L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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mercoledì, 31 dicembre 2008

Le piccole cose, di Renzo Montagnoli

Il bello della vita non è fatto di grandi cose, rare e anche ingannevoli, ma da piccole cose, più frequenti, basta che riusciamo a vederle. Può essere la carezza di una persona amata, oppure possiamo incantarci di fronte alla suggestione di un tramonto. Saper cogliere questi segni vuol dire avere la consapevolezza che vivere è anche e soprattutto il gioire un po’ per volta.
Con questa poesia colgo l’occasione per augurare un nuovo anno di serenità.
 
Le piccole cose
 Le piccole cose
di Renzo Montagnoli
 
Note sparse, portate dal vento.
Suoni lontani.
Il fragore di una cascata
il quieto gorgoglio di una fonte
le mille voci di un bosco
i brevi rintocchi di una chiesetta
incastonata in un verde alpeggio
il sibilo del vento fra le alte cime
e poi il ritmico sciabordio del mare
canti di bimbi all’oratorio
un’ave Maria intonata tempo fa.
 
Disteso sul letto
gli occhi socchiusi
li sento dentro di me
ricordi di musiche
carillon dell’anima.
 
E poi prendono a scorrere le immagini
ogni suono
                        una fotografia
ogni nota
                        un’emozione.
 
 
La vita è fatta solo
di piccole
                             grandi cose.
 
 
 
Una piccola cosa, che ristora il cuore, è anche questa
stupenda canzone di Enya:
 
http://it.youtube.com/watch?v=n08JRxVLKLE
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:52 | link | commenti (9)
categorie: poeti e poesie
martedì, 30 dicembre 2008

'A Jatta, di Cinzia Pierangelini - recensione e intervista

A Jatta
'A JATTA
di Cinzia Pierangelini
Edizioni GBM
www.gbm.me.it
Narrativa romanzo
Pagg. 160
ISBN: 978-88-7560-022-8
Prezzo: € 13,50
 
 
C’è qualche cosa che assilla Alfredo, pensionato e scapolo impenitente, lungo tutto l’arco della giornata e che gli impedisce perfino di dormire, è un tarlo che lentamente rosicchia la sua vita e che gli propone di continuo il bilancio dell’esistenza. Quello che lui non vuole ammettere è che ormai è in preda alla solitudine, un sentimento di scoramento che, persi gli ardori giovanili, lo fa sentire nel deserto di una casa vuota e anche l’amico più fidato che decide di punto in bianco di sposarsi è un’ulteriore spina che si conficca profondamente nel cuore, ampliando il senso di smarrimento che si impadronisce di lui e che gli fa perdere la memoria, perché tanto di importante c’è poco da ricordare.
Andrea, invece, più giovane e determinato, corona il desiderio da tanto tempo agognato di concretizzare quella natura profondamente femminile che si porta fin dalla nascita pur nei panni di un maschio. Gli interventi chirurgici che lo trasformano in femmina, una bella femmina peraltro, gli acuiscono però quel senso di incompletezza che potrebbe essere colmato solo con l’incontro con un uomo, di modo che l’amore, quello vero, costituisca il punto di arrivo e di ripartenza della sua vita.
I due personaggi, non atipici, soprattutto Alfredo, per uno strano scherzo del destino finiranno per incrociare le loro strade e dopo alterne vicende confluiranno in unico percorso che darà un senso a tutta la loro vita.
Questo secondo romanzo di Cinzia Pierangelini, dopo il convincente Eraclito e il muro, sempre edito da GBM, conferma le buone capacità narrative dell’autrice che riesce a confezionare una storia che si snoda senza intoppi e nel complesso convincente.
L’ambientazione è ancora una volta quella della provincia siciliana, tanto che non è infrequente il ricorso a un fraseggio in dialetto, volto più che altro a dare spessore a certe situazioni o affermazioni.
La trama è anche una schermaglia amorosa, in cui si inserisce un terzo incomodo, Giorgio, un violoncellista di fama internazionale che s’innamora di Andrea, provocando la gelosia di Alfredo, con tanto di ansie e tormenti.
Troviamo così alcune tipicità dell’autrice, come appunto la figura del musicista, con delle belle descrizioni delle esecuzioni di brani classici, e anche l’amore per gli animali, tanto che Andrea nutre una vera passione per i cani, un affetto materno che riversa su di loro consapevole che la trasformazione che l’ha resa donna esteticamente non potrà mai darle la gioia di un figlio.
Ma il titolo che c’entra con la storia?
‘A jatta, cioè la gatta, è l’unica compagnia, peraltro mal sopportata da Alfredo, a cui è pervenuta in eredità; la bestia, che apre e chiude il romanzo, è di indolente natura, ma i progressivi mutamenti del padrone la porteranno a ricercare l’amore di un altro suo simile. Ci riuscirà e lei e i piccoli, frutto di una scappatella, troveranno l’affetto di Andrea e di Alfredo.
Scritto con l’italiano corretto e ormai non consueto che è proprio dell’autrice, ‘A jatta è un romanzo che corre sicuro su binari stilisticamente apprezzabili e che risulta di assai piacevole lettura, tanto che lo consiglio vivamente.  
 
Cinzia Pierangelini è nata nel 1963 a Messina, dove vive e svolge l'attività di docente e violinista. Ha iniziato a scrivere solo nel 2004, realizzando così un sogno che si portava dietro sin dai tempi dell'adolescenza.
Ha pubblicato: Dall’ultimo leggio, raccolta di racconti, ed. traccediverse - Eraclito e il muro, romanzo ed.GBM - 'A jatta, romanzo ed. GBM - Draghia, romanzo fantasy. In uscita Il professor Scelestus – romanzo fantasy per ragazzi. Suoi racconti e poesie si trovano nelle antologie. Noir. Quindici passi nel buio; Il mio mare; Libera uscita; Femmine, Concorso di emozioni, Corrispondenze di sensi; Siculiana. Una fiaba per Gramos, antologia a scopo benefico ed. Lulu. Il racconto Il piromane vincitore del concorso Writers-Magazine 2007 e il racconto Non c'è musica sono stati pubblicati dalla rivista Writersmagazine. Tutti i colori dei bambini, antologia a scopo benefico ed.Montag.
 
Cinzia Pierangelini
Intervista a Cinzia Pierangelini, autrice del romanzo ‘A jatta, edito da GBM.
 
 
E così dopo Eraclito e il muro, il tuo primo romanzo, esci ora con ‘A jatta.
Di che si tratta?
 
Di una storia d’amore. A modo mio, ovvio. Il tema sarebbe serio e scottante, lo è nella realtà; lo è anche nel libro in parte ma è affrontato senza scandalo, senza ‘spettacolo’, con la voglia di amore, poesia, leggerezza e ironia che ogni vita merita. La transessualità pretende rispetto, conoscenza soprattutto. Ho voluto provare a immedesimarmi davvero nei problemi di Andrea, la mia dolce transessuale. Tuttavia non è lei quella che considero protagonista del libro bensì Alfredo, questo dongiovanni un po’ invecchiato che si trova a fare i conti con se stesso, un rivale violoncellista e il preconcetto di una cittadina di provincia.
 
 
Perché questo strano titolo e peraltro in dialetto siciliano?
 
Be’ c’è una gatta che tutti scambiano per gatto e… sgattaiola tra le pagine gnaulando. In dialetto, perché no? Mi piace scrivere come ascolto.
 
 
Dato il tema particolare, penso ti sarai un po’ documentata sul fenomeno dei transessuali. Al riguardo, come hai proceduto?
 
Ho letto tutto ciò che son riuscita sul web, ma soprattutto ho trovato due donne, una operata e una in fase di transizione, che tramite mail mi hanno aiutata molto, mi hanno aperto gli occhi su un mondo sconosciuto dove ‘pregiudizio’ è la parola chiave e della sofferenza non si tiene conto. Spero di non deluderle, di non deludere Katia e Silvy, è la cosa che spero di più per questo romanzo.
 
 
Ora una domanda un po’ particolare. Che cosa significa per te scrivere e, soprattutto, che importanza ha per la tua vita?
 
Per la mia vita è una rovina: mia figlia quando scrivo a capofitto mi odia, non ostante i libri per ragazzi che finalmente hanno trovato il loro spazio editoriale; la casa va in rovina e persino il cane sbuffa e mi guarda male. Io riesco a stare anche 12 ore davanti al pc se ho un lavoro in corso e molte sigarette. Ma mentre scrivo…è bellissimo, ho cento vite e possibilità all’inizio, ma poi i personaggi acquistano indipendenza, mi spingono e trascinano, il libro si fa da solo e io vivo in simbiosi, anzi in parassitismo! Dopo la delizia, però, la crisi del ‘pubblicare’ e lì mi odio da sola. Insomma, non sono sicura che scrivere per me sia un bene in assoluto ma non posso farne a meno: mi completa, mi affascina, mi appartiene e questo da sempre, anche se ho aspettato 40 anni per cedere alla tentazione.
 
 
I tuoi rapporti con l’editoria: in generale e in particolare, cioè come giudichi il mondo degli editori e i tuoi editori?
 
Non posso dir male dei miei editori (son tre diversi attualmente) e forse non sarebbe giusto dire male in genere della categoria. L’editoria segue a ruota il resto del mondo in cui viviamo, con i suoi compromessi, il consumismo, l’ingannevole pubblicità, la massificazione dei desideri et cetera. Della GBM, con cui uscirà questo secondo romanzo, voglio però aggiungere che segue sani principi e non cede a ‘tentazioni’ di facile guadagno. Questo mi rende serena sul mio lavoro.
 
 
Progetti per il futuro. Ci sono progetti letterari in corso o comunque di imminente avvio?
 
Ho in uscita il secondo romanzo per ragazzi, dopo il recente fantasy Draghia che sta ottenendo bellissimi commenti; si chiamerà, credo, Il professor Scelestus e sarà pubblicato con una piccola casa editrice. Inoltre ho già scritto, ed è in fase di correzione, il mio terzo romanzo mainstream ‘In principio fu il mare’. Adesso attendo pazientemente che qualche storia o personaggio venga a risvegliarmi dall’ozio estivo, mi troverà pronta a ricominciare. Insomma non mi fermo!
 
 
Grazie Cinzia e nel salutarti associo agli auguri di successo di questo romanzo anche quelli di un sereno anno nuovo.
 
 
Recensione e intervista a cura di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:28 | link | commenti (4)
categorie: consigli di lettura

Comunicato del 30 dicembre 2008

Letteratitudine: La morte di Harold Pinter e il teatro oggi.
 
 
L’illogicità dell’amore in Sull’amore e affini, di Laura Costantini.
 
 
Il pensiero a Gaza di Natàlia Castaldi.
 
 
E sempre ricorre il tema di Gaza in Che dire?
 
 
Altra attualità, forse al momento meno drammatica, in Sotto il vestito, una mia poesia che Cristina Bove ha gentilmente inserito nel Giardino dei poeti.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:23 | link | commenti (1)
categorie: comunicati
lunedì, 29 dicembre 2008

Il viandante e la farfalla, di Cristina Bove

 
Una metafora delle vita, frutto di immagini delicate, quasi oniriche.
Il viandante e la farfalla
Il viandante e la farfalla
di Cristina Bove

Ha forse la parola una farfalla? Non quando vola
e nemmeno posata sull'acanto dei
capitelli, quando
osserva il saltellare,
il gracidar di rane, le capriole
delle cerve in amore. Gradisce una farfalla
posarsi sul pensiero, sostare sulla fronte
una carezza ignota.
Conosce le fermate del viandante
ma non gli pressa il piede.

Spesso si mimetizza tra le stoppie
per sottrarsi ai rapaci.
E s'addormenta sola nella sera
quando la luna abbraccia il cuore stanco.
Sotto il portico antico fronte mare.
sistema le sue ali, le rassetta
e ne distende gli orli col sorriso.

Gufi e civette a caccia silenziosa
la vorrebbero muta, ad ali chiuse, ma
lei non fugge, impavida si posa sulla mano
che non trattiene, che
la vive d'aria.
La canzone che accompagna la poesia è It's In The Rain ed è eseguita da Enya:
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:40 | link | commenti (5)
categorie: poeti e poesie
domenica, 28 dicembre 2008

La recensione di Bruna Alasia

Il cerchio infinito mini
Il cerchio infinito
di Renzo Montagnoli
Introduzione dell’autore
Prefazione di Fabrizio Manini
In copertina “Galassia M 104”
fotografata dal telescopio spaziale Spitzer della NASA
Elaborazione grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Poesia silloge
Pagg. 70
ISBN: 978-88-7606-196 – 7
Prezzo: € 10,00
 
 
La morte ci accompagna da quando veniamo al mondo, ne abbiamo consapevolezza perché se ne parla, pure la sua percezione reale, quale condizione della transitorietà dell'esistenza, nasce da un processo di maturazione che costituisce di per sé un traguardo. Ciascuno di noi, a volte con timore, si è interrogato sul mistero della creazione e la mancanza di risposte è frutto di angoscia. “Il cerchio infinito”, senza pretendere di esaurire le domande fondamentali, ci accompagna a scandagliare  l'umano “passaggio” con una serenità che capovolge  tale ottica.
Renzo Montagnoli, autore della silloge poetica, scrive: “Credo (…) che non avremo mai certezze e  questo è un bene, perché altrimenti comprendendo il perché della vita, questa probabilmente non ci interesserebbe più”. La sete di conoscenza dell'uomo non è mai completamente soddisfatta, per ragioni insite nella sua stessa caducità, ma questa imperfezione porta al senso stesso del vivere, non devia in violenza per l' accettazione, o se vogliamo amore, dell' enigmaticità dell'esistere.
 
La relatività del tempo - un giorno per alcuni esseri viventi può rappresentare un intero ciclo - la relatività della distanza - dai tempi di Cristoforo Colombo  tale concetto è molto cambiato - perpetuano il segreto di un universo infinito in cui nulla è lasciato al caso.
Quale speranza e gratificazione? Renzo Montagnoli risponde:

   Lunga è l'ascesa

   giorno dopo giorno
   istante dopo istante.
   La via è sempre salita
   impervia e scoscesa
   solo con me stesso
   misuro i passi
   mai dritti
   ostacoli
   che intralciano
   canti di sirene
   tentazioni continue
   la terra che m'avvinghia
   vento e pioggia
   gelo e neve
   la cima più lontana
   mai arriverò.
   Ma gli squarci di luce
   che s'aprono in me
   sono il premio
   della fatica
   di conoscer la vita
   di sapere chi sono
   di vedere la cima
   della sacra montagna.


“Il cerchio infinito” è la seconda silloge poetica di Renzo Montagnoli, nel 2007 ha pubblicato “Canti celtici” (edizioni Il Foglio).  Nel 2006 ha vinto il premio Alois Braga per la poesia e il concorso “Les nouvelles” per la prosa.
   
 
                           Bruna Alasia
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:12 | link | commenti (1)
categorie: il cerchio infinito

Delitti in cerca d'autore, di Gordiano Lupi

IN TUTTE LE EDICOLE DA DICEMBRE 2008
 
Delitti in cerca d
Gordiano Lupi – Delitti in cerca d’autore
13 “cold cases” italiani – I.D.I. srl – Collana Storia e attualità – E. 7,90 – P. 170
 
La ricostruzione aggiornata dei casi: Girolimoni – Montesi - Omicidio per procura: Fenaroli e Ghiani - I diabolici coniugi Bebawi - I mostri di Firenze - Delitto alla Cattolica di Milano - Il mistero Pasolini - L’inafferrabile Unabomber - Strage di Bologna - Morte in via Poma - L’Olgiata - Ciznia Bruno - L’enigma della mamma di Cogne. Il libro propone per alcuni casi nuove ipotesi di soluzione alla luce delle tecniche investigative attuali con i commenti di un grande penalista, l’avvocato Nino Marazzita. Alcune di queste storie sono così sconcertanti, per come sono state condotte le indagini e per i risultati a cui gli inquirenti sono pervenuti, da sembrare opera di fantasia, per quanto improbabili appaiono molte circostanze. Eppure è tutto incredibilmente vero.
 
 
GORDIANO LUPI
 
Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz: Machi di carta (Stampa Alternativa, 2003), La Marina del mio passato (Nonsoloparole, 2003), Vita da jinetera (Il Foglio, 2005), Cuba particular – Sesso all’Avana (Stampa Alternativa, 2007), Adios Fidel (Il Foglio/A.Car., 2008). I suoi lavori più recenti di argomento cubano sono: Nero Tropicale (Terzo Millennio, 2003), Cuba Magica – conversazioni con un santéro (Mursia, 2003), Un’isola a passo di son - viaggio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Orrori tropicali – storie di vudu, santeria e palo mayombe (Il Foglio, 2006) e Almeno il pane Fidel – Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006). E' uscito a settembre 2008 AVANA KILLING, thriller cubano da edicola, edito da SERED del Gruppo Sprea. Il libro fotografico MI CUBA (italiano e inglese) per Mediane Edizioni è il suo ultimo lavoro. Sta traducendo il blog di Yoani Sanchez - Generacion Y e sta curando il suo primo libro italiano per Rizzoli.
 
Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come Cominciamo bene le storie di Corrado Augias (libro Serial killer italiani), Uno Mattina di Luca Giurato (libro Serial killer italiani), Odeon TV (trasmissione sui Serial killer italiani), La Commedia all’italiana su Rete Quattro e Delitti italiani su History Channel - La Sette (Il mostro di Nerola). È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia, Svizzera e Belgio. I suoi libri sono stati oggetto di numerose recensioni e segnalazioni che si possono leggere al sito ww.infol.it/lupi
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:07 | link | commenti
categorie: freschi freschi

Comunicato del 28 dicembre 2008

Rino, con Oliver Cromwell e l’Inghilterra, ci parla un personaggio assai discusso e discutibile, l’unico che di fatto riuscì a imporre, dopo l’esecuzione di Carlo I, una repubblica parlamentare, di cui presto si sbarazzò, rifiutando la corona, ma di fatto diventando un dittatore con il titolo di Lord Protettore.
Grande generale, godeva di buona salute, a parte i problemi di calcoli renali, riacutizzatisi talmente all’improvviso e in misura tale da portarlo a una morte che lascia un po’ di sospetti. 
 
Uadi, il torrente in secca di Cristina Bove.
 
 
L’ultima stagione della vita vista dai poeti che ridanno dignità agli anziani, spesso appena tollerati, perché nelle logiche di un sistema che esalta unicamente il profitto finiscono con il diventare non solo improduttivi, ma di ostacolo, per non dire di peso. Leggete I vecchi, di Milvia Comastri, sia che siate avanti con l’età, sia soprattutto che siate giovani, perché la terza età è un passaggio della vita che è di tutti.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:03 | link | commenti (2)
categorie: comunicati
sabato, 27 dicembre 2008

L'attore, di Enzo Maria Lombardo

Quando è il caso di dire che basta il nome dell'autore per qualificare, positivamente, un racconto.
L’attore
 
di
 
Enzo Maria Lombardo
 
 
Quell’anno, ad ottobre, il Simeto era diventato un gran fiume. Dicevano che ai primi del mese era stata evitata la piena per miracolo: sulle sponde, si potevano ancora vedere fasci di canne strappate dall’acqua, rami spezzati e cassette da frutta, tutto impastato in una poltiglia nera di foglie marcite.
Spingendo lo sguardo oltre le sponde, verso l’ansa pigra che accompagna l’acqua alla foce, a Primosole, il fiume appariva ancora più largo e quasi maestoso nel suo manto biondo di creta smossa e sabbia, impreziosito dai barbagli di luce che si sollevavano dalle increspature dell’acqua.
In quella giornata così calma solo un filo di vento smuoveva le foglie degli eucaliptus. Dal finestrino abbassato entrava a fiotti il profumo pungente degli alberi sparso nell’aria dalle lunghe foglie e quell’odore mi pizzicava piacevolmente il naso e la gola come fosse composto da impalpabili frammenti di puro cristallo, costringendomi a tirare grandi boccate d’aria per pulirmi a forza i polmoni dal fumo delle Nazionali.
A tratti da quegli alberi sorgeva un frinire, come d’uccelli appena svegliati, uno sbatter d’ali e di foglie che s’alzava coprendo per un momento il rumore monotono del motore. Poi il silenzio della campagna scivolava di nuovo, come una coltre lieve, sull’erba alta e sull’argilla spaccata degli argini e neppure le auto che ci superavano sfrecciando nel rettilineo riuscivano ad infrangere l’irrealtà di quel silenzio in cui mi sentivo immerso.
Sì, caro Michele, ero immerso in una vasca d’acqua tiepida, ninnato dal rollio e dal lento rotolio delle gomme sull’asfalto, regredito a pura materia pulsante nel ventre ancora odoroso di pelle e plastica della tua automobile nuova.
Andavamo a Siracusa, ricordi? Dal liutaio Sorini era pronto il nuovo violino per la Marta. Un regalo costoso per una tregua d’amore, dicesti, e la tua voce era roca, soffusa di una malinconia dolce, quella che (presumo) prende alla gola i tipi come te quando capita che si innamorano di una tipa come Marta. 
E andavamo piano. Troppo piano. Il tuo piede, forse seguendo i sogni della tregua d’amore o forse per non affaticare un motore tutto da rodare, carezzava l’acceleratore con la levità della mano di una madre sul capo del figlio moribondo. Qualche automobilista, passandoci accanto, rallentava e guardava incuriosito dentro l’abitacolo prima di ridare gas. Ricordo che due monelli, vicino ad una cascina, ci inseguirono a piedi per un tratto chiedendoci a gran voce a che ora era previsto il funerale.
A me andava bene così: ero coperto di bambagia, sentivo e non sentivo, il mezzo occhio che di tanto in tanto tentavo di socchiudere mi portava immagini diafane, quasi irreali: quadri bucolici incorniciati dal finestrino da cui scorrevano lenti. Sentivo il motore ronfare calmo: faceva le fusa come un gatto soddisfatto. Nel dormiveglia riuscivo quasi a vedere i pistoni salire e scendere con delicatezza nei cilindri, aspettare un po’, tranquilli, che s’accendesse la candela, che s’aprisse con garbo qualche valvola, che la miscela sfiatasse calma con un profondo sospiro prima di premere delicatamente sugli ingranaggi.
Per questo mi sentii defraudato di qualcosa quando, ad un tratto, il ronzio del motore mutò tono, si inceppò, tossì, sospirò ancora due o tre volte e infine spirò con un lungo miagolio, dandoti solo il tempo di addossarti alla siepe.
Ero sveglio. Di colpo. Sentii che dicevi: - “Accidenti…la benzina!”
- La benzina?! Che benzina? - feci puntando gli occhi sul cruscotto.
- Dimenticata… - rispondesti scuotendo il testone – Confondo ancora indici e spie. Qui è tutto nuovo. Bravo chi ci azzecca.
Ciò che io dissi o feci nei due o tre minuti successivi l’ho dimenticato: può darsi che vi sia un meccanismo inconscio all’interno del mio cervello che cancella automaticamente il turpiloquio. Ricordo solo che dicesti:
- Perché t’incazzi così? Ci sono un sacco di marchingegni nuovi nel cruscotto, può succedere.
- No – feci io, e in quel “no” era compresso l’astio per la pennichella mancata e per la tua calma infrangibile – No, che non può succedere! E poi, cristo, avevamo un appuntamento importante da Sorini.
- Io avevo un appuntamento – precisasti - Sorini aspetta. E non preoccuparti: abbiamo la tanica vuota nel bagagliaio. Non ci resta che fare due passi fino al rifornimento. Forse ce n’è uno qua vicino. Magari qualcuno ci darà un passaggio.
Concordai pienamente per i due passi, a patto che fossi tu a farli, e se i due passi erano due chilometri, tanto meglio. Chi fa i guai se li paga – dissi – e, accomodandomi meglio sul sedile, ti vidi arrancare nel lungo rettilineo, con la tanica bianca oscillante sulla destra e il braccio sinistro alzato con il pollice teso: ti guardavo e la tua figura a poco a poco diventava sempre più piccola e patetica, riusciva quasi a fondersi con il paesaggio. Rilassante.
Dopo un poco eri scomparso alla vista, restava solo il paesaggio e, come sottofondo, il fruscio del vento tra i rami degli eucaliptus e il frinire degli uccelli nascosti tra le foglie. Godetti quel cinguettio per cinque minuti, poi lo sopportai per altri quattro e infine smaniai. Così accesi l’autoradio. Un’autoradio stupenda, ultimo modello, tipo estraibile, nera come l’inferno ma, una volta accesa, tutta lucine e colori.
Al diavolo la batteria, mi dissi, e cercando tra le tue cose, trovai nel portaoggetti la cassetta giusta per coprire il sottofondo dei pennuti.
 
Ero già immerso da alcuni minuti in un andante maestoso, ninnato dal sublime intreccio di violini e violoncelli che usciva dagli altoparlanti, quando vidi inquadrato nel finestrino il viso macilento e butterato di un bambino.
Poteva avere sette, otto anni, al massimo, i calzoncini corti strappati da un lato, la maglietta stinta. Respirava a fatica e il suo respiro affannato evidenziava una corsa disperata e la disperazione gliela si leggeva chiara in viso, negli occhi sbarrati, nella bocca aperta con cui ripeteva un’unica invocazione: aiùtu, aiùtu, mori mè matri! e la ripeteva in modo ossessivo, in un crescendo che non ammetteva indugi.
Chiesi in dialetto qualcosa, volevo saperne di più, tua madre sta morendo? cosa è successo? cos’ha tua madre? è ferita? e quando? e dove? chi è stato? ma la risposta era sempre la stessa, con piccole, insignificanti variazioni: sembrava proprio che quel bambino non sapesse dire altro e io, nell’arco di un secondo, pensai ad un padre violento, ad un attacco di cuore, ad un parto difficile e repentinamente passai in rassegna sensazioni di fastidio, di vergogna per il fastidio, di paura dell’ignoto e di vergogna della mia paura.
In fondo, pensai, cosa poteva dirmi di più un bambino di sette, otto anni al massimo? Un bimbo il cui piccolo cuore era stato provato da chissà quale terribile prova, un angelo smagrito che magari ha visto la madre esangue o insanguinata e che ora ha solo la forza di chiedere aiuto?
Così rinunciai a chiedere ancora, mi precipitai fuori dall’auto e seguii il bambino nella sua corsa disperata verso una vicina collinetta mentre sentivo ancora, come assurdo sottofondo, i violini e i violoncelli che diffondevano nella campagna le loro dolci melodie dai finestrini aperti.
 
Debbo dirti tutto, caro Michele, come vedi scendo proprio nei particolari, debbo rappresentarti ora la scena che tu non hai visto, dato che i drammi occorre viverli o almeno visualizzarli bene per comprenderli appieno e so che tu quel giorno, non hai capito nulla, proprio nulla, immerso com’eri nel circolo vizioso di un egoismo intransigente.
Per questo, solo per questo, voglio che ti rimbombi nel cranio quel disperato appello “aiùtu, aiùtu, mori me matri”, voglio che lo memorizzi bene quel grido angoscioso che il bimbo di tanto in tanto scandiva correndo a perdifiato su per la collina, dietro la quale, di sicuro, si stava svolgendo il suo dramma familiare.
Ed io correvo appresso a lui, sentivo ansimare quel piccolo petto, a volte udivo persino lo schiocco dei suoi ginocchi che si urtavano nella corsa scomposta, vedevo sventolare ad ogni passo quei pantaloncini strappati che parlavano di miseria e di dolore.
 
Ad un tratto, nel punto in cui la salita divenne più ripida, il bimbo rallentò, girò lo sguardo attorno, forse cercando un posto ove sedersi un momento a riposare, magari un tronco, un masso, ma non c’era nulla oltre un mare d’erba. Così alzò gli occhi al cielo, li roteò più volte e poi stramazzò a terra nell’erba, mentre il suo il respiro diventava un ansito sempre più roco, di tanto in tanto ancora inframmezzato da aiùtu, aiùtu, mori me matri. Solo il suo piccolo indice era ancora vivo e forte e puntava in alto, verso la cima della collina, dove io non scorgevo proprio nulla poiché il dramma, era evidente, si stava svolgendo proprio dall’altra parte.
Sapevo che non dovevo perdere altro tempo ma mi concessi solo un attimo di pietà per quella figurina distrutta dal dolore, per quel cucciolo d’uomo schiacciato da qualcosa ben più grande di lui, qualcosa di orrido, di immenso. Così mi accoccolai al suo fianco e gli dissi: stai tranquillo, caro, resta qui, riposati un poco, vado io da solo, lassù, non temere, corro, volo, sempre dritto, vero? e continuai così finché un timido sorriso e un cenno d’assenso del suo piccolo capo mi permisero di allontanarmi più sereno, deciso a superare, correndo, il crinale della collina.
 
Ora ansimavo anch’io ma non badavo né al cuore che mi martellava in petto né al sudore che mi colava dalle tempie: il traguardo era vicino, pensavo, da lassù avrei potuto vedere la scena del dramma. Da un po’ la curiosità si alternava alla paura dell’ignoto, si mescolava con la pietà, con l’ansia di salvare una vita, d’essere magari eroe per una volta e tutto diventava una molla che mi spingeva su, sempre più su, verso la sommità del colle.
E da lassù, fermandomi un attimo per riprendere fiato, guardai in giù e intravidi in lontananza, mezza nascosta da una siepe di ficodindia, una catapecchia con un recinto attorno. Ecco la povera dimora del bimbo, pensai; lì dentro c’è di sicuro una madre che soffre, una donna che sta morendo, una tragedia forse già consumata, il triste epilogo di una storia drammatica che parlerà di miseria, di sofferenza e di morte. Chissà se arrivo in tempo.
Sembrava vicina, ma sarà stata ad un chilometro almeno, quella casa. Girandomi dall’altra parte non vidi più il bambino: ormai ero distante e, se si era ripreso, mi avrebbe seguito con i suoi passetti. Ma era troppo stanco, pensai, magari è ancora sdraiato laggiù, nascosto dall’erba alta.
 
Scendendo dall’altro versante la casa sembrava allontanarsi alla stessa velocità con cui tentavo di avvicinarmi. Correvo da qualche minuto con l’erba al ginocchio e quei muri erano sempre distanti. Solo adesso mi rendevo conto della fatica immane che aveva dovuto sopportare quel piccolo innocente per venire a cercare aiuto sulla strada.
Povero piccolo. Ingoiai due lacrime che mi scesero dalle gote già lubrificate dal sudore e proseguii la corsa incespicando nei sassi nascosti tra l’erba. Caddi tre volte e tre volte mi rialzai, non protestai, non imprecai, dovevo preservare il fiato per la corsa.
Ora la casa si scorgeva più netta. Casa? dissi. Come può chiamarsi casa una dimora di sassi e fango, buchi più che finestre, tetto di cartoni e lamiera, tanto da somigliare ad un porcile? E quel tenero virgulto vive qui?
La tenerezza si sommò alla pietà e altre due lacrime mi colarono in bocca mischiate al sudore.
Man mano che mi avvicinavo la casa diventava sempre meno casa e sempre più porcile finché divenne porcile del tutto e io mi trovai in effetti tra mucchi di resti organici pietrificati, paglia e il fetore di un porcile abbandonato. Feci due volte il giro della catapecchia: andavo cercando torno torno una donna ferita, una madre morente, tentavo ancora di porre l’orecchio a gemiti e lamenti ma in quel posto dimenticato da dio non c’era anima viva e l’unico rumore che m’arrivava all’orecchio era il fruscio del vento sull’erba e sulla paglia.
 
Dopo cinque minuti credetti di avere sbagliato dimora; dopo sei mi resi conto di avere sbagliato tutto. E mentre mille domande mi frullavano nel cervello mi accinsi a ritornare sui miei passi, mentre una piccola spaventosa idea si faceva strada nella mente.
Era piccolo, quel pensiero, e volevo scacciarlo come una blatta immonda che volesse insozzarmi l’anima che sentivo ancora circonfusa di amore e pietà, ma invece quell’ideuzza s’ingrossava sempre di più come una bolla fetida. Ed assieme ad essa s’ingrossava in me un magone indefinibile in cui nuotavano finestrini aperti e autoradio nuove, sfolgoranti di manopole e luci: una pena che mi accompagnò nella risalita e che non s’allontanò nella lunga discesa, anzi si acuì appena ripassai nel punto in cui avevo lasciato riverso il bambino, di cui restava solo il segno dell’erba smossa.
 
Ti vidi dall’alto, caro Michele, eri sul ciglio della strada. Ti guardavi attorno smarrito, la tanica con la benzina poggiata per terra.
- Altro che due passi – dicesti. Saranno stati almeno tre chilometri. Ho preso un passaggio. E tu dove sei stato? Mezz’ora che ti aspetto.
Poi guardasti dentro la macchina:
- Dove hai nascosto l’autoradio? dicesti, e nella tua voce c’era un filo di speranza, un tenue filo che tendeva le labbra in un sorriso d’ebete. 
Soffrivo le pene dell’inferno, Michele, te lo giuro, e fra poco sarei stato disposto a sprofondare sotto i colpi delle tue mani o delle tue parole ma, in quel momento, guardandoti meglio, la bolla di pena che avevo dentro si ruppe in tanti pezzi e, con quei cocci, mi venne spontaneo raccontarti tutta l’avventura. Parlai in modo troppo precipitoso e incoerente. Dissi:
- L’ha presa un attore consumato di sette, otto anni al massimo, Michele. Forse lo vedrai fra qualche anno al cinema, al teatro, forse anche prima. Magari farà la pubblicità ai Pavesini, in tivù. E quell’attore aveva una madre morente insanguinata in un porcile abbandonato, forse era già morta. E chiedeva aiuto. Non la madre, lui, l’attore. Diceva “mori me matri aiùtu, aiùtu”. Proprio così diceva quell’attore. Ma la madre non c’era nel porcile. Io non l’ho vista, Michele. Niente sangue, niente di niente. Solo merda catramata. Però l’attore aveva bisogno della tua autoradio. Così l’ha presa. Ma te la compro, Michele, giuro che te la compro. E non guardarmi così, maledizione!
- Non ci ho capito niente – facesti - Proprio niente. Ripeti.
- No, Michele, non capiresti lo stesso. Lascia stare. Domani avrai una autoradio identica, ti dico, nuova nuova, tutta manopole e luci. Che t’importa?
 
Eri perplesso, forse non capivi davvero. Ma qualcosa dovette pure entrarti in quel testone riccioluto, perché, mentre armeggiavamo con imbuto e tubo al serbatoio, mi chiedesti, guardandomi negli occhi con malizia:
- Un attore consumato di sette, otto anni al massimo, hai detto? E tu, dimmi, dimmi, che parte hai fatto nella commedia?
- Quella del fesso - risposi.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:57 | link | commenti (3)
categorie: narratori e racconti