L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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Nome: Renzo Montagnoli
Un eterno illuso.

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martedì, 30 settembre 2008

Bastava (ricordando Spinoza), di Cristina Bove

BASTAVA (ricordando Spinoza)
di Cristina Bove
 
Bastava in fin dei conti aprire gli occhi
il tempo di vederli tutti chini
ed alzare la testa
e quindi intorno
accorgersi di ceppi e di catene
e poi sentirli salmodiare in coro
mentre proni la bestia li cavalca
ed è immane la bestia
ed è feroce
insaziabile d'anime e pensieri
divora sangue e cuori
e li convince
che soffrire e morire
è godimento…
perciò cantando vanno alla tortura
fieri di guadagnarsi paradisi
fieri d'essere schiavi del terrore
al servizio di antichi e nuovi Moloch
una volta la lama di ossidiana
a cavare dal petto cuori vivi
oggi lame di bieca corruzione
e tu scrivesti invano
mio Baruch…
 
(da Il respiro della luna –
Edizioni Il Foglio, 2008)
 
 
Il respiro della luna
di Cristina Bove
Prefazione di Renzo Montagnoli
Immagine di copertina di Cristina Bove
Elaborazione grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
www.ilfoglioletterario.t
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia silloge
Pagg. 110
ISBN: 978 – 88 -7606 -195 – 0
Prezzo: € 12,00
 
Il respiro della luna
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:32 | link | commenti (5)
categorie: poeti e poesie

Al Diavul, di Alessandro Bertante

Al diavul
Al Diavul
di Alessandro Bertante
Marsilio Editori
Narrativa romanzo
Pagg. 245
ISBN: 9788831794992
Prezzo: € 17,00
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
Questo romanzo, di ambientazione storica, è costituito da due parti.
Nella prima ci sono gli anni dell’infanzia e della giovinezza del protagonista Errico Nebbiascura, figlio di Ruggero, fabbro di un paese della provincia di Alessandria e anarchico convinto. Siamo nei primi anni del XX secolo e l’atmosfera viene resa da Bertante in modo stupendo, con il progressivo avvicinarsi all’ideologia anarchica di questo ragazzo, nato con un occhio viola, segno di presagio e di sventura, e che poi verrà soprannominato al Diavul.
Il periodo storico, con la prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo, è delineato con precisione e con approfondimenti che inducono a riflessioni sul perché degli eventi. In ciò, pertanto, sta anche il pregio di questa prima parte, dove ben poco, per non dire nulla, è lasciato a luoghi comuni e tantomeno alla retorica, lasciando invece intravvedere, nelle pieghe della vicenda, aspetti che poi si proiettano anche nell’oggi.
Ci sono pagine di straordinaria bellezza, quali, per esempio, la fuga all’estero del protagonista, onde uscire dal torpore imposto da un regime ormai consolidato. Il passaggio della frontiera italo-francese è uno di quei brani che, giustamente, possono essere considerati di alta letteratura, con le sensazioni, i timori, ma anche le speranze che Errico avverte e che il lettore poco a poco fa proprie.
La seconda parte inizia con il protagonista inserito negli ambienti anarchici di Barcellona nei mesi immediatamente antecedenti l’inizio della guerra civile. Anche qui troviamo pagine in cui la maturazione della coscienza critica di Errico sboccia lentamente, così che si è accompagnati con gradualità al grande sogno della rivoluzione proletaria. Quando questa ha inizio, però, la scrittura cambia passo, diventa più chiassosa, assumendo aspetti stereotipati di un evento e di un’epoca che meriterebbero invece maggiori approfondimenti e riflessioni.
Così il crollo del sogno avviene in modo poco omogeneo, mescolando risentimento e spirito di vendetta, che nulla possono apportare a una conoscenza dei motivi della sconfitta repubblicana. Ci sono certo accenni alla doppiezza dei comunisti, si scalfisce, si abbozza, ma non si va oltre, finendo con l’assumere rilievo preponderante la vicenda personale del protagonista. Diminuisce così lo spessore dell’opera, senza che peraltro sia dato il risalto che merita al travaglio interiore del deluso Errico, che addirittura viene fatto finire in manicomio, una soluzione sbrigativa che resta solo un abbozzo del dramma del protagonista.
Su questa scia arriva anche la fine, purtroppo assai convenzionale, ove fa di nuovo capolino una retorica di cui certo un anarchico convinto non sarebbe stato contento.
Peccato, dunque, perché è stata un’occasione persa per delineare il quadro di un’ideologia nel periodo in cui ebbe maggiori proseliti. Comunque, alla luce dell’attuale produzione letteraria nazionale, asfittica e priva di idee, il romanzo di Bertante ha il merito di aver cercato di dire qualche cosa di nuovo, magari riuscendovi solo in parte, ma è già un po’ di luce nell’oscurità dell’odierna narrativa italiana.
 
 
Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969. Scrittore e critico letterario, vive e lavora a Milano.
Collabora con “La Repubblica”, “Liberazione”, “Satisfiction” e “Pulp”, ed è condirettore artistico del festival letterario Officina Italia.
Ha pubblicato: Malavida (romanzo, Leoncavallo Libri, 2000); Re Nudo (saggio, NDA Press, 2005), Contro il ’68 (saggio, Agenzia x, 2007).
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:27 | link | commenti
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 30 settembre 2008

La nostalgia di Patrizius: Alla ricerca del Santo Karl…

 

Rino ci parla, in breve, di un grandissimo personaggio: Erasmo da Rotterdam.

Mi permetto di aggiungere qualche ulteriore notizia, già sapendo dell’ampia incompletezza di quello che segue, perché per Erasmo non basterebbero 1.000 pagine. 

Il suo vero nome era Geert Geertsz, difficile da scrivere e ancor più da pronunciare, e quindi ecco il motivo di questo alias Erasmo, una latinizzazione per lui quasi d’obbligo vista la profonda conoscenza di una lingua stupenda e purtroppo morta. Fu un grande teologo, insigne umanista ed eccelso filosofo. Fu famoso per il  suo spirito innovatore che auspicava la riforma della chiesa, con il ritorno alle origini del cristianesimo. Non a caso scrisse, fra l’altro, Elogio della follia, una satira della teologia scolastica e dell’immoralità del clero.

Se in vita ebbe onori, tanto che il pontefice gli offrì il capello cardinalizio, ma che lui rifiutò, dopo la sua morte, in concomitanza con la controriforma, le sue opere furono inserite nell’indice dei libri proibiti, a dimostrazione che nulla avevano capito di un uomo che aveva invece una profonda fede cristiana.

postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:24 | link | commenti (1)
categorie: comunicati
sabato, 27 settembre 2008

Il cerchio infinito: recensione e intervista a cura di Cristina Bove

Il cerchio infinito mini
Il cerchio infinito
di Renzo Montagnoli
Introduzione dell’autore
Prefazione di Fabrizio Manini
In copertina “Galassia M 104”
fotografata dal telescopio spaziale Spitzer della NASA
Elaborazione grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Poesia silloge
Pagg. 70
ISBN: 978-88-7606-196 – 7
Prezzo: € 10,00
 
 
Ho letto le poesie di Renzo Montagnoli in un’atmosfera evocata dai suoi intensi versi soffusi di malinconia, eppure anche aperti alla speranza.
Credo che l’Autore abbia espresso al meglio lo stupore dell'uomo di fronte al mistero della vita, il suo sentirsi a volte travolto dagli eventi, il suo doversi rassegnare alle perdite e agli abbandoni, il suo cercare senso e significato dove c'è invece solo il silenzio...mai una risposta.
 
E’ già il buio e poi sarà la luce
fra atomi erranti
in un tempo senza fine,
in una catena di indissolubili destini,
dove resta la polvere di anime spoglie,
soffi di vita ritornati nell’eternità.”
 
Questi versi da “Il cerchio infinito”, la poesia che apre questa splendida raccolta, sono tra i più pregnanti e significativi della sua poetica.
Si è poi trasportati da una visione aperta alla bellezza della natura, alla sua continua offerta all'uomo.
Anche l'amore risalta come insondabile ma necessaria espressione, si avverte intensamente nelle felici espressioni dell’Autore che in esso viene riposta la maggior parte delle sue certezze e delle sue umane speranze.
L’amore vissuto come estatico momento ma anche come certezza del cuore.
C'è come un abbandono alla dolcezza dei sentimenti e dei sensi, come se il poeta volesse, attraverso le parole, conservarne i profumi, le emozioni, e, quando remote, lasciarle sedimentare in un quieto esistere.
 
Una grande prova di maturità poetica, in tutto e per tutto.

E’ un tema unico, perché nell’universo tutto è infinito e nulla è lasciato al caso: il tempo, lo spazio, e, lasciatemelo credere, anche la vita.
Se esiste l’anima, scintilla che fa scoccare l’esistenza, questa non può finire con il corpo e quindi è eterna.”
Questa la spiegazione che lo stesso Renzo Montagnoli ci dà, facendoci conoscere ancora di più la profondità del suo pensiero, lo spessore da cui sono scaturite queste poesie che pervadono l’anima di chi legge.
Da “Una lacrima” : il sole sbatteva sugli occhi
nebbia di calore ondeggiava
un orizzonte stanco.”…
 
e questi altri versi con la commossa chiusa:
“…ho sentito
il silenzio delle cicale
ammutolite.
Certo era solo un sogno.
Ma dentro me
ho sentito scorrere
una lacrima,
una stilla di pietà. “
 

E ancora, “La stazione” in cui il Tempo è percepito come inesorabile sottrazione della vita:
“…le lancette dell’orologio si fermano
uno s’alza, un’ultima occhiata,
poi lentamente s’incammina
verso un’opaca porta.”
Si entra così nel vivo delle tematiche di questo poeta che ci sorprende con le sue pacate descrizioni, sempre in equilibrio tra il sogno e la realtà, in sospensione quasi, ma sempre sfumate in una residua consapevolezza che il mistero in cui lo stesso pensiero si manifesta sia di per se stesso bastante alla speranza
In “Onda” la cui suggestiva chiusa è indicativa di tutto il pensiero malinconico del poeta, questi versi assumono un significato speciale: “…All’ultima meta – infine ha portato – la sua vita di sale.”
Infine la maestosità che avvolge pur ostacolando, che fa volare l’anelito dell’anima al di là della vetta ma ne segna anche la fragilità, profondamente umana “La montagna sacra”. Questi versi ne sono fortemente rivelatori:
“…ostacoli
che intralciano
canti di sirene
tentazioni continue
la terra che m’avvinghia…
 
Concludo con una riflessione, scaturita dalla lettura di questa seconda raccolta di un poeta che già conoscevo per il suo valore, una constatazione che la parola, quando è filtrata dal cuore, diventa poesia.
 
Intervista a Renzo Montagnoli, autore della raccolta poetica Il cerchio infinito, edita da Il Foglio.
Renzo
La tua prima raccolta, di poesie suggestive attinenti ad un passato mitico e misterioso ma anche ben trasposte nell’oggi, pare sia andata molto bene. La tua nuova silloge Il cerchio infinito a che cosa si ispira? Com’è nata?
Come ho scritto nell’introduzione all’opera, la vita, nel suo mistero, il tempo, nella sua incertezza, la distanza, nella sua imperfezione, sono il tema di questa silloge ed è un tema unico, perché nell’universo tutto è infinito e nulla è lasciato al caso: il tempo, lo spazio, e, lasciamelo credere, anche la vita.
Il tutto nasce dall’osservazione del mondo che ci circonda ed alle legittime domande che ci poniamo in ordine al perché della nostra esistenza. Non è tuttavia una poesia religiosa, ma è l’espressione di un’opinione di un laico che pur senza essere credente secondo le regole della chiesa non è nemmeno ateo, né agnostico.
In poche parole desidero credere che la nostra vita, il nostro mondo non siano dovuti al caso, ma facciano parte di un ordine perfetto a cui sovrintende un’entità superiore di cui non abbiamo conoscenza e che assai probabilmente non ci sarà mai possibile determinare con certezza.
 
Che cosa ha portato di nuovo nella tua vita la poesia?
Se per nuovo intendiamo la necessità di trasporre in versi le intuizioni che balenano all’improvviso, beh, in questo senso, la poesia mi permette di sfogare idee che prima anche esistevano, ma che stavano letargicamente immobili. Sulla scia di queste idee e di conseguenza anche di una mia visione personale dell’esistenza, il sorgere di emozioni finisce con il lasciare una traccia incanalata nel solco del mio pensiero. Successivamente, a volte anche a distanza di giorni, l’emozione si ripresenta come necessità di emergere, quasi come uno sfogo, e in quel caso nasce la poesia.
 
Se tu dovessi definire la poesia:
 
Per me la poesia è un flusso di emozioni che provengono direttamente dall’anima e che si trasformano in parole. Come ho risposto prima, normalmente i versi non nascono in contemporanea con ciò che avverto dentro di me, ma ciò è evidentemente dovuto solo a un fenomeno di lenta assimilazione, al punto che poi scrivo senza nemmeno leggere.
Quindi, se volessi definire la poesia in poche parole, potrei dire che è lo specchio dell’anima. 
 
 
Da che cosa dipende la tua scelta di fedeltà all’Editore della tua prima silloge “I canti celtici”?
 
E’ da ancor prima che scrivessi Canti celtici che conosco Gordiano Lupi e nel tempo è nata un’amicizia perché ci sono indubbiamente punti di contatto, anche esterni al campo letterario, come la contrarietà a qualsiasi regime totalitario.
In campo editoriale ha una Casa che riesce anche a proporre cose nuove, campo in cui non osano nemmeno i grandi gruppi, oltre alla disponibilità, per opere giudicate di eccellenza, a pubblicare senza il contributo dell’autore.
Quest’ultimo aspetto è proprio di pochissimi editori e non solo quindi gli fa onore, ma dimostra la sua imprenditorialità, che lo porta anche a rischiare. In un mondo in cui il denaro è tutto, per Gordiano Lupi ci sono anche altre cose altrettanto importanti, come la fiducia in chi crede che la cultura non sia basata solo sui best seller.
 
 
Potendo scegliere, quale forma preferiresti per esprimere il tuo amore alla donna amata: la prosa o la poesia? E perché?
 
Una domanda che nel complesso è difficile, perché in genere sono parole frutto di un forte stato emotivo. Però, considerato quanto ho scritto prima su cosa intendo per poesia, è assai probabile che del tutto naturalmente il mio sentimento possa trovare una manifestazione in versi, magari poca cosa, purché chiaramente sincera e spontanea.
 
 
Da che cosa è stato ispirato il titolo di questa tua nuova silloge, “Il cerchio infinito” ?
 
La silloge prende il titolo da quello di una delle poesie che la compongono e che nel libro è la prima. (…../ Un cerchio infinito / di albe e tramonti, /di nascite e di perdite, / in cui tutto mai termina. /…). Ho scelto questi versi perché di per sé mi sembrano idonei a formulare la risposta.
 
 
Quali sono i tuoi progetti per il futuro in campo letterario?
 
Al momento, ho intenzione di dedicarmi alla narrativa, tanto che sto scrivendo un romanzo con la speranza di arrivare all’ultima pagina e di cui almeno io possa essere soddisfatto. Non anticipo nulla al riguardo, ma posso dire che come tematica si inserisce idealmente nel percorso tracciato da Canti celtici e Il cerchio infinito. Non tralascerò di scrivere poesie, ma senza l’obiettivo di un tema prefissato.
 
Grazie, Renzo di aver risposto esaurientemente alle mie domande.
Recensione e intervista a cura di Cristina Bove.
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:17 | link | commenti (7)
categorie: il cerchio infinito

Comunicato del 27 settembre 2008

L’aggiornamento di Arteinsieme.

 

Segnalo un blog recente (Altre letterature) con meritori intenti culturali.

postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:11 | link | commenti
categorie: comunicati
venerdì, 26 settembre 2008

I lividi dell'anima, di Antonella Buonocunto

I lividi dell
I lividi dell’anima
di Antonella Buonocunto
Prefazione di Paola Gaglianone
Edizioni Il Foglio
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Poesia
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Pagg. 47
ISBN: 978 - 88 - 7606 - 181 – 3
Prezzo: € 10,00
 
[.] la poesia porta lontano, in uno spazio sconfinato dove finalmente si compie l'abbraccio forte, dolente, appassionato, totale che ogni individuo cerca, insegue, reclama, invoca, offre quando piange, ride, ricorda, ama, ha paura.Nei versi si compie il miracolo che la vita non compie: rivelano il sentire nella sua nudità, nella sua forza di fiume in piena, corrente senza dighe, urlo senza risposta e squarciano il velo dell'assenza, uniscono in un unico grande abbraccio carico di pietas chi riconosce "i lividi dell'anima" [.] (dalla prefazione di Paola Gaglianone)
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:03 | link | commenti
categorie: freschi freschi

Ballata dell'eroe, di Fabrizio Manini

A me la ballata piace e questa versione moderna di Fabrizio Manini mi manda quasi in brodo di giuggiole; è un ritmo incalzante, mai altalenante, e in più c’è la sostanza, insomma vale la pena di leggerla e magari, per chi non l’ha, di ordinare l’intero libro.
 
BALLATA DELL’EROE
di Fabrizio Manini
 
Trionfi e cortei
che passano e vanno
sguardi di dei
verso lo scranno
 
concedono scena
grande vittoria
vanto di pena
nella tua gloria,
 
palco d’accusa
i fasti perdona
togli mia musa
questa corona,
 
lama che scaglia
tradito il ritorno
portò battaglia
in questo giorno,
 
lo chiamano onore
la carne piagare
di linfa il sapore
bearsi gustare,
 
forche crescenti
ballerine e nani
stormi di venti
di echi lontani,
 
teschi essiccati
zagare in fiore
nemici piegati
orgoglio d’onore,
 
l’eroe che canto
negletto dal mondo
niente di santo
a sguardi nascondo,
 
amare un odore
di donna o sposa
ecco il valore
che vive chi osa,
 
d’amar non mi pento
le spoglie mortali
in valzer violento
oscuri ideali,
 
amare se stessi
in luoghi lontani
volevi che dessi
un senso al domani,
 
invece qui ora
è ciò che sono
e l’alba signora
unico dono,
 
amare nessuno
è l’unico atto
scelta d’ognuno
di vita un patto,
 
ecco distinto
rito che va
mai appar vinto
in sua libertà,
 
eroe di una vita
senza le armi
mai una ferita
che lo risparmi,
 
vivere e amare
giorno per giorno,
eroe accettare
confini intorno,
 
vivere e amare
future o passate
epoche care
a croci esiliate.
 
(Da Ballate di vita, di morte e d’amore – Edizioni Il Foglio, 2002)
Ballata dell
 E con una ballata in poesia mi sembra quasi obbligatorio concludere con una ballata musicale di origine norvegese:
http://it.youtube.com/watch?v=7MxMJ6hfzBE&feature=related
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:00 | link | commenti (1)
categorie: poeti e poesie

Comunicato del 26 settembre 2008

L’inviata speciale Milvia Comastri ci relaziona sulla presentazione a San Giovanni in Persiceto di La Questione di Jekill e Hyde di Barbara Gozzi.
 
 
A Ka con affetto, di Laura Costantini.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:55 | link | commenti
categorie: comunicati
giovedì, 25 settembre 2008

La chimera, di Sebastiano Vassalli

La chimera
La chimera
di Sebastiano Vassalli
Edizioni Einaudi
Narrativa romanzo storico
Pagg. 308
ISBN: 8806172743
Prezzo: € 9,80
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
Per cercare le chiavi del presente, e per capirlo,
bisogna uscire dal rumore: andare in fondo alla notte,
o in fondo al nulla; magari laggiù, un po’ a sinistra
e un po’ oltre il secondo cavalcavia, sotto il «macigno bianco» che oggi non si vede. Nel villaggio fantasma
di Zardino, nella storia di Antonia. E così ho fatto.
                                                            (dalla Premessa)
 
Sebastiano Vassalli è un autore che scrive del passato, grazie a un meticoloso lavoro di ricerca storica, ma che ha lo sguardo sempre rivolto al presente.
Un chiaro esempio è dato da La chimera, libro di notevole valore, forse il suo più riuscito.
E’ una storia ambientata nel ‘600, in un paese, Zardino, che non esiste più (Dalle finestre di questa casa si vede il nulla). Un fatto realmente accaduto, il processo a una presunta strega che si conclude con la sua condanna al rogo, sono solo il pretesto per un esame più approfondito di una società tanto lontana nel tempo da apparire quasi irreale, ma purtroppo vera, una composita umanità schiava dei potenti e della Chiesa, ma prima ancora prigioniera di se stessa, delle sue paure, delle sue insicurezze.
E’ un ritorno al passato per svelare caratteristiche che ritroviamo purtroppo nel presente (dal Congedo: Continuarono tutti a vivere nella gran confusione e nel frastuono di quel loro presente che a noi oggi appare così silenzioso, così morto, e che rispetto al nostro presente fu soltanto un po’ meno attrezzato per produrre rumore, e un po’ più esplicito in spietatezze…Infine, uno dopo l’altro, morirono: il tempo si chiuse su di loro, il nulla li riprese; e questa, sfrondata d’ogni romanzo, ed in gran sintesi, è la storia del mondo).
La vicenda, di per sé non rara e nemmeno eclatante, assume così una veste profetica che proietta sul mondo attuale una visione di un presente desolante, privo di valori, senza speranze, in una visione nichilista, però non tanto da scivolare nel cinismo.
Il romanzo, pur fra tante, ma necessarie, divagazioni è scritto in modo esemplare, in un italiano di rara bellezza, con descrizioni soffuse a volte di una appena accennata vena poetica, finendo con il far emergere dal nulla, dalla nebbia caliginosa dell’oblio un mondo che ignoravamo.
Resta il perché del titolo. Come mai questo richiamo all’essere mostruoso e inesistente della mitologia greca?
Le ultime righe del Congedo sono al riguardo esaustive:
Colui che conosce il prima e il dopo e le ragioni del tutto e però purtroppo non può dircele per quest’unico motivo, così futile!: che non esiste.
Ovviamente tutto è opinabile nei confronti con la fede, che supera ogni razionalità, ma in questo concetto, in questa visione atea rientra anche l’analisi di una Chiesa che, almeno in quell’epoca e relativamente alla vicenda raccontata, sembra composta da pochi fanatici veramente credenti e da molti invece tesi più a privilegiare la vita terrena, compiendo anche abusi e nefandezze. In questo contesto le figure del vescovo Bascapè, religioso fervido che vorrebbe tutti dediti anima e corpo alla fede, ma il cui credo comincia a vacillare, e il giovane don Teresio, fanatico oltre ogni misura, ma legatissimo ai beni terreni, tanto da vessare i suoi parrocchiani con continue richieste di regalie, finiscono con il diventare le due facce di una stessa medaglia: la Chiesa. 
L’impressione che si ritrae è che gli uomini in abito talare finiscano con connotare in eccesso i difetti di tutti gli altri, una sorta di insoddisfazione che li divora, rendendoli al tempo stesso carnefici e vittime di se stessi.
Stranamente gli unici due personaggi che nella loro apparente semplicità emergono positivamente sono il camparo Maffiolo, dignitoso vecchio soldato che riesce perfino, senza averne conseguenza, a dire la sua all’Inquisizione, e il boia Sasso, la cui pietà impedirà alla strega di morire fra atroci dolori.
Ne consiglio vivamente la lettura.
 
Sebastiano Vassalli è nato a Genova nel 1941 e vive in provincia di Novara. Ha scritto: Disfaso (1968), Tempo di màssacro. Romanzo di centramento e sterminio (1970) , L'arrivo della lozione (1976) , Abitare il vento (1980); nuova edizione con una postfazione del'autore, Calypso, Milano, 2008, Mareblù (1982), Ombre e destini (1983), Narcisso (1983), La notte della cometa (1984), L'alcova elettrica 1913: il futurismo italiano processato per oltraggio al pudore (1985), Sangue e suolo (1985), L'oro del mondo (1987), La chimera (1990), Premio Strega e Campiello,  Marco e Mattio (1992), Il cigno (1993), 3012 (1995), Cuore di pietra(1996), La notte del lupo (1998), Gli italiani sono gli altri (1998), Un infinito numero (1999), Archeologia del presente (2001), Dux(2002), Il mio Piemonte, Novara (2002), Stella avvelenata (2003), Amore lontano (2005), Terra d'acque (2005), Dino Campana - Un po' del mio sangue (2005), La morte di Marx e altri racconti (2006), L'Italiano (2007) .
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:53 | link | commenti (3)
categorie: consigli di lettura

Giovannino, di Enzo Maria Lombardo

                                    Giovannino   
                                    
                                     GIOVANNINO
                                di Enzo Maria Lombardo
 
 
Anche se qualche volta lo potevate vedere con noi per le vie di Catania, Giovannino Fisichella non era un nostro vero amico. Ed era un bugiardo. Un grande bugiardo.
Quando, di tanto in tanto, faceva parte del nostro gruppo era solo perché lo volevamo noi.
Come dire che entrava su invito. E noi non lo invitavamo spesso. Lo cercavamo solo quelle volte che la nostra cattiveria voleva qualcosa su cui posarsi. In quelle sere lo trascinavamo per Via Etnea o per i viali del Giardino Bellini mettendolo al centro di una falsa attenzione per alcune ore, solo per estorcergli le sue enormi bugie sulle donne e i suoi amori, facendo finta di crederci.
Ci chiedevamo spesso perché mentisse in un modo così esagerato e senza necessità. E qualche volta ci balenava l’idea che una necessità gliel’avesse Giovannino ma non riuscivamo a capire qual’era e la cosa ci infastidiva.
 
Giovannino aveva compiuto da poco diciannove anni, il viso lungo e un po' triste e a guardarlo da lontano si sarebbe potuto definire anche bello quel viso, forse troppo bello e delicato, incorniciato da capelli biondicci e illuminato da grandi occhi chiari, sempre sgranati in un atteggiamento infantile di esagerata attenzione. Un viso che arrossiva per un nonnulla, specialmente se si parlava di donne.
Le donne: Mario, Cesare e io sapevamo che quello era il suo punto debole, tanto da imporgli di usare tutte le sue difese. All’inizio non parlava neppure; ascoltava e arrossiva e sentivamo, allora, quasi palpabile, tutta la sua sofferenza, una sofferenza particolare che non riuscivamo a capire, ad inquadrare a catalogare. Poi il bisogno di parlare gli diveniva prepotente tanto da fargli esplodere un caleidoscopio di bugie.
Cominciava piano, quasi in sordina. Una voce incerta, tremante. Poi i suoi occhi smettevano di vederci e lui cadeva nel suo mondo irreale e parlava, parlava, parlava. Le sue avventure erano conturbanti discese in un inferno di dettagli pazzeschi, minuziosi e ossessivi; le carezze, i colori, i suoni dei suoi sogni Giovannino li descriveva con l’ansia pignolesca di scordarsi qualcosa. E così ripeteva i particolari, ci guardava con gli occhi spenti. Sembrava che si guardasse dentro.
In quelle avventure fantastiche l’ambientazione cambiava di continuo: alberghi di lusso, trascinato da turiste lascive o accoglienti macchine straniere o frettolose avventure sotto i ponti della ferrovia in una notte deserta.
Il luogo non era importante, costituiva solo uno sfondo secondario per le immagini di Giovannino. E in quello sfondo entrava “la donna”, si agitava, muoveva le sue cosce, mostrava i seni e i fianchi, apriva le labbra invitanti, faceva serpeggiare la lingua e, invariabilmente, cadeva avviluppata in un abbraccio erotico.
Ripensandoci non c’era alcun calore in quei racconti farneticanti. Nessuna eccitazione. Le immagini si susseguivano regolari e precise. La donna era quasi stereotipata. Cambiava solo l’ambiente. Quei racconti sembravano letti e recitati.
Noi ascoltavamo dandoci grandi occhiate d’intesa. Mario, dietro Giovanninno, faceva smorfie e si torceva in una risata muta.
Però, sotto sotto, quei vaneggiamenti quasi letterari ci piacevano. Le sue favole erotiche si mescolavano con i colori della notte, si univano agli stridii dei pneumatici sui selciati di lava e alle musiche lontane di qualche grammofono e ci cullavano per qualche tempo, come in un film.
 
Giovannino non era pazzo. Ridiventava normale, cioè triste e impacciato, quando il racconto finiva e stanco e sfibrato dai chili di bugie che aveva partorito nell’ultima mezz’ora, si accasciava su una panca dicendo: “Tanto, voi non ci credete. Lo so. Non sono mica scemo”. Poi zittiva di colpo. La sua fantasia moriva. Non bastavano i nostri richiami e il finto interesse a riportarla in vita. Diventava muto.
 
* * *
 
In una di quelle sere vuote d’inizio estate in cui il primo fresco della brezza porta i pensieri nebulosi e le incerte parole ad addensarsi pian piano in un’idea precisa, come piccole gocce d’acqua create dal vapore d’una pentola, in noi cominciò a prendere forma l’idea di farlo innamorare.
L’idea partì da Mario. Mi parve un nuovo scherzo. Eccitante. Diverso. Ancora nebuloso e incerto ma divertente.
L’idea era di mettere sotto il naso di Giovannino la chimera d’una donna vera. Di una donna reale in una storia inventata: una storia pazzesca come quelle che s’inventava lui. O almeno una mezza storia, nei limiti delle nostre possibilità. E poi starne a vedere l’effetto.
- “Che scherzo del cavolo è ?”- disse Cesare che era rimasto ad ascoltarci mentre tentavamo di schiarirci le idee - “ce la mettete voi la ragazza?”
- “Non ci vuole proprio una ragazza vera per fare una storia finta – dissi io - cioè non una ragazza in carne e ossa, voglio dire. Ci basta una voce.”
- “La voce? La voce di chi?”
- “Di tua sorella” - dicemmo quasi in coro Mario e io e, dal tono, Cesare capì che quella non era una battuta di spirito.
- “Al telefono – proseguì Mario – è solo una voce. Non la conosce.... non può collegare...”
Cesare scrollò la testa, ripetutamente, con forza, ma più che un cenno di diniego era un modo per schiarirsi le idee.
- “Due, tre telefonate, - continuai io con la voce più suadente che mi ritrovai - lo scuote, lo sbatacchia un po', lo fa cucinare nel suo brodo... gli racconta qualcosa, un po’ di fantasia, ecco... tutto lì.”
Cesare continuava a scuotere la testa, ma - ci sembrò - con meno vigore. “Che scherzo del cavolo!” – ripeté sottovoce, quasi soprapensiero - “ E dopo? Mettiamo... che so?... che Giannino si agiti davvero, che cerchi.... che trovi...che poi...”
- “Che poi ...cosa?”
- “Niente. Niente. E comunque Marisa non ci starà a fare una cosa del genere. Questo è uno scherzo da grandi.... lei non ha neppure sedici anni...”
La conoscevamo, Marisa: piccola e un po' tarchiata, con i capelli neri e corti, sempre arruffati e una vocina sottile sottile. Non era una bellezza ma neanche brutta, forse ancora troppo acerba e piena di lentiggini ma era una ragazzina sveglia e di spirito: la persona giusta, ne eravamo sicuri.
“E tu prova!” – dicemmo, quasi all’unisono, Mario e io.
E Cesare provò ma non dovette faticare poi tanto a convincere Marisa se l’indomani ci descrisse già la prima telefonata, parola per parola, come un registratore, imitando in falsetto le voci di sua sorella, con noi a ridere a crepapelle tra una frase e l’altra.
- “Ah, così ha detto? Proprio così? E Giovannino? Che diceva Giovannino?”
Cesare ignorò la domanda e continuò a scimmiottare la vocina sottile di sua sorella: “Io ti conosco, sai, ma tu non saprai mai chi sono... o forse un giorno, chissà... forse un giorno...”
- “ Continua” - dissi io, asciugandomi gli occhi che mi lacrimavano dal gran ridere, “E Giovannino? Che diceva quel fesso?”
-“Mica tanto fesso Giovannino. Non l’ha proprio bevuta. E’ rimasto freddo. Impassibile. Da non crederci. Comunque, Marisa ha recitato benissimo.– e qui continuò in falsettoSi mi piaci. mi sei sempre piaciuto…dal primo giorno che ti ho incontrato...dove?....non te lo dico... Vorrei rivederti ma non posso...perché ... perché non sono ancora sicura, sicura di me, sai...poi, un giorno...certo…...certo....no... no ... no... non tentare di conoscermi,.. deve bastarti la mia voce...” e così via, capite? un tira e molla in piena regola, insomma.”
Cesare riprese fiato. Parlare in falsetto gli aveva seccato la gola. Sembrava accaldato. Il viso sempre più rosso.
- “Non è che sei geloso?” gli soffiai sul muso.
- “Geloso di chi? Di Giovannino? Questa è da ridere! Quello? Le donne non sa neanche cosa sono! E poi, per tua norma e regola, sappi che mia sorella è una ragazza di spirito e quello che vuole è solo prenderlo per i fondelli e farlo cuocere nel suo brodo. Tutto qui.”
 
Mario aveva un modo tutto suo di ridere: sghignazzava torcendosi, abbassandosi in avanti fino a terra, tenendosi la pancia - “ Devi… devi dire a Marisa che …uh, uh, uh ... devi dire a Marisa, sì,…che…vogliamo esserci anche noi quando… lo chiama …la prossima volta.” riuscì a dire a singhiozzo.
Cesare s’incupì e scosse la testa
- “Ah no, niente da fare. Marisa telefona da sola, era nei patti. Voi due rovinereste tutto e poi... poi mi ha detto che non potrebbe neppure parlare, immedesimarsi...capite? recitare, insomma. E nelle prossime telefonate non vuole neppure me vicino al telefono. Dice che non le riesce bene se c’è qualcuno, capite? Prendere o lasciare.”
Mario e io eravamo delusi. Svaniva tutto il succo dello scherzo. Ci si leggeva in faccia la delusione.
 - “E come saprai, allora ...anzi, come sapremo….”   balbettai.
- “ Oh Dio, mi racconterà tutto dopo, è logico! Ma in camera sua non mi vuole. Chiaro?”
 
* * *
   
Le telefonate continuarono per alcuni giorni, sullo stesso tono, ma stranamente più il tempo passava e meno sapevamo: dopo un paio di settimane sembrava che la cosa si fosse esaurita da sola. Per colpa di Marisa, forse, che ne aveva avuto abbastanza di uno stupido scherzo.
Così, almeno, ci aveva detto Cesare.
Passarono le settimane e non sentimmo più Giovannino fino ad una domenica pomeriggio di fine agosto, quando mi chiamò al telefono con una voce così strana che stentai a riconoscerlo. Una voce più decisa, direi più “vera” e non impastata e tremolante come il solito.
Si sentiva una fretta strana in quella voce, come se avesse preso una decisione improvvisa e forte e avesse timore di tornare sui suoi passi.
“Ho telefonato anche a Mario e a Cesare perchè vi devo parlare. A tutti e tre. Vi devo dire…ecco...vi devo dire una cosa.”
“Una cosa? Che cosa?” – chiesi, ricordandomi d’un tratto dello scherzo che credevo ormai esaurito da tempo.
 “Niente, niente…”- ripeté lui con forza - “una cosa, …una cosa…mia.”
 “Una cosa tua?... Bella o brutta?” azzardai io, e intanto pensavo che Cesare non ci aveva detto tutto. Ecco, le telefonate dovevano essere certamente continuate e Giovannino ora non stava più nella pelle. Ecco perché aveva premura: voleva raccontarci tutto, tutte le balle che s’era bevuto da Marisa, magari infiocchettandoli come al solito con un lungo nastro di bugie.
“Una cosa, ti dico... importante.” – sussurrò Giovannino e in quel sussurro mi sembrò di vedere tutte le immagini romantiche e fantastiche che s’erano intrufolate nella sua testa, le dolci parole che s’era bevuto. Quelle poche parole erano il preludio del coronamento dei nostri sforzi.
Mentalmente applaudii a Marisa. Una recita perfetta. L’aveva continuata da sola, tranquilla e senza strombazzamenti. Forse neppure il fratello sapeva. Ma c’era riuscita.
“Bene, bene. E allora a stasera. Ci vediamo stasera alle nove alla Villa Bellini. Ti sta bene vicino al Palco della musica?” “Bene” - “E stasera ne sentiremo delle belle” - continuai tra me e me -“e anche con l’accompagnamento musicale”.
 
* * *
 
La sera arrivò, ancora calda, con un refolo di vento che muoveva appena le foglie. Saliva dalla marina e sapeva di sale, mescolato all’odore del gelsomino e dell’albero del pepe.
Famiglie intere, con frotte di bambini e ragazzi al seguito, salivano veloci per i viali curati del Giardino Bellini e le scalinate che portano al Palco, affrettandosi per trovare ancora un posto nei sedili migliori.
Alcuni s’erano portati da casa le sedie e lasciavano che i bambini se le trascinassero dietro, come fossero cavallini o trenini di legno, torno torno al palco di ferro, mentre i grandi correvano per trovare l’angolo buono.
Già si sentivano gli ottoni della banda che provavano gli attacchi. Le lunghe note e i trilli con cui accordavano gli strumenti si mescolavano al brusio della gente e agli strilli dei bambini più piccoli, già stanchi di star seduti mentre i più grandicelli formavano spontaneamente gruppi per giocare un poco discosto dal Palco.
Noi tre non ci curavamo troppo della musica. Anzi, per la verità, ci infastidiva non poco quella folla che ci strusciava attorno, correndo per accaparrarsi una sedia, un sedile o la base di un lampione, ma stavamo là, lontani dal Palco, in un posto che era il nostro solito punto d’incontro.
 
Aspettavamo da cinque minuti e la nostra curiosità aumentava, così cominciammo a passare in rassegna le varie possibilità, tanto per passare il tempo.
Cesare, a disagio, fumava in silenzio. Ci aveva detto di non sapere niente. Proprio niente.
Marisa aveva fatto solo due o tre telefonate, ne era sicuro. Lo scherzo era finito. Non poteva essere continuato a sua insaputa.
Mario e io dicemmo “Bah” all’unisono e continuammo a guardare in fondo al viale.
Io – chissà perché – immaginavo una storia romantica tra Giovannino e Marisa. Telefonate, incontri furtivi dopo la scuola. Bugie in casa. Mi sembrò quasi di vederli salire dal Viale, mano nella mano. Lei piccola e minuta, con un sorriso accattivante, lui impacciato e felice.
Immaginavo anche la faccia di Cesare che in quella fantasia assumeva dei contorni sfocati. Che cosa avrebbe detto, cosa avrebbe fatto se...? Forse avrebbe assunto i toni offesi del fratello maggiore per essere rimasto all’oscuro di tutto? Avrebbe riportato a casa la sorella dopo essere saltato addosso a Giovannino picchiandolo a sangue? Oppure, dopo un attimo di smarrimento, li avrebbe abbracciati entrambi, con fare paterno, commosso da una storia d’amore nata da uno scherzo?
 
Vedemmo arrivare Giovannino proprio quando la banda attaccò il primo pezzo in programma.
Veniva su da solo e rimasi deluso. Certo non era il solito Giovannino, trascurato e un po’ sciatto. Portava un vestito molto chiaro, elegante e scarpe lustre. Veniva su a passo svelto, quasi aggressivo. La nostra curiosità aumentò in modo esponenziale. Cosa aveva cambiato Giovannino in queste ultime settimane?
Ti fai aspettare, eh, Giovanni ?” – disse Cesare a mò di saluto. Notammo subito che non aveva usato il diminutivo.
“Bella musica ma troppo casino.” – fece Giovannino guardandosi intorno. “Andiamo giù nel Viale. Vi devo parlare.”
Cosa sono tutti questi misteri?” – disse Mario. Dopo una pausa, con enfasi buffonesca declamò: “Hai forse ammazzato qualcuno? Hai svaligiato una banca? Hai messo incinta la serva? oppure ... oppure...ti sei finalmente i-n-n-a-m-o-r-a-t-o?” e giù a ridere a suo modo, curvo, stringendosi il ventre con le braccia incrociate.
Giovannino non rispose, non lo guardò neppure. Ci precedeva nel Viale con le mani in tasca, dando calci alle foglie cadute e ora che la musica si sentiva piano, in lontananza, potevamo udire anche il suo respiro affannoso venir su e giù dal petto come se si preparasse ad un’immersione od ad una lotta.
Lo seguimmo per un bel tratto, in silenzio. Mario aveva smesso di ridere e faceva finta di cercarsi qualcosa in tasca. Cesare aprì il pacchetto delle sigarette e poi lo richiuse perchè stava già fumando.
Giovannino continuò a camminare davanti a noi e senz’avvedersene ci distanziò d’un buon tratto, così che quando parlò la sua voce ci giunse attutita, quasi coperta dalla musica che si sentiva in sottofondo.
Gli sentimmo dire “Si è vero, Mario, sono innamorato.” Poi aggiunse, voltandosi: “Ma questi sono cavoli miei e non è per questo che sono qui.”
Mario smise di ridere e a noi la cosa non parve neppure strana: era un Giovannino diverso quello che ci trovavamo davanti. Un Giovannino che poteva anche far la voce grossa perché era davvero diventato improvvisamente grande.
 
Statemi a sentire – disse – voi non avete capito niente. Forse non mi siete neppure tanto amici. Ma non importa. Però vi conosco e so che in fondo potete capire....”
Eravamo confusi e impacciati. Forse ci sentivamo tutti in colpa davanti a Giovanni. Ripensavo alle risate nascoste, ai cenni che ci davamo a sua insaputa, al finto interesse per le sue strane storie e a come alimentavamo le sue bugie. Ripensavo a quello scherzo telefonico.
Eravamo in attesa. Giovannino taceva e intanto smuoveva con la scarpa le foglie che invadevano il viale e ne aveva accatastato un mucchietto che poi schiacciò con il piede, ripetutamente, con forza, quasi con cattiveria.
Cesare era diventato impaziente: “Va bene, abbiamo capito: sei innamorato. E allora?” – disse.
“Allora niente” – rispose piano Giovannino. “Te lo ripeto: questo non è importante”.
”Come non è importante?!”- Cesare era sempre più rosso in viso – “Ci fai venire qua, di premura, che devi dirci non so cosa, una cosa speciale, poi ammetti che sei innamorato. Si, insomma, che hai trovato una ragazza. Sarà una delle tante, certo, tu non hai problemi con le donne, ma questa sarà proprio speciale per farti innamorare. E dici che non è importante? E cosa è importante allora? Sarà importante sapere chi è, forse? Forse la conosciamo?” – Il suo viso ora era diventato paonazzo, gli occhi sbarrati - “Forse la conosco io? Dì,Giovannino, io... la conosco?”
 
Giovannino era arretrato d’un passo. Non sembrava impaurito ma perplesso e sul suo viso si disegnavano rughe di attenzione, come se tentasse di capire la tirata di Cesare che, intanto, stava accartocciando il pacchetto delle sigarette mezzo pieno e ansimava.
“Che importa sapere il suo nome, Cesare?” – fece Giovannino. “Ve ne ho dati tanti di nomi su cui ridere. Uno più, uno meno cosa importa? Il fatto è che sono stufo, stufo di tutto. Questo è importante.”
“Sei innamorato e sei già stufo?” – feci io. “Che novità è questa Giovanni? Stufo di cosa?”
“Stufo, stufo. Non posso continuare così!”
E allora?
E allora ho deciso di farla finita.”
 
Qualcosa si bloccò dentro di me: non ero preparato a questo.
Ohè, Giovannino, che sono cose da dire, queste?” fece Mario. “Sei impazzito, per caso?”
Giovannino sorrise. Sembrava quasi divertito di quel misto di paura e curiosità che leggeva nei nostri occhi.
“No, non voglio ammazzarmi, Mario. Voglio cominciare a vivere, anzi. Da ora, da subito. Per questo ho deciso di farla finita con le menzogne, le paure. Niente più paura. L’ho detto ai miei e lo dico anche a voi. Io sono così e così devo essere.”
 Così come?” chiese Mario piano, quasi in un sospiro.
Si era insinuata in noi una risposta, la leggevo negli occhi sempre più sbarrati di Cesare che aveva smesso di ansimare, lisciava con cura il suo pacchetto di sigarette stropicciato e il suo viso era scolorito.
Mario era anche più strano: la sua bocca, di solito sempre atteggiata ad un riso anche troppo facile, ora era semiaperta, quasi volesse aspirare, con l’aria, la comprensione di una nuova idea. Però la voleva chiara, quell’idea, limpida come l’aria che respirava.
“E se sono così è perché ci sono nato così. Mi capite?” continuò Giovanni ignorando la domanda di Mario.
“E per via delle donne?” – azzardò Mario – “E’ un fatto di donne, Giovannino?” 
“Le donne... le donne! Per voi tutto è un fatto di donne! E io ve ne ho date di donne. Le avete avute. Me le cercavate e io ve le davo... A decine, le davo, costruite al momento. E non era per prendervi in giro. Le costruivo anche per me. Soprattutto per me, capite? E sapete che gusto c’era? Il gusto di essere come gli altri, come tutti. Come credevo di dovere essere. Ma era sbagliato. Tutto sbagliato.”
 
Silenzio. Quello che elaboravamo era più grande di noi. Una cosa da grandi..
Silenzio. Forse avevamo paura di sentire il resto oppure avevamo paura di ammettere che sapevamo già da tempo, ad un livello remoto della coscienza, quale era l’angoscia di Giovannino e il perché delle sue bugie.
Chissà come interpretò Giovanni quel silenzio. Si vedeva che si sforzava di non piangere: strinse le labbra e ricominciò ad accumulare le foglie per terra e a schiacciarle con il piede.
Perché io le donne... l’ho capito tardi ma è così, ...io le donne non.... non ... . Non sono come voi, ecco... capite?” – continuò Giovanni – “Ci sono tanti modi per dirlo e voi li sapete tutti. Avanti, diteli adesso. Tutti. E’ meglio sentirmeli sputare in faccia ad uno ad uno. Sempre meglio che averli sibilati dietro le spalle. Mi ci devo abituare. Ditelo, ditelo...Giovanni è un frocio, una checca, un finocchio... una brutta verdura che si può schiacciare come queste foglie marce... ”
“Giovanni...” – cominciò Cesare con voce bassa – “ma Giovanni, che dici?...”. Penso che volesse anche aggiungere qualcosa ma non lo fece.
Anch’io volevo aggiungere qualcosa. Giovannino, volevo dire, abbiamo giocato con te come gatti con un gomitolo di lana, graffiando i fili della tua anima aggrovigliata. Abbiamo goduto nel vedere quei poveri fili strappati mentre tu cercavi di ricucirli e coprirli con le bugie più assurde. Ti abbiamo squarciato il cuore mille volte sbandierando la nostra grande mascolinità, come un vessillo necessario che noi avevamo ma che sentivamo ti mancasse... Ti abbiamo fatto del male, Giovannino. Ti abbiamo fatto sentire un verme. Forse lo volevamo, forse no, ma l’abbiamo fatto. Come un gioco. Un gioco crudele. Perdonaci.
Dissi, invece, semplicemente: - “Lo conosciamo?”
Giovannino mi guardò e nella sua bocca si disegnò un mezzo sorriso. Poi il suo sguardo si posò su Mario che strusciava i piedi sull’erba, fingendo di togliersi qualcosa da sotto le scarpe e su Cesare che si dondolava impacciato appoggiato ad un albero.
“No – disse – non potete conoscerlo. E’un ragazzo di un altro pianeta. Come me, del resto. E poi ora parte. Va al Politecnico, a Milano.”
 
Dall’alto del Viale alberato gli ottoni fecero scivolare su pensieri sempre più confusi un “Andante maestoso” che accompagnò i nostri passi e i nostri silenzi fino al cancello del Giardino.
Quando uscimmo sulla strada l’Andante era già storpiato dai i rumori delle macchine e dallo stridio dei pneumatici sulle lastre ancora calde della pietra lavica.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:49 | link | commenti
categorie: narratori e racconti