L'armonia delle parole

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domenica, 28 giugno 2009

Succubi dello schermo maligno, di Sergio Sozi

Succubi dello schermo maligno
Succubi dello schermo maligno - Gli intuibili-evidenti sprechi ed insulti al cittadino da parte della televisione (di Stato e privata) mentre l'Italia fa la fame
 
La crisi economica non arretra piú di tanto, l'abbiamo capito, mi pare – percentuale in piú o in meno.
Una cosa che invece ci dovrebbe far rabbia è l'andazzo delle televisioni italiane mentre, appunto, la disoccupazione sta crescendo e mentre, aggiungo, non esiste alcun sussidio di disoccupazione per tutti i disoccupati del Belpaese – c'è solo la cassa integrazione, ma se il lavoro non ce l'avevi prima, cittadino italiano, nessuno ti aiuta tranne mamma e papà, e questo tu lo sai bene sulla tua pelle, mica stai in Germania, Slovenia o Francia, vero. Qui gli uffici di collocamento statali non esistono. Medioevo.
Allora vediamo come invece, è evidente, in questa situazione drammatica per tutti noi, butta generosamente i propri quattrini questo Stato con la televisione – e lo stesso fa l'azienda di un Primo Ministro che a chiacchiere, da premier, promette aiuti pubblici e nei fatti, da plenipotenziario dell'editoria tivú, paga a peso d'oro presentatori dementi, ballerine cretine eccetera (lo vedremo dopo), esattamente come la RAI dello Stato che, dopotutto, sempre lui stesso dirige da Palazzo Chigi (però lo Stato faceva cosí anche prima del signor B., certo, ma ora è ''troppo troppone troppissimo''). Lui, dico, insieme a quei personaggi da carte francesi (alludo al Buffone, il Jolly) in casacca verde che vorrebbero annullare l'Unità Nazionale e disprezzano Mameli. Poveretti, loro: se non stessero in provincia e non ci fossero la crisi e l'immigrazione, se li filerebbe solo lo psichiatra – lo stesso psichiatra che, ne son convinto, frequentano quelli del maggior partito di opposizione, privo di anima e liberista come l'insopportabile suo capetto occhialuto, falso intellettuale e rimbambito come gli altri suoi sodali, tranne quella minoranza attaccata ai libri ''vecchi'' e a Rainotte. Poi ci sono i comunisti, che proporrebbero Baffone. Lasciamoli stare, per carità: cerco di esser serio, io, con comunisti e fascisti convinti cerco di evitare alcun dialogo (ma son loro i primi a scartarmi) perché ormai costoro hanno distribuito assassini e fanatismo fin troppo ovunque per potersi permettere di dialogare in base ad una rispettabile civiltà democratica. Fascisti e comunisti. No, grazie. C'è di meglio. C'è gente che non ha massacrato nessuno – i repubblicani per esempio, ma sembrerebbero morti – e che dovrebbe vantare il pedigree di una vera onestà filosofico-politica. con loro parlerei ben volentieri.
Va be', torniamo all'amara realtà, va'. Allora. Una premessa e poi l'elenco, tanto per farvi fare, lettori, un po' di mente locale, qualche conto complessivo sulla ''nostra'' televisione – che vi ''offre'', come dicono le pubblicità, i suoi programmini per cretini: perché cretini vi credono i gestori delle tivú, questo è evidente (ma che ''offrire''! Non diciamo baggianate, su, per favore: i programmi bestiali noi ce li paghiamo come consumatori o soggetti fiscali, come pagatori di canone e muniti di telefonino, eccetera: regalo un corno).
Bene: ecco la premessa: si mandano in onda diversi telefilm o commediole di infimo ordine e di continua incitazione alla violenza, all'insulto inutile, tutt'al piú alla mongoloide risata: sono delle serie e delle produzioni italiane o statunitensi, tedesche ad andar bene, tutte basate sul giallo, l'assassinio e la pistolettata, l'intrigo, la malattia, il processo penale, la morte. Insomma la stupidaggine e soprattutto la morte. La morte. Tutti i giorni lo Stato e i privati vi sbattono in faccia una televisione mortuaria e parolacciara, superficiale e offensiva, ma voi state lí senza pensare neanche ai bambini e dite di sí: sí, dite, mi appartiene, la accetto, la vedo e non dico mai niente in contrario, per carità! Piuttosto – direste casomai – ''Magari mia figlia potesse entrarvi''. Dovrei a questo punto credere che ve la meritiate, lettori, 'sta aberrazione fatta di pistole, corsie di ospedali, notiziari catacombali e veline. Ho detto veline? Ahia, le veline – offensivamente, per le professoresse vere, chiamate ''professoresse'' da qualcuno, addirittura – le veline che, grazie al panem et circenses, vengono pagate molto bene per fare le pseudo-sceme eccitanti nei quiz!
Ecco: la premessa è finita: entriamo nel dettaglio.
Io sono scandalizzato. Maledizione! Anzi: ''Peste e carestia!'', grido come griderebbe Italo Calvino per bocca di un suo personaggio (l'ugonotto Ezechiele, guardacaso), del ''Visconte dimezzato''. Sono scandalizzato dai giochi a premi televisivi che pagano presentatori semianalfabeti e dialettali assieme a concorrenti ignoranti e deficienti e ballerine incapaci, le quali ultime hanno solo una bella – ed eccitante – costituzione fisica da mostrare (niente da eccepire: per questo i nostri capi sono efficacissimi nella selezione delle meritevoli). Migliaia di euro dati ai concorrenti, al regista, agli scenografi, ai presentatori, alle sceme incapaci di cui sopra, invece di investirli in sussidi di disoccupazione, scuola, ospedali e, magari, in film interessanti, in cultura! Ma non vedete delle alternative a questa aberrazione, italiani? Non siete capaci di mettere gli occhi, oltre che sul seno delle ''professoresse idiote'' televisive, anche sul figlio del vicino di casa che non lavora da tre anni e non prende una lira dallo Stato? Non vedete che la scuola fa pena e vostro figlio è analfabeta anche se ha la laurea ed è un genio di Internet? Non capite che i nostri figli diverranno dei venali, degli squali, dei pirati privi di amore anche per i propri genitori, se non devieremo la rotta da questa mafiosa e assurda condotta pubblica – che è amorale, manco immorale, sarebbe troppo grasso, solo amorale e necrofiliaca, tombale, altro che democratica: la democrazia è fatta per i cittadini vivi, mica per per molti di noi, mica per chi si rifaccia il viso o il seno, o il sedere, per sembrare un ventenne: per sembrare un ventenne stupido come i nostri figli che son stupidi come i loro genitori – sempre noi. E anche sempre voi, dico con cordialità.
Quel che stupisce, comunque, non è la violenza dei prepotenti del medioevo attuale italiano: quel che stupisce è la accettazione supina di tutti voi. Voi che siete figli, come me, di una Storia fatta fino a cinquant'anni fa da italiani veri ed orgogliosi, e sempre voi che ora invece siete dei mentecatti assorbitori di leggi del mercato, siete dei pusillanimi che non sanno spegnere il televisore nemmeno quando hanno ospiti in casa: tenete lo schermo acceso, eh già. Vi fa compagnia perché siete già morti. O tali vi sentite dentro di voi – a settant'anni come a venti.
Voi che non create cultura né movimenti politici maturi e consapevoli, fatti con equilibrio e cultura umanistica – sí: l'umanesimo di Lorenzo de' Medici, amici cari, proprio quello.
E intanto, mentre voi aspettate il Requiem, sapete cosa fanno i potenti per chi potrebbe vivere meglio – i vostri figlioli, i nostri connazionali? I potenti di ogni partito dànno loro le soubrette che vengono pagate a peso d'oro e i cantanti americani, i telefilm americani a ripetizione, notte e giorno. Li istupidiscono, i potenti, i vostri figli, per scavar loro ancor piú a fondo la fossa che voi stessi, insani vecchi, avete iniziato a scavare con le vostre decadenti mani. E intanto l'Italia fa la fame. Buona televisone, cari, dunque: salutatemela – e ditele che io la disprezzo e la tengo spenta anche se sono costretto a pagarla per colpa vostra che la vedete di continuo ed acriticamente. E i giochi a premi, i quiz, vorrei eliminarli dalla faccia della terra, come il sottosviluppo socio-culturale-politico da cui sono nati (Mike, buon giorno!) e la offensiva strafottenza di chi li finanzia alla faccia dei poveri. Noi poveri, dopotutto, che tali restiamo.
 
Sergio Sozi
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 17:11 | link | commenti (53)
categorie: editoriale

La dismisura immaginata, di Carlo Bordoni

La dismisura immaginata
La dismisura immaginata
di Carlo Bordoni
Presentazione di Romolo Runcini
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica letteraria
Pagg. 96
ISBN: 978-88-89756-46-1
Prezzo: € 8,00
 
 
 
Per molti è uno sconosciuto, ma è il destino di quasi tutti i precursori e a buon diritto Ernst Theodor Amadeus Hoffmann lo è stato.
Questo geniale ed eclettico tedesco (Konigsberg, 24 gennaio 1776 – Berlino, 25 giugno 1822), oltre a essere stato pittore, compositore, giurista, fu anche uno scrittore, anzi uno dei massimi esponenti di quel movimento artistico, culturale e letterario conosciuto come Sturm und Drang e più universalmente noto, dopo la sua diffusione in tutta l’Europa, come Romanticismo.
La sua visione della realtà finiva letterariamente per essere trasfigurata, in una sorta di esperienza onirica, che finiva con il dar vita, di volta, a prose surreali, fantastiche o grottesche, non di rado in una sovrapposizione di grande effetto.
Vissuto a cavallo di due secoli, in cui storicamente prima avveniva il grande evento della rivoluzione francese e poi la fase grottesca della restaurazione, un’epoca in cui i fondamenti dell’illuminismo finivano con lo sgretolarsi di fronte all’avanzata dell’industrialismo, in questi passaggi Hoffmann riuscì meglio a interpretare l’angoscia, i timori, le speranze di un uomo del suo tempo.
Specchio di se stesso, le sue opere, avveniristiche per l’epoca, finiscono con il tratteggiare una condizione umana dove mistero, realtà e irrealtà, timori latenti e fughe del pensiero si intrecciano, dando vita a spunti che poi saranno ripresi da autori successivi.
Carlo Bordoni, lui stesso autore di narrativa fantastica (il recente Il cuoco di Mussolini, una raffinata e verosimile ucronia), nonché studioso del genere, ha voluto rendere omaggio all’illustre progenitore tedesco con un saggio intitolato La dismisura immaginata – Hoffmann e la letteratura fantastica, un’attenta analisi storico-letteraria della produzione di Hoffmann, con un’interpretazione, condivisibile, di motivazioni, di cause, di effetti e di connessioni del pensiero e dello spirito creativo che giustamente fanno di questo scrittore, vissuto peraltro brevemente, un capostipite di quel genere, da cui poi tanti hanno attinto con risultati forse anche più esaltanti, un genere che ancor oggi sembra essere fra i preferiti e che in una fase di recessione economica ed etica finisce con l’assumere una rilevanza tutta particolare, raccogliendo pulsioni e timori di un presente nell’ottica del futuro.
Preceduto da un’esauriente presentazione di Romolo Runcini il saggio di Bordoni ha il pregio, per niente trascurabile, di offrire una visione completa, perfino sotto il punto di vista psicologico, in poche pagine e, quel che più conta, in modo accessibile anche a chi per la prima volta si accosta alle origini del fantastico.   
 
Carlo Bordoni (Carrara, 1946) è docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Firenze.
Ha insegnato all’Istituto Universitario Orientale di Napoli e allo IULM di Milano. È stato direttore dell’Accademia di Belle Arti di Carrara dal 1990 al 2003.
Tra le sue pubblicazioni:
La paura il mistero l’orrore dal romanzo gotico a Stephen King (Solfanelli, 1989), Il romanzo di consumo (Liguori, 1993), Conversazioni sul vampiro (Neopoiesis, 1995), Stephen King (Liguori, 2002), Linee d’ombra (Pellegrini, 2004), Introduzione alla sociologia dell’arte (Liguori, 2005), Le scarpe di Heidegger (Solfanelli, 2005), Il testo complesso (Clueb, 2005), Società digitali (Liguori, 2007), Libera multitudo. La de massificazione in una società senza classi (Franco Angeli, 2008), La dismisura immaginata. Hoffmann e la letteratura fantastica (Solfanelli, 2009). Dirige la collana di saggistica Micromegas per le Edizioni Solfanelli. Collabora alle riviste “Il Ponte, “L’Indice dei Libri”, “Labirinti del Fantastico”.
Ha scritto i romanzi In nome del padre (Baroni, 2001), Istanbul Bound (Tabula Fati, 2007), Il cuoco di Mussolini (Bietti, 2008).
Recensione di Renzo Montagnoli
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 17:07 | link | commenti
categorie: consigli di lettura
sabato, 27 giugno 2009

Matilde forse muore, di massimolegnani

Il tarlo del dubbio…
 
Matilde forse muore
di massimolegnani
 
 
Si svegliò nel cuore della notte perché il telefono squillava. Il suono riecheggiava dall’atrio con una potenza amplificata dalle scale. L’orologio luminoso sul tavolino da notte segnava le due.
Il suo primo gesto fu verso l’altra metà del letto. Un gesto della mano che si perse tra le coperte vuote. Solo a quel punto Domenico balzò a sedere. Guardò alla sua sinistra la parte di letto intatta e, svegliandosi del tutto, ebbe la sensazione di infilarsi in un incubo. Matilde in viaggio, senza di lui per la prima volta, e il telefono che suonava in piena notte; difficile tenere separati questi due elementi. E unirli significava presagire il peggio.
Domenico se ne stette immobile, attanagliato dalla paura.
L’insistenza degli squilli era terrificante.
Lottò per contrastare la voglia vigliacca di non sapere. Attimi interminabili prima di trovare il coraggio di andare incontro a quella minaccia oscura. Poi fu un precipitarsi tremebondo per il corridoio e giù per le scale. “Matilde” mormorava tra sè ad ogni gradino. Arrivò nell’atrio e rimase a guardare l’apparecchio fissato alla parete, pregando che smettesse di squillare. Il suono aspro gli tolse l’ultima speranza. Staccò la cornetta senza trovare il fiato per dire pronto.
-         Devi venire subito. È successa una cosa terribile.
Parole concitate, urlate nel trambusto. Una voce febbrile, irriconoscibile.
-         Ma…
-         Sbrigati! Non perdere tempo! Vieni.
-         Ma chi…
-         Sta morendo, lo capisci?
Domenico appoggiò la fronte al muro e vomitò la cena senza il minimo sforzo. Avesse potuto rigettare allo stesso modo le parole che gli erano appena penetrate nell’orecchio.
La voce lo incalzò:
-         Non hai un minuto da perdere, Antonio. La situazione sta precipitando.
-         Come…Non capisco.- riuscì a balbettare con fatica.
-         Cristo, tua moglie sta morendo. Lo sai che...- poi, improvvisamente, più nulla.
-         Pronto, pronto, pronto! Non lasciatemi così.
La linea doveva essere caduta. Domenico fissava la cornetta muta come potesse rianimarla con la propria disperazione.
Lentamente si lasciò scivolare a terra. Matilde stava morendo e lui non sapeva nemmeno dove.
Poche ore prima lei l’aveva chiamato da Punta Raisi per dirgli che il volo era andato bene. Ma da lì aveva ancora un centinaio di chilometri in auto, prima di raggiungere Enna. Poteva essere successo di tutto in quel tragitto, o in Enna stessa. Cretino lui che aveva temuto solo il viaggio in aereo e le aveva detto che non era il caso che lo richiamasse quando fosse arrivata in città. Aveva detto così solo per non mostrarsi insistente. E adesso dove poteva cercarla?
“Matilde. Gesù ti prego, fa’ che sia viva.”
Domenico fu preso da un improvviso bisogno di agire. Si rimise in piedi e si guardò intorno nell’atrio silenzioso. Ogni istante era prezioso, doveva fare. Ma cosa? Corse di sopra, si sciacquò la faccia, si vestì e raccattò tutti i soldi che trovò in giro per casa. Volare a Palermo, ecco, quello era il punto fermo da cui iniziare le ricerche.
Era già sulla porta di casa quando si bloccò con la mano sulla maniglia. Gli era tornato in mente uno scampolo della telefonata: “Non hai un minuto da perdere, Antonio.” La voce sconosciuta l’aveva chiamato Antonio, come aveva fatto a non accorgersene subito? E poi, gli parlava come lo conoscesse bene, mentre per lui quella era, per l’appunto, una voce sconosciuta. Che nella concitazione avessero sbagliato numero? Allora significava che Matilde non stava correndo pericoli.
Domenico provò un breve sollievo.
Già, e se invece la persona, che lui al telefono non aveva riconosciuto, era un amico che proprio per la concitazione aveva una voce diversa e che per lo stesso motivo aveva pure confuso il suo nome?
Fu preso da una nuova ondata di angoscia.
Crollò in ginocchio per una breve preghiera: “Signore mio, Gesù, qualunque sacrificio ma rendimi Matilde sana e salva.”
Dopo qualche minuto di raccoglimento, si rialzò più rinfrancato. E finalmente fece la cosa più logica, quella che avrebbe dovuto fare da subito. Cercò il bigliettino che gli aveva lasciato sua moglie e chiamò l’Hotel Le Madonie di Enna.
Il portiere di notte impiegò interminabili minuti a rispondere.
-         Per cortesia la camera della signora Girgenti.
-         Pronto
-         Matilde, amore mio, come sono felice di sentirti!
-         Mimmo, ma è successo qualcosa?
-         No cara, tranquilla. Volevo solo sentirti.
-         Ma, a quest’ora di notte? Dio mio, la tua gelosia non ha limiti.
-         No, no, cosa vai a pensare, solo sapere che stai bene. Sapessi che sollievo, domani ti racconto. Dormi ora, va tutto bene.
E riattaccò prima che Matilde gli rispondesse.
Domenico salì le scale quasi danzando e, una volta in camera, si lasciò cadere a peso morto sul letto.
Dopo un’ora, però, non aveva ripreso il sonno. Ancora era immerso in un’immensa pozza di gioia in cui un tarlo s’insinuò inavvertito, mentre si domandava se davvero non doveva dare importanza a quel vago borbottio di protesta che gli era sembrato di udire in sottofondo durante la conversazione con sua moglie.
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:32 | link | commenti (7)
categorie: narratori e racconti

La padrona di Santa Maria, di Valentino Rocchi

La padrona di Santa Maria
La padrona di Santa Maria
di Valentino Rocchi
In copertina La zingara bella
di Giuseppe Ballarini
Giraldi Editore
www.giraldieditore.it
Narrativa romanzo
Pagg. 213
ISBN: 9788861553217
Prezzo: € 14,00
 
 
 
E’ indubbio che tematiche e ambienti legati alla vita contadina siano uno stimolo per Valentino Rocchi, poiché non pochi suoi romanzi parlano di questo mondo agreste, fatto di fatiche e di poche gratificazioni. Anche La padrona di Santa Maria è un’opera dove la terra è sempre presente, dove la realtà di gente che sgobba dalla mattina alla sera in cambio del minimo per sopravvivere è il canovaccio sul quale l’autore dipinge una vicenda di emancipazione, non solo dalla miseria, ma dalla condizione femminile del tutto subalterna come accadeva appunto nel XIX secolo, nel caso specifico con maggior valenza in quanto tutto accade sotto lo stato pontificio, notoriamente immobile e strenuamente conservatore di privilegi e di preconcetti, soprattutto nei confronti dell’altro sesso.
In questo contesto la figura di Maria Domenica, fanciulla data in sposa a un ricco agricoltore, assai avanti con gli anni, unicamente per farla uscire da una condizione di indigenza senza speranza e per non inimicarsi il parroco, di fatto la massima autorità nel paese, assume l’emblema della disperazione femminile, di donne relegate al semplice ruolo di fattrici di figli e di aiutanti dei mariti nel duro lavoro dei campi, oggetto di attenzioni solo per questi scopi.
Lei cercherà, nonostante il divario di età, di amare quel marito, ma dovrà rassegnarsi a essere divisa con un’altra, in un crescendo di progressiva e amara disaffezione che finirà con l’imporla come la padrona di Santa Maria, senza in effetti essere padrona di nulla, nemmeno di se stessa.
Eppure Maria Domenica è un personaggio importante, quasi il profeta di un mondo futuro in cui alla donna venga riconosciuta la dignità dell’uomo. Lei reagisce come può, cerca subdolamente di far pesare al marito la sua assenza, ma finisce, vista l’inutilità dei tentativi, per concedersi ad altri, e non solo per provare quel piacere sessuale che il consorte le nega, ma anche per ribadire almeno la libertà di scelta di un essere umano di andare con altri suoi simili.
Come al solito la scrittura di Valentino Rocchi è costellata di verismo, non di rado pietoso, senza tuttavia tralasciare la possibilità, quando se ne presenta l’occasione, per riversare nella protagonista il suo incondizionato favore.
Nella condizione disumana di Maria Domenica si avverte l’anelito dell’autore per un mondo di eguali e la malinconica certezza che ciò non avverrà mai.
La padrona di Santa Maria è un romanzo di forte impegno sociale, ma, soprattutto, è un’opera che avvince e resta dentro al cuore.
 
VALENTINO ROCCHI, nato a Savignano sul Rubicone, risiede sin dall’infanzia a Pesaro. È socio corrispondente della Rubiconia Accademia dei Filopatridi di Savignano sul Rubicone.Si è avvicinato alla narrativa, con libri di ampio respiro e di trame avvincenti, dopo una vita di intenso lavoro. Ha pubblicato: “Una Storia a Castelvecchio” (Società editrice Il Ponte Vecchio – Cesena); “L’Eredità di Venanzio” (Guaraldi - Rimini) Vincitore del Premio letterario “Il Pungitopo” 2001.“Notte all’Hotel La Guercia” (Argalìa Editore);“Gli uomini di Bluma” (Giraldi Editore) II Classificato al Premio “Palazzo al Bosco”, 2002;“La saggezza di Toni” (Giraldi Editore);Esce nell’anno del V centenario della morte di Pandolfo Collenuccio, uomo di corte e di legge, dalla vita straordinariamente avventurosa: “Notte all’Hostaria La Guercia”, Pandolfo Collenuccio, uomo di corte del XV secolo, (Giraldi Editore) ambientato nel XV secolo, di cui è l’autore è profondo studioso e conoscitore; nel 2008 “La Magia del fuoco” (Agemina) e “1504 – Notte all’Hostaria La Guercia” (Agemina); nel 2009 “Il pianoforte a coda” (Giraldi Editore)  e “La padrona di Santa Maria” (Giraldi Editore).
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
 
 
 
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:28 | link | commenti
categorie: consigli di lettura
venerdì, 26 giugno 2009

Le notti bianche, di Renzo Montagnoli

Ricordi di un viaggio in Norvegia di tanti anni fa.
 
Le notti bianche
 
Le notti bianche
di Renzo Montagnoli
 
Non c’è il blu della notte
ma un soffuso biancore
una luce incerta se andare
al riposo fra le stelle
o correr rapida incontro al giorno.
In queste terre, aspre e pur dolci,
che si protendono all’artico
che impongono allo sguardo
di volgere a settentrione
alla ricerca di quel limite estremo
oltre il quale c’è forse il nulla,
un giorno d’agosto non sembra mai finire.
E se il tramonto appare
come un riflesso sbiadito di luce
l’aurora s’annuncia
con strisce diseguali,
dipinte in diversi colori,
riverberi lievi di anime
che migrano verso le banchise
a racchiudere nel ghiaccio
il sonno di chi non c’è più.
 
Da Viaggi in poesia
 
 
E quale miglior musica di quella composta da un norvegese?
Di Edvard Grieg dal Peer Gynt la celebre “Il mattino”:
 
http://www.youtube.com/watch?v=gH1JMdWpJ54&feature=related
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:01 | link | commenti (14)
categorie: poeti e poesie

La Signora dalla Maschera d’Oro, di Giovanni Buzi

La signora dalla maschera d
La Signora dalla Maschera d’Oro
di Giovanni Buzi
Introduzione di Vincenzo Spasaro
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario,it
ilfoglio@infol.it
Collana Fantastico e Altri Orrori
Narrativa romanzo horror
Pagg. 174
ISBN: 9788876061974
Prezzo: € 15,00
 
La vicenda inizia con un mezzo di comunicazione modernissimo, quale Internet, e con una conversazione erotica in chat. Siamo nel XXI Secolo, epoca in cui l’acquisizione delle tecnologie è talmente rapida da non permettere di metabolizzarle e in cui si è sempre protesi al futuro, dimenticando rapidamente il passato.
In un periodo storico così tecnologico e avveniristico si perpetuano i riti della setta del Dio-toro dalle lontane origini etrusche, con cerimonie magiche, accoppiamenti fra gli adepti, omicidi rituali e perfino forme di cannibalismo.
E’ evidente il contrasto quindi fra un trascorso bestiale e un presente che a ogni istante che passa diventa futuro.
Con una trama del genere Giovanni Buzi va in carrozza, dando libero spazio alla sua fantasia, fatta di policromie, di un mix di sadismo e masochismo e di scene truculente, insomma un vero e proprio horror, ma…
Ma c’è una novità, perché l’autore innesta anche alcuni elementi propri del giallo con un’ispettrice di polizia che indaga sulla misteriosa morte di un giovane, la cui testa mozzata viene fatta trovare appunto davanti al commissariato.
Se i personaggi di contorno sono resi in modo autentico, così come è anche per la protagonista principale, un’affascinante signora con il volto coperto da una maschera d’oro, la figura della poliziotta è invece un po’ sotto tono, anche se occorre dire che Buzi ha tentato di creare qualche cosa di nuovo nella miriade di investigatori a cui la letteratura gialla ci ha abituato. Non è bella, è un po’ mascolina, fredda, non riesce a destare simpatia, ma, soprattutto, non sembra una detective, anche se poi dimostra il suo talento.
Il romanzo è ben costruito e riesce ad avvincere, anche angosciando, fino a quando si resta nel campo esclusivo dell’horror, ma allorché si vuole investigando scoprire il velo e risolvere il mistero zoppica un po’, tanto che il finale mi ha lasciato piuttosto perplesso, in quanto scontato.
Ed è un peccato, perché come trama horror è originale e coinvolgente, ma l’innesto del giallo non è perfettamente riuscito, tanto da far sembrare che nello stesso libro i romanzi siano due: uno, molto piacevole e tipicamente fantastico, e un altro, quasi banale, poliziesco.
Comunque, considerato lo stile dell’autore, la sua capacità di trascendere, di andar oltre nel campo dell’immaginario, la lettura resta senz’altro consigliabile. 
 
Giovanni Buzi, nato a Vignanello (VT) nel 1961, insegna lingua e cultura italiana al Parlamento Europeo di Bruxelles e storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti di Bruxelles.
Amante della pittura espone suoi quadri in Italia e all’estero fin dal 1985. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni di romanzi, racconti, poesie e saggi. Ha ottenuto significativi riconoscimenti in molti premi letterari, tra cui Lovecraft, Rill, Yorik, Profondo Giallo.
Oltre a partecipare a numerose antologie, ha pubblicato a solo:
Romanzi
Faemines (Libreria Croce, 1999), Il Giardino dei Principi (Massari, 2000), Agnese (Tabula Fati, 2005), Uragano (Delos Book, 2008), Agnese, ancora (Akkuaria, 2008), La Signora dalla Maschera d’Oro (Il Foglio Letterario, 2009).
Raccolta di novelle
Fluorescenze (Il Filo, 2004), Sesso, orrore e fantasia (Massari, 2005), Alchimie d’amore e di morte (Tabula Fati, 2006).
Saggistica di storia dell’arte
William Turner in Etruria (Massari, 2004) e un manuale di storia dell’arte per i licei (Multimedia, 1993).
 
Recensione di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:58 | link | commenti
categorie: consigli di lettura
giovedì, 25 giugno 2009

La macdonaldizzazione del mondo, di Carlo Bordoni

mcdonald
La macdonaldizzazione del mondo
di Carlo Bordoni
 
 
George Ritzer in La religione dei consumi. Cattedrali, pellegrinaggi e riti dell'iperconsumismo (Il Mulino, 2005), come nel precedente, Il mondo alla McDonald’s (Il Mulino, 1997), focalizza alcuni punti del successo del fast food, quale nuova tecnologia razionalizzata, de­stinata al consumo al tempo della globa­lizzazione. In primo luogo l’efficienza, ottenuta attraverso costi contenuti, pulizia, standardizzazione, self service e più tempo libero a disposizione del consumatore, perché anche il tempo dedicato all’alimenta­zione è uno spreco. La rapidità per­mette di evitare le code e le lunghe attese, la manipolazione del prodotto segue le caratteristi­che della catena di montaggio, tutto è in funzione del consuma­tore, poca attenzione al lavoratore. Una logica che nasce alla fine degli anni Trenta e diventa subito un modo di vivere, identifica­bile nell’immaginario con lo stile ame­ricano e le abitudini di una vita intensa, senza pause inutili.
In secondo luogo la calcolabilità, posta alla base del processo di ra­zionalizza­zione del servizio alla McDonald. È legata anche all’appa­renza, che deve assicu­rare una soddisfazione visiva del prodotto, of­ferto in grandi quantità, anche se di qualità mediocre. La rassicura­zione è data dalla ripetitività dei prodotti, tutti simili e standardizzati nel gusto come nella confezione.
Qui l’aspetto della prevedibilità dei processi e dei risultati. Una logica di razio­nalizzazione, ma forse sarebbe più esatto dire di “meccanizzazione” della produ­zione, che si sottrae alla creatività, alla difformità, al caso, tutte caratteristiche abituali nel caso della ristorazione. La scelta dei prodotti è infatti limitata, si ritro­vano gli stessi gusti, le stesse presentazioni, gli stessi ambienti, gli stessi colori e odori ovunque. Il rischio è semmai dato dalla “nausea”.
La motivazione di fondo che spinge a fornire un’alimentazione (come qualsiasi altro servizio standardizzato) in maniera rapida, controllata, a basso costo, di con­seguenza impostato su una ripetitività stancante, che produce un’evidente aliena­zione del lavoro – i dipendenti della McDonald cambiano in media ogni quattro mesi – l’assenza o la riduzione dei rapporti umani, che prevede persino una co­municazione col cliente sulla base di un protocollo linguistico, composto di frasi fatte e risposte prevedibili, costituisce una sorta di “gabbia d’acciaio” in cui si rin­serrano i rapporti personali, da cui è difficile uscire o forse in cui appare desidera­bile rinserrarsi quando non si hanno altre certezze o sicurezze interiori.
Non si può parlare di “razionalizzazione” della produzione, quanto di “mecca­nizzazione”: è la riduzione dei bisogni, dei piaceri e delle pulsioni a processi pia­nificati e sempre uguali (nei tempi, come nella qualità) a rendere alienante questa scelta. La sua filosofia è quella di rendere l’uomo una macchina, di spersonaliz­zarlo e di considerarlo come un’entità quantitativa. L’assimilazione alla macchina che, proprio perché, ripetitiva e prevedibile, permette una diminuzione dei costi e un’esportabilità in tutto il mondo, con l’evidente conseguenza di imporre una vi­sione culturale ristretta anche laddove non è accettabile. Il successo della pratica alla McDonald nei paesi dell’est sembra dovuto proprio alla tendenza “razionaliz­zatrice” di quei popoli che per lungo tempo hanno subito e introiettato la logica dei piani quinquennali, della progettazione economica a tavolino, degli obiettivi da raggiungere, della spersonalizzazione dell’individuo in favore di un’eguaglianza passiva, senza possibilità di critica. Di quella concezione del co­munismo che prevede una società di uguali, senza distinzioni e senza privilegi, dove l’efficienza e la meccanizzazione sono considerati parametri di efficienza a cui tendere, senza peraltro raggiungerli, se non attraverso lo stakanovismo e l’imposizione forzata.
La meccanizzazione e la riduzione dell’uomo a mera forza-lavoro non sono ca­ratteristiche della società occidentale, dove il liberismo e l’individualismo hanno da sempre prevalso. La tendenza alla McDonald è un’evidente forzatura, l’imposizione di un’utopia meccanica in un mondo che la rifiuta per principio.
È, semmai, il risultato di una cultura di massa, tendenzialmente omologatrice che ha trovato terreno fertile in un momento in cui sembrava necessario unifor­mare le masse, renderle prevedibili nel pensiero, nell’abbigliamento, nei desideri, nei consumi, e dunque anche nell’alimentazione. Ma è un’utopia negativa, capace di evocare nelle cucine elettriche programmate, nei nastri trasportatori di hambur­ger, nelle confezioni in cartone “usa-e-getta”, nelle patatine rigorosamente dello stesso formato, nelle divise degli addetti al servizio, l’ombra dei più oscuri incubi di un futuro non più a misura d’uomo. Ha funzionato perché intimamente legato al processo economico (alla produzione di ricchezza), ma è destinato a perire nel processo di demassificazione. Resterà un ricordo dell’irrazionalismo consumistico della seconda metà del xx secolo, da osservare e da studiare, magari anche per cu­riosità storica, ma assolutamente privo di significato per le nuove generazioni. Ri­chiama Tempi moderni, il film di Charlie Chaplin del 1936, l’incubo delle mac­chine o anche delle forniture automatizzate dal selfservice. A differenza di queste, McDonald introduce l’ambiente, la persona fisica al banco e in cucina, ma il pro­cesso è lo stesso: l’automatismo del consumo senza il rapporto diretto col forni­tore e la certezza del risultato attraverso la garanzia della marca. Se fosse possi­bile, McDonald eliminerebbe il personale di servizio, l’unica variabile imprevedi­bile del processo e la sostituirebbe con servomeccanismi robotizzati. Questo spiega la scarsa attenzione nei confronti dei lavoratori della McDonald e la loro insoddisfazione. Ma il problema del personale non è qui essenziale: al primo posto c’è la soddisfazione del consumatore, la sola condizione per raggiungere il pro­fitto.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:01 | link | commenti
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