La primavera del Cavaliere Urzì
di
Enzo Maria Lombardo
Quel pomeriggio erano sbocciate tante corolle colorate sulle gambe delle ragazze. Oscillavano come paralumi sospesi su piedistalli puntuti di cuoio e fibbie dorate e si allontanavano accompagnate dal ticchettio veloce e leggero di piccoli passi.
Certe ragazze, in gruppo, lanciavano in aria gridolini e brevi risate; altre, da sole, si rassettavano vestiti e capelli, e sorridevano anch’esse, perse in chissà quali pensieri.
In quelle risa e in quei gesti si sentiva palpabile un’aria nuova, un’aria di tarda primavera o inizio d’estate, specialmente quando un venticello caldo smuoveva le foglie pendule degli alberi del pepe e un sussurro odoroso di spezie invadeva il viale.
In quel viale camminava, solitario, il cavalier Giandomenico Urzì, professore di lettere antiche da poco in pensione, le mani allacciate dietro la schiena un po’ curva, i passi pesanti.
Vedeva davanti e attorno a sé guizzi di pelle setosa e appena abbronzata, udiva risate e cicalecci e, come al solito, a questa visione, un’ondata di tristezza invadeva l’animo del Cavaliere rendendolo ancora più grigio.
Sentiva, pesanti come macigni, gli anni che lo separavano da quelli delle fanciulle del viale. Gli incurvavano la schiena, quegli anni, lo facevano oscillare ad ogni passo.
Distogliendo a forza gli occhi dalle ragazze il cavaliere Urzì puntò lo sguardo verso la fine del viale, quasi a voler scacciare i pensieri tristi che l’assalivano. Erano pensieri vaganti, scomposti, insopportabili: doveva fare ordine e per questo si mise ad esaminare il suo futuro più prossimo scrutando, laggiù, il primo traguardo dei suoi passi.
Come al solito, sarebbe arrivato in fondo al viale, poi fino alla piazza; avrebbe fatto una sosta nel chiosco dei giornali, e infine si sarebbe avviato verso la fermata dell’autobus, diretto verso casa.
Quel giorno, tuttavia, l’aria densa di spezie lo prese alla gola e gli salì in testa, stordendolo. Aspirava e inghiottiva quell’aria con voluttà, come una volta il fumo del tabacco, e lasciava che gli impregnasse ben bene i polmoni prima di espirare.
Forse fu per questo che quel pomeriggio, afferrato da una sottile smania che la sua mente ordinata non sapeva ben catalogare, decise di allungare un po’ la passeggiata pomeridiana: dopo il Viale avrebbe tagliato dai vicoli fino alla Marina, e magari avrebbe aspettato, laggiù, il ritorno dei pescherecci.
* * *
Il vicolo scendeva ripido, tra alte case fatiscenti, così vicine tra loro che il sole del meriggio riusciva a lambire a stento gli ultimi piani dei palazzi e, già all’imbocco, un sipario d’ombra oscurava la strada. Uomini e donne, quasi tutti di colore, sostavano davanti ai portoni o si intravedevano in bui magazzini discutendo a voce alta in lingue sconosciute e una radio, da qualche parte, sembrava ritmare gesti e parole con musiche di Paesi lontani.
Tra una casa e l’altra, rocce ricoperte d’erba e muschio formavano sbarramenti che costringevano a scendere dal marciapiede e inzaccherarsi le scarpe nelle pozze di melma sulla strada. E anche se da lontano si intravedeva, tra un tetto e l’altro, uno squarcio della Marina, nel vicolo l’aria non sapeva di mare ma di roba vecchia, di muffa e di piscio, e quell’odore stagnava dappertutto ed era, in qualche punto, acre e quasi irrespirabile.
Qui la primavera non riesce ad entrare – pensò Urzì e accelerò il passo, deciso a uscire al più presto da quel posto. Che differenza coi profumi speziati, con i colori della Città! Perché questa non è più la mia Città, pensò, è territorio conquistato.
Qui non esistono negozi, non vi sono bar, caffè, ristoranti. Gli effluvi di stoffe e profumi di pregio sembrano smarriti in un mondo diverso e distante, e così gli odori di dolci e paste appena sfornati, i colori e i sapori del Centro. Qui solo fango, muschio e gente strana. Quei bambini, ad esempio... oddio! scalzi in mezzo alla melma!
Alcuni bambini di colore, infatti, correvano in mezzo al vicolo, facendo schizzare polvere e fango fin sul marciapiede. Mano nella mano, facevano un girotondo sulla strada e il cavaliere si stupì che quei bambini conoscessero proprio la stessa filastrocca infantile che anche lui aveva cantato tanto tempo fa.
Allo stupore si mescolò un filo di tenerezza ma fu immediatamente coperto da un fiotto di rabbia. Anche le filastrocche, i giochi, le canzoni: questi esseri si appropriano di tutto. Una conquista subdola, pensò; fra poco domineranno anche la parte più bella della Città, non resterà più nulla di pulito, nulla di incontaminato!
Mentre saltellava tra una pozza e l’altra vedeva facce scavate nell’ebano e occhi troppo bianchi che lo avrebbero seguito per un lungo tratto. Almeno così credeva il cavaliere mentre con una mano si tastava, sul petto, il portafogli.
Quegli occhi sembravano persi in orizzonti lontani ma il cavaliere era certo che, mentre passava, quei tizi l’avrebbero guardato con disprezzo, forse con odio, per i suoi vestiti, le sue scarpe di vernice. Magari volevano i suoi soldi: lo avrebbero steso sul vicolo, potendo. Adesso è giorno, c’è un po’ di gente, posso stare tranquillo, si disse, ma è meglio uscire al più presto dal quartiere.
Ma il vicolo è lungo. Non si vede la fine. Ora non si vede più neppure il mare tra le case, solo muri di pietre sbrecciate. Questa casbah occlude tutto, sembra dilatare le distanze, ottenebra i sensi.
E così, masticando pensieri amari e strane paure, Urzì dimenticò la dignità del suo incedere e accelerò il passo. Dopo un poco si accorse di correre. La sua era una corsa disordinata, tra gotta e artrite le sue corte gambe zigzagavano male tra le pietre smosse e le pozze d’acqua. Una morsa cominciò a chiudergli la gola.
Fuori, fuori da questo buco maledetto, disse fra i denti ansimando a bocca aperta, e fu mentre lo diceva che, tutt’a un tratto non sentì più la terra sotto i piedi e uno squarcio di cielo si mise a vorticare in alto tra piccoli balconi, cornicioni e grondaie.
In quell’attimo il tempo gli sembrò enormemente dilatato e, in bilico tra stupore e paura, il cavaliere si sentì stranamente leggero, sollevato da terra e rigirato a forza dalla mano di un gigante. Poi si avvide di guardare un mondo rivoltato e un cielo senza nuvole che roteava tra balconi e ringhiere stagliate nell’azzurro ed ebbe appena il tempo di pensare “Che succede?” prima di sentirsi immerso in un dolore diffuso mentre avanzava una strana voglia di dormire.
* * *
Il viso che lo osservava era terribile. Nero, con una barbetta a punta e labbra rosse. Gli occhi sbarrati, e, dentro, due spille di carbone in un mare di bianco.
Giandomenico Urzì credeva di sapere chi lo stava osservando ma aveva paura ad ammetterlo. In fondo non era preparato alla morte e meno ancora a un incontro del genere. Sapeva bene che, con il suo cuore malato, prima o poi doveva succedere, ma non aveva mai affrontato la questione fino in fondo. Anzi, a dirla tutta, sperava di vivere ancora a lungo, e, in questa speranza, c’era nascosto un desiderio: voleva provare a vivere, anche solo una volta, qualcuna delle mille esperienze che aveva dovuto trascurare. E delle altre mille che aveva ritenuto inavvicinabili.
Non lo avrebbe confessato apertamente neppure a quel Diavolo che lo osservava, ma aveva sperato, prima di morire, di possedere una bella donna e di vivere con lei le nuove gioie della maturità.
Nelle notti solitarie in cui la sua stanza era inargentata dal chiarore della luna, quella donna l’aveva pure sognata ad occhi aperti: era riuscito quasi a vederla vorticare nella stanza, vestita di velo o coperta di fiori, come una delle donne raffigurate dal Botticelli. In quelle notti, tra il sonno e la veglia, aveva persino immaginato di rincorrere, come il vento Boreo, la sua Venere o di osservare la danza delle Tre Grazie, incerto quale scegliere.
Intanto quell’essere muggiva in una lingua strana. Il cavaliere Urzì si sforzava di capire che lingua fosse: credeva di dover udire qualcosa in latino, la lingua della morte, che era anche la sua seconda lingua, come diceva da vivo: almeno poteva farsi capire, in latino, spiegare, difendersi. Pensava già ad un processo con un diabolico giudice prevenuto, incapace d’immedesimarsi nei mille e mille anfratti della vita e della sua vita in particolare, ed ebbe un filo di paura. Ma la paura era veramente poca perché smorzata da un sonno invincibile.
Nel dormiveglia pensò vagamente cosa dire, cosa inventare, come difendersi in un giudizio sommario. Ma le sue braccia erano legate, le mani, le gambe immobilizzate, gli era impossibile parlare. Pensò che ciò era naturale perché era morto e i morti non possono muoversi né parlare. Ma chi conosceva fino in fondo la logica della morte? Altre regole, altri parametri, altri linguaggi.
Il sonno avanzava e Giandomenico si accasciò, distogliendo lo sguardo da quel viso terribile che lo sovrastava, scivolando tra immagini oniriche come quelle che spesso l’assalivano da vivo.
E sognò di essere ancora giovane, salire neri scalini sbrecciati, aprire con furia la sua stanza piena di scaffali sommersi di libri, sedersi cupo alla sua scrivania ingombra di carte, alzarsi, smaniare, gridare frasi sconnesse dalla finestra aperta. Vide una donna affacciarsi alla porta, gli occhi sbarrati, Ninì, Ninì, che hai? Ti senti male? Riconobbe sua madre, alta, imponente, ancora giovane, che a passi svelti chiudeva la finestra e oscurava la stanza con la sua mole. Oh. Ninì, cosa diranno i vicini? Calmati, calmati! Il cuore, Ninì! Pensa al tuo cuore! Vide materializzarsi sulla scrivania un bicchiere d’acqua e un flacone di pillole. Lui afferrò il flacone, lo aperse, lo lanciò in alto. Cosa fai, Ninì? Le pillole schizzarono tutt’attorno, colpirono i vetri della finestra, ricaddero sulla scrivania e sul tappeto. Qualcuna s’infilò sotto un mobile antico.
Ansimava e provava un piacere nuovo alla vista di quei dischetti colorati che ancora roteavano a terra e quel piacere perverso si sommava a quello che provava sentendo il suo nome, gridato tra i singhiozzi da sua madre. Quel nome vorticava nella stanza come un uccello accecato. Non devi fare così, Ninì, mi fai paura... Devi curarti Ninì! Stai diventando pazzo! No, mamma, gridava lui, non sono pazzo, non voglio più essere addormentato dalle tue pillole! Ora sono morto, capisci? Cosa dici, Ninì? Morto? Sì, sono morto, sono finalmente libero, mamma! E sai cosa voglio da morto? Non voglio più medicine, né libri, né scartoffie, ma voglio una nuova vita, una Primavera, proprio come gli altri. Perché io non posso averla? Cosa c’è in me che non va? Il cuore? Ora che sono morto non m’importa più un accidente del mio cuore malato.
Nel sogno la madre svanì pian piano portandosi appresso lacrime e singhiozzi e Giandomenico si sentì solo. Neppure gli uccelli accecati ripetevano più il suo nome. Un grande specchio con la cornice dorata riflesse la sua figura e lui si vide invecchiato, i capelli diradati, in parte grigi; anche la stanza era diversa, ancora più grande; alle pareti, tra antiche stampe, alcuni diplomi e attestati in pesanti cornici d’ebano.
Gli scaffali pieni di libri arrivavano fino al soffitto. Alcuni volumi erano enormi, rilegati in pelle scrostata, e, negli spazi tra i libri, vecchie foto in bianco e nero.
Avvicinandosi a quegli scaffali gli sembrò che si srotolasse l’intero film della sua vita. Tra i volumi ammiccavano, incorniciati d’argento, sua madre, la sorella, alcuni amici, un giovane signore semisconosciuto, che sapeva essere stato suo padre. Nessun’altra donna oltre la madre e la sorella. Cercò tra i libri, ancora più in alto tra gli scaffali. Doveva esserci dell’altro, altre foto, altri ricordi.
Ed infine trovò ciò che cercava.
Seminascoste tra i libri, una foto e cinque sei lettere vergate a mano da una mano femminile. La foto, ingiallita dal tempo, ritraeva un gruppo di ragazze su una spiaggia in costume da bagno, le braccia alzate, pronte a colpire una palla che s’intravedeva sfocata nello sfondo. Guardò meglio e una delle fanciulle gli sorrise mentre la palla attraversò la foto perdendosi oltre la cornice. Oh sì, conosceva quel viso, quel sorriso! Alina, nel gioco tenevi le braccia alzate e le tue dita erano i petali di un fiore non ancora sbocciato. Ma non era per me, quel fiore. I tuoi sorrisi, allora, erano svogliati, falsi. Non ti curavi di me. Non ti sei neppure accorta di quello che mi succedeva dentro!
* * *
Alina mormorò mentre gli si riaprivano gli occhi e una piccola folla l’osservava dall’alto e, tra la folla, quel viso terribile, nero, con la barbetta a punta e le labbra rosse.
- E’ qui Alina? – chiese il Cavaliere con un filo di voce.
- Chi è Alina? – chiese a sua volta il nero.
- L’ho conosciuta tanto tempo fa e ho saputo che è morta da tre anni. E’ qui? La posso vedere? O l’avete messa in un altro posto? Forse... Lassù?
- No, qui Alina non c’è. Io non conosco altro posto dove può essere Alina – farfugliò il nero e, per la verità, guardandolo meglio, quell’essere più che diabolico sembrava un povero diavolo. Un alito di speranza passò veloce sul capo del Cavaliere Urzì, contribuendo a svegliarlo.
- E io, dimmi... dimmi... dove sono io? Cosa mi è successo?
- Sei caduto. Correvi. Senti male in testa? – Era sempre il nero che parlava e aveva in mano un portafogli. – Questo scivolato da tua tasca.
Caduto? La mia testa è tutta un dolore... Ma allora sono vivo! Vivo! Vivo! Il portafogli. Il danaro... già, il danaro!
Ma nel portafogli c’era tutto e quel povero diavolo aveva gli occhi dolci e un sorriso ancora più dolce. Pensieri confusi sommersero i sogni appena spenti ed altri pensieri ancora più confusi sommersero la realtà del Cavaliere Urzì.
Doveva rivedere qualcosa.
* * *
S’udiva ancora, lontano, la stessa filastrocca infantile e guardando in alto Urzì scorse un raggio di sole che era riuscito a penetrare tra i cornicioni delle case più alte, dorando le inferriate e i balconi. Può darsi che dalle ringhiere arrugginite sprizzeranno scintille di sole a mezzodì, pensò il cavaliere, forse la primavera riesce ad entrare anche nei vicoli stretti che dal Centro portano alla Marina. Forse... forse...
Mentre si rialzava aiutato da quell’uomo nero con la barbetta a punta e da qualcuno degli altri che l’attorniavano, Urzì sentì che doveva assolutamente rivedere un mucchio di cose: sui neri, sui vicoli stretti, sui bambini scalzi e sulle loro filastrocche. E soprattutto sui suoi sogni e sulla sua Primavera.
- Grazie, amico. Grazie a tutti. No, no, sto bene. Posso camminare. Davvero. Ho la testa dura, sapete?
E quella testa dolorante adesso sembrava possedere occhi diversi, e con quegli occhi il Cavaliere osservò, in quella piccola folla, i visi mansueti, gli sguardi preoccupati, le vesti colorate delle donne, gli orecchini, i monili e, in questo quadro variopinto che parlava della grande semplicità di quella gente, vide riflettersi il vero disordine della sua vita ordinata, la confusione di tanti pensieri e parole consunti, i suoi malinconici viaggi organizzati, i chek-up, le sue passeggiate solitarie: immagini stereotipate e angoscianti di ordinaria anormalità e tristezza. Immagini di vecchiaia.
Dio, Dio – implorò in silenzio il Cavaliere Urzì - come è vero che le Tue vie sono infinite! Forse sono stato davvero morto, anche per un solo istante! Dovevo morire ed essere rivoltato a testa in giù dalla Tua mano per vedere con altri occhi tutto questo! Perché io lo so che da qualche parte esiste ancora la Vita e la mia Primavera! Deve esistere! E la riconoscerò ovunque, anche se io non l’ho mai avuta davvero o se mi è scappata di mano, sgusciata tra i pensieri più grigi. L’avevo accartocciata assieme agli amori di carta nascosti fra i libri, ai diplomi, agli affanni. L’avevo ignorata come il sole di questo vicolo...
Ma la Primavera esiste – disse ancora tra se il Cavaliere Urzì mentre si avviava lento verso la Marina - sì che esiste. E’ semplice, colorata, proprio come questa gente. E, come loro, spesso si nasconde in vicoli come questo. Se ne sta lassù, sui cornicioni, in attesa...
Forse domani a mezzodì sfiorerà anche i piani più bassi, le case terrane, asciugherà le pozzanghere. Forse, nascosta da qualche parte, ce ne sarà un poco anche per me...