L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

Chi sono

Utente: RenzoMontagnoli
Nome: Renzo Montagnoli
Un eterno illuso.

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
domenica, 31 agosto 2008

Dal 12 settembre in tutte le edicole Avana Killing, di Gordiano Lupi.

COP_AvanaKilling
DA SETTEMBRE IN TUTTE LE EDICOLE:
Avana
KILLING
ROMANZO
DI
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
 
SERED srl - Euro 5,90
 
A Cuba ci sono due mondi che si sfiorano: i turisti che ostentano i loro dollari e la popolazione che sopravvive con fatica e dignità. In mezzo, un variopinto brulichio di attività illecite. In questa terra di confine agisce un feroce killer che non sceglie le sue vittime: le lascia scegliere dal demone che c’è in lui “Un killer inedito nella letteratura thriller, un demone-giustiziere. Suo avversario un ispettore di polizia che non si sente all’altezza del compito, non ha né la preparazione né la cattiveria per risolvere l’enigma. Un giallo originale, sorprendente, che si tinge di noir”.
“Teatro della vicenda è la Cuba di oggi, in cui convivono aspirazioni di modernità e il culto di una strana religione che mescola santi e demoni nei suoi riti di magia nera. Una vicenda che comincia in sordina e assume via via un ritmo sempre più serrato e incalzante”.
 
 
Fiction n. 3
Collana thriller e avventura
Registrata presso il Tribunale di Milano con il n. 99 del 12.02.2008
Direttore responsabile: Mario Spreafico
Editore SERED s.r.l. Sede Legale: Via Leopoldo Mugnone 30 - 00124 Roma
Redazione: Via Donatello, 71 – 00196 Roma – tel. 06.32.50.10.29
Tipografia: Punto Web - via Cancelliera 40 - 00040 Ariccia (RM)
Distributore: M-DIS – Via Cazzaniga, 2 – 20132 Milano, tel. 02.25821
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:21 | link | commenti
categorie: notizie letterarie

Arboreto salvatico, di Mario Rigoni Stern

Arboreto salvatico
Arboreto salvatico
di Mario Rigoni Stern
Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo
Pagg. 106
ISBN: 9788806181710
Prezzo: € 8,00
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
Ogni volta che leggo un libro di Mario Rigoni Stern provo un’intensa emozione già dalle prime pagine, perché la struttura dell’io narrante, unita a uno stile semplice, ma di grande immediatezza, fa sì che mi sembri di stare ad ascoltare le parole del grande scrittore vicentino e ora che non è più fra i vivi quell’emozione diventa anche commozione.
Arboreto salvatico è un’opera a sé, forse minore, ma riassume tutte quelle caratteristiche che hanno reso giustamente famoso l’autore.
Così troviamo quella perfetta unione dell’uomo con la natura che di per se stessa è un messaggio di fondamentale importanza per l’umanità che sembra non accorgersi di essere parte di un ecosistema perfetto, ma anche fragile, al punto che qualsiasi offesa gli venga resa finisce con il ritorcersi notevolmente amplificata su chi gliela ha arrecata.
E’ un libro semplice, con interessanti e piacevoli annotazioni botaniche, accompagnate da richiami al significato delle piante nell’antichità e impreziosita da brani di romanzi o da versi poetici di autori che cantarono la bellezza di determinati alberi.
Non mancano annotazioni, sempre correlate a questi vegetali, di fatti o eventi di cui Stern fu protagonista nel corso della sua vita, ma non si tratta di meri espedienti per allungare o vivacizzare la narrazione, bensì sono incisi funzionali a dimostrare che l’uomo deve convivere con la natura, nel pieno rispetto di questa, traendone benefici che le attuali generazioni ignorano completamente.
Con Mario Rigoni Stern la natura diventa la vera protagonista della narrativa e l’autore è sempre presente, perché umile parte di essa.
Particolarmente commoventi sono le ultime pagine dedicate al ciliegio, con la visione di una vecchia casa contadina, vuota e abbandonata, ora posta in vendita per costruire un condominio per i villeggianti, così che il vecchio ciliegio che nei pressi vi dimora da tantissimi anni e che porta le ferite della prima guerra mondiale sarà inesorabilmente abbattuto.
Nell’autore c’è l’autentico sincero dolore di Ljubov Andreevna quando è costretta a vendere i suoi amati alberi nel Giardino dei ciliegi di Cechov.
“Mio caro, dolce, meraviglioso giardino…Vita mia, giovinezza mia, felicità mia. Addio!...Addio.”  
Con il ciliegio di Asiago che verrà abbattuto se ne va un amico, un testimone e protagonista di gioventù, se ne vanno ricordi, emozioni passate, se ne va un pezzo dell’autore.
Leggere i libri di Mario Rigoni Stern non è solo un accrescimento culturale, ma è anche vivere dalla prima all’ultima pagina accanto a questo grande uomo e scrittore.
 
 
Mario Rigoni Stern (Asiago, 1921 - 2008).
Ha scritto Il sergente nella neve (1953), Il bosco degli urogalli (1962), Quota Albania (1971), Ritorno sul Don (1973), Storia di Tönle (1978) (Premio Campiello e premio Bagutta), Uomini, boschi e api (1980), L’anno della vittoria (1985), Amore di confine (1986), Il libro degli animali (1990), Arboreto salvatico (1991), Le stagioni di Giacomo (1995) (Premio Grinzane Cavour), Sentieri sotto la neve (1998), Inverni lontani (1999), Tra due guerre e altre storie (2000), L’ultima partita a carte (2002), Aspettando l’alba e altri racconti (2004), I racconti di guerra (2006), Stagioni (2006).
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:18 | link | commenti (5)
categorie: consigli di lettura
sabato, 30 agosto 2008

La recensione di Mela Mondì

Canti celtici
Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
 
“Se quando leggo un libro,ho l’impressione che mi si scoperchi il cranio,allora so che quella è poesia. E’ l’unico modo che io conosca di avvertirne la presenza.” Così diceva Emily Dickinson e questa è l’impressione che ha suscitato in me la lettura dei “Canti Celtici” di Renzo Montagnoli
Poesia istintiva ed immediata,grappoli di parole scritte quasi con la segreta speranza di trovarne un giorno alcune magiche in cui fondere versi come
”solo silenzio,”nel buio assoluto”, “nel tempo ormai finito.” per ascendere alle vette del’arte.
 
Non si può in tale contesto affermare che Montagnoli neghi alla sua poesia la concretezza ,quella concretezza che richiama alla mente il mito di Anteo, invincibile fino a quando rimaneva a contatto con sua madre,la Terra.
“zoccoli di cavalli”,”mantelli di ragnatele”,”un piccolo scavo”….
Questo contatto con la Terra permette al poeta di comunicare la profondità del suo sentire, il senso di appartenenza alle radici che non è sprovveduta intuizione dei sensi ma un dare all’esperienza quotidiana, nell’ambito del binomio kantiano spazio tempo,una passionale consistenza corporea. 
               
                   “Sciolti i capelli,
                    scosso il capo,
                    in riflessi ondulati di luce.”
 
Il poeta si muove sempre entro i limiti della sua anima nella quale il passato ed il futuro,la memoria e la curiosità si fanno domanda ”come sarà….fra mille anni?” diventando i poli di una dialettica infinita, a volte corrosiva del presente, dello “esistere qui e ora”, se “in mezzo” non scorresse “lento il fiume” eracliteo che trascina le sue acque verso il luogo del riposo.
Così egli gioca con il tempo facendo della memoria quel serbatoio di eternità che spiega il futuro e non si accorge che il suo presente è nei disegni della poesia celtica,nei ricordi che si fanno pensieri mentre il cuore si gonfia di nostalgia.
Cuore e mente si ergono a testimoni del presente. Ed allora i versi diventano inni alla vita che pulsa nell’amore.
L’amore non ha orologio ,né calendario. Esso può anche svanire al canto del gallo lasciando al fondo dell’acqua che scorre “uno spesso strato di limo”,la “ninfa” può svanire come nebulosa illusione ma l’amore resta l’unico eterno presente perché esso è un “sentimento senza tempo”,”un incontro che non vuol terminare”.
In questo sillogistico gioco con il tempo forse il poeta vuole dirci che il presente è amore, ma se l’amore è eterno ,il presente è l’eternità.
Tra “fatti d’arme”, “barbe irsute”, “occhi iniettati di sangue”, tra l’autenticità dell’ispirazione e l’incanto della nostalgia il poeta cerca qualcosa che lo obbliga ad analizzare le azioni compiute con uno”esprit de finesse” che andando “oltre ogni logica” suscitano l’inquietudine della ricerca che ci costringe a pensare con lui”come sarà il futuro?” la cui risposta il poeta la trova soltanto nel passato. Forse il poeta,come l’uomo di oggi,cerca nel passato una risposta alle domande su chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo
 
Se la ricerca di Montagnoli, tra elegia e riflessione, potrà farci ricordare che il “vello d’oro” ha la sua sede nel passato quando gli Dei si sono umiliati fino a farsi creature terrene che soffrono,sognano,si illudono credo che i “Canti Celtici” abbiano realizzato la loro mission.
Ma il presente? E’ forse il luogo ed il tempo dell’esilio, delle chitarre mute?
 
                                               Mela Mondì
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:25 | link | commenti (1)
categorie: canti celtici

Il mistero della boschina, di Marniko

Saghe, leggende ed esperienze di vita tramandate da nonno a nipote.
 
Il mistero della boschina
Il mistero della boschina
Racconto di Marniko
 
A mio nonno Angelo
“Muore lento,
quest’uomo,
muore lento
come se volesse
gustarsela,
sgranarla
sotto le dita
l’ultima vita
che ha.”
(da Oceano Mare, Alessandro Baricco)
 
 
 
 
 
A mio nonno Angelo, il padre di mio padre, piaceva stare davanti al fiume, in quel tratto di Po. Sentirlo scorrere nella sua lentezza estiva e annusare i profumi della boschina, quella nicchia di terra riparata del fiume e avvolta nel mistero.
Il fatto era che ormai mio nonno non ci vedeva un granché. Forse per l’età. Forse perché non aveva mai voluto farsi operare di cataratta che, prima all’occhio sinistro poi a quello destro, progressivamente gli aveva opacizzato quasi completamente il cristallino.
«Questa è la riva del fiume, il grande fiume.» Mi disse un pomeriggio. «E’ il luogo che ci fa esistere.»
Avevo appena compiuto sette anni. Non capii quello che volesse dirmi con “E’ il luogo che ci fa esistere”. Lo compresi più avanti, quando mio nonno non era più tra noi. E piansi quel giorno. Tra i pioppi bianchi della boschina.
«Allora ascolta bene, nano. Tu devi guardare dopo la boschina e quando vedi una petroliera, me lo dici. Capito, nano
Petroliere non ne vidi passare. Eravamo là da più di due ore. In silenzio. Si sentiva solo il rumore dell’acqua e il fruscio dei pioppi. All’ombra della boschina, un caldo pomeriggio di giugno inoltrato.
«Nano…» fa mio nonno, accendendosi una sigaretta.
Prima di morire, a mia nonna Angiolina aveva fatto giurare di mettere nella bara un pacchetto di Nazionali senza filtro e una scatola di fiammiferi svedesi insieme a una bottiglia di lambrusco, “ma di quello buono, mi raccomando…” aveva aggiunto.
«Nano non fissare troppo. Rovina la vista. Per non parlare del resto. La senti dal rumore quando passa la petroliera…»
Non parlai. Rimasi in silenzio, per sentire prima il rumore della petroliera.
«Lo sai, nano…» continuò mio nonno dopo un bel po’, «che là in fondo nella boschina, tra gli olmi e le querce e i pioppi, ci abita il diavolo?»
Non risposi. Adesso per la paura, più che per avvertire il rumore improvviso della petroliera.
Il modo più veloce per scacciare la paura era quello di pregare, mi diceva spesso mia nonna. Ma io non le ho mai creduto. Mio nonno invece, da buon socialista, non credeva davvero nell’esistenza di Dio.
«Proprio lui, il diavolo…» riprese mio nonno, con voce lenta e resa rauca dal troppo fumare.
«Veramente! Nano, il diavolo abità laggiù, nell’isola della boschina. Lo senti questo fruscio? Ascolta bene, nano, non aver paura… E’ lui, il diavolo, che fa muovere le fronde dei pioppi, cerca un’anima buona che vada a fargli compagnia. E quando non ne può veramente più, soffia forte e si mette a correre e a correre tra un pioppo e l’altro, su e giù per la boschina… Si mette a fare il diavolo!»
Io stavo in silenzio. Stavo lì con gli occhi sbarrati, a fissare mio nonno.
E lo ascoltavo parlare del fiume, del diavolo che non sa chi è e non sa se esiste ma sa che c’è, della vecchina che era andata a trovarlo con una barchetta remando tutta una notte, ma non riusciva mai a raggiungere l’isola.
«Sai, nano…» disse poi mio nonno. «Dove il diavolo mette un piede, zac, spunta un pioppo. Per questo sono tanti i pioppi che ci sono nella boschina. Sono i passi del diavolo. Uno più grande dell’altro… Senti il rumore dei passi tra i pioppi… Eh, lo senti, nano
Rimasi in silenzio, là a tendere le orecchie per sentire quella voce che mio nonno chiamava per nome.
Ma chi mai può chiamare, pensai, se l'unico rumore che mi giungeva era il fischio sottile e acuto del vento tra i pioppi. A me poi, la faccenda del diavolo piaceva niente.
«Mi fa paura, una cosa che non si fa vedere»
«E di cosa?…» rispose mio nonno.
Silenzio.
Dopo mio nonno si accese con uno svedese l’ennesima sigaretta. E disse:
«Vedi niente? Laggiù… eccola laggiù! Guarda bene, nano, la senti la petroliera?»
Smisi anche di respirare per un attimo, per sentire meglio, ma percepivo appena il sospiro del vento.
«Sospira sempre», aveva detto mio nonno un istante prima con stupore. «Sospira come se avesse sempre un peso sul cuore.»
«Il tempo vero, nano, sta tutto qui…» aveva aggiunto quasi subito. «Tra questi pioppi, in questa boschina
Più avanti, piano piano, diventando grande, mi resi conto che cosa avesse voluto dire mio nonno, là quella volta e le altre ancora, con la storia del diavolo, che non esiste ma che c’è, e del tempo che gli dava affanno.
Il tempo che ci avvolge e ci sovrasta come la paura del diavolo. Il tempo senza tempo, quello che ci precede e ci segue; ma anche il tempo dell'umiltà, quello dell'ascolto. Il tempo che ci accompagna nei giorni. Il tempo della morte.
«Nonno Angelo?…» dissi a voce bassa. «Ma ci rimaniamo tutto il pomeriggio, qua?»
Silenzio.
«Dài nano, adesso andiamo…» disse mio nonno quando finì la sigaretta. Si aggiustò il cappello in testa. «La nonna sarà in pensiero. Ma non dirgli che siamo venuti in boschina, se no la sbraita.»
A me piaceva tornare a casa con la barca, verso sera. Remare insieme a mio nonno Angelo. Mi sentivo grande. E anch’io esistevo, perché era il fiume a volere così.
Ancora adesso, appena posso e quando ho bisogno di sentire che anch’io esisto per davvero, ritorno in boschina e guardo il fiume. Anche se ora è cambiato ed è un’altra cosa. A volte mi pare persino di sentire la voce di mio nonno Angelo che mi racconta ancora del diavolo, della vecchina e poi la voce del diavolo, che “soffia forte e si mette a correre e a correre tra un pioppo e l’altro, su e giù per la boschina”.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:21 | link | commenti
categorie: narratori e racconti

Comunicato del 30 agosto 2008

L’aggiornamento di Arteinsieme.
Interessante iniziativa di Domenica Luise.
Gorki, tutto da leggere e da commentare, su Generation Y.
Il ricordo di Milvia Comastri in Stefano Benassi: due serate riminesi.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:18 | link | commenti
categorie: comunicati
giovedì, 28 agosto 2008

Le Quattro Stagioni (Primavera), di Patrizio Spinelli

Di quando Spinelli non era un poeta a perdere…
 
Le Quattro Stagioni (Primavera)
di Patrizio Spinelli

Muore il nonno accanto al fuoco,
i tristi occhi chiude, ma senza dolore.
Una fanciulla avanza a poco a poco,
s’avvia alla sua tomba con un fiore.

Allunga il giorno, sboccian gli amori,
rinasce la vita sotto i cieli tersi,
rinascono le gemme, i profumi, i fiori,
canta la Natura il suo canto in versi.

Ritorna a vivere la gioia, e l’armonia
pare impossessarsi del Creato,
così profondamente come poesia.

Anch’io vivo, sogno, amo, al tuo divino
passare, e ne son così stregato;
altro non chiedo al mio destino!
 
La primavera
E chiudo non con La primavera dalle Quattro stagioni di Vivaldi, come tutti penserebbero, ma con una canzone non recente, ma veramente bella: Maledetta primavera cantata da Loretta Goggi.
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:33 | link | commenti (5)
categorie: poeti e poesie

Urlo e geometria, di Giovanni Codovini

Giovanni Codovini - Urlo e geometria - Antonio Pellicani editore
 
Recensione a cura di Carmen Lama
 
Urlo e geometria è un libro interessantissimo e molto ben scritto. Il titolo così particolare è quello che desta la prima curiosità. Voglio lasciar scoprire il significato di questi due termini associati a chi avrà la possibilità di leggere questo libro e quindi non ne parlerò in questa breve recensione.
Il libro mi ha coinvolto molto e l’ho letto a ritmo serrato, per non perdere il filo del discorso. È densissimo di concetti e pieno di molta cultura. Mi è piaciuto molto perché mi ha dato occasione di vedere da un punto di vista meno problematico e più positivo, per esempio il pensiero di Nietzsche, pur restando di questo filosofo la difforme e deforme interpretazione che ne ha avuto, con le conseguenze forse implicite più nel tempo di allora che nel suo pensiero…
Ci sono moltissime citazioni e il libro spazia dalla filosofia, all’arte, alla poesia, alla storia, ovviamente, e il filo conduttore, che riporta in ogni capitolo e paragrafo alla tesi dell’autore (la nozione del tragico dell’età contemporanea) è sempre a fior di pagina. Potrebbe sembrare pessimistica ma non lo è, la tesi che informa tutto il libro: il tragico dell’età contemporanea, detta età dell’ansia, è infatti considerato in una accezione particolare, quella secondo cui solo dal negativo, dal dolore, dalla sofferenza, dalla disperazione (dal tragico, appunto) si possa passare al positivo, alla speranza.
L’autore, a supporto della sua tesi, analizza moltissimi testi filosofici, testi di letteratura ebraica e testi critici del pensiero di filosofi importanti, e sempre vi trova ampie giustificazioni per dipanare il significato che accompagna ogni gesto, ogni azione, ogni comportamento che ha luogo nel nostro tempo. È un modo per capire l’età in cui viviamo. Importantissimo è il riferimento di fondo alla catastrofe di Auschwitz e al silenzio potente che ne consegue. È un silenzio -deve essere un silenzio- che dice tutta la drammaticità di quell’evento ma, come silenzio assoluto, non avrà l’esito di lasciar morire il ricordo, piuttosto ne evocherà costantemente la tragicità. Solo nel silenzio, infatti, potranno emergere le parole, i significati. Nel caso specifico di Auschwitz però, nessun significato può essere rintracciato, e il silenzio dirà, urlandolo, tutto il dolore delle vittime e dei sopravvissuti e tutta la colpevolezza di cui si è macchiato tutto il genere umano. Il silenzio, dopo Auschwitz dirà l’indicibile, perché come con quell’evento si è prodotta una frattura insanabile nella storia, così si è prodotta una frattura nel linguaggio, che non avrà più alcuna possibilità di dire ciò che non è possibile tradurre in parole. Il capitolo del silenzio è davvero molto toccante. È filosofia teoretica, e filosofia del linguaggio che, dopo Auschwit, registra la sua sconfitta assoluta. Molto interessante è anche tutta l’analisi sul concetto di Dio. Con Auschwitz si registra non la morte di Dio, ma la sua impotenza e il suo essere nel mondo molto più presente di prima, nella sofferenza delle vittime di quei tragici fatti, ma anche nel silenzio degli ebrei e dei non-ebrei. Il Dio sofferente, “è quel bambino appeso alla forca” ed anche tutti quei volti muti, tragicamente silenziosi. Il nichilismo in cui s’è inabissato il pensiero contemporaneo proviene da questo evento innominabile, inesprimibile, ma diviene, nella tesi di Codovini, il punto di partenza per ricreare un mondo, il mondo in cui gli esseri umani portano su di sé tutta la responsabilità di quel che avviene. Responsabilità e libertà che provengono dall’abdicazione di Dio, dal fatto che Dio si è fatto da parte per far posto all’uomo, ma senza abbandonarlo, anzi standogli accanto e soffrendo con lui. Insomma, questo libro è essenziale per capire quel che accade nel nostro mondo. Ci sono anche molti riferimenti biblici, la cui interpretazione sostiene quanto l’autore vuole dimostrare.
Molto interessante anche il capitolo finale sul Pensiero della complessità e le relative teorizzazioni, in particolare il riferimento al testo di Edgar Morin, Introduzione al pensiero complesso. Quest’ultima parte conferma, ma su un piano più vasto, quanto Codovini ha sostenuto in tutto il suo libro: vengono, infatti, individuati nell’epistemologia e nella scienza contemporanea i temi di fondo affrontati, in quanto essi consentono di interpretare l’età contemporanea come età del tragico, dell’incertezza e dell’ansia. “Però, di un’ansia riscattante”, sottolinea Codovini. In tal modo conferendo al suo libro un carattere positivo, in quanto rivela, con un’analisi critica rigorosa, le caratteristiche che identificano il nostro tempo e da esse, pur a partire dalla loro negatività, fa discendere come possibile conseguenza il riscatto, appunto, la speranza, il positivo, la consapevolezza.
Emerge dal testo una vasta cultura dell’autore, Giovanni Codovini e la sua capacità di trarre una tesi così coerente ed anche piena di speranza per il nostro futuro, da moltissimi testi consultati/letti. La sua bravura è anche nel modo di scrivere, che è molto coinvolgente. Ogni frase è un piccolo trattato a sé. L’utilizzo di termini addirittura poetici in molti casi fa di questo libro una bella ed importantissima “guida al sapere”.
Unico rammarico è però il fatto che il libro non sia più in commercio.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:30 | link | commenti (1)
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 28 agosto 2008

Chi sia Francesco Giubilei penso lo sappiano in molti. Se penso che alla sua giovane età ha già fatto passi da gigante, posso solo immaginare dove arriverà. Scrittore, ma soprattutto editore, riesce a conciliare molteplici attività con lo studio e con lo sport, un fatto che ha quasi dell’incredibile. Oltre a un blog personale, ne ha un altro per così dire di servizio, cioè quello della rivista Historica Il Foglio letterario, dove accanto a comunicati editoriali ospita anche racconti e poesie scritte da terzi. Ho la vaga impressione, ma più che altro è una sensazione, che Francesco ci prepari fra non molto un nuovo blog di carattere ancor più professionale. Del resto sarebbe nella sua natura: mai cullarsi sugli allori. 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:26 | link | commenti (2)
categorie: comunicati
mercoledì, 27 agosto 2008

Il cerchio infinito - Le copertine

Copertine Il cerchio infinito
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 17:31 | link | commenti (3)
categorie: il cerchio infinito

L'età dell'oro, di Renzo Montagnoli

Un paio di giorni fa Milvia Comastri ha messo su rossi orizzonti E voi, che bambini eravate? , chiedendo anche di poter vedere le foto da bebè dei lettori. Ho cercato, tanto, e infine ho trovato i miei primi passi in questo mondo. Ecco i risultati che mi hanno lasciato l’amaro in bocca.
 
Lìetà dell
L’età dell’oro
                                  di Renzo Montagnoli
 
 
E’ solo una vecchia foto, rinvenuta per caso fra tante in uno scatolone impolverato.
C’è un bimbo che sorride, uno scatto di chissà quanti anni fa che ha fermato una data che sul retro non è indicata.
Ti guardo e, se non ci fosse chi mi dice che sono io, non potrei crederci, mi appari quasi un estraneo, al più un fratello minore che mai ho avuto, l’immagine in cui non riesco a specchiarmi, un ricordo che non esce dalla nebbia del tempo.
Tu non lo sai, ma eri nell’età dell’oro, senza pensieri, senza turbamenti, al massimo il male al pancino o un po’ di febbre, ma che importava, perché tanto con te c’erano mamma e papà. Il resto non contava, i giorni sembravano non esistere, tanto il tuo mondo era racchiuso nel bozzolo dell’amore dei tuoi genitori.
Non ti riconosco, sei una figura che m’appartiene, ma che non riconosco, sei una farfalla che s’affida al soffio del vento per dispiegare lentamente le sue ali e viaggiare nei sogni di chi ti stava accanto.
Per te non esisteva il tempo, il futuro era così lontano da essere confuso con il presente.
Non potevi sapere, né avresti voluto sapere di come saresti diventato senza accorgertene. L’uomo di oggi era impensabile per uno come te, tutto era fermo negli attimi di una giornata di carezze gioiose, di piccoli giochi che soli scandivano il tuo tempo.
Mi guardi e sorridi, ti guardo e mi sento svenato, depredato di quel passato in cui ancora tu stai, ignaro e forse felice. Ci sono altre fotografie di tu che cresci, ogni volta più grande e sempre meno inconsapevole di quel che sarà il tuo destino.
Le guardo e cominciano ad affiorare ricordi e più vado avanti più queste immagini mi appartengono, più si identificano in me; sì, in quelle sono io, lo affermo, lo sento, ne ho quasi l’orgoglio. Sono tasselli di vita, mattoni della casa del tempo, ormai anche sbrecciati, ma senza dubbio miei.
In te che mi guardi e sorridi non vedo nulla di un uomo che arranca ogni giorno sulla china sempre più erta, non posso e non voglio credere che il tuo mondo incantato sia di colpo cessato, che gli strali dei giorni abbiano cancellato istanti dorati.
Ti saluto, mi accomiato come da un sogno finito, volto la fotografia per più non vedere, ti ripongo nello scatolone, affinché tu resti per sempre in quel magico mondo che per me non c’è più.
 
 L
 L
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:28 | link | commenti (5)
categorie: narratori e racconti