L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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domenica, 31 maggio 2009

I ricordi dell'infanzia, di Lorenzo Russo

I ricordi dell’infanzia
di Lorenzo Russo
 
Gli anni passano, ma non i ricordi dell’infanzia.
Anzi, col loro passare si rafforzano e pretendono di essere riesaminati e rivalutati maggiormente.
Con l’accorciarsi del tempo a mia disposizione, tendo a rifugiarmi nei periodi delle prime impressioni, dei primi incontri piacevoli, degli scontri sostenuti perché inevitabili.
Improvvisamente, mi do da fare a rivedere i luoghi di un tempo lontano, a cercare le persone dei primi contatti, la scuola dove ho vissuto le mie prime esperienze d’alunno.
Smarrimento e dolore m’invadono quando riscontro che alcuni non sono più, come sentendo più vicino il momento del mio congedo da questa vita.
Cerco la maestra dal volto dolce e premuroso, il bidello non sempre gentile e spesso brontolone, ma in fondo buono e divertente.
Rifaccio nei pensieri il percorso tra la casa di dimora e la scuola e mi vengono in mente le fatiche fatte e sopportate, le speranze poste e le delusioni incontrate e non sempre superate.
Rivivo gli scontri con i compagni litigiosi, i sorrisi degli altri, che, come me, cercavano la compagnia e forse anche l’amicizia.
Penso alle promesse fatte di curare il contatto, non immaginando le vicende della vita, che spesso separa senza concedere un ritorno.
Sono i momenti della malinconia, dei propri rimproveri di aver trascurato l’uno o l’altro, di non aver ubbidito come dovevo alla maestra, ai genitori e agli adulti che si curavano con pazienza di me.
Come mantenere le promesse e i propositi buoni quando la vita è un eterno andare e venire per motivi che improvvisamente appaiono indispensabili e solo dopo, molto dopo, si comprende, che si poteva decidere anche diversamente.
Ad una certa età, fui invaso da uno stimolo forte che mi spinse di tentare la mia vita, come per trovare il mio spirito e volto scolpito nelle opere compiute.
Un bisogno improvviso del nuovo, del differente e sconosciuto mi prese, come se il noto e l’abituale fossero diventati piccoli e limitati.
Infanzia, periodo d’innocenza, libera d’ogni responsabilità e conclusione prima del periodo delle conseguenze da sostenere e giustificare davanti a sé e alla società in cui si vive, tempo dei sogni più vari e irreali, senza doverne tener conto a nessuno?
Visto così, è il periodo più sensibile e fertile della vita, nel quale poter volare come una foglia spinta dal vento e a volte sostare brevemente per gustare i profumi di un prato fiorito, il sapore dell’erba verde e soffice, l’acqua di un ruscello, buona e rinfrescante.
Purtroppo non dura in eterno, la realtà ci fa crescere e dobbiamo rimandare tutti i ricordi più belli a dopo, a quando il futuro non ci occupa più tanto e riusciamo a ridiventare i bambini dalla fantasia fertile, a volte folle e ingenua, ma proprio per questa piena di gioia, leggera e invitante a superare i confini della realtà a volte triste e pesante degli adulti.
Ritrovandomi nel passato, mi accorgo che esso è solo un ricordo rimasto nella mia mente e nel mio cuore.
Nulla è rimasto come allora, il paese, la gente, la natura del posto, tutto è cambiato troppo da farmi sentire un estraneo.
Invano cerco il cortile, dove trascorrevo le ore di svago e giocavo con i compagni fino a tarda sera, l’albero che mi proteggeva dal sole quando scottava forte sulla mia testa, la via polverosa e stretta frequentata dalla gente del posto, a piedi o in bicicletta, e della quale conoscevo il nome e la fisionomia, percorsa dalle poche carrozze ancora trainate dai cavalli che lasciavano le loro impronte naturali da darmi il senso di vivere con la natura.
Mi sento straniero nei luoghi dei ricordi più belli e forti e mi chiudo più fortemente in me, provando malinconia e tristezza per un tempo che fu e non ritornerà mai più.
Un senso d’invidia mi prende verso quelli che sono rimasti fedeli al posto d’origine. Crescendo a pari passo con esso, si sono adattati ai suoi cambiamenti, che hanno in parte anche sostenuto ed hanno potuto aggiornare i loro ricordi fino ad oggi.
Poi, penso che ogni sosta della vita è una pagina di ricordi e che la vita è fatta di fasi nelle quali è necessario agire per compiere il proprio destino, quel destino che è il riassunto delle decisioni prese e realizzate, ma anche dei propositi avuti e rimasti incompiuti.
Penso anche, che tutti i posti di questo mondo sono simili e che cambiano il volto solo attraverso il modo di viverli e assumerli.
I sentimenti e le emozioni posti in loro li fanno rimanere vivi e desiderati anche quando non sono più e sono riattivati solo nei momenti di nostalgia e desiderio.
Il rimpiangere i tempi passati è un segno forte d’identificazione con la propria origine, è uno stimolo che c’induce a congiungere la fine, non più lontana, con l’inizio.
La ricerca d’equilibrio e armonia che si manifesta durante la nostra vita, in forma di desiderio forte e irrinunciabile di agire e portare ad un suo fine ciò che spesso finisce nell’illusione, ci spinge a compiere imprese audaci e pericolose e a sostenere sacrifici senza fine.
Solo alla fine, e solo chiudendosi il cerchio, troveremo finalmente il frutto dei nostri propositi avuti e della nostra volontà impiegata.
 
                 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:30 | link | commenti (2)
categorie: editoriale

La recensione di Katia Ciarrocchi

Il cerchio infinito mini
Il cerchio infinito
di Renzo Montagnoli
Introduzione dell’autore
Prefazione di Fabrizio Manini
In copertina “Galassia M 104”
fotografata dal telescopio spaziale Spitzer della NASA
Elaborazione grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Poesia silloge
Pagg. 70
ISBN: 978-88-7606-196 – 7
Prezzo: € 10,00
 
 
Renzo Montagnoli ne "Il cerchio infinito" ci porta a percorrere quello che è il cammino compiuto da ognuno nel “viale” tra vita-morte annullando tempo e spazio.
La meditazione sull’anima e sulla possibilità dell’immortalità personale domina lo scenario filosofico da sempre; le domande fondamentali sulla vita e sulla morte si presentano nell'essere umano in maniera forte e radicale. L'essere umano, oggi, si trova nel dentro di un contesto storico-culturale nel quale l’esemplare di vita, altalena tra materialismo e il bisogno diffuso e confuso di spiritualismo dell'altro.
“... Camminiamo insieme/nel breve arco di una vita/un ricordo che non muore/per chi ormai è alla fine di quel viale.”
Perché quello che per noi è un tempo breve per un altro essere è tutta una vita.
La capacità di scoprire in sé potenzialità illimitate, una forza che permette di elevarsi alle più alte vette dell’esistenza e di ambire all’aldilà infinito, di una vita oltre la vita, quella che rimane eterna nel tempo non tempo per l'anima.
“...Nessun progetto/a distrarmi dalla soddisfazione di gustare/il sapore della vita,/il profumo di un tempo tutto mio.”
Avere la consapevolezza che questa vita è solo un passaggio e avere la libertà di viverla intensamente in tutte le sue emozioni, che siano esse dolori o gioie, citando Monetti, "Libertà che permette di essere signore e sovrano della Terra come Dio lo è dei Cieli".
Ogni realtà oggettiva è permeata dal palpitare di questa vita che s’infila in ogni vuoto, pulsa, vibra con l’input incessante del suo dinamismo nel moto degli universi: “…Circondata da lucenti ancelle/fa sospirare innamorati/preghiere desideri/fantasie ideali/raccoglie in sé/turbamenti inconsci/di un mistero non ancora svelato/invano riflesso nell’acqua del mare./”, alla poetica dell'eternità si avvicenda una dissimile percezione del tempo, che è inteso come una richiesta di risposte alle domande eterne dell’essere umano, per rendere concreto il ritrovamento di una dimensione più complessa e problematica dell'esistenza.
“…Il mio sguardo correva lontano/immaginava oltre orizzonte/s’inerpicava su rapidi pendii/s’aggrappava alle nubi del cielo/correva con l’acqua dei fiumi/indugiava in pozzi nascosti/si spegneva nel dubbio del nulla/.”, lodevole manifestazione di un arcano che ha radici ben più profonde della ragione d’esistere.
L’uomo appartiene al tempo. Sbocciamo al mondo, passiamo in esso un tempo impercettibile, scompariamo. Vivere e divenire sono strettamente legati l’uno all’altro. Il tempo ci appartiene, e noi, ne possiamo disporre per come meglio crediamo; esso è inafferrabile e spesso per comprenderlo ricorriamo a metafore come quella del cerchio. Tutto è eternamente destinato a ritornare e non c'è “mai nulla di veramente nuovo sotto il sole”. Anche se siamo portati a vedere il tempo come un movimento lineare, dalla nascita alla morte sempre avanti mai all’indietro, “…Il tempo per lei è già passato./Senza più forza senza più voglia/si lascia cadere nell’ultimo volo/di una vita ormai finita./
Montagnoli con “Il cerchio infinito”, induce il lettore ad ampie riflessioni, riflessioni invase da onde ritornanti, verso dove? Verso il nulla o verso un possibile senso ultimo?
In fondo è questo che l’autore si chiede.
Una silloge che consiglio vivamente.
 
                            Katia Ciarrocchi
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:27 | link | commenti (1)
categorie: il cerchio infinito
venerdì, 29 maggio 2009

‘Stu triangulu di suli (Questo triangolo di sole), di Natàlia Castaldi

Bella e di drammatica attualità.
 
Stu triangulu du suli
‘Stu triangulu di suli
di Natàlia Castaldi
 
‘nta st’isola di genti
i tutti i culuri
aunni si ssicca l’acqua
intr’o sali sutt’a terra
 
nun eppimu mai che padruni
e terra i travagghiari
reti e ventu pi cògghiri
miseria
 
cuniscimu beni l’Africa
intr’e veni
e a barunìa arroganti
da Castiglia feudali.
 
‘nta ’stu fazzuletto
i terra a tri punti
sangu bastardu a moriri i fami
 
ni schiaccia nu pedi fitenti
che d’onori nun sapi chiù nenti:
menti e ni teni intra a nu palmu
giocannu c’u travagghiu prumittito
e ripulitu
 
Mafia, ma fìa, …
antica liggenda
nun c’è onuri ssittatu ‘nta sti pultruni
 
Arrivanu i luntanu barchi chini i clandestini
omini niuri e lordi com’ i nostri patri
ni strincemu supra a na banchina
n’mezzo u fetu i pisciu
e duluri:
 
C’a nun è nu giardinu
’stu triangulu di suli!
 
***
 
Questo triangolo di sole
di Natàlia Castaldi
 
In quest'isola di gente di tutti i colori
dove l'acqua si secca nel sale sotto terra
non abbiamo avuto che padroni e terra da lavorare
reti e vento per raccogliere la miseria
conosciamo bene l'Africa
nelle vene
e la baronia arrogante
della Castiglia feudale
In questo fazzoletto di terra a tre punte
sangue bastardo a morire di fame
ci schiaccia un piede fetente
che d'onore non sa più niente
mente e ci chiude nel suo pugno
giocando con il lavoro promesso
e ripulito
 
Mafia, “ma fìa” …
-          antica leggenda -
ché non c’è onore su queste poltrone!
 
Arrivano da lontano
barche piene di clandestini
uomini neri e sporchi come i nostri padri
Ci stringiamo su questa banchina
nel puzzo di piscio
e dolore:
 
ché non è un giardino
questo triangolo di sole!
 
Questa, per me, è la musica che si addice a questa tragedia:
http://www.youtube.com/watch?v=LctUcoNhZ7A
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:47 | link | commenti (7)
categorie: poeti e poesie

IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI ALLA FIERA DEL LIBRO DI IMPERIA

IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI
ALLA FIERA DEL LIBRO DI IMPERIA
Da Sabato 30 maggio a Martedì 2 giugno
NEL CENTRO DI IMPERIA - PORTO MAURIZIO

All'indirizzo
www.fieradellibroimperia.it
potrete trovare il programma dettagliato della manifestazione.
Gli orari sono dalle 9,00 alle 20,00 di tutti e quattro i giorni.



Domenica 31 maggio
Ore 18,15 Via XX Settembre Bar Le Palme
Gordiano Lupi ed Enos Rota
 "Sulle orme di Pier Vittorio Tondelli"

 presentazione della scuderia delle Edizioni Il Foglio
Intervengono: Fabio Izzo, Corrado Guzzon, Antonio Diavoli, Simone Pazzaglia, Arnold De Vos, Vincenzo Trama, Ivano Galletta...




UNA NOTIZIA IMPORTANTE


A PEDATE di Marco Ballestracci è uno dei vincitori del PREMIO SELEZIONE BANCARELLA 2009

Ecco la sestina vincitrice:
- A pedate di Marco Balestracci (Mattioli 1885 Editore)
- Un carcere nel pallone di Francesco Centi (Laruffa Editore)
- Nelle terre estreme di Jon Krakauer (Corbaccio)
- Calcio d'addio di Pier Francesco Pompei (Palomar)
- Tifare contro di Giovanni Francesio (Sperling & Kupfer)
- Averti ritrovato di Roberto Perrrone (Mondadori).

Domenica 6 settembre 2009, nella consueta sede di Pontremoli (MS), verrà scelto il vincitore del Premio Bancarella Sport 2009, durante la cerimonia di consegna dei premi SELEZIONE BANCARELLA.

Marco Ballestracci ha pubblicato per il Foglio Letterario: "Il Compagno di Viaggio - 9 Racconti In Blues" e "Bluespadano - ritratti e blues di gente di Po".



NOVITA' IN FIERA



AUTORI CONTEMPORANEI POESIA

VERSI E RIME SULLE CIME 

Versi e rime sulle cime di Gaetano Gulisano

Pag. 103 - euro 10 - ISBN 978-88-7606-228-5

Sono emozioni che si scatenano, sono sentimenti che prorompono non più trattenuti, è un entusiasmo che arriva improvviso, ma duraturo, tanto che ancor oggi è rimasto inalterato. Le escursioni sui sentieri, le discese con gli sci, le soste nell'ora del tramonto quando le rocce si tingono di striature rosate diventano parte della sua vita, lo stimolano, gli fanno nascere idee, quasi gli impongono di essere celebrate e lui acconsente volentieri, mettendo in versi le emozioni e le sensazioni, arrivando a scrivere con una serie di racconti come è avvenuto questo incontro che ripete continuamente appena possibile. (Dall'introduzione di Renzo Montagnoli)

 

AUTORI CONTEMPORANEI NARRATIVA

Balla Juari 

BALLA JUARY - Sferragliando verso sud
di Fabio Izzo

Prefazione di Gianluca Morozzi

Pag. 137 - Euro 12,00 - ISBN 978 - 88 - 7606 - 227 - 8

MENTRE MILANO TRASPIRA, IL SUD SUDA.

JUARY BALLA ANCORA UNA VOLTA.

Dalla prefazione di Gianluca Morozzi: "Facciamo così: una doppia prefazione, per chi ama il calcio e per chi non ama affatto il calcio. Per chi ama il calcio: Juary era famoso per la sua danza intorno alla bandierina del calcio d'angolo, una delle prime esultanze veramente pittore-sche della storia del pallone, prima delle mitragliatrici e delle maglie sulla testa e dei trenini e tutto il resto. Ora: da maniacale tifoso del Bologna quale sono, per me i giocatori si dividono nelle due categorie Ci hanno fatto del ma-le-Non ci hanno fatto del male. Juary non ci ha mai fatto del male (leggi: non ci ha mai fatto gol), forse perché quando ballava intorno alle bandierine del calcio d'angolo in serie A il Bologna languiva in immonde categorie inferiori. Se ha fatto gol al Bologna in un sessantaquattresimo di finale di coppa Italia che ho dimenticato, ebbene, lo perdono. Balla in pace, fra-tello.

Per chi non ama il calcio:   C'è in questo romanzo una frase che da sola spiega gli anni Zero che stiamo vivendo (bello pensare che tra poco vivremo gli anni Dieci. Questi, ahimè, come dice il poeta Vasco Brondi, sono gli anni Zero). La frase è: Dico che ho fatto una recita per il Tibet e rispon-dono che era meglio fossi andato ad "Amici". Un giorno, negli anni duemiladuecentodieci, qualcuno ritroverà una copia di questo romanzo e capirà il nostro presente da questa frase. E capirà anche l'immigrazione ("la Svizzera, il paese dove i figli di questa terra hanno cominciato a mangiare, armati in questa guerra di conquiste solo della loro fame eredi-taria, fame su fame, come se ognuno di loro portasse sulle loro spalle e dentro ai loro stomaci la fame dei padri, dei nonni e dei loro antenati tutti"), riassunta dalla celebre battuta di Troisi ("emigrante? No, viaggiatore", non a caso citata).
Ma, soprattutto, imparerà il peso di venti euro nella commedia umana. Leggete, e imparate anche voi" (Gianluca Morozzi)

 

I SAGGI

Il Dark 

IL DARK - Guida alla musica oscura
di Ivano Galletta

TERZA EDIZIONE RIVEDUTA E AMPLIATA

Pag. 181 - Euro 15,00 - ISBN 978 - 88 - 7606 - 091 - 5

Dalla quarta di copertina: Parlare del genere musicale dark è molto più che descrivere gruppi storici nati alle soglie degli anni '80 come Cure e Bauhaus. Dalle origini fino ai giorni nostri, dal gothic alla darkwave, dall'elettronica al gothic metal, fino alle influenze più sinfoniche, il lettore verrà guidato tra decine di gruppi musicali, riferimenti discografici, portali dark, riviste, webzine, festival musicali. Un saggio completo ed esauriente, che ha esaurito due edizioni, e adesso si ripresenta in veste completamente rinnovata e aggiornata.





 

EDIZIONI IL FOGLIO

UFFICIO STAMPA
056545098
Corrispondenza: CASELLA POSTALE 171
Posta Centrale di via Volta - Piombino
Redazione di Piombino: via Boccioni 28
57025 PIOMBINO (LI)

Redazione di Cesena
Rivista Historica/Il Foglio Letterario:
Via P.V. Da Sarsina 320
47023 Cesena (Fc)
www.historicaweb.com
info@historicaweb.com

347/6708013
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:40 | link | commenti
categorie: avvenimenti
mercoledì, 27 maggio 2009

La scomparsa di Majorana, di Leonardo Sciascia

La scomparsa di Majorana
La scomparsa di Majorana
di Leonardo Sciascia
con un saggio di Lea Ritter Santini
Adelphi Edizioni
Collana Gli Adelphi
Narrativa Romanzo
Pagg. 119
ISBN: 9788845918711
Prezzo: € 9,00
 
 
Oggi probabilmente solo gli studenti di matematica e fisica sanno chi è stato Ettore Majorana, scomparso misteriosamente nel 1938, forse durante il viaggio in nave fra Palermo e Napoli, dove insegnava nella locale università. Di lui disse Enrico Fermi: “Al mondo ci sono varie categorie di scienziati; gente di secondo e terzo rango, che fanno del loro meglio ma non vanno lontano. C'è anche gente di primo rango, che arriva a scoperte di grande importanza, fondamentali per lo sviluppo della scienza. Ma poi ci sono i geni come Galileo e Newton. Ebbene Ettore era uno di quelli. Majorana aveva quel che nessun altro al mondo ha. Sfortunatamente gli mancava quel che è invece comune trovare negli altri uomini: il semplice buon senso”.
Leonardo Sciascia, il grande scrittore, siciliano come Majorana, tralasciate per un momento le opere di denuncia della mafia, si interessa con questo splendido libro della scomparsa dell’insigne matematico, basandosi sul famoso episodio di cronaca della presunta morte, raccogliendo a distanza di anni notizie anche incomplete, frammentarie, e dichiarazioni di persone che lo conobbero e gli furono vicine. Il risultato è un ritratto talmente realistico che Majorana stesso ne sarebbe rimasto impressionato. Ma, sarebbe fare un torto a Sciascia se si limitasse la peculiarità del suo libro a una semplice connotazione, se pur di valore, del personaggio, perché ci sono anche altre finalità, che esulano dalla soggettività del caso specifico. Lo scrittore siciliano, così attento a scrutare l’uomo nella sua struttura dinamica mentale, affronta anche il problema della scienza e del suo interagire con chi la coltiva, e Majorana sembra proprio l’individuo adatto a personificare la sete del sapere e la paura delle conseguenze che potrebbero derivare da una scoperta.
Sotto questo aspetto il libro è un autentico capolavoro, con pagine di riflessioni dell’autore che lasciano trasparire la possibilità che le stesse fossero già state effettuate dal matematico siciliano.
In particolare, non posso esimermi dal riportare un passo illuminante “Chi conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che non la fecero. Schiavi coloro che la fecero.” Sciascia si riferisce nel primo caso al gruppo degli scienziati tedeschi che facevano capo al professor Heisenberg e che nulla misero in atto per arrivare a produrre la bomba atomica, mentre nell’altro caso il riferimento è a Enrico Fermi e a quanti collaborarono con lui nel progetto Manhattan.
L’applicazione dell’etica alla scienza sembrerebbe un’ossessione, peraltro condivisibile, dello scrittore siciliano, che però ravvisa anche il tormento del ricercatore di fronte alla scoperta e alle sue possibili nefaste applicazioni, contrasto interno non sempre presente, ma che quando si verifica impone delle scelte sempre difficili e con inevitabili strascichi.
E’ in quest’aspetto che Sciascia individua il motivo della scomparsa di Majorana che, nonostante alcune lettere in cui accennava al suicidio, avrebbe architettato un piano perfetto per sparire lasciando un mito, sia che si sia lasciato travolgere dalle acque del Mediterraneo, sia che lo abbia voluto far credere, ipotesi questa che lo scrittore privilegia e non è un caso quindi se il libro termina con una visita in un monastero di certosini, dove un colloquio con uno di loro non fornisce certezze, ma nemmeno approda a smentite. Ettore Majorana semplicemente nel 1938 ha preferito l’etica alla scienza, ha abbandonato i numeri e le formule per abbracciare la pace dello spirito.
La scomparsa di Majorana è un libro stupendo, da leggere, da rileggere, per capire che l’uomo deve venire sempre prima della scienza.
 
Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989). E’ stato autore di saggi e romanzi, fra cui: Il giorno della civetta (Einaudi, 1961), A ciascuno il suo (Einaudi, 1966), Todo modo (Einaudi, 1974), La scomparsa di Majorana (Einaudi, 1975), I pugnalatori (Einaudi, 1976), Candido, ovvero un sogno fatto in Sicilia (Einaudi, 1977), Il cavaliere e la morte (Adelphi, 1988), Una storia semplice (Adelphi, 1989).
 
Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:25 | link | commenti (3)
categorie: consigli di lettura

Versi e rime sulle cime, di Gaetano Gulisano

VERSI E RIME SULLE CIME
Versi e rime sulle cime
di Gaetano Gulisano
Introduzione di Renzo Montagnoli
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Poesia e narrativa
Pagg. 103
ISBN: 978-88-7606-228-5
Prezzo: € 10,00
 
 
Sono emozioni che si scatenano, sono sentimenti che prorompono non più trattenuti, è un entusiasmo che arriva improvviso, ma duraturo, tanto che ancor oggi è rimasto inalterato.
Le escursioni sui sentieri, le discese con gli sci, le soste nell’ora del tramonto quando le rocce si tingono di striature rosate diventano parte della sua vita, lo stimolano, gli fanno nascere idee, quasi gli impongono di essere celebrate e lui acconsente volentieri, mettendo in versi le emozioni e le sensazioni, arrivando a scrivere con una serie di racconti come è avvenuto questo incontro che ripete continuamente appena possibile.
 
(Dall’introduzione di Renzo Montagnoli)
 
            Come ordinare
 
Per acquistarlo inviare una mail all'indirizzo: gaetano.gu@gmail.com

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postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:21 | link | commenti (2)
categorie: freschi freschi
martedì, 26 maggio 2009

La primavera del Cavaliere Urzì, di Enzo Maria Lombardo

La primavera del Cavaliere Urzì
 
di
Enzo Maria Lombardo
 
 
Quel pomeriggio erano sbocciate tante corolle colorate sulle gambe delle ragazze. Oscillavano come paralumi sospesi su piedistalli puntuti di cuoio e fibbie dorate e si allontanavano accompagnate dal ticchettio veloce e leggero di piccoli passi.
Certe ragazze, in gruppo, lanciavano in aria gridolini e brevi risate; altre, da sole, si rassettavano vestiti e capelli, e sorridevano anch’esse, perse in chissà quali pensieri.
In quelle risa e in quei gesti si sentiva palpabile un’aria nuova, un’aria di tarda primavera o inizio d’estate, specialmente quando un venticello caldo smuoveva le foglie pendule degli alberi del pepe e un sussurro odoroso di spezie invadeva il viale.
In quel viale camminava, solitario, il cavalier Giandomenico Urzì, professore di lettere antiche da poco in pensione, le mani allacciate dietro la schiena un po’ curva, i passi pesanti.
Vedeva davanti e attorno a sé guizzi di pelle setosa e appena abbronzata, udiva risate e cicalecci e, come al solito, a questa visione, un’ondata di tristezza invadeva l’animo del Cavaliere rendendolo ancora più grigio.
Sentiva, pesanti come macigni, gli anni che lo separavano da quelli delle fanciulle del viale. Gli incurvavano la schiena, quegli anni, lo facevano oscillare ad ogni passo.
Distogliendo a forza gli occhi dalle ragazze il cavaliere Urzì puntò lo sguardo verso la fine del viale, quasi a voler scacciare i pensieri tristi che l’assalivano. Erano pensieri vaganti, scomposti, insopportabili: doveva fare ordine e per questo si mise ad esaminare il suo futuro più prossimo scrutando, laggiù, il primo traguardo dei suoi passi.
Come al solito, sarebbe arrivato in fondo al viale, poi fino alla piazza; avrebbe fatto una sosta nel chiosco dei giornali, e infine si sarebbe avviato verso la fermata dell’autobus, diretto verso casa.
Quel giorno, tuttavia, l’aria densa di spezie lo prese alla gola e gli salì in testa, stordendolo. Aspirava e inghiottiva quell’aria con voluttà, come una volta il fumo del tabacco, e lasciava che gli impregnasse ben bene i polmoni prima di espirare.
Forse fu per questo che quel pomeriggio, afferrato da una sottile smania che la sua mente ordinata non sapeva ben catalogare, decise di allungare un po’ la passeggiata pomeridiana: dopo il Viale avrebbe tagliato dai vicoli fino alla Marina, e magari avrebbe aspettato, laggiù, il ritorno dei pescherecci.
 
* * *
 
Il vicolo scendeva ripido, tra alte case fatiscenti, così vicine tra loro che il sole del meriggio riusciva a lambire a stento gli ultimi piani dei palazzi e, già all’imbocco, un sipario d’ombra oscurava la strada. Uomini e donne, quasi tutti di colore, sostavano davanti ai portoni o si intravedevano in bui magazzini discutendo a voce alta in lingue sconosciute e una radio, da qualche parte, sembrava ritmare gesti e parole con musiche di Paesi lontani.
Tra una casa e l’altra, rocce ricoperte d’erba e muschio formavano sbarramenti che costringevano a scendere dal marciapiede e inzaccherarsi le scarpe nelle pozze di melma sulla strada. E anche se da lontano si intravedeva, tra un tetto e l’altro, uno squarcio della Marina, nel vicolo l’aria non sapeva di mare ma di roba vecchia, di muffa e di piscio, e quell’odore stagnava dappertutto ed era, in qualche punto, acre e quasi irrespirabile.
Qui la primavera non riesce ad entrare – pensò Urzì e accelerò il passo, deciso a uscire al più presto da quel posto. Che differenza coi profumi speziati, con i colori della Città! Perché questa non è più la mia Città, pensò, è territorio conquistato.
Qui non esistono negozi, non vi sono bar, caffè, ristoranti. Gli effluvi di stoffe e profumi di pregio sembrano smarriti in un mondo diverso e distante, e così gli odori di dolci e paste appena sfornati, i colori e i sapori del Centro. Qui solo fango, muschio e gente strana. Quei bambini, ad esempio... oddio! scalzi in mezzo alla melma!
Alcuni bambini di colore, infatti, correvano in mezzo al vicolo, facendo schizzare polvere e fango fin sul marciapiede. Mano nella mano, facevano un girotondo sulla strada e il cavaliere si stupì che quei bambini conoscessero proprio la stessa filastrocca infantile che anche lui aveva cantato tanto tempo fa.
Allo stupore si mescolò un filo di tenerezza ma fu immediatamente coperto da un fiotto di rabbia. Anche le filastrocche, i giochi, le canzoni: questi esseri si appropriano di tutto. Una conquista subdola, pensò; fra poco domineranno anche la parte più bella della Città, non resterà più nulla di pulito, nulla di incontaminato!
Mentre saltellava tra una pozza e l’altra vedeva facce scavate nell’ebano e occhi troppo bianchi che lo avrebbero seguito per un lungo tratto. Almeno così credeva il cavaliere mentre con una mano si tastava, sul petto, il portafogli.
Quegli occhi sembravano persi in orizzonti lontani ma il cavaliere era certo che, mentre passava, quei tizi l’avrebbero guardato con disprezzo, forse con odio, per i suoi vestiti, le sue scarpe di vernice. Magari volevano i suoi soldi: lo avrebbero steso sul vicolo, potendo. Adesso è giorno, c’è un po’ di gente, posso stare tranquillo, si disse, ma è meglio uscire al più presto dal quartiere.
Ma il vicolo è lungo. Non si vede la fine. Ora non si vede più neppure il mare tra le case, solo muri di pietre sbrecciate. Questa casbah occlude tutto, sembra dilatare le distanze, ottenebra i sensi.
E così, masticando pensieri amari e strane paure, Urzì dimenticò la dignità del suo incedere e accelerò il passo. Dopo un poco si accorse di correre. La sua era una corsa disordinata, tra gotta e artrite le sue corte gambe zigzagavano male tra le pietre smosse e le pozze d’acqua. Una morsa cominciò a chiudergli la gola.
Fuori, fuori da questo buco maledetto, disse fra i denti ansimando a bocca aperta, e fu mentre lo diceva che, tutt’a un tratto non sentì più la terra sotto i piedi e uno squarcio di cielo si mise a vorticare in alto tra piccoli balconi, cornicioni e grondaie.
In quell’attimo il tempo gli sembrò enormemente dilatato e, in bilico tra stupore e paura, il cavaliere si sentì stranamente leggero, sollevato da terra e rigirato a forza dalla mano di un gigante. Poi si avvide di guardare un mondo rivoltato e un cielo senza nuvole che roteava tra balconi e ringhiere stagliate nell’azzurro ed ebbe appena il tempo di pensare “Che succede?” prima di sentirsi immerso in un dolore diffuso mentre avanzava una strana voglia di dormire.
 
* * *
 
Il viso che lo osservava era terribile. Nero, con una barbetta a punta e labbra rosse. Gli occhi sbarrati, e, dentro, due spille di carbone in un mare di bianco.
Giandomenico Urzì credeva di sapere chi lo stava osservando ma aveva paura ad ammetterlo. In fondo non era preparato alla morte e meno ancora a un incontro del genere. Sapeva bene che, con il suo cuore malato, prima o poi doveva succedere, ma non aveva mai affrontato la questione fino in fondo. Anzi, a dirla tutta, sperava di vivere ancora a lungo, e, in questa speranza, c’era nascosto un desiderio: voleva provare a vivere, anche solo una volta, qualcuna delle mille esperienze che aveva dovuto trascurare. E delle altre mille che aveva ritenuto inavvicinabili.
Non lo avrebbe confessato apertamente neppure a quel Diavolo che lo osservava, ma aveva sperato, prima di morire, di possedere una bella donna e di vivere con lei le nuove gioie della maturità.
Nelle notti solitarie in cui la sua stanza era inargentata dal chiarore della luna, quella donna l’aveva pure sognata ad occhi aperti: era riuscito quasi a vederla vorticare nella stanza, vestita di velo o coperta di fiori, come una delle donne raffigurate dal Botticelli. In quelle notti, tra il sonno e la veglia, aveva persino immaginato di rincorrere, come il vento Boreo, la sua Venere o di osservare la danza delle Tre Grazie, incerto quale scegliere.
Intanto quell’essere muggiva in una lingua strana. Il cavaliere Urzì si sforzava di capire che lingua fosse: credeva di dover udire qualcosa in latino, la lingua della morte, che era anche la sua seconda lingua, come diceva da vivo: almeno poteva farsi capire, in latino, spiegare, difendersi. Pensava già ad un processo con un diabolico giudice prevenuto, incapace d’immedesimarsi nei mille e mille anfratti della vita e della sua vita in particolare, ed ebbe un filo di paura. Ma la paura era veramente poca perché smorzata da un sonno invincibile.
Nel dormiveglia pensò vagamente cosa dire, cosa inventare, come difendersi in un giudizio sommario. Ma le sue braccia erano legate, le mani, le gambe immobilizzate, gli era impossibile parlare. Pensò che ciò era naturale perché era morto e i morti non possono muoversi né parlare. Ma chi conosceva fino in fondo la logica della morte? Altre regole, altri parametri, altri linguaggi.
Il sonno avanzava e Giandomenico si accasciò, distogliendo lo sguardo da quel viso terribile che lo sovrastava, scivolando tra immagini oniriche come quelle che spesso l’assalivano da vivo.
E sognò di essere ancora giovane, salire neri scalini sbrecciati, aprire con furia la sua stanza piena di scaffali sommersi di libri, sedersi cupo alla sua scrivania ingombra di carte, alzarsi, smaniare, gridare frasi sconnesse dalla finestra aperta. Vide una donna affacciarsi alla porta, gli occhi sbarrati, Ninì, Ninì, che hai? Ti senti male? Riconobbe sua madre, alta, imponente, ancora giovane, che a passi svelti chiudeva la finestra e oscurava la stanza con la sua mole. Oh. Ninì, cosa diranno i vicini? Calmati, calmati! Il cuore, Ninì! Pensa al tuo cuore! Vide materializzarsi sulla scrivania un bicchiere d’acqua e un flacone di pillole. Lui afferrò il flacone, lo aperse, lo lanciò in alto. Cosa fai, Ninì? Le pillole schizzarono tutt’attorno, colpirono i vetri della finestra, ricaddero sulla scrivania e sul tappeto. Qualcuna s’infilò sotto un mobile antico.
Ansimava e provava un piacere nuovo alla vista di quei dischetti colorati che ancora roteavano a terra e quel piacere perverso si sommava a quello che provava sentendo il suo nome, gridato tra i singhiozzi da sua madre. Quel nome vorticava nella stanza come un uccello accecato. Non devi fare così, Ninì, mi fai paura... Devi curarti Ninì! Stai diventando pazzo! No, mamma, gridava lui, non sono pazzo, non voglio più essere addormentato dalle tue pillole! Ora sono morto, capisci? Cosa dici, Ninì? Morto? Sì, sono morto, sono finalmente libero, mamma! E sai cosa voglio da morto? Non voglio più medicine, né libri, né scartoffie, ma voglio una nuova vita, una Primavera, proprio come gli altri. Perché io non posso averla? Cosa c’è in me che non va? Il cuore? Ora che sono morto non m’importa più un accidente del mio cuore malato.
Nel sogno la madre svanì pian piano portandosi appresso lacrime e singhiozzi e Giandomenico si sentì solo. Neppure gli uccelli accecati ripetevano più il suo nome. Un grande specchio con la cornice dorata riflesse la sua figura e lui si vide invecchiato, i capelli diradati, in parte grigi; anche la stanza era diversa, ancora più grande; alle pareti, tra antiche stampe, alcuni diplomi e attestati in pesanti cornici d’ebano.
Gli scaffali pieni di libri arrivavano fino al soffitto. Alcuni volumi erano enormi, rilegati in pelle scrostata, e, negli spazi tra i libri, vecchie foto in bianco e nero.
Avvicinandosi a quegli scaffali gli sembrò che si srotolasse l’intero film della sua vita. Tra i volumi ammiccavano, incorniciati d’argento, sua madre, la sorella, alcuni amici, un giovane signore semisconosciuto, che sapeva essere stato suo padre. Nessun’altra donna oltre la madre e la sorella. Cercò tra i libri, ancora più in alto tra gli scaffali. Doveva esserci dell’altro, altre foto, altri ricordi.
Ed infine trovò ciò che cercava.
Seminascoste tra i libri, una foto e cinque sei lettere vergate a mano da una mano femminile. La foto, ingiallita dal tempo, ritraeva un gruppo di ragazze su una spiaggia in costume da bagno, le braccia alzate, pronte a colpire una palla che s’intravedeva sfocata nello sfondo. Guardò meglio e una delle fanciulle gli sorrise mentre la palla attraversò la foto perdendosi oltre la cornice. Oh sì, conosceva quel viso, quel sorriso! Alina, nel gioco tenevi le braccia alzate e le tue dita erano i petali di un fiore non ancora sbocciato. Ma non era per me, quel fiore. I tuoi sorrisi, allora, erano svogliati, falsi. Non ti curavi di me. Non ti sei neppure accorta di quello che mi succedeva dentro!
 
* * *
 
Alina mormorò mentre gli si riaprivano gli occhi e una piccola folla l’osservava dall’alto e, tra la folla, quel viso terribile, nero, con la barbetta a punta e le labbra rosse.
- E’ qui Alina? – chiese il Cavaliere con un filo di voce.
- Chi è Alina? – chiese a sua volta il nero.
- L’ho conosciuta tanto tempo fa e ho saputo che è morta da tre anni. E’ qui? La posso vedere? O l’avete messa in un altro posto? Forse... Lassù?
- No, qui Alina non c’è. Io non conosco altro posto dove può essere Alina – farfugliò il nero e, per la verità, guardandolo meglio, quell’essere più che diabolico sembrava un povero diavolo. Un alito di speranza passò veloce sul capo del Cavaliere Urzì, contribuendo a svegliarlo.
- E io, dimmi... dimmi... dove sono io? Cosa mi è successo?
- Sei caduto. Correvi. Senti male in testa? – Era sempre il nero che parlava e aveva in mano un portafogli. – Questo scivolato da tua tasca.
Caduto? La mia testa è tutta un dolore... Ma allora sono vivo! Vivo! Vivo! Il portafogli. Il danaro... già, il danaro!
Ma nel portafogli c’era tutto e quel povero diavolo aveva gli occhi dolci e un sorriso ancora più dolce. Pensieri confusi sommersero i sogni appena spenti ed altri pensieri ancora più confusi sommersero la realtà del Cavaliere Urzì.
Doveva rivedere qualcosa.
 
* * *
 
S’udiva ancora, lontano, la stessa filastrocca infantile e guardando in alto Urzì scorse un raggio di sole che era riuscito a penetrare tra i cornicioni delle case più alte, dorando le inferriate e i balconi. Può darsi che dalle ringhiere arrugginite sprizzeranno scintille di sole a mezzodì, pensò il cavaliere, forse la primavera riesce ad entrare anche nei vicoli stretti che dal Centro portano alla Marina. Forse... forse...
Mentre si rialzava aiutato da quell’uomo nero con la barbetta a punta e da qualcuno degli altri che l’attorniavano, Urzì sentì che doveva assolutamente rivedere un mucchio di cose: sui neri, sui vicoli stretti, sui bambini scalzi e sulle loro filastrocche. E soprattutto sui suoi sogni e sulla sua Primavera.
- Grazie, amico. Grazie a tutti. No, no, sto bene. Posso camminare. Davvero. Ho la testa dura, sapete?
E quella testa dolorante adesso sembrava possedere occhi diversi, e con quegli occhi il Cavaliere osservò, in quella piccola folla, i visi mansueti, gli sguardi preoccupati, le vesti colorate delle donne, gli orecchini, i monili e, in questo quadro variopinto che parlava della grande semplicità di quella gente, vide riflettersi il vero disordine della sua vita ordinata, la confusione di tanti pensieri e parole consunti, i suoi malinconici viaggi organizzati, i chek-up, le sue passeggiate solitarie: immagini stereotipate e angoscianti di ordinaria anormalità e tristezza. Immagini di vecchiaia.
Dio, Dio – implorò in silenzio il Cavaliere Urzì - come è vero che le Tue vie sono infinite! Forse sono stato davvero morto, anche per un solo istante! Dovevo morire ed essere rivoltato a testa in giù dalla Tua mano per vedere con altri occhi tutto questo! Perché io lo so che da qualche parte esiste ancora la Vita e la mia Primavera! Deve esistere! E la riconoscerò ovunque, anche se io non l’ho mai avuta davvero o se mi è scappata di mano, sgusciata tra i pensieri più grigi. L’avevo accartocciata assieme agli amori di carta nascosti fra i libri, ai diplomi, agli affanni. L’avevo ignorata come il sole di questo vicolo...
Ma la Primavera esiste – disse ancora tra se il Cavaliere Urzì mentre si avviava lento verso la Marina - sì che esiste. E’ semplice, colorata, proprio come questa gente. E, come loro, spesso si nasconde in vicoli come questo. Se ne sta lassù, sui cornicioni, in attesa...
Forse domani a mezzodì sfiorerà anche i piani più bassi, le case terrane, asciugherà le pozzanghere. Forse, nascosta da qualche parte, ce ne sarà un poco anche per me...
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:38 | link | commenti (4)
categorie: narratori e racconti