L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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domenica, 26 luglio 2009

Comunicato straordinario

W LE FERIE!
 
Si riapre dopo il Ferragosto.
Foca1
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 15:11 | link | commenti (8)
categorie: comunicati

Una nuova rivista specializzata nel fantastico: IF – Rivista dell’Insolito e del Fantastico, a cura di Renzo Montagnoli.

IF 1-2009 cop
Una nuova rivista specializzata nel fantastico: IF – Rivista dell’Insolito e del Fantastico
 
              a cura di Renzo Montagnoli
 
 
L’editore Marco Solfanelli, dopo aver dato vita a una rivista culturale come Il Filo d’Arianna, ha deciso di creare un periodico per gli appassionati del genere fantastico, affidandone la direzione al Prof. Carlo Bordoni, autore di saggi in materia e di romanzi ucronici.
Quando penso a questo genere, che registra un successo costante e crescente ormai da molti anni, la mia mente corre a nomi che tanto hanno contribuito a ottenere questo risultato.
E così ricordo Mary Shelley, Bram Stoker, Giulio Verne, H.G. Wells, Isaac Asimov, Ray Bradbury, Tolkien, Edgard Allan Poe, Stephen King, solo per citarne alcuni.
Il mio auspicio è che questa rivista possa condurre per mano il lettore nel meraviglioso mondo della fantasia, arricchendolo altresì culturalmente.
Le premesse ci sono, viste anche la capacità di Carlo Bordoni, ma dato che l’uscita del primo numero è prevista a settembre ho ritenuto opportuno saperne qualche cosa di più proprio dal suo direttore e di seguito pertanto riporto l’intervista che gli ho fatto di recente.
 
 
Fa sempre piacere che in campo letterario appaia qualche cosa di nuovo, come questa rivista dedicata a un genere, il fantastico, quanto mai variegato e che è sempre in auge. Di questo va dato merito all’editore Solfanelli che, già con Il Filo d’Arianna, periodico più dedicato alla letteratura in genere, intende diffondere quell’immenso e indispensabile patrimonio che è la cultura. Ci puoi parlare di questa rivista, di prossima uscita, e dei suoi obiettivi?
 
Si sentiva la mancanza di una rivista sul fantastico! Abbiamo una tradizione amplissima su questi temi, dalla fantascienza al noir, ma nessuna rivista specializzata che li raccolga tutti attorno al nucleo fondamentale della letteratura non-mimetica. IF intende colmare questa lacuna e si propone di farlo con una serie di numeri monografici dedicati, di volta in volta, ad argomenti di grande interesse. Per i primi quattro numeri, corrispondenti al primo anno di vita della rivista, i temi saranno: Robot e androidi, Oltretomba, Ucronia, Altrimondi. Ma, com’è facile immaginare, di occasioni ce ne saranno moltissime, in grado di soddisfare tutti i palati.
IF ha già raccolto l’entusiastica collaborazione di molti studiosi del genere, di appassionati e di autori, tanto che è stato facilissimo confezionare il primo numero, al momento già in stampa, con una copertina originale di Franco Brambilla e il logo disegnato da Piero Orsi.
Sarà disponibile già dalla fine del mese di luglio (anche se porterà la data di settembre), giusto in tempo per essere gustato durante le vacanze estive. Ma già si lavora al prossimo numero, dove – tra le altre cose – ci sarà uno scioccante racconto del grande Robert Bloch.
 
Sarà quindi variamente strutturato, fermo restando ogni numero legato a un tema, o comunque a uno dei molteplici generi del fantastico. Immagino che saranno presenti saggi, recensioni, interviste e anche racconti. Mi sembra che questo primo numero comprenda anche un articolo di Giuseppe Panella, di cui ho recentemente letto un bellissimo saggio su Zola e la scrittura sperimentale. Esistono dei collaboratori fissi, cioè una vera e propria redazione, oppure si ricorre a esterni, oppure ancora agli uni e agli altri?
 
Non c’è ancora una vera redazione, ma già si delinea un gruppo di collaboratori fissi che hanno subito accettato di scrivere per IF, tra cui appunto Giuseppe Panella, Riccardo Gramantieri, Domenico Gallo, Alessandro Vietti, Claudio Asciuti e altri. Si sta formando un bel gruppo, ne sono contento. Tuttavia la collaborazione è aperta a tutti. Pensa che questo ha avuto origine dalla richiesta della Treccani Terzo Millennio di scrivere la voce “Romanzo di consumo”: mi sono riavvicinato  al fantastico (dopo anni di dedizione quasi esclusiva alla sociologia) e, nel fare il punto sulla produzione di genere (fantastico, horror, fantascienza, rosa, giallo, noir, ecc.), mi sono reso conto dell’enorme interesse che esercitava. Un po’ un ritorno a casa, insomma…
 
Questo primo numero è dedicato ai Robot e agli Androidi e, se non vado errato, c’è un tuo articolo su Karel ÄŒapek, l’inventore in letteratura del termine robot che utilizza nel suo dramma R.U.R. (Rossum’s Universal Robots), cioè un essere esclusivamente meccanico che riproduce le fattezze umane. Ma che differenza c’è allora con l’androide, di cui rammento il bellissimo Blade Runner di Dick?
 
Nel linguaggio comune, “robot” è termine generico per indicare un automa, cioè una macchina capace di svolgere un lavoro o una funzione secondo un programma specifico; “androide” è più precisamente un automa che riproduce le fattezze umane e può essere anche molto sofisticato, al punto da non risultare facilmente distinguibile dall’uomo, proprio come in Dick. Nel testo di ÄŒapek, ci troviamo di fronte a veri e propri androidi che non sono fatti di ingranaggi meccanici e valvole termoioniche, ma di carne e sangue. Ciò non toglie che l’Autore abbia utilizzato il termine “robot” per indicare tutti gli esseri artificiali da adibire al lavoro.
 
È possibile conoscere il sommario del primo numero in anteprima?
 
Nel primo numero di If, dedicato al tema "Robot e Androidi", ci saranno saggi di Domenico Gallo (Lunga vita alla nuova carne), Riccardo Gramantieri (La letteratura cyborg di Burroughs e Acker), Giuseppe Panella (Sulla tecnologia e il suo feticcio. Ipotesi su Crichton), Alessandro Vietti (Isaac Asimov e le leggi della robotica), Francesco Galluzzi (Robot e spettri in Fritz Lang) e il mio su Karel ÄŒapek (Il primo robot non si scorda mai), già citato.
Nella sezione narrativa: Renato Pestriniero (A sua immagine e somiglianza), Andrea Coco (Scrivete a Donna Cibernetica), Alessandro Vietti (Daneel), Vincenzo Bosica (Capsule).
E poi Diego Zandel (Intervista a J. Gomez Jurado), una rassegna su J. G. Ballard, un ricordo di Franco Fossati  con un articolo sul fantastico a fumetti e infine numerose recensioni di Claudio Asciuti, Renzo Montagnoli e Giuseppe Panella
 
Penso che ci sarà anche un numero dedicato alla fantascienza, magari distinguendo fra quella “classica” di Verne e di Wells e gli autori più recenti.
Insomma mi sembra che questo appuntamento tematico sia in grado di accontentare un po’ tutti i lettori. Come è possibile avere un numero della rivista? C’è la possibilità di abbonarsi?
 
Certo, sarà dato spazio a TUTTA la produzione non-mimetica, senza preclusioni. If è una rivista trimestrale (quattro numeri l’anno) di 128 pagine, formato cm. 17x24, copertina a colori e interno illustrato in bianco nero. Ma l’editore Solfanelli sta pensando a un’edizione speciale “gold” per collezionisti, interamente a colori e in tiratura limitata. Si può richiedere fin d’ora una copia di If direttamente all’editore: rivistaif@yahoo.it.
Il prezzo di copertina è di 8 euro e l’abbonamento annuale a quattro numeri costa 30 euro. Per conoscere le librerie dove è distribuita, si può consultare il blog http://insolitoefantastico.blogspot.com dove trovare anche ulteriori informazioni e aggiornamenti. Buona lettura!
 
Grazie e auguri per questa nuova rivista.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:30 | link | commenti (4)
categorie: editoriale

Comunicato del 26 luglio 2009

L’aggiornamento di Arteinsieme.
 
Un percorso…scomodo: Francisco de Quevedo.
 
Rino…quizzone.
 
Il nono parto.
 
Roberto Maroni dichiara di non essere Hitler. In effetti ha i baffi troppo lunghi…
 
Il fantastico di Mimma.
 
P.F.M. …Premiata Forneria Marconi?
 
 
  
 
L’armonia delle parole, analogamente ad Arteinsieme, va in ferie per qualche settimana, almeno fino a Ferragosto.
Per chi è già in villeggiatura buon soggiorno, per chi ci andrà buon divertimento, per chi è già tornato o non si muove da casa, come me, l’augurio di un’estate non troppo torrida.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:26 | link | commenti (4)
categorie: comunicati
venerdì, 24 luglio 2009

La confessione, di Enzo Maria Lombardo

Un altro gioiello di questo bravo narratore.
La confessione
 
La confessione
 
di
 
Enzo Maria Lombardo
 
 
 
Lasciammo la città, mia madre e io, quando i boati delle bombe che colpivano il porto cominciarono a far tintinnare troppo a lungo le gocce del lampadario e le vetrine del salotto.
Da un po’ di tempo le sirene ululavano sempre più spesso e ormai conoscevo un mucchio di gente dentro quella grossa cantina senza finestre, umida e grigia, che chiamavamo “rifugio”.
Avevo sette anni, allora, i capelli raccolti in una lunga treccia che mi arrivava al sedere e una gonnina a quadri fino al ginocchio. E dovevo essere proprio una bella bambina se un tizio che si portava appresso la macchina fotografica nel rifugio, all’uscita mi volle fare un ritratto in braccio a mia madre. E in quel ritratto ormai sbiadito che conservo ancora come una reliquia, si vedono gli occhi grandi di mia madre con ancora le tracce della paura, e quel leggero sorriso, un po’ forzato, che si era stampato in faccia per la foto.
Anche mia madre, allora, era una bellezza: per correre al rifugio vicino casa usciva vestita di tutto punto, come andasse a passeggio, infilandosi di furia i vestiti che per far presto teneva appesi in una sola gruccia e, ripensandoci adesso, forse quel fotografo voleva fare il ritratto proprio a lei e non a me. Si vede bene come è lei che è messa bene al centro dell’inquadratura, e con che cura è a fuoco il suo bel viso, la scollatura della camicetta e l’attacco dei seni.
Lasciammo la città di sera, con il camioncino di zio Carmine e gli occhi di mia madre stettero incollati sui balconcini di casa finché non svoltammo nella via grande e mio zio alzò una mano dal volante e le fece una carezza sui capelli mentre diceva stai tranquilla, scema, che la ritrovi. Vedrai che qui non arrivano. A quelli, dopo il Porto, interessa colpire il Comando e la ferrovia. Poi tirò fuori un fazzoletto enorme e glielo diede perché lei piangeva.
Zio Carmine è il più grande dei fratelli della povera mamma, l’unico dei fratelli sopravvissuto alla guerra, di dieci anni più grande di lei. Zoppica forte per un vecchio incidente col trattore ma è stata proprio quella gamba più corta che l’ha salvato dalla guerra. Ora, che ha più di ottant’anni, è quasi cieco. Vive di ricordi nell’Istituto di Sant’Orsola, la sua gamba è sempre malandata e ha il cuore malato e ogni volta che vado a trovarlo lo trovo più svampito. 
Questa storia me l’ha raccontata lui, qualche anno fa. A pezzi, ripetendo cose che già sapevo e perdendo spesso il filo del discorso, così che alla fine ho dovuto ricucire tutto con i miei ricordi di bambina e, per la parte che non conoscevo, non so quanto hanno influito i suoi rimorsi lievitati nei sogni e mantecati nei dormiveglia tra lo svolazzare delle tonache nere e delle alucce bianche delle suore.
 
* *  *
 
Quel pomeriggio zio Carmine era seduto in una sedia di vimini, in quello che, all’Istituto, chiamavano il Giardino d’inverno, e lo trovai assorto che guardava un tramonto di fuoco che s’intravedeva oltre gli alberi del parco. Quel rosso dardeggiava nelle vetrate impolverate, le colorava come quelle legate a piombo delle chiese, evidenziava i contorni neri dei pioppi e delle magnolie in controluce.
Lui puntava gli occhi lontano ma mi sentì arrivare e senza neppure guardarmi, indicò una poltroncina e disse:
- “Siedi qui, Annina, e ascoltami. Ascoltami bene. Oggi il medico ha fatto una brutta faccia quando mi ha visitato il cuore. Credeva che non lo guardassi ma io l’ho visto. Poi ha fatto lo scemo, rideva, ma io non sono rincoglionito fino a questo punto. So di avere i giorni contati, posso andarmene da un momento all’altro e ti dirò che non mi dispiace di andarmene così, ma prima devo confessarmi.”
Il cuore mi si strinse in un pugno a quelle parole, anche se mi ero informata, entrando nell’Istituto e sapevo che era la pura verità.
Soffrivo tanto perché Zio Carmine è stato per me come un padre. Quello vero, quello che mi ha generato, lo ricordo appena e rischio di confondere i vaghi ricordi con ciò che ho visto nelle fotografie. E poi mio zio è stato anche una madre, sotto certi aspetti. E anche un amico, un compagno di giochi, un buffone quando bisognava tirarmi su, se stavo male. Si è fatto in quattro per me e anche con quella sua gamba fessa ha tirato la carretta da solo, come un mulo.
- “Confessarti?” – gli dissi “Cosa dici? Allora è proprio vero che sei rincoglionito. Ma se...”
- “Taci. Non c’è più tempo per le menzogne. Anzi non c’è più tempo per niente. – mi interruppe con un filo di voce – Sei tu il mio confessore.”
Strabuzzai gli occhi e cominciai una risata, quando dissi: - “Io? Non sono un prete, io...”.
- “Lo so che non sei un prete. Ma ascolta...” 
Osservandolo, la mia risata abortì e lui cominciò a parlare, piano, senza enfasi, come rileggendo una pagina letta troppe volte, puntando gli occhi lontano, verso l’ultimo fuoco che incendiava le cime degli alberi.
 
“Devi sapere che quando Sara, tua madre, arrivò sull’Etna, a Liconiso, un sacco di gente perse la testa per lei. Proprio un sacco. Paesani che conoscevano solo donne infagottate nel nero, senza vita nè fianchi, con i capelli a crocchia e gli occhi bassi, videro finalmente una donna vera, quasi una ragazza, con gli occhi che perciavano l’anima, ma con il portamento di una vera signora di città. Tu le somigliavi quando avevi la sua età e anche adesso sei una bellezza. Se ti guardi allo specchio, vedi lei.”
“Anch’io sono vecchia ormai, zio Carmine...” – gli dissi, ma lui fece finta di non sentire e continuò:
“Tu non puoi ricordarlo, Annina, perché allora eri alta così, ma dopo qualche tempo c’era una processione di massari e di figli di massari a casa nostra. O almeno di quelli che in quel tempo non s’erano dovuti intruppare o dare alla macchia. E anche le donne venivano, con una scusa o l’altra. E tutti avevano bisogno di sapere le cose di città, dicevano, ma in effetti era per lei che venivano. E le donne, chissà..., forse perché vedevano nel suo aspetto cittadino e nei suoi modi raffinati qualcosa che per un poco le allontanava da quella specie di galera senza porte che era diventato il paese. Una galera, ti dico, circondata dalla sciara, dai pali di fichidindia e dalla guerra.”
“E i discorsi, gira gira, cadevano sempre su tuo padre che, si sapeva, aveva avuto una medaglia al valore in terra d’Africa. Ma adesso? C’erano notizie, adesso? Cosa dicevano gli elenchi? E Sara allora s’irrigidiva come un fuso e gli sputava addosso che non era morto Antonio, se era questo che volevano sapere, e che non era neppure fra i dispersi. Le notizie... le notizie! - ripeteva - Non ci sono notizie sicure con la guerra! Ma uno di questi giorni arriva, me lo sento.”
“Se le notizie da lontano stentavano ad arrivare, quelle di città si sapevano quasi subito. Fu Saridda, la vostra vecchia cameriera sfollata in un paese vicino, che ci disse, così a bruciapelo, voi a Catania adesso non ci potete tornare perché una bomba ha sventrato il palazzo. E anche se lo disse con gli occhi bassi e un viso lungo, sotto sotto si vedeva che non le faceva troppo dispiacere vedere la sua padrona sbiancare in faccia e accasciarsi sul divano. Se non la buttammo fuori a calci, quella sera, fu solo perché dipendeva da lei se potevamo avere ancora un po’ di farina, di caffé vero e di zucchero, al mercato nero.”
“Ma io ci andai a Catania. I vecchi non volevano, sbraitarono per un giorno, ma io m’impuntai: volevo vedere con i miei occhi cos’era successo e magari recuperare qualcosa in quella casa, ché ne avevamo bisogno su al paese. Il mio camioncino era fermo, senza più benzina, così presi un passaggio fino al Borgo con il calesse di Priscopo Gulimeni, il sensale fascista. Il resto e il ritorno lo feci tutto a piedi, una ventina di chilometri, cara mia, tra sciara e campagne. Ma allora ero dritto e forte, avevo trent’anni e me ne fottevo della mia zampa fessa.”
 
A quel punto del racconto lo zio Carmine si fermò, guardò in alto e fece: “Uno sfacelo, ti dico! Uno sfacelo! Una cosa dell’altro mondo!”
Poi s’accasciò sulla poltrona di vimini e continuò con una voce roca che a stento si sentiva.
“Annina mia, tu non puoi neppure immaginare come era ridotta Catania prima dello sbarco. Tu l’hai vista dopo, quando già le ruspe avevano fatto pulizia e le macerie c’erano, sì che c’erano, ma si poteva almeno camminare per le strade… Ma io l’ho vista prima, Catania, quando le macerie ancora le fumavano addosso e ho dovuto arrampicarmi su cumuli di pietre e di mattoni, per arrivare al centro. E la casa? Quale casa? Non c’era più, la casa! Restava in piedi solo un angolo che teneva ammassate dentro le macerie. Ma non c’era niente da portare via: al massimo qualche lume rotto, un paio di sedie azzoppate. Tutto il resto era sommerso e dalle pietre spuntava qua e là lo spigolo di un quadro sfracellato o un pezzo di un letto o di un comodino, un tubo rotto. Ho respirato più polvere che aria scavando con le mani tra i mattoni.”
E quasi per rendere il concetto, zio Carmine soffiò e tossì e il viso gli diventò tutto rosso per lo sforzo e anche se io gli dicevo stai quieto, zio, non parlare più di queste cose ché le conosco a memoria, lui continuò:
“Non è vero, Annina, tu non sai niente di niente e quello che sai è poca roba. E io devo dirti tutto prima di morire... Lo devo a lei, che non meritava di finire così e lo devo anche a te. A te che ho voluto bene come a una figlia, ma tutto il bene che hai avuto non basta. Non basta... Ecco perché ho bisogno che tu sappia tutto. Tutto!” – ansimava – “Ho qui un macigno che mi porto appresso da tant’anni e non mi aiuterà certo un prete al cataletto. Tu che qualcosa ricordi puoi capirmi, gli altri no!”
 
Dopo essersi un po’ calmato, continuò:
“Così eravate bloccate a Liconiso e, per la verità, non si stava neppure tanto male lassù anche se dovevamo fare il pane con la farina di mandorle e il caffè con l’orzo e la cicoria. Il guaio vero era tua madre, buon’anima. Lei stava male a Liconiso. Il silenzio dal fronte e soprattutto l’idea che quel silenzio sarebbe durato per sempre, la stavano ammazzando. Aggiungi la sua vedovanza a ventisei anni e il pensiero che il suo mondo era ormai perduto per sempre, con i suoi salotti, i teatri, i negozi e le belle cose di città, tutto finito, sepolto sotto le macerie assieme alla sua casa. E’ vero, c’eri tu e tu eri importante per lei. Forse a una persona sana questo poteva bastare. E in effetti, all’inizio, le bastò, riversandoti addosso tutto l’amore e l’ardore che ancora aveva dentro. Ti copriva di baci e di carezze, ed era perfino gelosa e non permetteva a nessuno, neppure ai tuoi nonni, di pettinarti o vestirti.”
“Questo all’inizio. Poi, a poco a poco, Sara sembrò svuotarsi dentro, smise anche di essere così possessiva verso di te e quel suo viso da madonna e il suo bel personalino sembravano, ogni giorno di più, fatti di cera, senz’anima. Pian piano anche gli occhi le si indurirono, il viso le diventò rinsecchito e arrivò al punto di indossare apposta la roba di tua nonna, nera e più larga di non so quante misure, che la faceva sembrare una vecchia, e così conciata girava per casa e nell’orto come una sonnambula.”
“Parlava poco e rispondeva male ai tuoi nonni ché, diceva, ancora la volevano trattare come una bambina e ce l’aveva anche con me, con suo fratello, che non avevo fatto la guerra con la scusa della gamba fessa, mentre gli altri andavano a farsi ammazzare come cani. Cose così diceva, che a sentirla sembrava cattiva, anche se lo sapevamo tutti che era il dolore che aveva in corpo a farla sragionare. Insomma, dopo qualche mese mia sorella Sara riversò in quella casa e su quei poveri vecchi, e anche su di te qualche volta, tutto l’inferno che teneva dentro.”
“Solo a tratti era diversa ed era quando veniva risucchiata dentro i suoi sogni e dimenticava dolore e paura. Rigovernando la camera canticchiava e chiamava il marito come se fosse nella stanza accanto; poi parlava della casa di Catania come se dovesse tornarci da un momento all’altro e a noi, che stavamo a guardarla senza dire niente, saliva un groppo di veleno in gola specie quando chiamava il suo Antonio con i nomi più strani, quelli che usava a diciott’anni, appena sposata. Certe volte, ricordi?, ti diceva: “Papà viene stasera, dobbiamo farci belle per lui”. E ti faceva sedere davanti alla specchiera, ti spazzolava i capelli legandoli con un nastro rosso e ti metteva il vestitino buono. Poi anche lei si metteva allo specchio e ci stava ore e ore a truccarsi e pettinarsi...”.
 
“Ma, quando si faceva scuro e noi mettevamo la spranga alla porta, lei, a quel rumore, sgranava gli occhi e si metteva a gridare che era ancora presto, che lo facevamo apposta a chiudere la porta per lasciarlo fuori a farsi ammazzare dai partigiani che scendevano dalla montagna. E qualche volta, urlando come un’ossessa, si graffiava il viso con le mani e si tirava i capelli e quel povero vecchio di tuo nonno e io dovevamo tenerla ferma per non farsi male.”
“Anche tu gridavi, la chiamavi, le tiravi la veste, ma lei niente, manco ti sentiva, manco vedeva le lacrime che ti rigavano le guance. E questo non vuol dire che non ti volesse più bene, vuole dire solo che la sua malattia era già grave e si aggravava ogni giorno di più. Ricordo quelle volte che tua nonna, per non farti vedere e sentire certe cose, ti portava in cucina e ti dava un po’ di zucchero caramellato ma tu capivi già tutto e non volevi lo zucchero e neppure volevi stare con lei. Ti mettevi in un cantuccio e piangevi... Una pena, mia cara, una pena...”.
- “Basta, zio, basta..., per favore...”
- “Sì, hai ragione, Annina, basta, basta... Tanto queste cose le sai. Forse, anche se eri piccola, qualcosa ricordi... Ma sono cose importanti per quello che ho da dirti e che tu non hai mai saputo...”
 
Zio Carmine chiuse gli occhi e poggiò la fronte sulla mano aperta, picchettandosi il cranio mezzo calvo con le dita e mi lasciò così, in attesa, quasi dovesse rincorrere i pensieri. Poi aprì gli occhi, si sfregò la fronte e continuò, sempre con quel tono piatto, senza espressione, come leggesse un libro ad alta voce:
“Resta il fatto che non ne potevamo più e quei poveri vecchi non sapevano che fare, e manco io, che ero l’uomo di casa, sapevo a che santo votarmi. Così accettai il consiglio di qualcuno che mi disse che in una vallata fuori mano, in un vecchio casolare di campagna, c’era una tizia che assieme al nipote allevava i porci e le galline e che riusciva a calmare le isteriche e le pazze con infusi di radici e di erbe.”
“La chiamavano La Santona e dicevano che quelle erbe che usava erano erbe del diavolo. Eppure si sapeva che proprio con quelle aveva guarito anche un’epilettica. Io alla faccenda del diavolo non ci credevo, ma pensai che un po’ di erba e qualche radice non potevano fare male a nessuno e forse funzionavano davvero e poi lassù non c’erano dottori per la testa. Forse a Catania. Ma vallo a trovare laggiù, con quel disastro”.
 
Mio zio era stanco, lo si vedeva bene, ma io adesso volevo saperne di più, così non l’interruppi.
Dissi solo: “E l’ospedale, in città?”
“Quale ospedale?” – fece lui sgranando gli occhi – “Laggiù andava bene per ricucire le ferite e per tagliare braccia e gambe incancrenite dal piombo e dalle schegge e poi Sara diceva che eravamo noi i pazzi e che era lei l’unica sana di testa in casa nostra! Altro che ospedale... No, no, il problema era un altro. Il problema era convincere tua madre a prendere qualche calmante: lei, che non voleva prendere neppure la valeriana per i nervi. Pensa, Annina cara, che faticavamo a farle bere un po’ di camomilla!”
 “L’unica soluzione era portarla da quella donna con una scusa. Una scusa qualsiasi. Qualcosa che la convincesse per davvero. E se le erbe non funzionavano, almeno avevo provato e si poteva pensare a qualcos’altro”.
“Così un giorno le inventai che se veniva con me poteva sapere qualcosa di più su Antonio, dov’era e che faceva, forse anche vederlo, parlargli, perché c’era una che vedeva le cose nascoste e le faceva pure vedere agli altri. E lei ci pensò su, ma non tanto. Non so se ci credette o se ci volle credere, perché si attaccava a tutto pur di galleggiare in quell’inferno. So solo che mi disse di sì.”
“Io allora le dissi di non dire niente ai vecchi, ché non avrebbero capito e che doveva restare un nostro segreto, un segreto tra fratello e sorella e lei mi rispose che andava bene così perché lo sapeva che quelli la volevano vedere vedova e sola.”
 
“Partimmo presto l’indomani mattina e tu dormivi ancora. Partimmo dopo avere raccontato un paio di frottole ai vecchi su un carico di frutta, e lei per tutto il viaggio restò in silenzio; parlai solo io raccontandole ancora bugie e mezze verità. Le dissi di non preoccuparsi se quella donna le dava qualche infuso di erbe perché lo faceva solo per aiutare la mente a ricevere bene le visioni, cose così, insomma, panzane inventate al momento, tanto per dire qualcosa e prepararla.”
“Lei annuiva, ma non credo neppure che capisse. O forse non le importava neppure, tutta presa, com’era, dall’idea di parlare con tuo padre e di vedere più chiaro il suo futuro. Poi mi stufai del cumulo di menzogne che imbastivo e stetti zitto con le redini lasche in mano, abbandonandomi, nel sole già alto, ai lenti movimenti del carretto: nel silenzio si sentivano solo i grilli, gli sbuffi della mula e lo stridio delle ruote sui ciottoli. Si sentiva anche, a ogni sobbalzo, sbattere un sacchetto che avevo messo sul cassone, con dentro qualche chilo di farina, un fiasco di vino, un cartoccio di zucchero e un poco di caffè, tutta roba che valeva tant’oro in quei momenti e che volevo dare in pagamento a quella tizia.”
 
“Arrivammo a metà mattina in un cascinale isolato cotto dal sole e restammo laggiù un paio d’ore. Quella donna, la Santona, non era neppure tanto vecchia, aveva un viso mansueto e i modi gentili. Non mi sembrò una indiavolata, ma vidi che ci sapeva fare davvero con le erbe. Ne aveva in casa una collezione, tutte etichettate in piccole ceste e barattoli, come in farmacia. Comunque in un paio d’ore tutto era finito: ricordo che le parlai io a quella donna, dandole il sacchetto con la roba e lasciando tua madre a cassetta. Le dissi poche cose, qualche racconto smorzato, e come avevo fatto a convincerla a venire da lei, ma la donna capì.”
“Fu lei a fare scendere Sara dal carretto, prendendola per mano e accompagnandola dentro come fosse un’amica. Per il resto ricordo solo la smorfia che fece tua madre quando dovette bere una mistura marrone che quella donna aveva preparato stando una buona mezz’ora in un cucinino. Ma non fece storie, disse solo: “Con questa lo vedrò?”. Ricordo anche la donna che disse: “Con questa, figlietta mia, vedrai tutto più chiaro, stai tranquilla” e, così dicendo, si girò verso di me e mi fece un sorrisino da complice, poi accompagnò Sara verso un divano mezzo sfondato, la fece sdraiare e le mise un cuscino sotto la testa.”
“Se ti senti la testa pesante - le disse - lasciati andare. Riposa.”
“Ma lo vedrò? - ripeteva tua madre - lo vedrò?” E quella rispondeva: “Certo, certo.”
“Lo seppi dopo che le aveva dato belladonna e papavero mescolati con chissà cosa che, a berne tanta di quella roba, poteva ammazzarla subito. Ma la dose era giusta e quando, dopo una mezz’oretta, andammo via, Sara era ancora mezzo addormentata ma sembrava diversa. Non so come dire: sembrava anche più giovane, aveva gli occhi lucidi e un sorriso dolce sulla faccia. Ed erano mesi che non sorrideva più.”
 
“Io ero contento, la vedevo serena, calma e anche se non parlava e oscillava come un fantoccio sul carretto, ero sicuro che si sentiva già meglio. Ma non potevo stare a guardarla troppo: la strada era difficile, la mulattiera s’inerpicava a lato d’un vecchio cratere dell’Etna, profondo una ventina di metri e dovevo governare bene la mula che non aveva neppure il paraocchi. Da lassù, si vedeva fumigare in basso la sciara come se vi fosse stata da poco una colata. Ma quella lava era vecchia di chissà quanti anni e il fumo era solo la condensa dell’umidità intrappolata tra le rocce e i rovi.”
“Comunque ero contento e ad ogni scossone sentivo premere in tasca il sacchetto che mi aveva dato quella donna con un po’ di foglie per preparare gli altri infusi a casa, e benedissi, tra me, l’idea che avevo avuto di portarla fin là.”
 “Ad un tratto lei disse:
- “L’ho visto, sai?” - e mi sembrò che, tutt’a un tratto le si fosse snebbiata un po’ la testa. E sorrideva, si aggiustava la veste e sembrava anche più bella. Il suo viso era ritornato ad essere quello di una madonna.”
“Chi hai visto?” - feci io svagato, controllando il tiraggio delle redini e il cammino della mula.
E lei: - “Come chi? Antonio, ho visto. Tu mi hai portato fin qua apposta.”
“E’ vero” – sospirai – “Ti ho portato apposta. E ti ha detto qualcosa nel sogno?” e intanto che parlavo mi si stringeva il cuore, credimi Annina; anche se sorrideva e il suo viso era luminoso, io la vedevo ancora malata, forse pazza, anche se ora so che il pazzo ero io che l’avevo imbottita di menzogne.”
- “Certo. Mi ha parlato.” – disse – “Ma non era un sogno. Ero sveglia, io, e l’ho visto bene. Visto e sentito come vedo e sento te adesso. Mi ha fatto vedere il posto dove sta. E’ bello, quel posto. Tutto verde. Ma un verde diverso da qui.”
- ”In Africa?” – feci io. Non volevo assecondarla ma non potevo neppure deluderla. In fondo ero stato io che le avevo costruito quella manfrina. Lei stette un momento a pensarci, poi disse:
- “In Africa, dici? Non lo so, non lo so proprio... Però...si sta proprio bene dove è lui.”
Io non dissi nulla. Non chiesi nulla. Quella storia mi stava andando di traverso.
- “Però anche se il posto è bello – continuò d’un fiato – lui non è felice. Me lo ha detto. Gli manco io e gli manca Annina. Ma adesso dice che ha più bisogno di me. Mi ha detto vieni, lascia Annina dai nonni e dallo zio Carmine che le ha fatto da padre in tutti questi mesi e Annina con lui si diverte. Poi mi ha detto come fare per andarlo a trovare.”
Era una conversazione assurda, dovevo far scivolare e disperdere le parole nell’afa che si stava alzando dalla sciara rovente e chiudere quel discorso che rischiava di trascinarci in una giostra infame. Dissi solo:
- “Sara, è difficile viaggiare di questi tempi. Lo sai.”
Lei sussurrò: “No, non è difficile”. Poi mi chiese, con una gentilezza che non sentivo da tempo, di fermare il carretto che doveva fare una cosa. Le chiesi cosa e lei non mi rispose.
- “Ma... adesso?” – dissi - “Proprio adesso? E’ urgente?” 
- “Adesso – rispose – Ferma qui, per favore. Qui va bene”
- “Ma qui c’è gente!” - feci io indicando alcuni contadini che zappavano su un poggio. “Non puoi aspettare di arrivare a casa?”
- “Non ci senti?” – disse, e la sua voce era diventata tagliente come un coltello. Gli occhi duri, di ghiaccio. Il viso tirato – “Ti dico di fermarti. Hai capito? Fermati! Adesso!”
“Lei stessa tirò le redini della mula, poi scese d’un balzo e si diresse verso una grossa siepe di fichidindia e l’aggirò. Sai cosa pensai al momento? Pensai che anche svampita com’era, badava ancora alla decenza.
 
“L’urlo arrivò dall’alto. Non era stata lei a gridare. Erano stati quei contadini sul poggio: avevano lasciato in terra vanghe e forconi e vidi che si precipitavano giù per la discesa. E scendendo gridavano si jttau, si jttau e io non capivo. Ero stordito dal sole e non vedevo niente, dal basso, dietro i fichidindia.”
“Poi capii. E fu un fulmine. M’accecò, mi tramortì. Per questo restai ancora qualche secondo imbambolato a cassetta. Restai immobile e vedevo solo le ombre nere dei villani rincorrersi come in uno stupido gioco attorno alla siepe di fichidindia.”
“Uno venne verso il carretto, le braccia alzate, gridava “Scinnissi, prestu, scinnissi! Dda povira carusa abbulau ‘nta sciara!”, e subito ritornò sui suoi passi, non lo vidi più. Anche gli altri erano spariti oltre il fosso, e il silenzio, come una cappa dorata, mi si chiuse addosso. Sentivo persino il frinire dei grilli e il fruscio del vento sull’erba rada.”
“Poi neppure i grilli sentii, nè il vento. Il tempo si era fermato e qualcuno riempiva l’aria di un urlo acuto che mi sfasciava i timpani e che rimbombava tra i castagni e le rocce. Mi accorsi che ero io che gridavo e gridai tanto che mi seccò la gola.”
 
“Era bella anche da morta tua madre. La misero nel cassone e dovevano anche averle lavato un po’ il viso con l’acqua del bummulu che vedevo appoggiato a una pietra, ma c’era ancora un grumo di sangue nei capelli. Poi uno mise un sostegno alle stanghe del carretto, staccò la mula e la cavalcò senza sella. Mentre andava disse: non muovetela, vado dal delegato, in paese, e corse via frustando quella povera bestia con un ramo di castagno quasi che avesse un senso andare forte. Un altro, rimasto assieme a me e a lei, tentava di farmi uscire un po’ di fiato dalla bocca. Diceva: io sto a Liconiso, la conoscevo di vista, povera signora, lo sapevo che non c’era più con la testa. Ma morire così..”
 
“Il resto lo sai. Non mi va di ricordartelo.”
“Ora sai tutto. Tutto. Dimmi solo quanto odio t’è cresciuto dentro in questa mezz’ora. Dimmi qualsiasi cosa, prima di andar via.”
 
* * *
 
Io non risposi, mi alzai dalla poltroncina, mi diressi verso la vetrata e poggiai la fronte sulla lastra. Non era fredda come speravo. Il sole era calato e s’intravedeva solo una piccola striscia colorata oltre le colline.
Tra le foglie nere della magnolia, riquadrata come in un quadro appena screziato da barlumi di rosso, vidi mia madre ancora giovane, ma in effetti senza età e senza tempo. Vidi anche altri, vecchi a trent’anni, zoppicare nella piazza del paese appesi alle grucce o seduti al bar con una manica della giacca piegata e tenuta su con una spilla da balia che nascondeva l’oscenità di un braccio ridotto a un moncherino. Vidi alcune vicine di casa, chiuse nel nero di un lutto che non avrebbero mai dismesso. Erano ricordi ormai dimenticati, ricordi di bambina, che affioravano come fantasmi da un altro mondo. Un mondo che si stentava a credere che fosse mai esistito. E lei, mia madre, si inseriva nel quadro con naturalezza, lo attraversava silenziosa, pensosa; addirittura con l’accenno di un sorriso, proprio come gli altri e come gli altri sembrava aver dimenticato ogni cosa.
Nella nuova pace che aveva spento ogni affanno c’era solo la nota stonata di quel vecchio che mi stava alle spalle, distrutto dai rimorsi e accasciato sulla sedia di vimini.
Mettendo a fuoco lo sguardo in modo diverso, vedevo anche lui riflesso nel vetro, lo vedevo illuminato dai neon appena accesi che inondavano il giardino d’inverno di una luce bianca, spietata. Ma non era un fantasma, non ancora.
 
Sapevo che l’orario delle visite era terminato, tra poco sarei dovuta andar via, ma prima dovevo fare ancora una cosa. Certo che devo farla, dissi tra me.
Mi avvicinai a mio zio, mi sedetti di nuovo nella poltroncina e alzai gli occhi verso di lui indicandoglieli ripetutamente con un dito.
“Guardami bene gli occhi, zio. Guardami dentro – gli sussurrai – e dimmi cosa vedi.” - e intanto sperai che anche le pupille fossero aperte, come gli occhi, così che lui potesse davvero leggermi dentro l’anima. -“Vedi odio, lì dentro?”
Mentre lui scoteva il capo abbandonandosi sulla spalliera, io continuai:
“C’è un lago d’inchiostro, dentro di me, è vero. E’ fatto di mille cose ma non d’odio. C’è rassegnazione, forse. A volte quel lago è smosso dalla rabbia per quella guerra maledetta e per ciò che poteva essere e non è stato. Ma sono onde passeggere. E non c’è odio. Per niente e per nessuno. Ogni altra cosa l’ho annegata in quel lago. Le cose giuste e le cose sbagliate, tutto. Tutto annega laggiù, assieme al resto, anche quello che mi hai detto stasera. ”
Poi mi alzai e lo baciai sulla fronte. E mentre andavo dissi:
“Voglio vedere un lago quieto, domani, nei tuoi occhi.”
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 11:21 | link | commenti (2)
categorie: narratori e racconti

Comunicato del 24 luglio 2009

Da segnalare c’è poco. Il periodo, il caldo, la villeggiatura hanno spopolato anche i blog. Comunque, cerca cerca, qualche cosa ho trovato.
 
Dedicata alle mani.
 
 
Accipicchia…ai nonni.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 11:16 | link | commenti
categorie: comunicati
mercoledì, 22 luglio 2009

Il poema epico: colloquio di Renzo Montagnoli con Fabrizio Corselli

Il poema epico: colloquio di Renzo Montagnoli con Fabrizio Corselli
 
a cura di Renzo Montagnoli
 
 
Il poema epico che cos’è e oggi se ne scrivono ancora? A queste e altre domande, sempre inerenti il tema, ha risposto Fabrizio Corselli, cultore del genere, nel corso di un colloquio che di seguito potete leggere.
 
Credo che ben pochi non abbiano avuto l’occasione di studiare a scuola l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide, forse i tre poemi epici più conosciuti. E’ forse superfluo ricordare la loro funzione di mezzo di comunicazione orale in epoche in cui i libri erano delle rarità e in cui ovviamente non esistevano né la radio, né la televisione. Ma cos’ è un poema epico? Per rispondere con poche e semplici parole è un componimento letterario in cui si cantano le gesta, autentiche o leggendarie, di un eroe o di un popolo. Il valore dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide va ben oltre la funzione di strumento divulgativo, perché presentano caratteristiche letterarie, oltre che storiche, che da sole ne giustificano la fama. Successivamente alle rispettive epoche storiche, ci sono state altre opere epiche nel Medioevo e nel Rinascimento, magari con caratteristiche diverse, ma sempre finalizzate a serbare la memoria di personaggi quasi leggendari (pensiamo al ciclo di re Artù, al famoso Cid, all’Orlando Furioso). Poi c’è il vuoto, cioè il poema epico non trova più artefici. Secondo te, quale è il motivo?
 
Il tutto sta, secondo me, proprio nella parte definitoria del poema, ossia quella parte che si riferisce alla conservazione e al tramandare la memoria, l’identità di un popolo. Del resto, i tratti del personaggio principale o dell’eroe erano i caratteri distintivi del popolo al quale egli apparteneva, e nel quale si ritrovava oltremodo l’autore.
     In questa nostra modernità si è perduta la “dimensione eroica”, non nel senso di combattere guerre e ottenere la gloria eterna, ma trovare il coraggio di sfidare la realtà, tutto ciò che ci circonda, sia essa semplicemente la paura della morte, o perfino il peso dell’esistenza, l’elevare se stesso oltre ogni barriera e impedimento. Perché adesso è più eroico riuscire a mantenere la propria identità che brandire un’arma e uccidere il prossimo. Ciò che si è perduto in toto è il senso della civiltà, il senso di coesione, la capacità di guardare alla Natura, ed entrare in piena intimità con essa; gli antichi ben erano consapevoli di questo aspetto della vita. Gli antichi erano ebbri di illusioni, come i fanciulli, come ben evidenzia Leopardi, “erano capaci di azioni eroiche e magnanime; erano anche più forti fisicamente, e questo favoriva lo sviluppo della loro tempra morale; la loro vita era più attiva e intensa, e ciò contribuiva a far dimenticare il vuoto dell’esistenza”. Essi erano, da questo punto di vista, superiori a noi sia nella vita civile, ricca di esempi virtuosi ed eroici, sia nella vita culturale. Di contro, il progresso della civiltà e la ragione stessa hanno reso i moderni incapaci d’operare tutte quante le azioni sopra citate, li ha resi indolenti, ha intorpidito le loro menti, facendo attecchire in quel nulla la viltà, la meschinità, l’egoismo e la corruzione dei costumi. In buona sostanza, vi è una caduta degli ideali.
     Abbiamo perduto la figura dell’autore che continua a credere nell’uomo e nella società in cui vive (chiudendosi nella propria torre d’avorio invece di divenire egli stesso promotore della cultura). Vi è una totale asincronia tra egli e la vita. Adesso abbiamo soltanto “scrittori” che sono schiavi del consumismo e che pensano principalmente alle loro vendite, alla “fama”. Chi, adesso scrive veramente, in maniera disinteressata?
     Una serie di valori importanti, contemplati finanche nell’epica, si sono quindi perduti per sempre, ma soprattutto l’interesse verso il mythos. Mancano le basi umane per poter riforgiare il “verso epico”, tale che divenga nuovamente uno strumento per la rivalutazione del proprio popolo, dei propri costumi, della politica, e della propria identità nazionale.
     La vita è soprattutto Polemos, una guerra invisibile, alla quale siamo tutti destinati a partecipare, non con la spada e lo scudo ma con la nostra integrità intellettuale e la nostra penna, al servizio degli altri. La nostra è una falsa Democrazia.
     Un secondo problema del “verso epico”, attiene oltremodo alla stilistica. Da Aristotele, lo stile dell’epica veniva definito col termine semnos, cioè nobile, alto. A causa della tendenza dequalificante sulla tecnica, che non serve, che non è necessaria per forgiare una poesia, situazione questa di comodo, la poesia ha subìto un totale appiattimento. Solo pochi poeti sarebbero realmente in grado di “emulare” tale linguaggio (e parlo di assimilazione, in senso positivo), perché per quanto una falsa e tendenziosa liberalizzazione dell’Arte, voglia tutti poeti e scrittori, tale poetica, anche nell’etichetta di Moderna, presuppone uno studio e una gran conoscenza. Ci vuole consapevolezza e capacità di strutturazione. Oltre al semnos si affianca anche il principio del prepon, ossia della conformità, cioè il considerare l’opera come un insieme di elementi fra di loro dialetticamente concatenati, ossia ogni cosa al suo posto (e non mi riferisco semplicemente al carattere formulare della poesia epica). Molti poeti sono bravi nella poesia singola, non inquadrata in una visione d’insieme come lo può essere un romanzo, per tale motivo essa andrà a confluire in una silloge. L’epica presuppone un lavoro di progettazione, presuppone una pianificazione. Insomma, un’opera completa, e che lo differenzia dall’aedo (in senso tecnico), proprio per il suo carattere marcatamente creativo; in questo caso parliamo di “poeta letterario”.
     Ciò che ci manca è forse un altro Medioevo per capire realmente cosa abbiamo perduto.
 
Quindi, se volessimo cercare una data in cui si sono iniziati a perdere i valori assoluti dell’uomo, sia nei rapporti interpersonali, sia nel suo modo di relazionarsi con la natura, potremmo identificarla con l’avvento dell’attività industriale, più o meno verso la fine del XVIII secolo. Tu invochi un altro Medioevo per comprendere che cosa si sia perduto, ma penso ti riferisca al primo medioevo, cioè quei secoli bui di regresso culturale e sociale. Mi sembra, però, che siamo sulla buona strada per incamminarci verso un nuovo medioevo. Gli stati vanno perdendo le loro caratteristiche di coesione, la cultura tende a regredire per poter mantenere lo status quo di un potere corrotto e inetto, le invasioni barbariche sono alle porte, anche se si tratta di poveri migranti, la passione per l’arte è soffocata dall’unico dio-ideale rimasto e imposto a forza, cioè il denaro.
Pensi che una crisi socio-culturale come quella che si verificò nel primo medioevo potrebbe far risorgere tutti quegli elementi di base del poema epico? Potrei anche immaginare un poeta che si mette a scrivere La fine di una civiltà. Che ne dici?
 
Non hai tutti i torti. Ciò che stiamo vivendo è ancora il preludio, ma questo lascia presagire la fine. Ciò che però mi fa storcere il naso è proprio la mancanza della dimensione eroica. Da ciò che ho potuto vedere, il Medioevo arriverà ben presto ma non è detto che il popolo reagirà, per cui si presenterà molto più buio; io scorgo solo un sottostare e soggiacere, perché così va bene e piace a molti. La nostra civiltà sta in rapporto con tale termine come la pace olimpica moderna sta a quella antica; è solo una falsariga, una pura illusione, poiché ai tempi antichi le guerre si facevano lo stesso e perfino nella Olimpiade 104 vi fu invasione di campo durante le gare: è come volere la Democrazia eliminando in toto la guerra, la schiavitù e tutte le brutture di questo mondo, ovvero facendo finta che non esistano, impossibile se non presuntuoso. Penso proprio che ciò potrebbe gettare le basi per un genuino poema epico. Solo quando il poeta si ergerà al di sopra delle rovine del presente potrà iniziare la sua opera di scavo da archeologo meticoloso. 
     Vedo un futuro molto simile a quello di Atlantide, ma chi farà le veci di Platone nel raccontarne la rovinosa caduta?
 
Abbiamo detto degli elementi oggettivi, d’ambiente, perché possa esistere lo spirito e l’esigenza di un poema epico. Tu hai citato anche un problema stilistico che, a mio avviso, però, sarebbe secondario. Non posso credere che nell’epoca attuale non possano esistere autori in possesso della preparazione richiesta; magari non saranno molti, magari non ricorreranno all’esametro, ma devi pur ammettere che la cosa non è impossibile. Del resto, mi viene già in mente un nome: Fabrizio Corselli. E a tal riguardo ti chiedo, ed esigo una risposta estremamente sincera, perché tu solo o quasi? 
 
Il problema non è secondario, ma pur vero che non impossibile e così focale, del resto ho già detto che vi sono poeti in grado, ma a loro non interessa. Comunque non si pretende l’uso dell’ottava in esametro o che si aderisca pienamente in un rapporto mimetico, peraltro sbagliato, con il canone formulare della poesia epica.   
     La vita è Polemos ma allo stesso tempo Nymphos, una “energheia” esistenziale “combattuta fra la primordialità dell’essere e la sua bellezza in una eterna e continua contrapposizione”. Tutto ha cessato di esistere con il rifiuto del movimento estetico a discapito di un’arbitraria e millantata superiorità delle Avanguardie; è vero che hanno apportato grandi innovazioni ma hanno cancellato tutto ciò che vi stava prima. Di danni ne hanno fatti tantissimi. C’è chi ancora spalleggia la negazione del “classico”, peccato che la nostra “modernità” poggi inesorabilmente sul passato.
     Gná»—thi seautón, questo manca all’uomo di oggi, il “Conosci te stesso”. È impossibile impostare un’opera densa di significato e soprattutto di grandi ideali se alla fine il destinatario deficita nella propria componente caratteriale di grande maturità, il tutto attenendo a una grande consapevolezza interiore. Il poeta, quello vero, quello sincero ha una grossa responsabilità nei confronti dei suoi simili, egli è finanche portatore di quegli ideali che caratterizzano l’era in cui vive.
     Sarebbe troppo presuntuoso dire me stesso, come unico poeta esistente per l’Epica Moderna, però penso che il tutto si riferisca al mio attivismo, non mi arrendo e tantomeno mi piego all’annientamento culturale propinato dai media e dalle false classi intellettuali che invece di diffondere le diverse categorie artistiche, cercano di fissarle in schemi preformati con troppa convinzione e superficialità. Ti spiego. Oramai critici e case editrici fanno da padroni, stabiliscono cosa è Arte o no, cosa è cultura e no, chi è scrittore e no. Se non pubblichi non sei uno scrittore. Dipende chi vi sta al potere mediatico, al pari della politica (limitatasi adesso al solo show televisivo). Una cosa comunque è l’Editoria e un’altra la Scrittura.
     Io con animo serafico, mi oppongo a ciò nella maniera più tranquilla, ossia seguendo i miei ideali, portandoli avanti con impegno, passione e soprattutto consapevolezza. Per mia scelta ho deciso di usare per esempio l’e-book per diffondere i miei scritti, potendoli scaricare gratuitamente. Non faccio alcun male e tanto meno dispetto a nessuno. Soprattutto adesso che ho il supporto di un vero e proprio sito. C’è ancora chi mi critica, in maniera tediosa, adducendo questa mia condotta a un presunto ripiego perché non sono stato pubblicato da un Editore (ritorno al pensiero ciclico esposto). Ma io i manoscritti non li ho nemmeno consegnati.
     Mancano la Passione e l’Amore. Come ben si evince nell’epica, non esiste solo il Pathos ma anche l’Ethos, e la separazione del linguaggio del pathos da quello strettamente epico è pressoché impossibile. Noi siamo travolti dalle emozioni, quelle profonde, dimensione che ha principalmente caratterizzato la tragedia greca. Il poeta per primo deve appassionarsi, commuoversi, crederci a tal punto da abbattere totalmente le barriere del reale, facendosi portavoce di quei sentimenti ai quali ogni uomo è sottoposto, facendone del dolore, della sofferenza, perfino di un intero popolo (in questo sta la sua condotta) i temi principali. Per tale motivo è richiesta fermezza d’animo, fiducia nelle possibilità umane e soprattutto una meditata speranza sul futuro dell’umanità. Questa mia fermezza di giudizio da molti è vista come una condotta spocchiosa, come un rifiuto a priori di qualsiasi “loro vacua lamentela”. Si tratta solo di comprensione. Il pathos oltremodo viene ancorato alla parola, a quelle scelte lessicali che definiscono espressivamente un ben preciso stato d’animo e ideale; oggi non hanno più valore le parole: orghé, kalos, komos, e così ancora i virgiliani furor e fremor, la stessa sophrosyne, la consapevolezza dei propri limiti.
    
Come è avvenuto il tuo incontro con il poema epico e il relativo innamoramento?
 
Fughiamo prima di tutto ogni indugio. L’interesse e l’amore per il poema epico sono una diretta derivazione della passione che ho sempre nutrito da piccolo per l’archeologia e la classicità in rapporto alla terra in cui ho vissuto per ben trentacinque anni. Non nasce per caso. Si può dire tranquillamente che la mia vita l’ho passata tra siti archeologici e musei. Ho avuto la fortuna, nel periodo delle Medie, di visitare il bellissimo museo di Himera prima che chiudesse successivamente. Per cui il mio interesse non è artificioso e la mia scrittura improvvisata. Ho conosciuto l’epica, sempre alle medie, studiando l’Iliade e via via appassionandomi a tal punto da leggere l’Odissea, le Argonautiche, producendo oltremodo una tesina di gruppo sull’Egitto e sull’Archeologia. Il mio cuore è lì, fra quelle rovine, che a molti possono sembrare solo pietre e polvere, ma è in quella polvere del tempo che riecheggiano i lamenti dei grandi eroi, dei grandi uomini, di divinità e miti, e di perdute civiltà. Ogni pezzo singolo ha una sua storia, così come ogni singolo verso all’interno della propria cronistoria poetica.
     Per ciò che concerne invece la fase compositiva, quella è arrivata tardi, nel 2004. Fino ad allora, ho portato avanti, in maniera metodica, una serie di studi di stilistica e di poetica, affinando così anche una serie di teorie estetiche proprio sul verso. Inoltre, la pulsione alla narrazione, l’amore per i giochi di narrazione orale e giochi di ruolo, hanno condotto il mio estro a fondere insieme l’epos e la poetica, come una sorta di forma compensativa, dando poi vita a ciò che io adesso scherzosamente chiamo “metro arcadico” o “epica forma”. Un verso libero, si badi bene, altamente musicale che si snoda lungo ben precise nervature strofiche e che nella sua pura euritmia testuale innerva continuamente figure retoriche di rottura sintattica. Giordano si espresse con gran precisione nei miei confronti, sulla mia ritualità compositiva. Col verso cerco di ricostruire il Caos partendo dall’armonia e viceversa; alla musica è affidato il grande potere di seduzione cosmica che tanto caratterizzò il mistero di Orfeo. Da questo punto di vista, considero più attinente l’etichetta che mi viene data di “Orfeo dei tempi moderni” e non di “Omero”.
     Secondo alcuni detrattori, i miei versi sarebbero privi di ritmo. Questo spiega molto del problema poesia oggigiorno. Basta prenderne una per rendersene conto, non ci vuole molto.
 
Prima di tutto, a beneficio dei lettori, ma anche mio, chi è Giordano? Dunque la passione nasce dalle antiche vestigia, dall’archeologia, ma questo, se spiega molto, però non è del tutto esaustivo, perché nella tua epica la componente mitologica, ovvero fantastica, è preminente. Questa circostanza mi induce a pensare che la letteratura fantastica abbia su di te un grande ascendente. E’ vero e, se sì, perché?
 
Hai ragione, è dovuta una spiegazione ben precisa. Emanuele Giordano è un critico letterario, molto acuto, ma soprattutto uno studioso di Letteratura e Filosofia. Insieme a Matteo Veronesi, a Lorenzo Flabbi, Simona Iovino, e cito anche te, fa parte di quelle persone che hanno sempre seguito, e che seguono con interesse, i miei lavori e la mia poetica. In particolar modo, Giordano ha scritto un interessantissimo intervento sul fonosimbolismo e l’aspetto mitico nella mia poesia, consultabile presso il mio sito personale Achilleion (sezione “Articoli e Interviste”, col titolo “Il Canto delle Sirene”).
     Il Mythos, ossia il racconto, in me nasce dall’esigenza di oltrepassare la soglia del reale, per trasfigurarlo e da questo “nuovo mondo” manipolato ritornare, in maniera circolare, alla realtà stessa. Io parlerei di uno spropositato ascendente. Sin da piccolo l’immaginario ha giocato un ruolo fondamentale sulla mia capacità di astrazione, sulla mia capacità affabulatoria. Il raccontare fiabe e storie fantastiche è solo il preludio di un processo molto più ampio che è l’atto immaginativo. Anche qui mi ripeterò nuovamente, citando le parole che ho impiegato nell’ultima intervista da parte dello scrittore Luca Azzolini «È un retaggio infantile quello di voler raccontare storie fantastiche, fatte di draghi e cavalieri», e aggiungo “non solo”, «che però nel tempo è cresciuto e si è sviluppato lambendo i confini della mitopoiesi. Il fantastico è immancabilmente legato a una esigenza della mente umana altresì a una sua capacità che spesso viene messa da parte o quasi dimenticata (a discapito del discutibile “vissuto”), anche dagli scrittori più autorevoli, ossia l’Immaginazione. Il potere dell’immaginare è infinito, un potere tale da costruire nuovi mondi, da controllare il tempo e metamorfosare la propria esistenza in una proiezione di se stessi, in un alter ego che vive all’interno d’una realtà testuale. Il libro come dimensione parallela.”. “La capacità di saper tessere trame, di intelligere secondo schemi fuori della logica formale, di approfondire personaggi all’interno di un sistema narrativo, di operare crossover fra tipologie diverse di personaggi e mondi. Il fantasy non è solo letteratura d’evasione ma un nuovo modo di interpretare la realtà, seppur in un sistema traslato, trasfigurato come lo è l’atto che è sotteso all’attività artistica”. Il fantasy è necessario, anche come intrattenimento, la mente non è fatta per assorbire della realtà, nuda e cruda, tutto quanto, ha bisogno di staccare, di evadere, di trovare il proprio luogo di quiete, il proprio choros apemon, un “luogo sicuro” dove le leggi del reale non esistono più e il peso della società si affievolisce fino a divenire un dimentico ricordo. Infatti, uno dei miei luoghi preferiti dove ambiento la maggior parte dei miei lavori è il bosco, luogo magico e dalle mille risorse». 
     Tuttora scrivo presso la rivista DM Magazine, impegnato nella progettazione, a livello amatoriale, di ambientazioni per il gioco di ruolo, contemplando elementi fantastici come creature, luoghi, personaggi e zone geografiche. Tutto questo, iniziato nel 1985 con il gioco di ruolo Uno Sguardo nel Buio, ha sviluppato in me la capacità di costruire, in poesia, un’opera tematica che esuli dalla semplice silloge. Lo scrivere trame, il realizzare avventure, il gestire le interazioni tra personaggi, e tanto altro vanno a confluire nella progettazione di una vera e propria storia completa di background per la mia opera letteraria. Un esempio è Promachos e il Tamburo da Guerra; esso però non ha le fattezze piene di un’opera narrativa, è pur sempre un’opera che va letta da lettore di poesia. Le sperimentazioni ibride non possono essere prese in toto come opera narrativa effettiva, sarebbe un errore gravissimo, tanto che le parti narrative sono definite “ponti narrativi”.
 
E degli autori di poemi epici del passato, quali consideri sempre attuali e per quale motivo? Immagino che citerai Omero, sulla cui capacità di parlare dell’uomo come essere complesso e quindi con l’invidiabile dote di universalizzare il suo pensiero, andando anche ben oltre gli stretti limiti temporali, non penso ci possano essere dubbi. In pratica ti chiedo alcuni nomi e le loro caratteristiche di contemporaneità.
 
Tralascio di proposito Omero, in quanto auctor del genere. A me interessa parlare di chi è venuto dopo, e quindi del suo rapporto con la tradizione dell’epica antica. Il poeta che cito è Virgilio. Pur parlando di omerismo nei suoi confronti, Virgilio dimostra una grande padronanza non solo stilistica ma anche di rimodulazione dei canoni e dei temi dell’epica omerica. Infatti, rapportandoci a lui, non parliamo di mimesis o di aemulatio, bensì di appropriazione, ossia la capacità di fare proprio il bagaglio tecnico-culturale di un altro poeta, in questo caso di Omero. Anche se evidenti i rimandi, Virgilio comunque cerca di discostarsi dal poeta greco. Ma ciò che a me è caro del poeta latino è il suo ethos, il quale non rifiutava i valori più antichi del modello epico ossia il coraggio in guerra, la resistenza alle fatiche, l’impegno politico, il vigore guerriero stesso, ma ne aggiungeva altri, sotto il termine universale di humanitas. Da ciò derivano, quindi, la capacità di guardare al destino, alla storia, farsi partecipi della sofferenza e del dolore altrui, dimostrando così comprensione e sensibilità (come accennato nella prima domanda). Assistiamo al recupero di ideali e concetti tuttora vigenti nella nostra società moderna. Un ethos che oltremodo trasforma l’Eneide in un “poema dei vinti”.
     Una visione che è costante nei miei poemi, tanto che viene eliminata la dimensione epicurea del Dodekatheon, rendendo gli dèi simili agli umani: essi soffrono come i mortali e forse anche di più; c’è quindi una antropomorfizzazione della sfera divina. La vedo più come una visione prassitelica, in cui le divinità sono pervase dall’aura di Aglaos Hebe, dea della Gioventù, ma vinti da una esistenza mortale e messi in una posizione che richiede un supporto. È lì che il poeta interviene e li salva da una rovinosa caduta, perché essi incarnano degli ideali. Per tale motivo il tono dei miei versi si avvicina più all’elegia che all’epos. Per esempio la stessa presenza dei portenta, è una potenzialità inespressa dell’uomo, e non della divinità. In Promachos l’evento che scaturisce dal canto di Melesigenes è la semplice attestazione di come il poeta raggiunga le alte vette del lirismo poetico, liberando la propria fiamma ispirativa, il lambire l’Ineffabile attraverso la metafora della fiamma che attraversa l’intero asse strofico dell’opera.
 
Ci avrei scommesso, anche se personalmente preferisco il Virgilio delle Bucoliche e delle Georgiche, più spontaneo, più legato alla sua origine celtica e per nulla guerriero (e del resto non lo fu nemmeno in vita). Comunque comprendo la scelta (fra l’altro il mio concittadino aveva una vera e propria mania per la perfezione stilistica) e considerando che l’autentica grandezza dell’Eneide risiede proprio nel sentimento di pietà di cui è pervasa, del tutto insolito per un autore dell’epoca e anche dei secoli precedenti. Ma, spostandoci un po’ nel tempo, cioè avvicinandoci alla nostra epoca, pur restando ben in là dal raggiungerla, non ci sono altri? Mi par strano, perche ce ne sono di famosi e che hanno i requisiti della domanda. Tu che ne dici?
 
Penso di sapere proprio a cosa tu ti riferisca. In tale maniera, però passiamo direttamente all’epica cavalleresca, genere che ha comunque fatto dell’epica di Omero e Virgilio il proprio modello di stile e ampio insieme di personaggi e vicende eroiche, seppur differendo poi nello sviluppo dei temi. In Francia abbiamo avuto la Chansons de geste e in Inghilterra il Ciclo Bretone, e non possiamo non citare l’emiliano Ludovico Ariosto, e il suo Orlando Furioso. Un poema epico che introduce innovazioni linguistiche e sintattiche, e soprattutto a me caro, l’elemento creativo, della fantasia, che fa dell’Orlando un lavoro simile a una fiaba. Soprattutto nell’opera, l’Ariosto tende a presentare i valori dell’uomo rinascimentale, e dei cavalieri, seppur attraverso la figura retorica dell’ironia, tende a criticarne i loro valori. Ricordiamoci che ci apprestiamo alla fine di un’età storica, il Medioevo. I cavalieri cercano sempre l'avversario da battere, il cavallo perduto, la donna amata e così via; uno potrebbe dire benissimo che essi sono i soliti topoi letterari, ma all’interno di questo schema, Ariosto pone l’azione dell’uomo rinascimentale sempre diretto verso la realizzazione delle proprie capacità, e una visione dei principi che è più terrena che altro. Ma i personaggi sono strumenti letterari del poeta e così, Ariosto sviluppa attraverso una sapiente dislocazione degli eventi e dei personaggi stessi, i temi a lui cari.
     Un altro autore è Corneille, drammaturgo francese, anch’egli noto per il carattere e la realtà umana dei suoi personaggi presenti nell’opera il Cid (anche se non proprio epica). A seguire, abbiamo poi molti esempi come il Kalevala, il Beowulf, il Canto dei Nibelunghi, Il Cantare del mio Cid, poema epico spagnolo formato da 3733 versi di un autore anonimo risalente al 1140 ca.
     Se invece dobbiamo parlare di “epico” e non di epica, e quindi non strettamente connesso alla struttura formulare e così al verso, aggiungerei anche Le Mille e una Notte (in riferimento alla dimensione umana dei personaggi, rappresentati soprattutto da gente umile), Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo e Omeros di Derek Walcott (in versi), e aggiungerei anche i Cantos di Ezra Pound.
 
E attualmente, chi, oltre a te, si interessa, come scrittore, del poema epico?
 
Che io sappia, nessuno. Ho cercato nel tempo di individuare poeti e scrittori che potessero avvicinarsi all’epica in versi, ma non ho trovato nulla. Ho cercato anche nell’ambito del fantasy, ma il risultato è stato il medesimo sempre parlando di poema, e non di narrativa. Questo non mi rende unico ma nemmeno significa che io debba rappresentare una specie in estinzione o comunque un pazzo che conduce un percorso solitario. Ho fatto delle scelte e mi prendo le mie responsabilità; soprattutto sono coerente con me stesso. Del resto, ho ereditato una cultura che appartiene alla mia isola natia.
     
Questo per eventuali autori, che al momento non ci sono. E invece per i lettori come si è messi? C’è gente che ama il poema epico, al di là di ciò che si insegna a scuola, o anche i recettori latitano?
 
Purtroppo questa è una nota dolente, poiché anche la condotta irresponsabile della maggior parte dei lettori dequalifica tale genere e lo confina nell’abisso. La distorsione concettuale che sta alla base del rifiuto, o meglio dello scetticismo nei confronti dell’epica è la sua correlazione col mito. Da molti l’uso del mito è semplicemente visto come un rendere artificiosa la realtà circostante, lontana dal “vissuto” dell’autore, e quindi vacua, come se ella appartenesse al passato, e quindi qui si chiude il ciclo. Ma non solo, poiché tutto ciò che proviene dalla inventio è distante da quel canone comune che è andato avanti dopo la negazione del movimento estetico, e cioè l’interdipendenza dell’opera con l’esperienza del poeta. Il mythos non è solo uno strumento attraverso il quale l’autore trasfigura l’intero contesto per poi giungere alla verità, impiegando i protagonisti e gli eventi, seppur fantastici o leggendari, come modelli. E quel genio di Platone ne sapeva qualcosa.
     I lettori ci sono ma sono troppo pochi e specifici, circoscritti soprattutto all’ambito delle Facoltà Classiche o agli amanti della mitologia. I greci ai loro tempi avevano il loro “pubblico addestrato” e i poeti conoscevano già i loro destinatari. La maggior parte dei lettori di oggi sono per la letteratura da consumo. E l’epica (Moderna) è troppo impegnativa, date le sue implicazioni a livello strutturale.
     Altri lettori di epica invece li si trova nell’ambito del fantasy, ma sempre legati alla narrativa, di cui sono comunque un grande appassionato; a proposito cito David Gemmell e la sua trilogia su Troia.
     La poesia non ha grande successo, se non quella che aderisce ai dettami imposti dalle Case Editrici (o meglio imprenditori) e critici militanti. Come la definisco io, è più adatta al lettore moderno una poesia fast food.
     Ti racconto un piccolo e divertente aneddoto e poi capirai. Tempo fa un amico di mio fratello, vedendo il mio scaffale, denso di libri di epica e dizionari di mitologia, mi chiese “Puoi prestarmi l’Iliade di Omero? Sai io ho studiato al Classico”. E allora, io, finalmente ravvivato da tanta speranza, presi la copia con la traduzione di Ippolito Pindemonte e gliela prestai. Ma l’illusione durò ben poco, poiché egli, con fare tranquillo, subito mi disse, dopo avere sfogliato le prime pagine: “Ah ma è poesia, pensavo fosse narrativa”. Non c’è bisogno di continuare.
     Io cerco sempre di diffondere la cultura dell’epica in tutti i modi, magari risulterà inefficace, spossante, se non titanico, o addirittura inutile data la complessità dei miei testi (secondo alcuni detrattori), ma continuo nel mio proposito.
     Un libro che consiglio sempre è la Poetica di Aristotele insieme al Simposio di Platone.
 
A volte anche un genere non ha lettori perché poco conosciuto e credo che la maggior parte abbia un concetto dell’epica limitato agli studi classici, quindi visto più come una necessità che un piacere. Il fatto poi di non trovare sul mercato altre pubblicazioni tende a dissuadere un eventuale interessato nel continuare a seguire il genere stesso. Al riguardo mi sembra che tu stia cercando di propagandare il poema epico con una casa editrice, le Edizioni Achilleion. E’ così?
 
Hai pienamente ragione. L’epica è rimasta ancorata al passato così come oggi si considera la categoria del bello e la fruizione estetica prerogative di un’era, diciamo ancor più grave, di una civiltà precedente. La nostra modernità, vuoi o non vuoi, deve le sue origini al pensiero antico e su di esso poggia come invisibili fondamenta.
     È vero, sto cercando di propagandare il poema epico, non che non l’abbia fatto prima, solo che adesso è più forte la pulsione, diciamo la necessità di farlo, e non si tratta di una Casa Editrice. Finalmente, dopo tanto tempo, sono riuscito a realizzare un sito vero e proprio e non un blog, dedicandolo interamente all’Epica Moderna. Achilleion, nome del sito, rappresenta un’ampia vetrina dedicata alla cultura classica e alla poesia antica, contemplando finanche saggi, articoli ed estratti da diverse opere. Oltremodo alcune sezioni specifiche permetteranno al lettore appassionato di seguire in maniera sempre aggiornata i miei lavori (Work in Progress) e di scaricarli gratuitamente una volta che saranno disponibili.
     A supporto del sito, molto articolato e carico di materiale consultabile, ho deciso di lanciare le Edizioni Achilleion. Una serie editoriale molto corposa e profonda, sia per contenuti sia a livello grafico, che curerò interamente io stesso, avendo così l’opportunità di sganciarmi dalle precedenti pubblicazioni con le diverse Associazioni. In questa maniera, mantengo autonoma la gestione della mia personale produzione letteraria. Le Edizioni Achilleion rivoluzionano non solo l’impostazione strutturale del formato E-Book, ma andranno a modificare anche l’intera stesura dell’opera in questione, a livello di background. Una serie più vicina al lettore moderno ma anche a quello più esigente, senza perdere nulla del mio stile personale, che anzi verrà improntato più sull’epos, anche se ritenuto dai miei detrattori pedante, fastidioso e noioso. Non ci si accontenta mai. Qualche stolto che mi legge, per fortuna c’è.
     Chi lo volesse, già da adesso, potrà consultare le linee guida delle Edizioni Achilleion (in formato e-book), connettendosi direttamente al sito (www.achilleion.sitiwebs.com), alla sezione “Edizioni Achilleion”.
     A lanciare le edizioni Achilleion, sarà l’opera “Syrinx – Alla ricerca del flauto di Pan”, un poema di 2000 versi e più, «una sorta di carmen perpetuum, una catena di strofe distese e fluenti che ricordano il respiro compositivo del D'Annunzio di "Maia" e, nel contempo, la melodia infinita di Wagner – immersa però, per così dire, nelle atmosfere liquide e rarefatte di Debussy: il tutto pervaso, poi, dalla sensualità quasi incorporea, quasi illusoria, sospesa fra carnalità ed allucinazione, fra sensazione e rapimento, di Mallarmé (Matteo Veronesi)». Un lavoro al quale tengo molto, soprattutto per il saggio in esso contenuto che tratta il tema del “bosco” e della “natura” come elementi dell’io lirico, in chiave estetologico-letteraria. Soprattutto, ritornerò al poema unico, mettendo da parte le sperimentazioni ibride (poesia e narrativa). Per ciò che invece concerne la Saggistica, uscirà la seconda edizione, ampliata di Dodekadromos: un ampio reportage sulle gare equestri nella Grecia Antica.
     Sempre a livello di diffusione, mi preme segnalare invece un importantissimo evento, che organizza annualmente la Mediateca di Santa Teresa di Milano (Mediabrera), in più incontri, dal titolo Letture Multimediali in lingua latina e greca, e curato dal Prof. Franco Sanna, col quale adesso collaboro. Riporto il testo di presentazione dell’evento: “La lettura pubblica di testi letterari di alto livello è diventata una prassi consolidata in tutte le città italiane e suscita la curiosità di un pubblico che non si accontenta di un semplice intrattenimento. Le iniziative culturali di questo genere svolgono una funzione di divulgazione e diventano contemporaneamente un momento di aggregazione di persone, mosse da motivazioni diverse e attirate dalla possibilità di trascorrere il tempo ascoltando testi selezionati in un ambiente dove non si è distratti dalle urgenze quotidiane. L’incontro è proposto ad un pubblico curioso e disposto ad ascoltare la grande poesia con i suoni e i ritmi della lingua originale. La lettura in lingua latina o greca sarà preceduta da un’introduzione e da qualche indicazione linguistica, mirante a evidenziare la continuità. Come si svolge? Dopo una breve introduzione mirante a fornire le coordinate cronologiche e culturali dell’autore e delle sue poesie, inizia la lettura dei passi scelti. In sincronia con la lettura vengono proiettate su uno schermo le traduzioni in italiano con delle diapositive arricchite di immagini ornamentali. Le traduzioni, inedite, mirano a riecheggiare il più possibile il lessico e l’ordine delle parole. Sullo schermo viene prevalentemente proiettata la traduzione italiana, ma alcune volte compare anche il testo originale: in questi casi un colore diverso segnala i passi corrispondenti.
 
Penso che una delle difficoltà che può incontrare il comune lettore nell’avvicinarsi al poema epico sia la diversa struttura. In un’epoca in cui tanto si corre, e spesso a vuoto, la normale poesia richiede assai meno tempo per essere visionata e poi generalmente in un libro si può pescare a caso, perché non c’è quasi mai, tranne nel caso di sillogi tematiche, una continuità. Il poema è diverso perché ogni sua parte è strettamente collegata alla precedente e alla seguente e quindi richiede un tempo di lettura e anche di correlazione senz’altro più lungo. Aggiungo, poi, che ci si aspetta una consueta armonia (per quanto non poche poesie attuali ne siano prive), insomma è diverso l’impatto, perché nel poema epico l’insieme dei versi è caratterizzato soprattutto dalla sonorità e dalla solennità, il che induce a ritenere di trovarsi di fronte a qualche cosa di assai complesso, di difficile comprensione, anche se poi non è proprio così. Quando poi si ricorre come metrica all’esametro, le cose si complicano ulteriormente.
Concordi?
Nel tuo caso, di uomo del XXI secolo, come hai pensato di sviluppare il poema epico al fine anche di renderlo di maggiore accessibilità?
 
Hai già sintetizzato perfettamente, caro Renzo. La poesia epica, sia essa antica o moderna, deve sottostare, non dico in toto per il secondo tipo, alla struttura formulare che le è propria, ma a una serie di accorgimenti stilistici che le infondano immancabilmente il senso dell’epos, ossia della narrazione. Si abbandoni il concetto di poesia da silloge. Un poema d’epica moderna non può permettersi alcun cedimento, alcuna debolezza, deve puntare alla coerenza soprattutto perché deve possedere una struttura diegetica simile al romanzo, ma non ha la pretesa di essere tale e quale: vi è una storia, peripezie, contrasti, inversioni di tendenza, relazioni fra avvenimenti e personaggi. Come già detto prima, in esso deve essere soddisfatto il concetto di prepon (e non si ha la pretesa di scrivere come Omero). Seppur nobile e alto lo stile (lexis), al verso si affianca anche la costruzione di un tessuto ritmico-melodico che scandisca l’azione, il movimento dei personaggi, la loro sfera emotiva deve innalzarsi verso liriche vette, tali che l’eroismo e la dignitas del personaggio vengano ricoperte da una fulgida aura di gloria eterna; un po’ come avviene nelle colonne sonore dei film quando il climax va crescendo e la musica si trasforma in immagine visiva, accompagna il protagonista, diviene partecipe del suo agire. Ma in poesia, tale armonia si snoda lungo tutto l’asse strofico, preparando quel terreno fertile su cui il poeta comporrà la sua mirabile melodia; egli cementa ogni singolo verso con l’unica malta che conosce, ovvero quella dell’ispirazione poetica. La tensione che viene creata dalla musica fa da collante nei confronti di ogni singola parola, le tiene unite in una perenne vibrazione, quella della propria anima poetica. Non solo l’epica è solenne ma si piega al volere dell’oidos, del canto che si veste di forza cosmica, d’un canto che incarna i presupposti di una musica orfica. Il senso della seduzione tramite l’in-canto, il poeta opera come le sirene, ammalia il lettore perché esso naufraghi verso lo scoglio, pronto a infrangersi contro l’enigma della poesia stessa, ed egli soltanto sarà capace di superare la difficoltà che cela quell’insieme dei versi, non saturando le proprie orecchie con la cera, ma col coraggio di udire a mente aperta ciò che al contrario lo renderà consapevole d’un sapere superiore.
     Il lettore odierno ha maggiore difficoltà perché tendenzialmente è pigro e presuntuoso nella sua indolenza, ma soprattutto non ha la preparazione culturale. Viviamo adesso nell’era di Internet, di Wikipedia e di Google, laddove basta un click per ricercare informazioni su un dato fatto o personaggio. Mi sembra davvero assurdo che l’utente non abbia la volontà di fare una breve ricerca, quando l’ostacolo gli si presenti di fronte, ma purtroppo è così.
     La difficoltà dei miei testi viene rappresentata soprattutto dalla fitta referenza mitologica, in cui viene immersa l’opera, e dal traslato. Non pretendo che ognuno di loro abbia sei o sette dizionari di mitologia, come faccio io, compresa la consultazione di quello etimologico del GRIMM di Trieste, ma come visto sopra, è tutto a portata di mouse. La stilemica può risultare di difficile comprensione per qualche figurazione abbastanza ardita, e sempre legata a miti particolari o a referenze troppo sottili: per esempio, il più banale, se dico “muse aptere”, intendo le sirene, in quanto prima muse anche loro, ma dato che offesero Calliope, quest’ultima le privò delle ali. Tolte queste piccole sottigliezze, il tutto scorre tranquillamente, soprattutto per l’elevata impostazione ritmica che imprimo al verso libero attraverso una serie di figure retoriche atte a corroborare la solennità dell’insieme. Per esempio, impiegando la figura della Disgiunzione fra una o più inarcature tendo a spezzare il verso in modo da creare un disaccordo molto più forte, ci si avvicina a quella forma caotica che prima o poi partorirà la tanto agognata armonia. Adesso ho capito cosa voleva dire Giordano con il termine “ritualità” compositiva. 
     A dire il vero, in quanto la mia produzione letteraria non sottostà a nessuna casa editrice, e quindi a canoni di marketing ben specifici, di contro non applico nessun tipo di tampone o filtro, facendo fin oltre un uso indiscriminato delle diverse varianti mitografiche che caratterizzano molti paradigmi mitici. Ma l’opera presuppone ricerca, come la vita, e sta al lettore adoprarsi per evolvere anche il suo status. Ho sentito di persone che non hanno un dizionario a casa, o addirittura libri. Io mi prendo le mie responsabilità, gli altri le loro.
     C’è da dire comunque, che con le Edizioni Achilleion, le opere saranno ancora più orientate verso l’epos, e di conseguenza più fluide e maggiormente comprensibili rispetto alle precedenti basate su uno stile più traslato. Soprattutto perché ho deciso di inserire le note di chiarimento su alcuni passaggi.
 
 
Ringrazio Fabrizio Corselli per questo colloquio sul Poema epico, che penso possa aver chiarito adeguatamente di che si tratta e del perché non ci sia ormai da secoli la produzione di opere di questa tipologia, fatta eccezione per quelle scritte dallo stesso Corselli.
La memoria corre agli studi scolastici, a quelle letture dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide che, forse, all’epoca ci sembravano barbose oppure ci affascinavano senza magari riuscire a spiegarci il perché di quel gradimento. Considerate che la figura del bardo, del cantore, era insostituibile nell’antichità perché in mancanza di libri stampati e a fronte di un diffuso analfabetismo riusciva a far conoscere alle genti fatti d’importanza storica, una specie di comunicazione orale che poi si tramandava di padre in figlio. Non è azzardato, peraltro, affermare che grazie all’epica si è costituita la base affinché un popolo potesse arrivare alla propria identità. Famoso, anzi indispensabile in un lontano passato, il poema epico si è perso per strada con il tempo, tanto che l’ultimo è la “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso. Siamo nel XVI secolo e costituisce il canto del cigno, poi non c’è più nulla, un po’ per l’invenzione della stampa e dei primi giornali, ma soprattutto per l’avvento nella seconda metà del XVIII secolo della civiltà industriale, che ha cambiato ritmi di vita e anche concetti di vita, ancorandoli a una razionalità matematica di costi e ricavi, e inaridendo quindi la fantasia creativa. C’è poi da aggiungere che il progressivo imporsi del romanzo ha di fatto relegato il poema epico, che è un romanzo in versi, a mero reperto archeologico, senza dimenticare che in una società del tornaconto l’aspetto del mito non trova assolutamente riscontro. In questo senso va dato atto a Fabrizio Corselli del suo nobile tentativo di rivitalizzare il genere, che non è inferiore agli altri, ma ha solo il difetto di essere stato lasciato cadere nell’oblio. Il suo obiettivo, comunque, non è quello di una ricerca di archeologia letteraria, ma di costruire poemi epici, se pur ambientati non nell’epoca corrente, con un linguaggio più comprensibile per chi voglia provare ad avvicinarsi al genere. Invito a sforzarvi un momento, mettendo da parte il solito, per accedere all’insolito. Sono sicuro che sarà una scoperta, anzi una piacevole scoperta.   
 
L’immagine che segue è quella copertina di Syrinx Alla ricerca del flauto di Pan delle Edizioni Achilleion.
Il poema epico
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:17 | link | commenti (3)
categorie: editoriale

Emile Zola Scrittore sperimentale, di Giuseppe Panella

emile zola
ÉMILE ZOLA
SCRITTORE SPERIMENTALE
Per la ricostruzione di una poetica della modernità
di Giuseppe Panella
Edizioni Solfanelli
www.edizionisolfanelli.it
Saggistica letteraria
Pagg. 120
ISBN: 978-88-89756-51-5
Prezzo: € 9,00
 
 
 
Devo ammettere che risulta assai difficile, o addirittura quasi impossibile, scrivere la recensione di un saggio letterario capace di affrontare la figura di uno scrittore come Emile Zola, fondatore del Naturalismo, corrente letteraria che si ispira, come metodologia, a Claude Bernard, grande medico francese, autore dell’Introduzione alla medicina sperimentale.
Precursori di questa concezione, antitetica del romanticismo e che si basa sul fatto che la psicologia dell’uomo debba essere considerata alla stessa stregua di ogni fenomeno naturale e quindi con la stessa evoluzione di causa ed effetto, furono senza dubbio Balzac e Flaubert, ma Zola fu colui che la sviluppò ai massimi livelli.
Del resto nel Saggio su Il romanzo sperimentale che comprende tutti gli scritti teorici pubblicati da Zola nel 1880, lui stesso definisce il romanzo una conseguenza dell’evoluzione scientifica del secolo; esso è, in una parola, la letteratura della nostra età scientifica, come la letteratura classica e romantica corrispondeva a un’età scolastica e di teologia.
Da qui l’osservazione diretta di esseri umani, dei loro comportamenti, delle loro reazioni, dei loro ambienti, indispensabile per scrivere un romanzo.
E infatti le descrizioni sono improntate al più rigoroso realismo, il che se incontrò notevoli favori, però diede luogo anche a reazioni piuttosto accese negli ambienti più conservatori dell’epoca.
Benché da noi più conosciuto per Teresa Raquin, per Nanà, Germinal e La bestia umana, il grosso della sua produzione va ascritto al Ciclo de I Rougon-Macquart, di cui peraltro fanno parte gli ultimi tre dei succitati romanzi.
Si tratta di una serie di opere (una ventina) in cui l’intima connessione tra i protagonisti del gruppo familiare e sociale ivi descritto rende la loro storia esemplare, anzi la vera storia narrata del Secondo Impero Bonapartista.
E qui l’adesione al modello di scienza sperimentale teorizzato da Bernard trova la più completa delle applicazioni nelle azioni, nelle passioni, nei comportamenti dei componenti di questa stirpe, all’origine dei quali vi è un’accertata lesione organica, cioè secondo la moderna terminologia ci sono elementi del codice genetico che finiscono con il condizionare i discendenti, segnandone in pratica l’esistenza.
Con questi presupposti e con lo spietato realismo che induce lo scrittore a osservare con la massima attenzione il comportamento di soggetti reali analoghi ai personaggi della vicenda, è evidente che lo spazio per la creatività si riduce alquanto, finendo con il costituire solo l’ossatura del racconto, il fil rouge intorno al quale gira tutta la storia.
Questo saggio, peraltro facilmente accessibile come esposizione, presenta l’indubbio vantaggio di parlare, in modo coordinato e razionale, di questa continua sperimentazione di Zola, riportando anche brevi brani di alcuni romanzi, giusto per chiarire ulteriormente i concetti.
Quindi sono dell’idea che possa costituire uno strumento indispensabile per lo studioso dell’autore francese e anche una fonte di conoscenza per chi voglia comprendere un periodo storico e una corrente letteraria di rilievo quale fu il Naturalismo.
 
 
Giuseppe Panella si è laureato in filosofia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa dove attualmente insegna. Si è occupato di storia dell’estetica, ha curato la Lettera sugli spettacoli di Jean Jacques Rousseau per Aesthetica (Edizioni di Palermo) e Il paradosso sull’attore di Denis Diderot (La Vita Felice di Milano) e in particolare del concetto di Sublime, Il Sublime e la prosa. Nove proposte di analisi letteraria (Clinamen, Firenze 2005). Più recentemente è passato ad occuparsi di teoria della letteratura e di filosofia del romanzo moderno, ha curato l’edizione del romanzo Jcosameron di Giacomo Casanova (La Vita Felice, Milano 2002) e i volumi monografici: Alberto Arbasino (Cadmo, Firenze 2004), Lo scrittore nel tempo. Friedrich Dürrenmatt e la poetica della responsabilità umana (Solfanelli, Chieti 2005 e Il lascito Foucault (Clinamen, Firenze 2006) in collaborazione con Giovanni Spena. Come poeta, ha pubblicato otto volumi di poesia, tra i quali Il terzo amante di Lucrezia
 Buti (Polistampa, Firenze 2000) ha vinto il Fiorino d’oro del Premio Firenze dell’anno successivo.

 
Recensione di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:13 | link | commenti
categorie: consigli di lettura
martedì, 21 luglio 2009

Una lacrima, di Renzo Montagnoli

Una lacrima
Una lacrima
di Renzo Montagnoli
 
Era un giorno d’estate
di caldo opprimente
già la falce luceva al sole
a recidere le spighe mature.
Non un filo d’aria
non un rumore
se non il costante frinir
di assetate cicale.
Il sole sbatteva sugli occhi
nebbia di calore ondeggiava
un orizzonte stanco.
Assopito sotto l’olmo
ho udito la sua voce
era lei che mi parlava,
era lei che mi raccontava
del tempo con me trascorso,
dell’autunno prossimo a venire.
Le ho chiesto dell’inverno
ma non m’ha risposto.
Ho avvertito solo
un brivido di freddo
ho sentito
il silenzio delle cicale
ammutolite.
Certo era solo un sogno.
Ma dentro me
ho sentito scorrere
una lacrima,
una stilla di pietà. 
 
(Da Il cerchio infinito –
Edizioni Il Foglio Letterario, 2008)
.-.-.-.-
La musica è quella del famoso Adagio for strings, op. 11, di Samuel Barber.
http://www.youtube.com/watch?v=RRMz8fKkG2g
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:55 | link | commenti (5)
categorie: poeti e poesie

La recensione di Milvia Comastri

Il cerchio infinito mini
Il cerchio infinito
di Renzo Montagnoli
Introduzione dell’autore
Prefazione di Fabrizio Manini
In copertina “Galassia M 104”
fotografata dal telescopio spaziale Spitzer della NASA
Elaborazione grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Poesia silloge
Pagg. 70
ISBN: 978-88-7606-196 – 7
Prezzo: € 10,00
 
 
 
 
Ho ripreso a leggere testi di poesia solo da qualche anno, assecondando una sorta di esigenza dello spirito, percependo l’urgenza della mia anima di ricevere risposte a interrogativi che improvvisamente le si erano ripresentati davanti. In questa ricerca non sempre le parole dei Poeti mi hanno soddisfatto, non sempre sono riuscita, e riesco, a coglierne appieno il significato.
Ma quando, leggendo un poesia quasi una luce mi si allarga dentro, e la leggo e la rileggo e mi ci trovo bene, fra quei versi, fra quelle parole, ecco che le risposte arrivano, e la mia anima si sente soddisfatta.
E’ quello che è accaduto leggendo (e rileggendo) le sillogi di Renzo Montagnoli: con la sua prima “Canti celtici” e soprattutto con quest’ultima, Il cerchio infinito, che sento forse a me più vicina come tematica. Se in “Canti celtici” avevo condiviso la teoria che senza consapevolezza e rispetto del passato è impossibile costruire un presente e un futuro degni di essere vissuti, ne Il cerchio infinito mi ha affascinato l’esposizione della ciclicità del tempo, della vita, della natura, in una ripetitività che non avrà mai fine. 
 
Senza fine
Il sole di nuovo sorgerà
l’oriente s’accenderà di luce
in fuga la notte lambita
dal primo chiarore
d’un giorno nuovo.
Un lento scorrer d’ore
e infine il sole
che abbassa il capo
e lento se ne va.
Da ogni giorno che muore
un altro ne rinasce
un eterno rinnovo
nell’infinito cerchio della vita.
 
Un cerchio che non racchiude, non limita, non crea un confine, ma al contrario espande il concetto di tempo e di spazio in cui ogni singola anima si unisce all’altra, fino a creare un’unica anima infinita, che è quella dell’universo.
E’ questo che ho letto nei versi di Renzo Montagnoli. Poesie, sì, ma, con una definizione forse inadatta a un testo poetico, io le definirei: Vita, istruzioni per l’uso. Perché attraverso questo testo possiamo apprendere come porre uno sguardo particolarmente attento sulle cose che ci circondano,
e renderci conto che, anche se siamo infinitamente piccoli, la nostra anima fa parte di un tutto
che è infinitamente grande e mai avrà fine.
 
…Quel che io scrivo
è frutto dell’anima
ciò che io penso
è solo la sua voce.
Dentro di me
l’eternità.
(Dentro di me)
 
Non so se sono riuscita a esprimere le sensazioni che ho ricevuto dalla lettura de Il cerchio infinito.
Se leggere poesia mi fa sentire a mio agio, parlarne mi fa sentire come un elefante che si aggira in una cristalleria.
Non so neppure se ho interpretato bene ciò che l’Autore ha voluto esprimere. D’altra parte credo che nella poesia ogni lettore colga quello di cui necessita, a prescindere dalle intenzioni del poeta.
E a me, questa lettura ha dato tanto. Anche la speranza verso il futuro
 
Benché la luce sia quella
tenue e soffusa del tramonto
e in cielo l’azzurro si stinga
nel blu che annuncia la notte
mi prende una gioiosa malinconia
e forte è il desiderio
di abbracciare il mondo.
 
(Quando il poco è tanto)
 
E con questi versi dotati di una magica profonda semplicitàtermino la mia impressione di lettura de Il cerchio infinito. Spero di non aver lasciato cocci, ma di avervi fatto nascere il desiderio di leggere questa silloge. Forse siete ancora in tempo per farvi, e fare, un bel regalo da mettere sotto l’albero.
 
Renzo Montagnoli
Nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN).
Ha vinto con la poesia Senza tempo il premio Alois Braga edizione 2006 e con il racconto I silenzi sospesi il Concorso Les Nouvelles edizione 2006.
Sue poesie e racconti sono pubblicati sulle riviste Carmina, Isola Nera, Prospektiva e Writers Magazine Italia, oltre a essere presenti in antologie collettive e in e-book.
Ha pubblicato le sillogi poetiche Canti celtici (Il Foglio, 2007), vincitrice dell’Edizione 2008 dell’Arcobaleno della vita, e Il cerchio infinito (Il Foglio, 2008).
E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme    (www.arteinsieme.net)
Blog: armoniadelleparole.splinder.com/
 
 
Recensione di Milvia Comastri
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:50 | link | commenti (4)
categorie: il cerchio infinito