Speranze d’amore:
Prenderò gocce di rugiada / e le sostituirò alle lacrime amare / che imperlano i tuoi occhi. /…).
Un altro tipo d’amore, per quanto analogo, è rivolto ai figli, con la genitrice che permea del suo sentimento i versi con una intuizione creativa di rara bellezza ( da Voi siete in me: …./ Io sono in voi, / un cerchio di vita / abbraccia l’infinito, / il mio spirito dimora / nel vostro cuore. /…).
 
Come potrete comprendere non si potrebbe descrivere meglio Gloria Venturini di quanto non abbia fatto lei con i versi di Mi vestirò, un essere umano in eterno contrasto fra la realtà in cui cerca di scorgere le poche luci e la poetessa che nel buio della notte riesce a vedere se stessa.
Rivoli di donna, sentimenti, emozioni, riflessioni e ricerca di dialogo, una silloge assolutamente da leggere.
 
Gloria Venturini ha ideato e organizzato la prima e seconda edizione del Concorso Internazionale di Poesia e Prosa, “L’arcobaleno della vita” della Città di Lendinara, giunto alla quinta edizione, del quale è anche il Presidente della giuria. Collabora con il Centro Studio di Torino, come giurata nei concorsi letterari. Le sue opere sono state pubblicate in molte antologie, su siti internet, dove ha ottenuto l’interesse dei lettori.
Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie nel febbraio 2003: Camminando tra i giardini dell’anima, seguita già nel giugno dello stessoanno  dalla seconda edizione della predetta silloge poetica e da un volumeantologico di racconti intitolato L’arcobaleno della vita.
Ha inoltre ottenuto numerosi premi e riconoscimenti in concorsi nazionali di poesia, fra i quali ricordiamo, omettendo per brevità gli altri pur significativi risultati, solo i primi posti:
Premio del Triveneto Città di Lonigo con la poesia Coriandoli di ricordi;
Concorso Internazionale I Colori delle Donne di Ascoli Piceno con la poesia Tra le mani stringevi ancora cotone;
3° Edizione del concorso i Fiori 2003 – Edizioni I Fiori di Campo (PV) con il racconto Ai bordi della vita;
Don Lelio Podestà di Chiavari (GE) sezione narrativa;
Concorso del triveneto Città di Lonigo 2004 con la poesia Come una quercia;
 
Premio Internazionale Valeria di Cittaducale 2005 di Rieti con la poesia Il cancello dell’infinito.
 
 
 
 
Intervista a Gloria Venturini, autrice della silloge poetica Rivoli di donna, edita da Nuovi Poeti.
 
 
 
GLORIA VENTURINI
Questo libro, uscito nel settembre 2007, per i tipi delle Edizioni Nuovi Poeti di Giampiero Grasso, è una pubblicazione che ti spettava di diritto per aver conseguito il piazzamento tra i primi tre posti nel concorso “Spazio Autori”, I^ Edizione 2006/2007.
In particolare, già dalla prima pagina, sono rimasto colpito da Mi vestirò ( Vestita di sole, / camminerò tra verdi giardini, / vestita di luna, / andrò tra i sentieri dei sogni.).
Questi pochi versi riassumono, a mio parere, Gloria Venturini donna e poetessa. E’ così?
E in particolare chi è veramente Gloria Venturini?
 
Ogni poesia che scrivo è vibrazione d’anima che filtra attraverso di me, quindi riflesso di una me stessa allo stato puro.
Sono una matita solitaria e randagia che scrive a cuore aperto.
La poesia non è solo comunicazione, espressione e verità introspettiva, ma è vita, nel suo significato più intenso, è creazione, magia ed incanto. In un mondo come il nostro, dove la tecnologia e la frenesia hanno preso il sopravvento, a volte è necessario fermarsi un istante e lasciare che il tempo rimanga sospeso, in modo tale che il buio della nostra esistenza venga circoscritto e illuminato dalle parole.
Mi chiamo Gloria Venturini, vivo in un piccolo paese nella verde provincia di Rovigo, immersa nella quiete dei campi fioriti, nell’azzurro del cielo e nella luce solare della campagna.
Ho un diploma di Maturità Magistrale.
Amo molto leggere e scrivere, in particolar modo adoro imprimere sulla carta storie di vita vissute, storie di fantasie del cuore, storie di anima.
Possiedo immensi tesori, sono le mie adorate tre figlie.
Lavoro come impiegata in un ufficio tecnico, ma alla sera, dopo le varie vicissitudini di ogni giorno, raggiungo la terra del libro, il mondo dei sogni e scrivo.
Sono l’ideatrice e Presidente del Premio e della Giuria del Concorso Internazionale di Poesia e Prosa, “L’arcobaleno della Vita” della Città di Lendinara, giunto alla settima edizione.
 
 
Di giorno pragmatica, ma di sera e di notte sognatrice, o meglio ancora creatrice. Come vedi la situazione attuale della poesia, o, per meglio esprimere il concetto, trovi che abbia ancora senso nelle attuali generazioni scrivere in poesia?
 
La poesia è più antica della scrittura, della filosofia e della letteratura. La poesia rappresenta una forma sentita e profonda di comunicazione. Ha senso parlare di poesia anche se l’umanità sta andando alla deriva verso il potere a discapito dei valori, anche se l’uomo ha smesso di sognare, è necessario parlare di poesia, parlare d’amore, di sensazioni di cuore che sgorgano allo stato puro, sono la parte più intima dell’essere umano, la poesia ci permette di entrare direttamente in contatto con l’intero universo e di essere veramente i protagonisti del grande mistero della vita. La poesia è la scienza dell’anima.
 
 
Penso che avrai letto moltissime poesie, di autori di conclamato elevato livello. Fra questi, quali sono quelli che più ti hanno influenzato e per quali motivi?
 
Amo la poesia in qualsiasi forma si manifesti, perché è aspetto di vita nel senso più profondo, entra nell’anima e fa stillare melodie di fantasie, di passioni, di amori e di dolori.
Amo il mondo di Pablo Neruda, l’enfasi con cui si esprime “Da dove, da che abisso estrai il tuo azzurro?” – da Odi elementari.
Amo l’onda dell’inquieto divenire di Eugenio Montale “Ma è possibile, lo sai, amare un’ombra, ombre di noi stessi.” – da Xenia 1.
Adoro Emily Dickinson, il suo evitare le solite strade ben delimitate, il suo lessico personale e perfettamente attuale e vivo “L’anima scrive – non in casa – sopra la carne e si avvia col suo dolce passo eterico dove non è speranza di toccarla” – da Poesie.
Sono “intimamente” vicina a Federico Garcia Lorca, al suo sentimento gitano, alla speranza che credeva potesse conciliare tutto, alla sua contraddizione di tradizione e d’avanguardia, alle sue testimonianze “lloraba como un nino” (piangeva come un bambino) al suo “verde come ti voglio verde”.
Il genio di Giacomo Leopardi, amato sin dal tempo dei banchi di scuola, la sua terribile disperazione, il disinganno, la consapevolezza della nullità e della miseria dell’uomo, consolatrice la poesia con l’atto estremo e sublime della fine “Se respirar ti lice – D’alcun dolor: beata – se te d’ogni dolor morte risana”. – da Canti - La quiete dopo la tempesta.
“Mai, non saprete mai come m’illumina/ L’ombra che mi si pone a lato, timida/ quando più non spero…” da Giorno, poesie di Giuseppe Ungaretti, versi rapidi, simili al bagliore di un attimo.
Les fleurs du mal e lo Spleen di Charles Boudelaire, la sua voce segreta, la magia dell’universo e delle sue leggi, il resoconto della sua straziante vita “ Il Poeta assomiglia al principe dei nembi/ che pratica la tempesta e se la ride l’arciere;/ esiliato a terra in mezzo agli scherni,/ le ali di gigante gl’impediscono di camminare” da Spleen – L’albatro.
Amo le tragedie di William WìShakespeare, il fanciullino di Giovanni Pascoli, la poesia fuori dal tempo di Dino Campana, l’esoterismo di Fernando Pessoa, gli abbandoni di Alda Merini, la politicità alta e profonda di Bertolt Brechet, e tanti altri ancora.
Walt Whitman e la sua raccolta poetica Fogli d’erba è un libro che consiglio a tutti, egli possiede un epos gotico, “la divina bellezza esibita nella più abile opera della Natura – il corpo umano, forma e volto” – “ Per l’anima più soave e più saggia di tutti i miei giorni e le mie terre: per il suo amato ricordo,/…/Là nei pini odorosi, nei cedri neri e velati”.
 
 
Secondo te, oggi ha un futuro la poesia o corre il rischio di passare come un’arte minore? In questo secondo caso, di cosa necessita la poesia per restare la prima forma espressiva letteraria?
 
Credo che ciascun poeta sia un isola collegata da ponti invisibili ad altre isole. In questo universo di poesia molta sembra essere composta quasi come una prescrizione medica, un esagerato flusso di anima, una mancanza di stile e di metodo, senza alcuna auto – critica. Di fatto la poesia si è allontanata dalla gente. A mio avviso il poeta deve avere la capacità di catturare l'attenzione del lettore verso il suo micro-cosmo interiore, nella sua casa di luci ed ombre, dove la realtà delle proprie emozioni tocca le corde più segrete del profondo. La poesia è uno spiraglio verso la bellezza dei vuoti, dei silenzi, dei colori e dei misteri dell’abisso umano; bisogna stare attenti a non perdersi.
 
 
Tu sei la presidente del Premio letterario “L’Arcobaleno della vita”. Che importanza riconnetti per la tua vita culturale a questo concorso?
 
Il Premio, nelle sue 6 edizioni vanta di un totale di 6.247 opere in concorso, con un’adesione complessiva di 3.278 autori. I componimenti evidenziano una propensione al colloquio interiore, un’ansia di valori autentici, sono pagine di confessioni, timide, che rivelano anime inquiete, commuovono e fanno riflettere.
La nostra grande speranza è riposta nei giovani affinché trasmettano in modo schietto e genuino le loro emozioni, le loro esperienze sulla vita, la bellezza della natura.
Essi possiedono la capacità di un’analisi profonda, molto più di quanto in apparenza dimostrino. Lo scrivere è un’attività importante che aiuta a capire il mondo, ma soprattutto noi stessi. Il Premio vuole stimolare i giovani e gli autori a fissare le emozioni, le riflessioni e i sentimenti con i racconti o con la poesia.  Ringrazio tutti gli autori partecipanti per avermi permesso di toccare la loro anima, per avermi dato emozioni nel leggere i loro scritti.
 
 
E sempre a proposito de L’Arcobaleno della vita, secondo te quali sono gli autori più di prestigio che fino a ora vi hanno concorso?
 
Un plauso va a tutti i partecipanti, ai vincitori e a tutti coloro rimasti fuori dalla rosa dei segnalati, è comunque d’obbligo il riconoscimento al loro coraggio nel porsi in discussione, nel sottoporsi a giudizio.
Dare spazio alle parole, ai pensieri, ha significato per noi far respirare la libertà e l’universo di ogni persona, che attraverso le sue opere ci ha inviato un po’ della sua anima.
Tra i 3.278 autori partecipanti alla nostra iniziativa, ve ne sono alcuni che dopo aver vinto nelle varie sezioni inedite in seguito hanno ottenuto altre vincite e la pubblicazione. A loro dire, il nostro premio è un trampolino di lancio. Questo non ci fa che onore e piacere.
 
 
Quale è il tuo poeta preferito e per quali motivi?
 
Federico Garcia Lorca.
" Mi hanno portato una conchiglia./ Dentro canta/ un mare di carta./ Il mio cuore/ si riempie d'acqua/ con pesciolini/ d'ombra e d'argento./ Mi hanno portato una conchiglia".
Amo i suoi versi musicali ricchi ed interiori, la sua ripetizione ossessiva di ritmi, il suo grande amore per la vita e la poesia. I suoi canti gitani, i misteri oscuri dell’esistenza, il suo mondo sospeso tra il sogno e la realtà. “In Federico tutto era ispirazione; la sua vita, così meravigliosamente in armonia con la sua opera, fu il trionfo della libertà, e fra la sua vita e la sua opera v’è uno scambio spirituale e fisico così costante, così appassionato e fecondo, che le rende eternamente indivisibili.”
Federico Garcia Lorca è un’anima alata, come non amarlo?
 
 
Progetti (letterari) per il futuro. Ce ne sono? E se sì, ci vuoi fornire qualche anticipazione?
 
Nel cassetto ho un libro di poesie dove sono raccolte tutte le opere che hanno ottenuto riconoscimenti a vari premi letterari nazionali ed internazionali, vorrei tanto pubblicarlo, mi manca solo l’editore, la prefazione già ce l’ho!
Nelle pieghe del cervello mi brulica quel romanzo non ancora iniziato, per il solito motivo, mancanza di tempo.
Vorrei assemblare poesie, aforismi, haiku, racconti e favole in una sorta di diario cronologico.
Vedremo.
 
 
Grazie, Gloria, per le puntuali e interessanti risposte. Ti saluto con l’augurio che molti possano leggere e apprezzare la tua poesia e in particolare Rivoli di donna.
 
 
Recensione e intervista a cura di Renzo Montagnoli.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:39 | link | commenti
categorie: consigli di lettura

Comuncato del 26 luglio 2008

 
L’aggiornamento di Arteinsieme.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:34 | link | commenti
categorie: comunicati
venerdì, 25 luglio 2008

IL FOGLIO LETTERARIO A UN LIBRO PER L'ESTATE - ROSIGNANO (LI) da oggi al 27 luglio

IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI
Associazione Culturale
Editoria di qualità dal 1999
DA SEMPRE CONTRO L'EDITORIA A PAGAMENTO
Sito internet: www.ilfoglioletterario.it
Myspace:http://www.myspace.com/edizioni_il_foglio
 
 
IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI
A UN LIBRO PER L'ESTATE - ROSIGNANO (LI)
 
venerdì 25 - domenica 27 luglio
PORTO TURISTICO CALA DE' MEDICI
 
dalle 18 alle 24
 
 
PER INFO:
http://www.unlibroperlestate.it/
 

 
ALLO STAND DEL FOGLIO PRESENTE IL COLLETTIVO UBV
UNDERGROUND BOOK VILLAGE:
 
 
Le sette vite di Dalila e Achille - di Alessandro Cascio, Sacha Naspini, Francesco Dell'Olio, Vincenzo Trama, Frank Solitario, Walter Serra ed Emiliano Maramonte - euro 11,00 - pag. 230
ISBN 978 - 88 - 7606 - 179 - 0
Sette giovani scrittori smuovono le acque stagnanti della letteratura italiana. Si fanno chiamare Underground Book Village, e si sottraggono a qualunque tentativo di classificazione. Non sono pulp, non sono horror, non sono trash, non sono fantasy e non hanno la benché minima intenzione di essere qualcosa.  Anche e qualcuno definisce questa raccolta "out-rules"... Gli UBV inventano nuovi linguaggi ed espressioni creative, non per sbaragliare la concorrenza, ma per abbattere ogni canone, ogni logica prestabilita. Tra decadenti personaggi e teatro del'assurdo, tra seducenti follie, passione, sensualità  e calore umano, Le sette vite di Dalila e Achille racconta un unico incontro in sette diverse ambientazioni  ed epoche, con l'affascinante incoscienza di chi affronta con semplicità enigmi di millenaria incomprensione, come il "destino". Ogni avvenimento e logica conseguenza appare come inevitabile, eppure non si può fare a meno di provare sentimenti: sorridere,  commuoversi, avere fede, sputarci su. Forse è solo un'assurda finzione, come una ballata struggente cantata in playback. Prefazione di Raffaele Olivieri. Racconti: Noi sotto il Sole di Santiago di Alessandro Cascio, Serenity Garden di Sacha Naspini, Vedi a volte la vita! di Francesco Dell'Olio, Quando non resta altro di Vincenzo Trama, ...(In)animati da torbida passione di Frank Solitario, Un grido nel vento di Walter Serra, Destino wireless di Emiliano Maramonte. Bonus track: Destino e altre cazzate sparse F. Solitario, Le macchie (Bullet in a grey sky) A. Cascio, Sveva e Marcello R. Olivieri e .des Visages des Figures S. Naspini.
 

SABATO TAVOLA ROTONDA A TEMA "LA DONNA" - LISA MASSEI PRESENTA INSOMNIA
 
Insomnia di Lisa Massei - euro 10 - pag. 84
ISBN 88 - 7606 - 01 - 9
Insomnia è un'istantanea… un obiettivo che si fa sempre più vicino. Un viaggio allucinato, una foto aerea, un filmato che zuma per entrare nelle città, nei piccoli centri abitati, nella vita di tutti i giorni. Insomnia è l'occhio che vi sta guardando. È una ragazza che non riesce più a dormire, che non riesce a ricordare da quando ha iniziato a stare male, è una coppia in crisi; Insomnia è la diversità, la difficoltà ad accettarsi, la voglia di farsi male… Insomnia è Elena che corre, che non riesce a trovare nient'altro nella vita che la faccia sentire meglio, Elisa la troia, Rosy, quella con il culo più bello del paese, è una moglie che non si sente più desiderata, è una ladra di libri, è un barista che va con un transex per pura curiosità un uomo che lavora troppo dimenticandosi di quello che lo circonda, è la voglia di mettersi i tappi alle orecchie e non alzarsi più dal letto.
Un libro-frankenstein. Pezzi di ciccia livida. Tranci di vita ricuciti ogni giorno alla meno peggio in una sala claustrofobica. Insomnia sono piedi trascinati lungo chilometri di niente. È la mente confusa, la memoria di nulla, uno scatto di rabbia. Voglia di farsi male. Una felicità sempre altrove. Insomnia è un corpo buttato via. Un cuore che va da sé. Una testa abitata da estranei. «Conto le rughe sul mio viso. Le borse sotto agli occhi. I capelli stanchi e sfibrati. Le labbra immobili. Il cuore che bussa alla porta. Non vado ad aprire.»

 
DOMENICA 27 TAVOLA ROTONDA A TEMA "IL VIAGGIO"
Gordiano Lupi e Massimo Campo parlano di Cuba, di Alejandro Torreguitart, di Yoani Sanchez e di Jineteras, l'ultimo nostro libro sull'isola caraibica...
 
Adiós Fidel - All'Avana senza un cazzo da fare di Alejandro Torreguitart Ruiz
pag. 184 - euro 15,00 - ISBN 978 - 88 - 7606 - 177 - 6 -
COPRODUZIONE ACAR/IL FOGLIO
www.edizioniacar.net  -
DISTRIBUZIONE A.L.I. - AGENZIA LIBRARIA INTERNAZIONAL srl - http://www.alilibri.it/
 
 
Il titolo della raccolta è Adiós Fidel, preso da un recente racconto politico, prontamente integrato da All'Avana senza un cazzo da fare, perché il cuore delle storie riguarda la vita quotidiana. All'Avana, in tempi di periodo speciale, c'è poco da fare, a parte inventare il modo di mettere insieme il pranzo con la cena. E allora seguiamo Alejandro nelle peripezie a caccia di mulatte, mentre si esibisce con il gruppo, quando pensa al romanzo da pubblicare e nei ricorrenti sogni di fuga. Nella parte politica l'autore ironizza sugli eventi cubani più importanti, ma spesso si lascia prendere la mano dal dramma, piange per la fucilazione di poveri ragazzi che scappano, ricorda la fanciullezza accanto alla madre e attende la morte di un nonno comunista malato di tumore. Il sarcasmo del giovane cubano imperversa nei racconti migliori e non risparmia nessuno, da Chávez ad Alarcón, passando per Perez Roque e Carlos Lage, per arrivare a Fidel e Raúl. (Gordiano Lupi). E a me viene a mente una sera dopo una festa sul Malecón, c'era ancora Juliana allora, ridevo, scherzavo, dicevo che un giorno avrei sequestrato la lancita e sarei fuggito a Miami, come una volta qualcuno lo aveva già fatto, non è mica lontana Miami, dicevo. La sera d'estate, quando il rum è finito, mi capita spesso di stare appoggiato a quel muro di vecchio granito a guardare le stelle, forse aspetto un soffio di vento, qualcosa che mi dia una speranza, chissà. Il vento porta sapore di mare ed è già abbastanza. Dài che lo facciamo, diceva Juliana. Un giorno o l'altro. Lei adesso è fuggita, è scappata davvero a Miami. Un uomo, una lancia, una cosa qualunque, fuggire. E io sono qui che rimpiango e magari mi capita spesso di dire domani lo faccio, un giorno di questi che non so proprio trovare un motivo per andare avanti, un giorno lo faccio. (…) Forse è meglio suonare, guarda. Basta che non venga fuori il solito italiano stronzo a chiedere Hasta siempre, ché un giorno o l'altro la batteria gliela suono sulla testa a questi comunisti che sanno un cazzo cos'è il comunismo.  (…) Gli eroi non fuggono, restano fedeli a una città perduta, si adattano al quotidiano per sopravvivere, ché motivi per scappare ne avrebbero tanti, ma restano attaccati alla loro terra solo per il terrore della nostalgia.
 
 
Jineteras - Puttane all'Avana di Massimo Campo - Pag. 165 - Euro 12,00
Illustrazioni di Emanuele Caponera - Introduzione di Gordiano Lupi
ISBN 978 - 88 - 7606 - 184 - 4
L'Avana, città decadente e romantica, scrostata da tempo e incuria, percorsa da vento di povertà e cicloni è lo scenario dove inventare ogni giorno un nuovo modo per sopravvivere. I racconti di questo libro parlano di sesso e incontri tra stranieri e jineteras, descrivono l'arte di arrangiarsi di un popolo stanco ma pieno di voglia di vivere, puntano il dito accusatore contro un regime che affama il suo popolo. La prosa è cruda, i racconti risultano eccessivi, blasfemi, volgari, ma sono storie sincere, prese dalla vita di tutti i giorni, perché la vita è più cruda e volgare di ogni fantasia letteraria. Massimo Campo descrive con dovizia di particolari il meschino inganno perpetrato ai danni di un intero popolo. Jineteras è una malinconica e struggente raccolta di storie che vede protagonisti i vinti di verghiana memoria. E certi italiani impregnati di ideologia e di menzogne propagandistiche non ci fanno una bella figura…
 
 

NOVITA' POESIA
 
 
Il Meridiano di Maribruna Toni - Opera poetica - a cura di Gordiano Lupi - pag. 280 - euro 15,00
ISBN 978-88-7606-186 -8
Nel decennale della scomparsa di Maribruna Toni pubblichiamo un Meridiano che storicizza il suo corpus poetico. In un corposo volume ristampiamo le quattro sillogi edite: Le vele, i voli, i veli (Libroitaliano, 1997), unica antologia pubblicata in vita, L'urlo si fa silenzio (Traccedizioni, 1999), Un sogno smarrito (Il Foglio Letterario, 2001) e Rimpianto d'onde, di sale e di tempeste (Il Foglio Letterario, 2003). In appendice inseriamo una preziosa e inedita raccolta di Poesie ritrovate, apparse dopo la sua morte sulle colonne delle riviste Il Foglio Letterario, Carmina e relativi supplementi antologici. Come emblematica chiusura pubblichiamo L'occhio incantato, lirica che racchiude il pensiero filosofico - religioso di Maribruna Toni.
 
 
Un tappeto di foglie:
pergamena di velluto
e di seta
scricchiolante
frusciante
chiacchierio
canto
pianto
sfrigolio
fruscio
lieve
e roboante.
 
I piedi
lo calpestano
sonori
ed impudichi,
ma è solo
una musica di legno,
un soffio.
 
 
Voglio cantare e voglio anche suonare
Sulla chitarra le mie note bianche.
Note gioiose,
note di speranza, un canto d'allegria,
una ninna nanna.
Voglio cantare il senso della vita,
di una storia passata e anche l'incanto
di ieri, d'oggi, e pure di domani,
quando ti tieni stretta tra le dita
certezza, libertà e fantasia.
Voglio cantare il mio desiderio
di essere una fata che trasforma
con la bacchetta magica una zucca
nella carrozza più bella del mondo
e quattro topolini in bei cavalli
e che fa diventare principesse
cenerentole sporche di fuliggine.
Voglio cantare la gioia più bella:
quella per un sorriso del mio amore,
chiari occhi di luce, mi ha fissato
e poi mi ha offerto un fiore e poi il vino,
poi mi ha presa per mano e mi ha baciata.
Una carezza tenera ai capelli:
mi tiene stretta come una bambina.
 
 
Amore, amore caro
amore bello
lieve come la piuma di un cappello
greve come macchia sull'occhiello
amore, amore caro
amore bello.
Come gocce che cadono lente
in queste mani ricolme di niente.
Niente come sorta di pudore
che oggi ho mascherato di candore.
Candore che mi è diventato sasso
quando il mondo sembrava un satanasso.
Sasso satanasso e poi candori
batticuori di seta e poi di umori
lenti, gravosi, pavidi, prudenti
come un groppo alla gola agli innocenti.
Innocenti perché?
C'è solo vita,
vita racchiusa in una margherita,
in petali essiccati ormai sepolti
come muri imbiancati di sepolcri.
Sepolcri di una vita
senza vita
perché, tu non lo sai, ma è già finita.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 12:04 | link | commenti (2)
categorie: avvenimenti

ZCome amore, di AA. VV.

Zcome amore
Zcome Amore
di Aa. Vv.
Prefazione di Irene Caliendo
Albus Edizioni
www.albusedizioni.it
Collana Le parole per te
Antologia di poesie d’amore
Pagg. 124
ISBN: 9788896099001
Prezzo: € 13,90
 
 
La Albus Edizioni ha nella sua linea editoriale la pubblicazione di antologie di racconti e di poesie scritti da diversi autori. Si potrà obiettare che questa scelta è dettata da motivi di vendita, perché i singoli artisti tendono ad acquistare una o più copie dei volumi in cui sono presenti i loro lavori. Rispondo che non c’è nulla di strano, perché l’editore deve pur vivere, e non solo il metodo è ben diverso da quello delle pubblicazioni a pagamento, ma consente di porre all’attenzione dei lettori autori altrimenti sconosciuti e invece meritevoli di attenzione.
E’ il caso di questa antologia di poesie d’amore, in cui è presente anche una mia lirica (Solo le labbra) e, infatti, per ovvi motivi deontologici non la citerò più.
Preferisco invece evidenziare il fatto che la curatrice Irende Caliendo ha saputo scegliere testi di buona levatura e fra questi alcuni meritevoli, a mio giudizio, di particolare attenzione.
Mi riferisco alla veritiera e amara “Ricordo” di Avrionova Nadejda, alla riflessiva “Fuoco Fatuo” di Loredana Cappellazzo, alla religiosa “Sabato Santo” di Domenico De Ferraro, alla concreta, e pur soave, “Mare” di Michael Liam Gibbs, alla figurativa “Si inseguono le onde” di Francesco Satanassi, alla malinconica “Ci sono giorni così” di Gino Zanette, all’intrepida “Dentro te” di Giuseppe Bianco.
C’è poi un’altra poesia che, sempre secondo la mia opinione, è forse la migliore di una raccolta già di per sé assai valida ed è “A quest’ora” di Paolo Sangiovanni.
Pensate che l’autore non è certamente giovane, essendo nato nel 1930, ma i suoi versi sono di una quieta freschezza veramente invidiabile.
In questa poesia, non a caso sottotitolata “Gli innamorati sessantenni”, la passione sfuma nell’affetto e l’amore è un reciproco scambio di sogni.
Insomma, è proprio una bella antologia, di piacevole lettura, e poi l’amore non ha tempo, è sempre di moda, perché è vita.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 11:58 | link | commenti
categorie: consigli di lettura

Miracolo tra le mani, di Enzo Maria Lombardo

Miracolo tra le mani
MIRACOLO TRA LE MANI
 di Enzo Maria Lombardo
 
Domenica sera. Sapore di arancini di riso e acqua di seltz con lo sciroppo comprati con gli ultimi spiccioli mentre il giallo abbagliante del cielo cominciava a tingersi di porpora e violetto.
Sul mare pesavano neri vapori di caldo orlati di rosso, adagiati sul molo e sui frangiflutti, oltre la massicciata della ferrovia, come una cortina messa lì apposta per isolare la città dalla brezza del mare aperto.
E tu, quella domenica, sudavi come un maiale, Michele, anche se camminavamo piano, senza parlare, oppressi dalla calura stagnante e molto dalla noia e dal silenzio del lungomare deserto di Catania; quel silenzio che noi due cercavamo, allontanandoci dalle vie del centro. Un silenzio palpabile, più pesante dell'aria umida e calda che ci avvolgeva.
Sì, Michele, camminavamo piano, strusciando i piedi tra le grandi mattonelle della passeggiata a mare verso gli Archi della Marina, le mani in tasca, fumando senza piacere, a volte prendendo a calci un barattolo, tanto per far qualcosa: eravamo in una stasi dell’essere quasi catatonica, terribile e sublime a un tempo.
 
Ed è proprio in questi strani momenti che a me sorgono i pensieri più elevati. Si erpicano nel cervello come serpentelli, spuntano da chissà dove, si arrotolano nelle molli circonvoluzioni, si fermano in attesa, crescono, si moltiplicano, mentre il corpo nuota in un tempo dilatato, quasi in senso fisico, con i minuti sfocati nell’infinita vastità delle ore e i secondi che rintoccano lenti come il battaglio di una pendola che sta esaurendo la carica.
Quando ti descrivo il processo dei miei pensieri tu fai una smorfia e dici che è per via dei serpentelli che ho il cervello bacato. Però lo dici tra uno sbadiglio e l’altro, senza pensare, anche perché senza avere davanti quei tasti bianchi e neri del tuo pianoforte tu, Michele, non sai neppure pensare.
Ed è un peccato, perché è proprio in un tempo così alterato e irreale, che è possibile scoprire una dimensione nuova e trovare, incastonata in quella dimensione, un’idea fuori dagli schemi. Un’idea quasi originale.
 
* * *
 
Quella sera, mentre guardavo le prime stelle bucare le nuvole rosse, sentii in effetti un pensiero ancora aggrovigliato e confuso sciogliersi pian piano nella mia mente e scendere in gola a formare una frase cosciente:
- "Ho pensato che forse Dio c'è per davvero, Michele, - sospirai inspirato - e noi ci siamo dentro. Per questo siamo confusi, non vediamo, non comprendiamo... Capisci? Proprio dentro. Forse noi siamo dentro Dio!".
Tu sei rimasto a lungo in silenzio: ad un certo punto temetti che forse dormivi in piedi. Non era la prima volta che ti vedevo trascinare la tua massa grassa per inerzia, nella più totale indifferenza del mondo. In effetti conosco bene i tuoi sonni, Michele. Hai elaborato un sistema complesso che potrebbe ingannare gli sprovveduti e i distratti. Occhi sbarrati, passo abbastanza fluido e qualche movimento extra delle braccia e delle mani, tanto per confondere le idee.
Ma quella sera non dormivi: vidi nei tuoi occhi una lieve scintilla di luce mentre muggivi “Boh”.
“Questa non è una risposta” – dissi.
Ripetesti “Boh” facendo un passo indietro e prendendo bene la mira per calciare di punta una lattina: insomma, non eri stato colpito dalla grandiosità della mia idea. La lattina schivò la tua zampa e fu colpita solo di striscio. Rotolò di lato con un ululato metallico, in attesa del prossimo calcio.
Tutto il mio essere avrebbe dovuto fremere di sdegno per la tua indifferenza bovina e invece restai calmo come un monaco zen, immerso nel caldo abbraccio di una consapevolezza superiore. Ti guardavo dall’alto dei miei nuovi pensieri e non riuscivo ad odiarti con la dovuta accuratezza per la tua assurda incomprensione, però ti avrei volentieri fatto a fette per il tuo passo pesante e per quel tuo ostinarti a zufolare una delle tue ultime incompiute, una di quelle con cui sporchi la carta da musica.
No, non riuscivo ad odiarti, anzi, con un impeto di generosità, mi sentii in dovere di chiarirti la cosa dicendo d’un fiato:
- "Perché, vedi, Michele, tutto, ma proprio tutto, è Dio. Ecco: vedi quelle stelle, quel mare, quelle nuvole? Ebbene, sono Dio. Anche quella lattina che ti stai portando dietro da mezz'ora è Dio. Lo capisci, Michele, o stai dormendo?"
Forse potevano andar bene le stelle, le nuvole, il mare, ma devo convenire che storpiava l’accenno blasfemo alla lattina, con quella etichetta rossa, volgare e adesso mezzo ammaccata. E poi, ripensandoci, l’idea non era affatto originale: tanti l’avevano avuta prima di me, l’avevano macinata a dovere e ci avevano pure scritto sopra un mare di parole. Il fatto è che quella sera non avevo in testa nulla di meglio. Capita. E poi, Michele, diciamola tutta, tu non aiutavi per niente.
 
Il tuo successivo calcio di punta fu più fortunato: la lattina, colpita a tradimento nel suo ventre rotondo, urlò di nuovo il suo dolore e volò per una ventina di metri oltre la massicciata della ferrovia stramazzando, esausta, con un tonfo cupo, sull'erba alta che incorniciava il frangiflutti.
Mentre le lampadine dei lampioni della passeggiata a mare, appena accese, si scaldavano pian piano emettendo una luce rosa pallido, un refolo di vento, che era riuscito a forzare chissà come la cortina d'afa che chiudeva la città, ci fece pregustare quel po’ di brezza che sarebbe arrivata dopo il tramonto.
E assieme a quel refolo di vento mi arrivò finalmente la tua voce, attutita e lontana, da dietro:
- "E così anche tu saresti Dio?"
Vidi che ti eri fermato a prendere qualcosa da terra, posata sulle mattonelle chiare: si trattava di una massa nera tondeggiante che tenevi tra le mani a coppa e che non riuscivo ad individuare alla luce incerta del crepuscolo.
Il tuo ghigno era cattivo quando dicesti:
- “Occhèi, caro Dio, prendi quest’affare e vedi di aggiustarlo per bene. Anche se è un po’ acciaccato, nella tua nuova veste ce la dovresti fare."
Sì, adesso vedevo cosa avevi in mano: era un piccolo uccello ferito, forse caduto da un nido nascosto tra i rami degli alberi che fiancheggiavano la strada o forse fuggito da una gabbia. Aveva un'ala semiaperta e una zampa penzolante. Apriva e chiudeva il becco in un grido muto, sussultando con tutto il corpo.
- "Sta morendo... Michele, sta morendo..." – sussurrai mentre un gelo nuovo mi penetrava nelle ossa annegando d’un sol colpo tutti i miei vaneggiamenti.
Tu posasti delicatamente l’uccello su un sedile di pietra lavica e restammo così, inebetiti e impotenti, a guardare quell’agonia.
 
In effetti la bestiola sembrava ormai priva di forze e, come un giocattolo con la molla esaurita, apriva a scatti il becco e scuoteva lentamente un’ala, tentando di sollevarsi prima di ripiombare scomposta sulla pietra.
Sedemmo anche noi su quel sedile, evitando di guardare quel batuffolo nero arruffato e palpitante e chiedendoci l’un l’altro, con sguardi muti e impotenti, cosa fare. Ricordo che quando abbassavo gli occhi sulla bestiola mi sembrava che quel becco lucido, che s’apriva e chiudeva ritmicamente, volesse dirmi qualcosa. Che mi implorasse di fare qualcosa.
Cosa, mio dio? Chiedeva forse, quel becco, di non prolungare tanto dolore in un’agonia inutile?
Anche i tuoi occhi, Michele, mi rimandavano la stessa immagine di sentimenti confusi e contrastanti e credo che entrambi, in quel momento, ci sentimmo soli, avvolti da una pietà greve e pesante che si trasformava pian piano in paura. Paura di vedere l’ultimo alito d’una vita. Paura di un evento che conoscevamo ancora troppo poco e soprattutto paura di una scelta tra la vita e la morte.
 
Un atto, un piccolo atto di forza e di pietà. Cos’era un attimo? E quel batuffolo nero sarebbe diventato una cosa inerte: niente più dolore. Niente più vita.
-“No” - dissi scotendo il capo – “Che diritto abbiamo, noi...?”. Anche tu, Michele, abbassasti il tuo testone e sospirasti: “Nessuno... proprio nessuno”.
E così restammo in silenzio, seduti con l’uccello che palpitava in mezzo a noi, fingendo una maschia indifferenza che non avevamo, aspettando l’esito finale. 
 
* * *
 
Fu a questo punto, Michele, che tu, per enfatizzare la tua finta compostezza, cominciasti a zufolare piano una delle tue incompiute. Iniziasti piano, e il suono si confondeva con la risacca del vicino mare, poi le lunghe note, si alzarono un poco sovrastando il leggero tramestìo delle ali e del becco sulla pietra del sedile.
Era la tua incompiuta più triste. C’ero io l’ultima volta che osasti suonarla al pianoforte. Fu quando l’inquilina del piano di sopra, una zitella in carne, ancora belloccia, venne giù in lacrime, scongiurandoti di smettere perché doveva uscire e non poteva, con tutto quel rimmel che le colava dagli occhi.
Ecco, Michele: sono sicuro che resterai famoso per le tue incompiute.
Di solito gli autori possono vantarne poche. Una o due, dovute alla repentina scomparsa. Qualche altra ritrovata dai posteri in un cassetto, dimenticata o ripudiata in vita. Tu, invece, invadi il tuo studio di “Incompiute”. Gli spartiti restano impilati sul pianoforte, alcuni scivolano sui divani, altre si mescolano agli utensili di cucina. Qualche spartito porta ancora il fetore del pesce, altri sanno di pane o sono macchiati di lardo.
Ma in quel momento, Michele, non pensavo affatto ai tuoi spartiti: udivo il tuo fischiettare ispirato e guardavo come, a tratti, ponevi le mani, a barriera, vicino a quell’animaletto sussultante perché non cadesse, e allora ti imitai, anche se sentivo un brivido strano a contatto con quelle penne fredde.
Così restammo, immobili, con le nostre quattro mani unite sul sedile, quasi a formare un piccolo recinto in cui potesse consumarsi in pace l’ultimo atto di una breve vita.
 
Sarà stato effetto di quella luce rosata o delle note della tua incompiuta, ma quello spazio compreso tra le nostre quattro mani non mi parve più come un recinto di morte ma come un grande crogiolo di carne, un utero rosa in cui stava rinascendo una vita.
E in effetti qualcosa stava cambiando sotto i nostri occhi: i movimenti del volatile erano assai più fluidi e, preso dall’euforia, tu avevi cambiato registro e stavi zufolando qualcos’altro. Il motivetto non era più triste: si trattava di un’altra incompiuta, una marcetta dai toni allegri, piena di speranze e promesse, piena di vita.
E, quasi seguendo le note della tua nuova melodia, l’uccello tentò di alzarsi su una zampa sola, trattenendo l’altra rannicchiata vicino all’ala. Malfermo e incerto, si sollevò puntellandosi col becco sul sedile, iniziando ad articolare l’altra zampa e muovendo l’ala che credevamo rotta, in una parodia del volo.
 
Frastornato da quel repentino risveglio alla vita, restai a lungo in silenzio, fissando quella palla di penne arruffate e i suoi movimenti buffi. Tentai anche di allargare di più lo spazio tra le mani, dilatando le dita, quasi a formare una gabbia di carne, pronto ad intervenire per evitare una caduta rovinosa.
 
Contemporaneamente mi attraversarono la mente alcune ipotesi fantastiche, subito rimosse dalla coscienza quasi con ripugnanza, che tuttavia si lasciarono dietro una scia di dubbi, labili e persistenti a un tempo, come riflessi intermittenti di luce nell’acqua smossa di uno stagno.
Forse anche a te balzò addosso qualche serpentello maligno perché d’un tratto hai spezzato a metà una felice frase musicale e hai posato il tuo sguardo sul cerchio di mani e sull'uccello ferito e poi ancora sulle mani, quasi a voler individuare le tue, tra le mie, per riappropriartene.
Poi con voce cavernosa balbettasti (e c’era una filo di paura tra le parole):
 - “Che... che... che sta succedendo?”
 
Cogliendo al volo l’occasione, con una espressione compunta e occhi semichiusi, salmodiai: “Gloria et exultatio sanctorum...” e dopo una pausa di raccoglimento: “Deus altissime rex angelorum...”, il tutto tentando una cadenza il più possibile ecclesiastica e austera. Poi terminai cantando un lungo: “amen...”.
- “Ecco...” - ripresi, in volgare – “Un miracolo... Michele. Ma non capisci? Hai fatto un miracolo! Un vero miracolo! Magari sarà stata la tua musica... Oppure saranno state le tue mani. Senti forse caldo nelle mani, Michele?”
Evidentemente non hai colto subito la parte più recondita dei miei pensieri, perché rispondesti, con un’alzata di spalle:
- "Nelle mani? Perché proprio nelle mani? Ho caldo dappertutto: per lo meno le mani non sono coperte. Pensa nel ..."
- “No, no, - ripresi io – questo è un calore diverso… Non senti qualcosa di caldo che esce … che esce... che esce...”
Ti bloccasti a mezzo, rimuginando.
- "Che esce? Da dove? Dalle mani... dici?"- L'elaborazione era terminata: il risultato era evidente e quasi tangibile nel sottile tremore della tua voce.
- “Vuoi dire che io... la mia musica... la musica e le mani... cioè... che tu e io... proprio noi... con le nostre mani...”
 
Ricordo che ti alzasti, di scatto, le palme aperte a ventaglio, tremanti, dinanzi agli occhi sbarrati, e a quel movimento improvviso, approfittando del varco, l’uccello volò, un po’ di sghimbescio, è vero, strisciando sul sedile di lava e rischiando un atterraggio rovinoso sul selciato, ma volò. Lo vedemmo posarsi sul margine del viale e da qui, saltellando su una zampa sola, si posò sulla massicciata della ferrovia, poi sulle rotaie e infine, quasi ubbidendo ad un richiamo inaudibile, spiccò un volo pulito e perfetto, ad ali spiegate, verso gli scogli e il mare arrossato dalle ultime luci del tramonto.
Ricordo anche come gironzolavi nervoso davanti a quel sedile, stropicciandoti le mani, guardandole con occhi vitrei, articolando le dita e scuotendole con forza per poi tornare ad osservarle perplesso.
-“Le ho calde, accidenti. Hai ragione, troppo calde..."- biascicasti - "calde e con un formicolio...uno strano formicolio... come se...come se... " e qui ti bloccasti, apristi gli occhi bovini e con un ghigno feroce dicesti: “...come se fossero intorpidite! Ecco cos’è, altro che miracolo! Le ho tenute mezz’ora bloccate in quel sedile!”
Ora riconosco che non eri pronto per essere un Santo. Non lo eri proprio, Michele. Io volevo ancora darti la giusta atmosfera ma il mio latino cominciava a difettare. “Per omnia saecula seculorum...”, cominciai.
- “E piantala!” – ansimasti. Ora la voce vibrava di rabbia e il tuo viso aveva due macchie rosse sulle guance. 
- “E se fosse?” - dissi con studiata noncuranza - “Tutto è dio, Michele. Perché solo tu dovresti esserne escluso?”
 
Sei rimasto solo un attimo perplesso prima di snocciolare una serie di frasi sconvenienti. Ma stai tranquillo, Michele: quello che mi hai sputato addosso quella sera io l’ho già dimenticato. Non è in linea con la tua signorile bonomia che di solito manifesti nei rari momenti di veglia.
 
Comunque non protestai, non tentai nemmeno di continuare il gioco, anche perché era ormai svanita, assieme alla luce rosata del tramonto, quella magica dimensione irreale in cui tutto era possibile. Anche un miracolo. Il bianco vivido delle lampade al neon, ormai ben calde, faceva apparire ogni cosa fin troppo concreta e razionale.
Così stetti in silenzio e in silenzio annuii più volte prima di sussurrare, senza molta convinzione, quasi parlando a me stesso: - “Chissà…?... Però, se tutto è Dio..."
Ma tu non ascoltavi. Avevi ripreso a zufolare una delle tue incompiute e ti guardavi attorno nella segreta speranza di trovare almeno un'altra lattina da prendere a calci durante il tragitto verso casa.
 
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 11:54 | link | commenti (1)
categorie: narratori e racconti

Comunicato del 25 luglio 2008

Su rossiorizzonti da Donne, ricette, ritorni e abbandoni – Pendragon, 2005: La visita, un bel racconto di Milvia Comastri.
 
Morgan vuole chiudere Acme del pensiero; posso capire le sue motivazioni, ma, anche se spera in un fermo temporaneo, dobbiamo convincerlo che con lui se ne va una parte di noi. Quindi, caro Morgan, prenditi un periodo di riflessione, ma torna presto; non è un ordine, ovviamente, ma sappi che ci mancherai tanto e che non puoi farci questi scherzi da prete…
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 11:49 | link | commenti (2)
categorie: comunicati
martedì, 22 luglio 2008

Era mio amico, di Renzo Montagnoli

Un fatto accaduto realmente una decina di anni fa e riportato da alcuni quotidiani locali mi ha fornito lo spunto per questa poesia. Quindi non malignate perché mi sono solo immedesimato nell’amico superstite.
 
Era mio amico                              
di Renzo Montagnoli
 
                 
Ora che il clamore si è sopito
ora che i peana della maldicenza
sono soffocati nell’oblio
rimane solo il ricordo di un animo puro
di strade percorse insieme
di sogni mai realizzati
di un amore muto e impossibile
che ti ha tolto la vita.
Nella mente resta                                    
il tuo sguardo assorto
la tua gioia per la mia gioia
il tuo dolore per il mio dolore.
E a chi mi chiede chi eri               
e non potrebbe capire
rispondo solo:
era mio amico.
 
    
E per finire questo brano tratto dalla colonna sonora di Balla coi lupi.
 
http://it.youtube.com/watch?v=OswwQo3iE2M
 
    
 
                                
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:58 | link | commenti (13)
categorie: poeti e poesie

La vendetta del longobardo, di Marco Salvador

La vendetta del Longobardo
La vendetta del longobardo
di Marco Salvador
Edizioni Piemme
Narrativa romanzo storico
Pagg. 427
ISBN: 9788838474149
Prezzo: € 6,50
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
Alcuni giorni fa ero in libreria a cercare un titolo che mi interessava e, guardando negli scaffali, ho trovato all’improvviso questo volumetto. Premetto che ho letto già i romanzi di Salvador non di genere storico (La casa del quarto comandamento e Il maestro di giustizia), ma mi era sempre rimasta la curiosità di poter conoscere almeno uno dei tre libri ambientati in epoca longobarda.
Per farla breve, ho smesso di cercare e ho acquistato unicamente La vendetta del longobardo.
Il romanzo, con le sue 427 pagine, risulta piuttosto corposo, ma la lettura è senz’altro agevole, oltre che veramente piacevole.
Il periodo affrontato dall’autore sono gli ultimi anni del regno longobardo (VIII secolo d.C.) e, fra l’altro, riporta la decadenza di un popolo che riuscì, abbastanza a lungo, a regnare sull’Italia. Ritroviamo così i re Astolfo e Desiderio, figure importanti nella storia, dotate anche di notevoli capacità, ma che nulla poterono per contrastare un declino naturale. Ci sono pure i grandi avversari, come Pipino e suo figlio Carlo e la politica assai terrena di una Chiesa romana sempre più votata al potere temporale.
In queste vicende, fra guerre, intrighi di corte, paci traballanti, emerge la figura del franco-longobardo Evaldo, la cui vita è improntata alla vendetta da compiersi contro il crudele Pipino. Se tutti gli altri personaggi sono esistiti veramente, questo penso sia il parto della fertile fantasia di Salvador. Tuttavia, è degna di nota la capacità di far assumere a questo protagonista una veridicità quale potrebbe esserci solo nel caso che fosse effettivamente vissuto, inserendolo in modo preciso nella vicenda e rendendolo di fatto il narratore della stessa.
Salvador non si è limitato a raccontarci la fine del regno longobardo, ma ha anche saputo ricreare le atmosfere, delineare, facendoli rivivere, personaggi di cui serbiamo memoria dai banchi di scuola, in un quadro d’insieme che ha il pregio non da poco di educare divertendo.
E così, pagina dopo pagina, comprendiamo che cosa accadde tanti secoli fa e anche il perché, un lavoro di ricerca che appaga lo storico e il lettore.
Quindi, La vendetta del longobardo mi è talmente piaciuto che, oltre a raccomandarne vivamente la lettura, mi impegna a reperire anche gli altri due testi (Il longobardo e L’ultimo longobardo), che potranno così accrescere la mia conoscenza di un popolo che francamente conoscevo in modo approssimativo.
 
Marco Salvador nasce il 10 novembre 1948 a San Lorenzo di Arzene (PN), dove tuttora vive. Ha pubblicato numerosi saggi sulle comunità rurali nel medioevo e sulle giurisdizioni feudali minori. Inoltre ha scritto cinque romanzi: Il longobardo (Piemme, 2004), La vendetta del longobardo (Piemme, 2005), L’ultimo longobardo (Piemme, 2006), La casa del quarto comandamento (Fernandel, 2004) e appunto Il maestro di giustizia (Fernandel, 2007). 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:55 | link | commenti
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 22 luglio 2008

 
Dopo un lungo periodo trascorso in un convento francescano, laddove si è purgato dei peccati, lindo e puro ritorna in gran spolvero Il Vernacoliere.  
 
Dopo la satira che muove al riso purtroppo riappare la realtà incredibilmente orrenda di ogni giorno. Infatti
Cristina Bove è andata a pescare un bell’articolo del The Independent, che mostra, in parole e in fotografia, un degrado morale senza precedenti, quella totale indifferenza che, associata alla mancanza di pietà, non si riscontra nemmeno nelle bestie.
Un mio amico, non italiano, mi chiedeva perché da noi non funzionano i politici, perché si disinteressano degli affari del paese. Ecco, la risposta è in questo fatto, in questo articolo: noi cittadini italiani, non tutti, ma in gran parte, siamo indifferenti a tutto ciò che conta e proprio per questo demandiamo il nostro presente e il nostro futuro a chi è pure lui indifferente.
Che cosa volete che siano le spazzature per le strade di Napoli quando gli uomini stessi sono monnezza!
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:52 | link | commenti (1)
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