L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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venerdì, 27 febbraio 2009

La ragazza del mercato, di Luigi Panzardi

LA RAGAZZA DEL MERCATO
di Luigi Panzardi
 
 
Da corso Matteotti, elegante, con le vetrine scintillanti e l'aria addolcita dai profumi dei caffè, si può accedere, volendo, a una traversa, la via del mercato. Dentro di questa la prima sensazione che ci afferra è di stupore, assalita subito da un profondo ribrezzo. Non si capisce come sia possibile che una simile fetida e bizzarra esposizione di mercanzia possa allignare nei pressi dell'aristocratico centro cittadino. Sconnesse bancarelle in doppia fila ondeggiano e costringono una folla che al novello malcapitato appare corrucciata e minacciosa. Gli odori diffusi nell'aria sono sgradevoli, di sporcizia corporale, sudore, flatulenza e muffa pervasa d'intingoli indefinibili. Astrusi schiamazzi viaggiano per l'aria insieme a quei sentori, s'imbevono di essi e si fissano nella memoria come incubi persistenti. Dal vociare indistinto emergono con prepotenza e si accavallano ordini diretti alla folla di fermarsi per annusare, toccare e acquistare la merce. Quell'umanità sembra un fiume sordo, da cui spesso si staccano rivoli che si fermano e cedono agli inviti urlati, acquistano e rientrano a fatica e spintoni nel grasso alveo.
Federica ha quindici anni ed è bionda, ha i capelli corti. Non è molto bella, è bassa di statura e soffre di pinguedine. Sicuramente ha dei graziosi taralli di grasso intorno alla vita, s'intravedono sotto la maglietta celeste tempestata di scritte inglesi. Il sedere pare sodo e grosso sotto i pantaloni jeans scoloriti e stretti. Anche il suo volto, bianco e roseo, è accigliato, ma si dilata in sorrisi furbeschi quando saluta i mercanti come se fossero suoi vecchi amici. Passa da una bancarella all'altra fendendo la folla, quasi volando, finché si ferma davanti ad un altro vicolo, più stretto, trasversale, da formare un angolo retto con la via del mercato; si trattiene con la mano sinistra alla fune che tende il telo sovrastante la bancarella, scruta nel vicolo per pochi secondi, poi vi entra.
Dalla fila opposta di quei negozi traballanti si muove un uomo. E' basso e tozzo, la barba nera di molti giorni gli fa irsuto il volto, i cespugli di peli intorno agli occhi e i capelli ricci e neri sulla bassa fronte gli attribuiscono già al primo sguardo il marchio del malvivente. Si muove a scatti. Come se i muscoli in attrito delle cosce gli impedissero di muovere le gambe.
Il vicolo è cieco. In fondo, a chiudere due brevi file di case decrepite, c'è una enorme facciata scura d'un antico palazzo nobiliare, ora fatiscente. Due finestre dell'ala sinista sono murate, orbe. Il portone è sbarrato da marce tavole di legno, delle quali due sono messe in croce con l'incarico di tener unite e ferme le altre. Nell'angolo inferiore destro di quella croce c'è un varco nero. Federica lo attraversa ed entra in un buio denso di umido e muffa. A destra e a sinistra si distinguono a malapena le sagome di due immensi archi ai cui piedi c'è l'accenno di altrettante marmoree scalinate.
Vien voglia di pensare alle antiche famiglie che vi abitarono, ai servi in rosse livree con i candelabri a illuminare le volte stuccate nei giorni di festa, ai nobili arroganti e incipriati che posavano i preziosi piedi sui gradini di lucido marmo.
In quel posto entra anche l'uomo dalla barba incolta, a tastoni preleva da una buca nel muro delle bustine bianche, si avvicina a Federica che spiega una sacca di tela, l'allarga e la tende all'uomo.
“Una, due, tre...” La voce di lui dolce e paterna stride col corpo:
“Fede, alle prime tre bancarelle, dieci a testa, poi vieni per un altro giro...Come sta?” Insieme alla domanda gira la testa verso il fondo del portone, buio come se fosse il principio del nulla.
“Come sempre.” Risponde la ragazza con un gesto di gratitudine e di rassegnazione.
“Vai ora, ti aspetto!” E l'uomo dà un buffetto affettuoso alla guancia della ragazza che torna nella via del mercato.
Quando Federica arriva alle prime tre bancarelle, c'è già la fila. Le donne, in attesa della polvere bianca, sono inconfondibili per il trucco vistoso, le labbra rosso smagliante, i capelli ben curati da abili parrucchieri.
La ragazza si ferma, aspetta il segnale dall'ambulante, quindi insieme si appartano dietro ai furgoni e lì avviene la reciproca consegna della merce e del denaro. Nessun controllo: tutti sanno la crudeltà con cui viene punito lo sgarro e nessuno quindi osa rubare al ladro.
Altri quattro giri compie la ragazza, tutti uguali, con una esecuzione meccanica, salvo il solito scambio di sorrisi caldo e sincero.
L'uomo che intanto rimane solo nel buio ad aspettarla, fissa il fondo, scuote la testa, ma non si muove.
Al ritorno dall'ultimo giro, Federica, oltre al denaro, porta tanti sacchetti della spesa che a stento sostiene con entrambe le mani. L'uomo le chiede:
“Ti aiuto?”
“No! Sai che è vietato.”
Federica, sola, quasi piegata dal peso delle borse, s'inoltra nel buio di un enorme diaframma. Nell'attraversarlo, ogni volta ha paura, le si stringe la gola, come se un palpabile ignoto la soffocasse. Il groppo si dissolve quando il suo corpo urta il solido di un muro e di una porta, contro cui sbatte il piede tre volte e che finalmente si apre. Il volto rugoso e serio della madre Zita le placa le ultime palpitazioni.
“E' arrivata Federica, barone Alfonso!” Grida la donna, volgendosi indietro, verso chi dell'uomo conserva ancora una figura incerta.
Il barone Alfonso, così lo chiamano tutti i familiari, s'era sempre detto che discendesse da una nobile famiglia, che suo nonno fosse stato adottato addirittura dal conte di Bari, Pasquale dei Borbone di Spagna, adozione forse veramente avvenuta, anche se poi annullata, il che aveva fatto rientrare l'avo tra i ranghi dei comuni mortali.
Fatto sta che il comunemente detto barone Alfonso si era in breve tempo misteriosamente arricchito e tanto da fare invidia ai veri aristocratici. I denari carpiti convertiti in immobili intestati a famigli. Purtroppo, nonostante le sue fortune, a cinquant'anni fu colpito da un ictus che gli devastò il fisico. Gli rimase paralizzata l'intera parte sinistra del corpo, ch'era già magro più di un filo. Altre dolorose e grottesche conseguenze di quel colpo furono la bocca perennemente aperta, ma senza un grido, così, aperta col buio dentro e basta, e gli occhi fissi e senza espressione, come quelli di un barbagianni, alla cui testa ormai somigliava molto la sua. Così da un decennio se ne stava seduto su una sedia a rotelle, pelle e ossa, pronto a morire ma finora vivo, nel suo ultimo disperato rifugio.
Zita era stata la sua amante. Ora l'accudiva con devozione. Il barone Alfonso fin da ragazzo si era dedicato con testardaggine, spesso crudele e sanguinaria, alla organizzazione di una numerosa e fedelissima famiglia, con la quale spremeva, simile a ruote di frantoio, gli abitanti del grande e vecchio centro cittadino.
Da quell'antro oltre ogni mondo, inflessibile feudatario, regnava sul quartiere. Le sue leggi assolute erano accettate da tutti gli sgherri, rispettate e soprattutto fatte rispettare: aveva costruito una meravigliosa macchina produttrice d'ingenti ricchezze, che ora funzionava autonomamente. Ogni parte di questa macchina aveva notizie, per trasmissione orale, dell'esistenza e delle volontà del barone Alfonso, il capo, intangibile e invisibile, del quale nessuno più sapeva dove si nascondesse. Persino all'unico uomo, quell'irsuto cui era permesso entrare nel portone, non era concesso violare il diaframma oscuro, l'antinferno, una sorta di spazio nero immisurabile, dopo il quale, separato da un ruvido compatto muro, che il buio perfetto rendeva al tatto infinito, si apriva l'aldilà nel quale il barone e Zita vivevano la loro straordinaria vita.
Federica era figlia di Zita e del primo marito di costei, morto poco dopo la nascita della bambina durante una feroce sparatoria contro la polizia. Era cresciuta tra il silenzio melmoso di quel limbo e il frastuono caotico del mercato, adottata virtualmente dal barone, coccolata da tutti i familiari. Da un mese circa aveva conosciuto Rosario che s'era innamorato di lei appena l'aveva vista: le era caduto un giorno un pugno di quelle bustine bianche e Rosario, che le si trovava per caso dietro e la stava ammirando, fu lesto a raccoglierle e a restituirgliele, senza capire sul momento perché la ragazza l'avesse guardato con occhi atterriti, anziché di gratitudine. Un attimo, poi il viso ingenuo e bello del ragazzo, bruno, sorridente, sciolsero nella ragazza la diffidenza e fecero amicizia. Restarono insieme quel giorno alcune ore, nonostante i tanti sguardi contrariati che da dentro la folla li osservavano con attenta diffidenza.
Presto Federica fu contagiata dall'amore di Rosario e il desiderio di incontrarlo, di parlargli e di sentire il caldo contatto del suo corpo diventò irresistibile. Lo introdusse nel vuoto buio il pomeriggio, quando le bancarelle lungo la via del mercato erano solo mucchi di legna accatastata in una desolata solitudine. Rosario muovendosi furtivamente tra quel nudo grigio di stanghe arrivava al portone del vicolo, vi entrava attraverso il varco e sbatteva contro Federica che se lo trascinava come in un abisso. Il nero denso del buio aveva uno strano potere, scioglieva nei due ragazzi ogni freno, solleticava e accendeva i loro sensi e li gettava in una bramosia frenetica, infuocata, senza che una parola emergesse da quella brace; c'erano solo carezze ardenti come tizzoni che frusciavano dolcemente sulla pelle soda e giovane.
Zita li scoprì.
Il sospetto le era venuto dall'osservare l'aria che l'amore diffondeva per il volto della ragazza, che ora spesso s'arrossiva, come per un segreto inviolabile che le scaldava il cuore.
Fu un momento, un sospiro. In un attimo dal buio vuoto le fu sottratto Rosario, come improvvisamente una raffica di vento disperde poche foglie. Federica si sentì spinta nell'antro, si trovò al cospetto del barone che teneva il volto terribile diritto verso di lei. Nel torbido silenzio della figura mostruosa lesse il rimprovero e la minaccia. La ragazza lo guardò terrorizzata, sciolta d'ogni forza.
Zita le si accostò dicendo:
“Va! Alfio ti aspetta nel portone.”
Federica uscì quasi sollevata, forse la famiglia l'avrebbe perdonata. Per la prima volta sorrise all'uomo irsuto, poi riprese ad ancheggiare tra le bancarelle del mercato.
Di Rosario nessuno più ebbe notizie.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:12 | link | commenti (4)
categorie: narratori e racconti

La fabbrica del falso, di Vladimiro Giacché

La fabbrica del falso
La fabbrica del falso
Strategie della menzogna nella politica contemporanea
di Vladimiro Giacché
DeriveApprodi
www.deriveapprodi.org
Saggistica politica
Pagg. 272
ISBN: 978-88-89969-51-9
Prezzo: € 18,00
 
 
La ricerca della verità è sempre stata un percorso arduo e difficoltoso, anche perché di uno stesso fatto posso esserci tante verità soggettive, in quanto gli individui, per loro natura, tendono a cogliere un aspetto invece di un altro.
Il problema è ben più serio quando viene imposta una verità per il tornaconto di interessi economici e di potere, con tutti i mezzi possibili, anche i più subdoli.
Il bel saggio di Vladimiro Giacché si occupa delle strategie della menzogna nella politica contemporanea, che si attuano attraverso gli strumenti di diffusione a qualsiasi livello.
Goebels, il famoso ministro della propaganda nazista, diceva che una menzogna resta una menzogna, ma se ripetuta cento, mille volte diventa una verità.
Ed è quello che accade ormai da diversi anni a livello planetario, dalla famosa invenzione delle armi di distruzione di massa, motivo per l’aggressione all’Iraq, alla propaganda di giustificare perfino la guerra con la diffusione della democrazia.
Il lavoro di Giacché ha il pregio di seguire un preciso criterio logico diviso in tre grandi capitoli: La guerra alla verità, con una disamina attenta della menzogna, del mutato concetto di democrazia, dei mille volti del mercato, del significato diversamente attribuibile al terrorismo; a seguire La verità del falso, soprattutto con la struttura della fabbrica del falso, e Le strategie di resistenza che può adottare il comune cittadino per smascherare la menzogna.
Gli approfondimenti sono frequenti, così come le citazioni di fatti e di eventi non rispondenti a verità e che ovviamente vengono così smascherati.
Dalla lettura è possibile ritrarre la certezza di una strategia del falso ormai organicamente strutturata e condotta non solo per gli eventi più importanti, ma nella quotidianità.
Devo dire che già prima di leggere avevo un’idea ben precisa in ordine al fatto che siamo bersagliati da falsi, o nel caso migliore da mezze verità, ma una volta arrivato all’ultima pagina, trovando così conferma dei miei sospetti, ho rivisto in modo diverso e con conclusioni differenti eventi di portata mondiale accaduti anche da diversi anni, allora fatti sporadici di menzogne costruite quasi artigianalmente, ma di certo i prodromi sperimentali di quella che è la situazione attuale. Siamo arrivati al punto che ormai corre l’obbligo di chiederci se anche quello che ci viene mostrato nei telegiornali e che non ha a che fare direttamente con la politica estera o con quella interna sia la verità. In questo modo si finisce con il provocare nel normale cittadino un disorientamento che si traduce in uno stato di insicurezza, scopo dei fabbricanti di menzogne, perché chi non si sente protetto o non ha certezze non è in grado di pensare nel migliore dei modi e quindi è più facile da governare.
La fabbrica del falso è sicuramente un libro da leggere e da meditare.
 
Vladimiro Giacché è nato a La Spezia nel 1963. Si è laureato e perfezionato in Filosofia alla Scuola Normale di Pisa. Lavora nel settore finanziario. È autore di volumi e saggi di argomento filosofico ed economico, fra i quali Finalità e soggettività. Forme del finalismo nella Scienza della logica di Hegel (Pantograf 1990), La filosofia. Storia e testi (con G. Tognini, La Nuova Italia 1996) e Storia del Mediocredito Centrale (con P. Peluffo, Laterza 1997). Per le nostre edizioni ha pubblicato Escalation. Anatomia della guerra infinita (con A. Burgio e M. Dinucci, 2005). Suoi articoli sono stati pubblicati in volumi collettanei e ospitati su numerose riviste italiane e straniere.
 
 
Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:09 | link | commenti (2)
categorie: consigli di lettura
domenica, 15 febbraio 2009

Comunicato del 15 febbraio 2009

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postato da: RenzoMontagnoli alle ore 09:01 | link | commenti (6)
categorie: comunicati
sabato, 14 febbraio 2009

Tutti i sognatori, di Filippo Tuena

Tutti i sognatori
Tutti i sognatori
di Filippo Tuena
Fazi Editore
www.fazieditore.it
Narrativa romanzo
Pagg. 272
ISBN: 9788881121069
Prezzo: € 14,46
 
 
Il sogno può essere un’alternativa a una vita reale, ma si può anche sognare a occhi aperti, pur nella quotidianità di gesti ripetuti e di situazioni che stridono con i nostri concetti di esistenza?
Filippo Tuena stupisce ancora una volta con questo romanzo ambientato a Roma in un periodo di tempo che va dal 25 luglio 1943 alla liberazione della città da parte degli angloamericani, avvenuta il 4 giugno del 1944.
Troviamo una comunità di svizzeri che possono vivere relativamente tranquilli, stante la neutralità del loro paese, un antiquario famoso che compra da un principe incallito giocatore opere d’arte per poi rivenderle al miglior offerente e questi è sovente Goering, personaggi tutti che possono vivere agiatamente il periodo bellico, senza porsi tanti problemi esistenziali, perché in fin dei conti, a parte il rischio dei bombardamenti, per loro la vita continua come prima, come in tempo di pace. Questo quieto vivere sarà però così solo fino all’8 settembre, perché poi l’occupazione nazista, il ritorno in auge dei fascisti più facinorosi, la guerriglia partigiana, la crudele repressione, le sofferenze degli altri provocheranno un mutamento radicale delle loro esistenze.
Emerge così un altro tema di fondo, cioè se continuare con indifferenza oppure mettersi in gioco, se lasciare che tutto proceda come se nulla fosse cambiato o reagire, rivendicare quel diritto alla partecipazione che, pur fra mille rischi, tacita la propria coscienza.
Così si può sognare a occhi aperti, come l’antiquario Fritz che vorrebbe entrare nella resistenza, ma che ne è frenato dal timore delle possibili conseguenze; sempre da sveglio sogna anche Luca, il brillante antiquario, che reagisce individualmente, al di fuori delle correnti politiche del CLN, alla violenza nazista e al ciarpame fascista che oscurano quel concetto di bellezza dell’arte che è alla base di tutta la sua vita.
Il primo vedrà l’arrivo degli angloamericani, il secondo sarà fra le vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. 
Non era facile scrivere un romanzo simile senza cadere in luoghi comuni, senza dare una visione cinematografica dell’occupazione nazista di Roma e soprattutto era difficile spiegare il mutamento di carattere di alcuni personaggi, spinti come da un istinto primordiale a reagire, benché non coinvolti direttamente.
Filippo Tuena c’è riuscito splendidamente, fornendoci un romanzo in cui la fantasia è continuamente contrapposta alla tragica realtà dei bollettini di guerra, degli attentati, delle rappresaglie. A poco a poco si entra nell’atmosfera della necrosi di una città fantasma, una realtà che prende forma e che non si vorrebbe accettare. La psiche impone che la presa di coscienza del proprio stato, quando lo stesso è insopportabile, trovi una valvola di sfogo nel sogno ed è in quello che si rifugia Maria, la giovane figlia di Fritz innamorata di Luca, quando questi viene catturato dai tedeschi.
La fuga dalla realtà coinvolge anche il prigioniero e sarà nel mondo dei sogni che i due si incontreranno, anche quando lui sarà ormai morto, in pagine di struggente bellezza che portano inevitabilmente a un’intensa commozione.
Tutti i sognatori è un romanzo di grande fascino e di rilevante qualità letteraria.
 
Filippo Tuena è nato a Roma nel 1953 e vive a Milano. E’ laureato in Storia dell’arte.
Ha pubblicato:
Il tesoro dei Medici (Giunti Art & Dossier, 1987); Lo sguardo della paura (Leonardo, 1991), Premio Bagutta Opera Prima; Il tesoro dei Medici (De Agostini, 1992), in collaborazione con Anna Maria Massinelli; Il volo dell’occasione (Longanesi, 1994); Il diavolo a Milano (Ikonos, 1996); Cacciatori di notte (Longanesi, 1997); Tutti i sognatori (Fazi, 1999), Premio Super Grinzane-Cavour; La grande ombra (Fazi, 2001); La passione dell’error mio. Il carteggio di Michelangelo (Fazi, 2002); Quattro notturni (Aletti, 2003); Il volo dell’occasione (Fazi, 2004), nuova edizione; Le variazioni Reinach (Rizzoli, 2005), Premio Bagutta; Il diavolo a Milano – nuova edizione e Fantasmi di Schumann a Manhattan (Carte Scoperte, 2005); Michelangelo. Gli ultimi anni (Giunti Art & Dossier, 2006); Ultimo Parallelo (Rizzoli, 2007), Premio Viareggio; Michelangelo. La grande ombra (Fazi, 2008), nuova edizione.
Sito web:    http://digilander.libero.it/filippotuena/
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:46 | link | commenti (3)
categorie: consigli di lettura
giovedì, 12 febbraio 2009

Maschi, di Renzo Montagnoli

Nota: la lettura è consigliata solo a un pubblico adulto.

 

Maschi

 

                        Maschi

 

                                 di Renzo Montagnoli

 

La vita nel paese scorreva negli anni prima della guerra regolata dalle norme ferree della consuetudine: lavoro tutto il giorno, dalla mattina alla sera, il sabato pomeriggio gli esercizi ginnici inventati da Starace, la domenica mattina la messa e nel pomeriggio invece la disperata ricerca di qualche cosa di nuovo, che non si trovava mai, per dare un significato a una settimana altrimenti opaca.

Annibale Chiocchetti era uscito da poco dal seminario, il cui ambiente ottuso non era certo di suo gradimento, e, dopo una giornata di duro lavoro nell’officina da fabbro del Dusi, si rifugiava all’osteria, avido di apprendere le novità, che poi tanto novità non erano: a parte qualche notizia del calcio l’argomento principe erano sempre le corna, di cui nessun maritato sembrava immune.

Se ne stava attento ad ascoltare, seduto in un angolo, fantasticando amplessi mirabolanti e accrescendo ancor di più il  desiderio sessuale sempre presente e che lo obbligava spesso a un autarchico fai da te.

Il sabato sera l’osteria stranamente contava meno avventori perché una buona parte se ne andava in città al casino; il giorno dopo l’inevitabile argomento delle discussioni era ciò che si era visto, ciò che si era fatto, con annotazioni colorite, vicende al limite dell’inverosimile, ma che affascinavano inevitabilmente un giovane dal ragguardevole desiderio. 

Fu così che un giorno, parlando con l’amico  Cosimo Gasparini, si decise ad affrontare il problema.

- Cosimo, scusa la domanda:  ma tu, sei mai andato a letto con una donna?  

Quello lo guardò incerto fra il raccontare una menzogna e il dire la verità, poi si decise per quest’ultima.

- No, Annibale, non ho mai avuto l’occasione. In paese le ragazze non te la danno se non sentono parlare di matrimonio, ma io a legarmi prima del tempo non ci tengo. Ho ben altri progetti! Voglio andarmene per il mondo, a vedere se riesco a uscire da questa miseria che m’accompagna da quando sono nato. Certo che prima di partire vorrei togliermi la voglia.

- Che ne dici, se anche noi il sabato sera andiamo con gli altri in città?

- Ma non è la stessa cosa che fare all’amore con una ragazza, insomma quelle non te la danno gratis.

- La tariffa non è poi così cara; certo che se vogliamo andare in un casino di lusso non ci basterebbe la paga di una settimana, ma possiamo, anzi dobbiamo anche accontentarci, e poi che sia di lusso o che vada bene per dei poveracci il risultato è sempre lo stesso. E’ da un mese che risparmio; il vecchio Dusi non mi dà quasi niente per tutto il lavoro che gli faccio, ma mi ha promesso che, quando smette, mi lascia l’officina.

- Allora andiamo sabato?

- Andiamo sabato.

E il sabato arrivò. I due si aggregarono al solito gruppo e in treno andarono in città.

Il viaggio fu breve, ma a entrambi sembrò interminabile, con il cuore che batteva forte e il desiderio che stava per esplodere.

Per fortuna che, dalla stazione ferroviaria alla casa chiusa, il percorso era breve e, accodati ai già esperti, arrivarono alla meta in nemmeno cinque minuti.

La casa, sita in un vicolo poco illuminato, era uguale a tante altre, con le imposte rigorosamente chiuse e l’unica differenza dalle altre abitazioni era rappresentata dal continuo viavai di uomini: gente che entrava speranzosa ed altra che ne usciva con uno sguardo fra il trasognato e il colpevole. Era un campionario di varia umanità e si andava dal ragazzo inesperto al vecchio che credeva di trovare una seconda giovinezza, tutti accomunati da quel  convincimento della superiorità del maschio che il regime aveva ulteriormente accresciuto.

Cosimo non aveva mai visto delle puttane, a differenza di Annibale che ricordava perfettamente un pomeriggio di qualche mese prima, allorché, in città per commissioni, era stato presente al passaggio di una carrozza scoperta su cui facevano bella mostra sei signorine della nuova quindicina, tutte truccate e ben vestite, prodighe di sorrisi invitanti.

Quando entrarono, tuttavia, la realtà si presentò ben diversa da quella della sfilata pubblicitaria.

Al piano terra, su alcuni divani, c’erano delle matrone un po’ avanti negli anni e in abiti succinti; dalla scala che portava al piano superiore scendeva un cliente, seguito da una donna che si andava rivestendo.

Annibale li osservò e restò colpito da una certa avvenenza di questa femmina che, fra uno scalino e l’altro, si infilava le mutandine di pizzo nero, di misura un po’ ridotta rispetto alle forme che avrebbe dovuto contenere. Questa se ne accorse  e si diresse verso di lui, con il seno scoperto in bella mostra.

- Ciao, bel ragazzo. Sei nuovo? E’ la prima volta?

Annibale si sentì avvampare e, tenendo fissi gli occhi su quel balcone che si trovava a pochi centimetri da lui, assentì con il capo.

- Bravo, ma sai che sei un bel ragazzo! E sotto dovresti anche esser ben fornito...

Annibale era ormai tutto in incendio e cercò disperatamente Cosimo, ma già questi stava salendo le scale in compagnia di una magra dal volto butterato.

- Vuoi salire con me? Vai a pagare la tariffa e dopo troverai il Paradiso.

Corse a saldare il conto e si affrettò con lei su per le scale, dove c’era un ballatoio, lungo il quale si aprivano diverse camere.

Entrarono in una di queste, dall’arredamento essenziale limitato a un letto, a una sedia, a un catino e a una brocca d’acqua.

- Intanto che ti lavi sotto, mi fumo una sigaretta.

Ad Annibale le parole arrivarono ovattate da una nebbia di cui si sentiva avvolgere e, in stato di tranche, obbedì meccanicamente.

Quando ebbe finito l’abluzione si volse verso il letto, dove la donna, nuda completamente, l’attendeva a gambe spalancate, mostrando quello che in un tempo di certo non recente doveva essere un normale organo sessuale, ma che ora mostrava evidenti segni di usura.

Quasi incespicando, con passo incerto, si avvicinò al talamo, vi salì e si buttò a capofitto.

Gli venne del tutto naturale di baciarla, di cercare con la sua lingua quella di lei, ma la donna si ritrasse e lo fermò: - Questo no!

Quel rifiuto di un atto che gli sembrava così naturale lo bloccò e si accorse con orrore che gli era venuto meno il desiderio. 

Vergognoso, imbarazzato si ritrasse e la donna si mise a ridere sguaiatamente.

- E’ la prima volta vero? L’ho capito subito che sei un pivello, un maschio tutto desiderio e basta.

Annibale cercò di rispondere, ma la voce gli sembrava strozzarsi in gola e allora si limitò ad annuire.

- Non preoccuparti, perché capita a molti. Vedrai che la prossima volta andrà meglio. Ma ora rivestiti alla svelta e scendiamo, perché il tempo è denaro.

A piano terra ritrovò il suo amico Cosimo e entrambi uscirono per andare a riprendere il treno.

Lungo la strada, al silenzio di Annibale faceva riscontro la straordinaria parlantina dell’altro, che non smetteva di magnificare la serata.

Quando chiese poi come era andata, la mancanza di risposta gli fece comprendere che qualche cosa non aveva funzionato.

- No, non dirmi; non posso credere che il mio amico Annibale abbia fatto cilecca.

- E invece sì, purtroppo. Sai che ti dico? Che non andrò mai più con una donna.

- Ma dai! Può capitare a tutti.

- Sì, però è capitato a me, e ora ho rabbia e vergogna insieme. Mi sembra di essere una testa di cazzo. Era lì nuda davanti a me, io quasi scoppiavo, poi di colpo mi sono afflosciato: la mente voleva, ma il corpo non l’assecondava. Che sia un finocchio?

- Scherzi, se la mente voleva non lo sei. Credimi, la prossima volta andrà senza dubbio meglio.

- Non ci sarà una prossima volta e non voglio più pagare una donna per averla.

E invece, da lì a nemmeno una ventina di giorni, Annibale conobbe a una festa sull’aia Tilde Sguazzi, una ragazza del paese che in passato non aveva nemmeno  notato.

Fu un incontro del tutto casuale: lui, per niente ballerino, se ne stava seduto a guardare gli altri volteggiare, mentre lei, che non era proprio una Venere, attendeva, ormai disperando, l’invito di un cavaliere.

Erano fianco a fianco da almeno un’ora, ma non s’erano accorti l’uno dell’altro, quando alla ragazza andò di traverso la gassosa che stava bevendo. Si mise a tossire, strabuzzò gli occhi, le scesero due lacrimoni e, quando dopo esserseli asciugati, li riaprì vide il volto preoccupato di un giovanotto che la osservava.

- Niente di grave, spero? E’ passato, no?

- Sì, è passato.

Se c’è mai stato un colpo di fulmine in amore, questo lo fu proprio.

Non riusciva a parlare, la sua mente pareva annebbiata e l’unica cosa a cui pensasse era lui, bello da non credere, con quegli occhi azzurri, i capelli biondi, lo sguardo vivo e intelligente.

Anche Annibale era in stato confusionale e i pensieri gli scorrevano rapidi nella mente.

“Non è una bellezza, ma però è carina, con quegli occhi nocciola così innocenti; sì non ha proprio un gran naso, è un po’ a patata, ma ha una bocca stupenda, con due labbra invitanti e poi il resto non è proprio male; è un po’ magra, ma ha le gambe dritte, un bel culetto e credo due belle tettine.”

- Mi scusi signorina se non mi sono ancora presentato. Mi chiamo Annibale Chiocchetti e sono del paese.

- E io invece sono Tilde Sguazzi e pure io abito qua. Che strano che non ci siamo mai visti!

Il desiderio in Annibale cresceva a vista d’occhio e già avvertiva un certo movimento al basso ventre che stava mettendolo in imbarazzo.

Nemmeno a farlo apposta, la ragazza gli propose di ballare.

Non sapendo che fare, Annibale, mentre sentiva le mutande che gli diventavano troppo strette, buttò lì una scusa: - Magari, ma proprio questa mattina ho fatto un brutto movimento, insomma ho preso una storta e ora il piede destro mi duole tutto.

- E’ un peccato! Mi sarebbe tanto piaciuto ballare con te. – E buttò un’occhiata alla patta dei pantaloni che sembrava sul punto di esplodere.

- Sarà per un’altra volta, Annibale.

- Sì, lo prometto; già domenica c’è la festa del patrono a San Vitaliano e se vuoi ci andiamo insieme.

- Mi piacerebbe, ma non ho il modo di andarci, nemmeno una bicicletta, e farla piedi sono un po’ tanti quei cinque chilometri.

- Per quello non c’è problema; io ho la bicicletta e ti porto sulla canna. Va bene?

- Va bene.

E si lasciarono, con Annibale che procedeva lentamente fingendo il dolore al piede, il che però non gli impediva, ogni tre passi, di volgersi, incontrando sempre lo sguardo della ragazza.

Fu una settimana di fuoco, di trepidazione, tanto che il vecchio Dusi se ne accorse e, ridendo, gli disse: - Mi sembri un luccio in fregola.

- E che vuol dire?

- Dicesi di pesce innamorato, e del pesce hai pure gli occhi ora.

Non riusciva a star fermo e, quando non era al lavoro, andava su e giù dal paese, sperando di incontrarla, ma per quanto cambiasse gli itinerari di questo suo peregrinare di Tilde non vide nemmeno l’ombra.

Quando si coricava esausto nel letto, non gli riusciva di prendere sonno, anzi l’agitazione cresceva, soprattutto quando con moto, quasi involontario, la mano correva a sovrapporsi al pene, provocandogli delle ondate di calore quasi incontrollabili.

Nella veglia, fra le immagini che gli riaffioravano del volto e del corpo di Tilde, s’accavallano i pensieri, i programmi per quella prossima domenica che nelle sue intenzioni sarebbe dovuta diventare memorabile.

“La passo a prendere, la faccio sedere sulla canna. -  e qui gli scappava un risolino – Quale canna?  No, basta scherzare e pensiamo seriamente. Lungo la strada chiacchieriamo del più e del meno, anzi no, le chiedo che cosa fa, cerco di capire quanto le piaccio. E io? Glielo devo far capire quanto la desidero, quanto vorrei stare con lei? Beh, dipende da quanto riesco a capire di quel che prova per me. Arrivati alla festa, balliamo, ma poco, anche perché non sono capace. L’importante è che riesca a stringerla, a sentirmela addosso. Poi, alla prima occasione, le rubo un bacio, e poi lungo la strada un altro, un altro ancora, tanti baci. E poi le infilo una mano fra i seni, andiamo nel bosco, la spoglio, mi spoglio, e… Porca miseria, questo non ci voleva!” E ritrasse la mano tutta bagnata.  

Poiché non poteva correre il rischio di arrivare al gran giorno con la virilità ai minimi termini si propose di non pensare alla ragazza negli ultimi tre giorni, ma la decisione se era facile a prendersi si mostrava difficile da mettere in pratica, e allora gli venne l’idea di andare a correre lungo l’argine un paio d’ore prima di coricarsi, così che la stanchezza gli avrebbe agevolato il sonno, scacciando tutti i suoi pensieri e le sue fantasticherie.

Il rimedio funzionò e Annibale arrivò alla domenica in condizioni che lui definì ottimali.

Nel pomeriggio, subito dopo il pranzo, passò a prendere la ragazza a casa sua; non entrò, anzi rimase fuori nella strada in bella vista e si sottopose all’attenta analisi di due vecchine che, come cariatidi, sedevano ai lati della porta. Parlottavano fra loro e ogni tanto lo guardavano, mettendolo in imbarazzo. Lui non sapeva che fare, volgeva gli occhi all’insù, fingeva di guardare il cielo, e ogni tanto abbassava lo sguardo verso la porta, sperando in cuor suo che l’attesa fosse breve. Trascorso all’incirca un quarto d’ora, sull’uscio apparve Tilde, che indossava un bel vestitino a fiori, forse un po’ strettino, ma che modellava meglio le esili forme.

- Ciao Annibale.

- Ciao Tilde.

- Andiamo?

- Andiamo.

La fece salire sulla canna e si avviò pedalando lentamente, nonostante si accorgesse che le due vecchine ora lo fissavano come se volessero fargli una radiografia.

Nonostante tutti i programmi e i propositi Annibale non riuscì a pronunciare una parola e anche la ragazza stava zitta, ma quando furono in procinto di arrivare alla meta, lui, quasi biascicando, e senza che l’avesse pensato, disse: - Che bel vestitino che hai Tilde e quanto sei bella.

- Anche tu hai una bella camicia e sei un bel ragazzo.

Più di ogni programma, più di ogni proposito, quelle due frasi scatenarono la felicità  in Annibale che si mise a pedalare con maggior vigore, così che arrivarono quasi di volata all’aia dove si teneva il ballo.

Memore della virilità prorompente fece in modo che la ragazza potesse immaginare senza arrivare a un diretto contatto e così le danze furono poche e con i corpi prudentemente non avvicinati.

Venne così il tramonto e si avviarono verso casa.

Lungo il tragitto Annibale si sentì pervaso da un vago senso di tristezza, come se la giornata avesse registrato un’occasione sprecata. Ascoltava distrattamente quel che la Tilde gli diceva, ma quando, imbarazzata, gli disse - E’ stato bello oggi: mi piacerebbe fosse sempre così. -  fermò la bicicletta  e la strinse forte a sé. La donna si voltò e lui, tremante, non poté fare a meno di baciarla. Lei non si ritrasse, anzi lo assecondò e fu un  lunghissimo bacio, che accelerò i battiti cardiaci di entrambi. Stranamente, Annibale avvertì che il desiderio sessuale sembrava venir meno per l’accrescere invece di una infinita sensazione di gioia.

Ripresero la strada del ritorno, silenziosi e felici e quando arrivarono al paese, un po’ prima di entrarvi, si scambiarono un altro bacio.

Il distacco non avvenne con timori; sempre senza parlarsi si lessero negli occhi la serenità di essersi incontrati, quella gioia così intima e forte che si può provare solo quando si ama.

La sera Cosimo trovò Annibale che passeggiava fischiettando e, dato che era a conoscenza dei progetti dell’amico gli chiese, se avesse fatto.

Questi lo guardò, tranquillo e, con gli occhi che sprizzavano lampi di gioia, rispose:

- E’ una brava ragazza e la voglio sposare; verrà il giorno anche per quello.

E infatti, da lì a cinque mesi, ci furono le nozze, anticipate perchè Tilde era già in attesa.

 

(Da “Storie di paese”)

 

                        

 

postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:16 | link | commenti (16)
categorie: narratori e racconti
martedì, 10 febbraio 2009

Giornata nazionale in memoria delle foibe: una proposta di Sergio Sozi.

Foiba
Per delle Foibe condivise: proposta di una ''Giornata Internazionale del Ricordo di tutti i Martiri delle Foibe, dei Martiri Sloveni dell’Occupazione fascista della Provincia di Lubiana e dell’Esodo degli Italiani d’Istria, Dalmazia e Quarnero’’.
 
 
Il 10 febbraio in Italia è la giornata nazionale in memoria delle Foibe. Per come è oggi, essa ha l'esclusivo scopo di celebrare la moltitudine di italiani finiti ammazzati (e gettati appunto nelle cavità naturali carsiche ed istriane dette foibe) dalle truppe titine fra il settembre del 1943 ed il 1945 e, assieme, di ricordare l'esodo degli italiani d'Istria, Dalmazia e Quarnero. È stata scelta questa data perché ricorda il Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, nel quale l'Italia cedette l'Istria e la Dalmazia alla Iugoslavia di Tito.
Questo mio ''articolo-proposta pubblica'' non ha assolutamente l'intenzione di opporsi a tale celebrazione, quanto invece di proporre un'integrazione ad essa, affinché tale ricorrenza possa essere allargata per essere condivisa anche da chi, in Italia e in Slovenia, ora non la condivide affatto – e a questa unica finalità il sottoscritto terrà dunque fede dalla prima sino all'ultima parola.
 
Quel che propongo sarebbe infatti un'estensione delle motivazioni del 10 febbraio, a comprendere anche altri orrori di guerra ben poco noti agli italiani ma purtroppo compiuti dai nostri connazionali durante la II Guerra Mondiale; inoltre, va specificato un particolare delle foibe che – assieme al riconoscimento da parte italiana delle atrocità fasciste di cui vi parlerò piú avanti – renderebbe tale ricorrenza condivisa dagli sloveni e dunque positiva per un complessivo miglioramento dei rapporti fra il nostro Paese e l'attuale Repubblica di Slovenia (ricordiamoci di essere entrambi membri dell'Unione Europea e, valutariamente, dell'Euroarea, oltre che Paesi confinanti).
Allo scopo di presentare le basi storiche da cui parto – cosa da fare a mio avviso prima di proporre pubblicamente dei cambiamenti alla celebrazione delle Foibe – vediamo dunque i fatti e la situazione di allora, partendo dal 1941, anno cruciale per tutta la vicenda.
 
Il 1941
 
Allora. Nel 1941, esisteva il Regno di Iugoslavia (fondato subito dopo la fine della I Guerra Mondiale, il 1 dicembre del 1918, e del quale nel 1941 era re Pietro II Karađorđević, ma la cui reggenza era affidata al principe Paolo della stessa dinastia) ed esisteva il Regno d'Italia, che di fatto era nelle mani del dittatore Benito Mussolini e che (dal 1919) comprendeva l'Istria – penisola nella quale l'etnia italiana era da sempre la maggioranza relativa della popolazione.
Il principe Paolo, dunque, nel timore di un'invasione delle forze italo-ungaro-tedesche, il 25 marzo del 1941 firmò a Vienna l'adesione del Regno al Patto Tripartito – ossia si schierò al fianco di Hitler e Mussolini. L'atto però non venne accettato, oltre che da buona parte del popolo, anche da alcuni alti ufficiali e politici iugoslavi (compreso il nipote di Paolo), i quali il 27 marzo compirono un colpo di Stato ed elessero alla carica di primo ministro il generale Dušan Simović. I Karađorđević andarono in esilio i primi giorni di aprile dell'anno stesso e Simović decise seduta stante l'uscita del Regno di Iugoslavia dal Patto Tripartito, cosí provocando l'aggressione da parte dell'Italia fascista, dell'Ungheria e della Germania hitleriana. L'esercito italo-ungaro-tedesco, in poche settimane, occupò la Slovenia, e l'Italia annetté un quarto di tale area (oltre 4.000 kmq), compresa Lubiana, dunque denominandola Provincia di Lubiana (3 maggio 1941). Il resto della Slovenia fu spartita fra ungheresi e tedeschi. La Provincia di Lubiana rimase tale fino al settembre del 1943: due anni e mezzo di occupazione militare italiana, in parole povere.
 
I fatti del 1941 visti dalla Commissione Storico-Culturale Italo-Slovena nel 2000
 
Vediamo ora come la Commissione Storico-Culturale Italo-Slovena, nella sua relazione finale, datata Capodistria 25 luglio 2000 ed intitolata ''Rapporti italo-sloveni – 1880-1956'', ha giudicato tale occupazione italiana del triennio 1941-1943. Prima di citarla, specificherò che la Slovenia è una Repubblica indipendente e democraticamente eletta sin dal 1991 e che quella commissione venne voluta e nominata dai Ministri degli Esteri italiano e sloveno nell'ottobre del 1993. La relazione finale del 2000 risulta firmata dai copresidenti Prof. Giorgio Conetti (Italia) e dr. Milica Kacin Wohinz (Slovenia), nonché dai membri nominati in ugual numero dai Ministri degli Esteri italiano e sloveno.
Vediamo dunque questo capitolo della storia italiana per come viene trattato nella relazione Italo-Slovena:
 
''L'aggressione dell'Italia contro la Jugoslavia segnò il culmine della politica ventennale imperialista del fascismo, rivolta anche verso i Balcani ed il bacino danubiano. In contrasto con il diritto di guerra che non ammette l'annessione di territori occupati nel corso di azioni belliche prima della stipula di un trattato di pace, la Provincia di Lubiana fu annessa al Regno d'Italia.'' (p. 93 dell'edizione trilingue ita-slo-ing, edita a Lubiana da Nova revija nel 2001. Anche le successive citazioni della Relazione proverranno da tale volume).
 
Ovviamente la popolazione slovena reagí con delle azioni partigiane. Pertanto Mussolini, dopo aver confidato, in un primo momento, in un'arrendevolezza slovena alla propria esplicita italianizzazione, trasferí i poteri dalle autorità civili a quelle militari ''Che adottarono drastiche misure repressive. Il regime d'occupazione fece leva sulla violenza che si manifestò con ogni genere di proibizioni, con le misure di confino, con le deportazioni e l'internamento nei numerosi campi istituiti in Italia (fra i quali vanno ricordati quelli di Arbe, Gonars e Renicci), con i processi dinanzi alle corti militari, con il sequestro e la distruzione di beni, con l'incendio di case e villaggi. Migliaia furono i morti, fra caduti in combattimento, condannati a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi. I deportati furono approssimativamente 30 mila, per lo piú civili, donne e bambini, e molti morirono di stenti. Furono concepiti pure disegni di deportazione in massa degli sloveni residenti nella provincia. La violenza raggiunse il suo apice nel corso dell'offensiva italiana del 1942, durata quattro mesi, che si era prefissa di ristabilire il controllo italiano su tutta la Provincia di Lubiana.'' (pp. 94 e 95, op. cit.).
 
1943 – 1945: inizia lo strazio delle foibe e dell'occupazione titina di Trieste
 
Se dunque, come chiaramente sopra dimostrato, le ostilità vennero avviate da parte italiana nel 1941, con l'intento di unire all'Istria trilingue (ita-slo-cro con maggioranza relativa italiana; già italiana dal 1919) anche una porzione unicamente slovena del territorio sloveno, poi dopo l'esercito partigiano di liberazione (in Slovenia denominato OF, ''Osvobodilna Fronta'', cioè ''Fronte di Liberazione'') non fu meno spietato nei confronti della popolazione civile e dei militari italiani. E anche alcune componenti comuniste dei movimenti partigiani di liberazione italiani vi contribuirono, nonché altri partigiani di nazionalità croata. Cosí recita la Relazione sopracitata, riferendosi all'intera area (Istria e Slovenia):
 
''Particolarmente vasta fu la partecipazione al movimento di liberazione da parte della popolazione slovena, mentre quella italiana fu frenata dal timore che il movimento partigiano venisse egemonizzato dagli sloveni, le rivendicazioni nazionali dei quali non erano accettate dalla maggioranza della popolazione italiana. Influí anche negativamente l'eco degli eccidi di italiani dell'autunno del 1943 (le cosiddette ''foibe istriane'') nei territori istriani ove era attivo il movimento di liberazione croato, eccidi perpetrati non solo per motivi etnici e sociali, ma anche per colpire in primo luogo la locale classe dirigente, e che spinsero gran parte degli italiani della regione a temere per la loro sopravvivenza nazionale e per la loro stessa incolumità.'' (p. 98, op. cit.).
 
In finale, il movimento partigiano giuliano, a fine 1944, appariva diviso da diverse prospettive nazionali:
 
''Il CLN [Comitato di Liberazione Nazionale, ndr] e l'OF esprimevano orientamenti in materia di confini opposti e incompatibili, perciò quando il problema della futura frontiera venne posto in primo piano, una loro collaborazione strategica divenne impossibile. (...). Fu cosí che al termine della guerra ciascuna componente della Venezia Giulia attese i propri liberatori, la Quarta armata jugoslava e il suo nono corpo operante in Slovenia o l'Ottava armata britannica, e scorse in quelli dell'altra l'invasore''. (pp. 100 e 101, op. cit.).
 
E questo significa che i partigiani italiani attendevano gli Inglesi e gli slavi invece Tito, insomma. A liberare Trieste fu comunque il Nono Corpus titino, come è tristemente noto. E qui le sorti delle due principali popolazioni autoctone (l'italiana e la slovena) ebbero destini diversi:
 
''Per gli sloveni si trattò di una duplice liberazione, dagli occupatori tedeschi e dallo Stato italiano. Al contrario, i giuliani favorevoli all'Italia considerarono l'occupazione jugoslava come il momento piú buio della loro storia, anche perché essa si accompagnò nella zona di Trieste, nel Goriziano e nel Capodistriano ad un'ondata di violenza che trovò espressione nell'arresto di molte migliaia di persone, parte delle quali venne a piú riprese rilasciata – in larga maggioranza italiani, ma anche sloveni contrari al progetto politico comunista jugoslavo -, in centinaia di esecuzioni sommarie immediate – le cui vittime vennero in genere gettate nelle ''foibe'' – e nella deportazione di un gran numero di militari e civili, parte dei quali perí di stenti o venne liquidata nel corso dei trasferimenti, nelle carceri e nei campi di prigionia (fra i quali va ricordato quello di Borovnica) creati in diverse zone della Jugoslavia.'' (pp. 101 e 102, op. cit.).
 
Ed anche Wikipedia ce ne parla. Cosí:
 
''L'insurrezione dei partigiani italiani e jugoslavi a Trieste fu molto particolare. Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale del quale era presidente don Edoardo Marzari, composto da tutte le forze politiche antifasciste con l'eccezione dei comunisti, proclamò l'insurrezione generale; al tempo stesso le brigate dei partigiani comunisti jugoslavi con l'appoggio del PCI attaccarono dall'altipiano. Gli scontri si registrarono principalmente nelle zone di Opicina (sull'altipiano carsico), del Porto Vecchio, del castello di San Giusto e dentro il Palazzo di Giustizia, in città. Tutto il resto della città fu liberato. Il comando tedesco si arrese solo il 2 maggio alle avanguardie neozelandesi, che precedettero di un giorno l'arrivo del generale Freyberg. Il 1° maggio i dirigenti delle brigate partigiane jugoslave di Tito giunsero a Trieste. Convocarono in tutta fretta un'assemblea cittadina composta da cittadini jugoslavi e da due italiani compiacenti. Quest'assemblea proclamò la liberazione della città, in modo da potersi presentare agli americani come i liberatori. Così facendo costrinsero i partigiani del CLN a rientrare nella clandestinità.
L'esercito jugoslavo assunse i pieni poteri. Nominarono un Commissario Politico, Franc Štoka, membro del partito comunista. Il 4 maggio vennero emanati dall'autorità jugoslava a Trieste, il Comando Città di Trieste (Kommando Mesta Trst) gli ordini 1, 2, 3 e 4 che proclamano lo stato di guerra, impongono il coprifuoco (a combattimenti terminati) e uniformano il fuso orario triestino a quello jugoslavo. Limitarono la circolazione dei veicoli. Prelevarono dalle case i cittadini italiani, in media un centinaio al giorno, non solo fascisti o collaborazionisti, ma anche molti Combattenti della Guerra di Liberazione. Agli occupatori interessava infatti dimostrare di essere stati i soli ad aver liberato il capoluogo giuliano.
L'otto maggio proclamarono Trieste città autonoma in seno alla Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia. Sugli edifici pubblici fecero sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal tricolore con una stella rossa al centro. In città la popolazione viveva nel terrore. Presto si scoprì dove andavano a finire i prelevati: nelle foibe o nei campi di concentramento, come quello di Borovnica. Arresti indiscriminati, confische, requisizioni, ruberie e violenze d'ogni genere, terrorizzarono ed esasperarono i triestini che invano sollecitarono l'intervento del Comando Alleato. Il comando alleato e quello jugoslavo raggiunsero infine un accordo provvisorio sull'occupazione di Trieste. Il 9 giugno 1945 a Belgrado, Tito, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, concluse l'accordo con il generale Alexander che portò le truppe jugoslave a ritirarsi dietro la linea Morgan. Gli alleati assunsero allora il controllo della città.’’
Stiamo dicendo qui cose risapute, ne sono conscio. Ma un particolare va sottolineato: nelle foibe, che noi celebriamo il 10 febbraio, finirono, assieme ai nostri connazionali, anche degli sloveni contrari al progetto politico titino. L’aspetto politico delle foibe è dunque inscindibile da quello etnico. E il duplice scopo del Nono Corpus iugoslavo era quello di vendicarsi degli italiani, in quanto italiani-fascisti ex occupanti, e di eliminare gli oppositori politici, di qualsiasi nazionalità essi fossero (e anche degli italiani comunisti supportarono tale spaventosa azione – a mio avviso ottusamente antipatriottica oltre che bestiale e disumana). Un motivo di spaccatura interna alla popolazione di ispirazione comunista si verificò poi nel 1948, comportando detenzioni in campi di concentramento esili ed arresti, allorquando si creò la netta divisione politica tra il Cominform sovietico e Tito: questa spaccatura divise sia gli italiani che gli sloveni ed i croati antifascisti ed antinazisti in tre gruppi: i ‘’cominformisti’’ filosovietici, i ‘’titini’’ filoiugoslavi e i ‘’democratici’’. A separarli erano le modalità di edificazione della futura società comunista – in questo avendo Tito e Stalin opinioni molto differenti. Gli stalinisti di ogni nazionalità finirono nei campi di concentramento (vedi: Isola Calva – Goli otok).
Quando, nel 1954 (Memorandum di Londra del 5 ottobre), la spartizione dell’area, che assunse pressappoco i confini attuali, venne decisa, l’esodo degli oltre trecentomila italiani d’Istria, Dalmazia e Quarnero, dobbiamo dedurre che fu anche una delle conseguenze di tutto ciò. Tale esodo era iniziato infatti già alle ultime battute della guerra, dopo l’8 settembre del 1943 (Armistizio), come abbiamo capito, ed era motivato sia dalla chiara prospettiva di dover subire da parte delle autorità comuniste iugoslave delle angherie in quanto ritenuti, essendo italiani, in qualche modo corresponsabili dell’aggressione fascista del 1941 (angherie, vendette e persecuzioni fatte di fucilazioni ed internamenti anche della popolazione civile, come testimoniano le due foibe citate - quella istriana del ’43 e quella carsica del ‘45), sia dall’ineluttabilità della creazione di uno Stato socialista in Istria, Dalmazia e Quarnero – e ciò avrebbe comportato per gli italiani anche l’impossibilità di optare per delle scelte politico-filosofiche diverse da quelle già imposte dai partigiani comunisti slavi, i quali non dimostravano di tollerare discussioni né confronti dialettici con altre opinioni politiche sulle scelte istituzionali da compiere a guerra finita.
Conclusioni costruttive
Al punto in cui siamo giunti, credo sia il caso di esplicitare le nostre proposte, punto per punto, in maniera chiara e motivata.
 
1) visto il precedente – consistente nel cospicuo risarcimento dei danni della colonizzazione italiana della Libia, appena deciso dall’attuale Governo Italiano;
2) visto che delle scuse formali per l’occupazione 1941-1943 della Slovenia non sono mai state rese da alcuna alta carica istituzionale della Repubblica Italiana all’attuale Repubblica di Slovenia;
3) visto che i risarcimenti di guerra, dovuti dall’Italia all’ex Iugoslavia, sono da considerarsi assolti tramite la cessione dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia, alla ex Iugoslavia stessa;
4) vista la comune lotta antifascista delle forze sane e democratiche dei movimenti partigiani sia italiani che sloveni e croati protagonisti della Liberazione;
5) considerata l’innegabile aggressione al Regno di Iugoslavia da parte del Governo fascista italiano in carica nel 1941 – atto questo da ritenersi a tutti gli effetti come provocante la catena di lutti e vendette incrociate e reciproche sviluppatisi in seguito;
6) considerate le complessivamente soddisfacenti condizioni della minoranza italiana tutt’ora vivente in Istria e Dalmazia (insegnamento dell’italiano anche nelle scuole pubbliche slovene e croate; scuole apposite d’insegnamento in lingua italiana; seggio parlamentare garantito per la minoranza italiana in Slovenia; organi di diffusione di informazioni in lingua italiana garantiti – Radio-TeleCapodistria ne è un esempio; bilinguismo integrale nei pubblici uffici e in tutte le scritte stradali, compresi i manifesti, la segnaletica stradale e le targhe toponomastiche; sezioni di libri in italiano nelle biblioteche comunali; ecc.);
7) considerata la presenza di una minoranza autoctona slovena in territorio italiano (nelle province di Trieste, Gorizia e Udine) e il pari rispetto che sarebbe ad essa dovuto da parte delle Istituzioni italiane (e considerato purtroppo il non equivalente trattamento rispetto a quanto ottenuto dalla minoranza italiana in Istria e Dalmazia, come specificato al punto 6);
sarebbe giusto e di alto valore morale ed etico intitolare la Giornata del Ricordo delle Foibe del 10 febbraio come segue:
‘’Giornata Internazionale del Ricordo di tutti i Martiri delle Foibe, dei Martiri Sloveni dell’Occupazione fascista della Provincia di Lubiana e dell’Esodo degli Italiani d’Istria, Dalmazia e Quarnero’’.
Da abbreviarsi, eventualmente, come segue: ‘’Giornata delle Foibe, dell’antifascismo e dell’Esodo’’.
La celebrazione di tale ricorrenza, a mio avviso, dovrebbe pertanto prevedere delle manifestazioni congiunte promosse – su prima proposta del Governo Italiano – dai Governi d’Italia, Slovenia e Croazia, con discorsi trilingue (ita-slo-cro) e celebranti invitati da ciascun Governo sui luoghi designati per la commemorazione (in special modo quelli ove furono campi di concentramento, sia fascisti che comunisti). L’effetto salutare di tale nuova intitolazione sarebbe quello di coinvolgere ed unire, con vincolo di solidarietà e comune sentire, nella celebrazione della Giornata, tutte le popolazioni viventi nell’area – ovvero le tre popolazioni che furono vittime della II Guerra Mondiale, scatenata dalla Germania hitleriana e dall’Italia fascista, e che poi furono altrettanto vittime delle prepotenze del totalitarismo comunista iugoslavo.
       Sergio Sozi (in Lubiana, li 9 febbraio 2009)
 
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