L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

Chi sono

Utente: RenzoMontagnoli
Nome: Renzo Montagnoli
Un eterno illuso.

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
martedì, 14 ottobre 2008

Fulvio Tomizza, di Grazia Giordani

              FulvioTomizza      
                   Fulvio Tomizza
                                (1935-1999)
 
                                 a cura di Grazia Giordani
 
Immaginate un ragazzo di bell’aspetto, vagheggiato dalle mule triestine per i suoi occhi di velluto, dotati di irresistibile languore. Pensatelo sradicato, spaesato, rifugiato a Trieste, questo avvenente ventenne che si è lasciato alle spalle la sua Istria tanto amata, dovuta abbandonare quando la sua adorata penisola istriana è passata sotto l’amministrazione jugoslava.
Era nato nel 1935 da una famiglia della piccola borghesia a Giurizzani (Juricani in croato), vicino a Materada, dove i suoi genitori erano proprietari di piccoli appezzamenti di terreno. Precocemente dotato di senso artistico e di predisposizione alla scrittura – conseguita la maturità classica a Capodistria – passò temporaneamente a Belgrado e a Lubiana, occupandosi di teatro e di cinema. Qui, infatti, girò come aiuto regista un film che venne presentato al festival di Venezia.
Ma noi prendiamo a immaginarlo poco più che ventenne, negli anni triestini, ricongiunto alla madre, dopo la tragica morte del padre – sospettato dai soldati titini di ribellione al regime. Proprio in questi anni conosce la giovane, poco meno che coetanea Laura Levi, una signorina di buona famiglia, con cui intreccerà una delicata storia d’amore e che diventerà presto sua moglie.
Ventiduenne, nel 1957 vinse il suo primo riconoscimento importante al “Cinque Bettole” di Bordighera con tre racconti (in commissione: Giancarlo Vigorelli, Carlo Bo, Bonaventura Tecchi, Carlo Batocchi e Italo Calvino). Quegli stessi racconti d’esordio, erano stati molto lodati dal futuro suocero (quel mulo el ga ciaf !)
La famiglia di Laura avrà grande importanza nella vita e nella formazione di Fulvio, molto pieno di ammirazione per l’estro artistico del suocero, musicista di valore, docente di storia della musica all’Università di Trieste.
La nostalgia per la sua terra lo spingerà a scrivere nel 1960 il suo primo romanzo di grande successo Materada  in cui narra la storia di una famiglia che – al consolidarsi del regime comunista - lascia tutto dietro le sue spalle e parte. Autobiografica più che mai, questa sua opera prima, risveglierà l’interesse della critica letteraria non solo nazionale, piena di ammirazione per il valore epico del racconto di un popolo diviso alla ricerca di una nuova identità. Sarà Francesco, istriano di Materada, qui nom de plume del nostro Fulvio, a decidere di abbandonare il suo paese, strappando le radici che lo legano a una terra aspra e fertile che ora gli è negata e contesa. Con i nuovi trattati del 1954 la zona B dell’Istria in cui Materada è inclusa – viene assegnata definitivamente alla Jugoslavia, anche se è permesso scegliere se restare o emigrare verso Trieste. In questo lacerante scenario storico il venticinquenne autore racconta le sorti di un popolo disorientato e straziato da rancori, odi e vendette sanguinose, registrando che in Istria – dopo un repressivo fascismo – subentrava un radicale comunismo.
 
Materada, 1961, Mondadori, pp.175,lire 1.000
Cap. I (prime due pagine da: “La guerra tutti l’abbiamo provata a “in quel pezzo di carta ingiallita”.)
Cap. XIII (p.142 da “Umago è per me il più bel posto del mondo” a “qualche donna si è poi affogata”.)
pp. finali: 174, 175
 
Tre anni dopo Materada, compare il racconto drammatico La ragazza di Petrovia che ci parla ancora di un popolo che alla fine della seconda guerra mondiale è stato costretto dagli eventi politici a lasciare casa, terra e famiglia per stabilirsi in Italia, nei “campi di raccolta” vicini a Trieste, sperando in una nuova esistenza, in mezzo a squallori e nuove discriminazioni. Protagonista del romanzo è Giustina che, in attesa di un figlio, vivrà un amore senza speranza., al quale segue Il bosco di acacie in cui l’autore parla ancora dell’esodo degli italiani d’Istria offrendoci un concentrato di grande bellezza di stile e contenuto per l’azione incalzante, per i silenzi e i risvolti freudiani del protagonista quando accompagna il padre a morire in una terra che non è la sua. Nascita e morte inducono a un’analisi psicologica di raro spessore.
Nel 1969 Tomizza guadagna il Viareggio il primo premio di grosso spessore con L’albero dei sogni (personaggio principale è il padre che è stato per lo scrittore una autorità alla quale aveva forse trasgredito. Quindi, per ovviare ai sensi di colpa – tema ricorrente nella scrittura tomizziana formatasi alla scuola dell’amato Dostoevskij – lo scrittore si autoanalizza. Il racconto poggia su uno sfondo autobiografico di un autore che sente di scrivere “non solo per vocazione, ma anche per una piccola missione”.
 
1977 Questo è l’anno del capolavoro di Tomizza
La miglior vita, “epica della frontiera”, meritatissimo Premio Strega. Romanzo corale, cronaca attraverso gli anni, di un villaggio istriano di confine, Radovani, narrata dal sacrestano Martin Crusich che ha servito messa a sette suoi parroci. Il romanzo abbraccia uno spazio ampio, comprensivo di tutto il ‘900, in una terra mista di stirpi, dominazioni e religioni, ovvero due grandi guerre, mutamenti di nazionalità, esodi volontari o forzati, molte morti, una rivoluzione socialista, un’epidemia di vaiolo, un terremoto.”Continuavamo a trovarci in piena guerra per l’eterna questione dell’essere italiani e dell’essere slavi, quando in realtà non eravamo che bastardi” – dirà il sacrestano, interpretando il pensiero dell’autore. Memorabili alcuni dei sette parroci: Don Stipe, il cappellano biondo che sogna invano una riscossa, anche religiosa, dei popoli slavi e incoraggia le nozze di Martin con Palmira. C’è il prete vessato dalla sua perpetua e quello che la vessa, il sessuofobo e – infine – don Miro che è stato partigiano con Tito, straziato da un amore pericoloso con una maestrina del villaggio, per non arrendersi, si distrugge di vino e di cancro. Con la sua morte, Radovani, in regime socialista, non avrà più parroci. Nella deserta canonica alloggerà Martin, divenuto guardiano dei ricordi. Un modesto nonzolo è dunque in grado di ricreare il passato, di rispecchiare il presente, di additare il futuro. Tomizza gli ha assegnato il compito di fare storia con la cronaca, di estrarre la cronaca dalla storia, visualizzando la politica dei regimi, dei fascisti, dei partigiani, del mondo ricco e povero, dei fedeli, degli agnostici, dei giovani e dei vecchi
 
La miglior vita, 1996, Oscar Mondadori, pp.310, Lire 13.000
Capitolo I (da “La mano mi trema” a “mito di fuoco”)
Capitolo III Prima pagina
Ultime due pagine del romanzo
 
Nel 1984 esce Il male viene dal Nord con radici nel passato della Controriforma. Il capodistriano Paolo Vergerio il Giovane si sposta verso il Protestantesimo.
 
1986. Nel romanzo Gli sposi di via Rossetti l’autore ricorre ad una corrispondenza privata per narrarci di due giovani sloveni – residenti a Trieste – terminata in tragedia con la loro morte. Siamo nel 1944.. Trieste è chiusa nella morsa dell’occupazione tedesca e nel contempo percorsa dalla diffidenza e dall’odio che oppongono la maggioranza italiana alla minoranza slovena. Tomizza ritrova un gruppo di lettere d’amore scritte da Stanko Vuk – incarcerato per cospirazione antifascista - alla moglie Dani, i due sposi poi assassinati. L’autore s’interroga quindi sulla qualità di quel sentimento d’amore.
Questo è un romanzo a cui sono particolarmente affezionata perché ha segnato l’inizio della mia fraterna amicizia con l’autore con cui – da quell’anno, fino alla sua morte – ho intrattenuto anche una fitta corrispondenza. Con il suo arrivo a Badia – il 30 marzo 1987 – mi è stao affidato il compito dalla biblioteca – di fargli da chaperonne – conducendolo a visitare i monumenti della nostra piccola città. Lunghe ore di dialogo umano e letterario hanno lasciato un segno profondo nei miei ricordi.
 
Gli sposi di Via Rossetti, 1986, Mondadori, pp.197, lire 18.000
Parte Seconda (pp.110-112, pp.158-159; pp.195-197)
 
I rapporti colpevoli, uscito nel 1992 , regalerà un cemento tutto speciale alla storia della nostra amicizia perché venerdì 12 marzo 1993, l’autore lo presentò in Accademia dei Concordi a Rovigo in “tandem” col mio romanzo Hena. Secondo Zanzotto ci troviamo davanti le pagine più belle e rivelatrici di tutta la sua opera”. Questo è un romanzo più che mai psicoanalitico, di autopunizione in cui passato, presente e futuro si coagulano in un unicum di rara suggestione. Un vero cocktail di dostoevskijani sensi di colpa. Siamo di fronte a una kafkiana chiamata in giudizio. Sfilano davanti ai nostri occhi varie città. Surreale, onirico e salvifico, poiché da questa scrittura l’autore si è sentito purificato.
 Sono le donne della sua vita, la madre, la moglie, la figlia, che ognuna in modo diverso, più o meno consapevolmente, limitano quei bisogni o ne impediscono la gratificazione. Donne che egli ama e verso le quali sente di avere dei doveri, cui adesso {la cinquantina, età dell'andropausa e di bilanci punto o poco rassicuranti) vorrebbe "disubbidire". Ma slacciarsene significa provare sensi di colpa e rimorsi, che bisogna far ricadere sulle donne col suo suicidio, per far sentire colpevoli loro e punirle così delle sue mancate gratificazioni. Un suicidio, quindi, come mancanza di gratificazioni.. Il romanzo – finalista al Campiello – ha vinto l’ambito premio Boccaccio.
 
I rapporti colpevoli, 1992, Bompiani, pp.327,lire 30.000
Capitolo Secondo (p.35 da “quasi tutte” a “disponibilità erotica”)
 
Franziska, agosto 1997, Mondatori, pp.225, lire 27.000
 
 
Per la rivista fiorentina II Portolano ho recensito il volume che Fulvio mi ha fatto avere prontamente.
Recensione. Franziska di Fulvio Tomizza, Mondadori
 
“E' fuor di dubbio che quando Tomizza - istriano di nascita e triestino d'adozione -, intinge la penna nei suoi temi di frontiera per narrare vicende di minoranze etniche che gli stanno fortemente a cuore, la sua vena di scrittore ritrova tutto lo smalto dei bei tempi, di quando con romanzi di elevato spessore quali L'albero dei sogni o La miglior vita, riceveva i premi Strega e Viareggio.
Con Franziska, sua ultima figlia letteraria, uscita per i tipi della Mondadori, lo scrittore ci offre uno struggente e delizioso ritratto di donna, ricostruito e immaginato sulle basi di un epistolario originale. Possiamo constatare come la Storia corra parallela alla vicenda privata della slovena del Carso e ci rendiamo conto, sollecitati dalla penna dell'autore, di quanto appaia ai nostri occhi maggiormente accattivante e letterariamente valida la vicenda privata dell'infelice protagonista, piuttosto che l'inevitabile cornice storica reale che fa da fondale alla narrazione.
La nascita eccezionale (con Francesco Giuseppe per padrino e la concessione in dono di mille corone, avendo visto la luce nelle prime ore del secolo ventesimo), la vita tribolata della figlia del falegname Skripac, il suo unico grande amore deluso, offrono un vigoroso pretesto a Tomizza per scandagliare con cuore sensibile l'animo femminile sul filo delle inesplicabili incongruenze della vita.
Ritorna a galla il clima, l'atmosfera in cui lo scrittore è vissuto ed è stato educato; dalla pagina emergono i suoi convincimenti politico-storici, la sua personale visione della vita. Appare nella pagina a linee maiuscole tutta la crudeltà del Novecento nei confronti della Slovenia - patria di Franziska -, un'etnia travagliata che solo da due anni è riuscita ad avere uno Stato. La protagonista è toccata dalle due guerre e dalla persecuzione fascista, ma noi, in quanto lettori, pur consapevoli della necessità ineluttabile di un back-ground storico, siamo soprattutto attratti dalla parte umana e sentimentale del romanzo, dall'amore che intercorre tra la giovane e il maturo (solo negli anni, purtroppo) Nino Ferrari, l'italiano di Cremona, ufficiale sul Carso e poi ingegnere a Trieste, resi emotivamente partecipi di un sentimento che si snoda difficoltoso per gli impacci di due anime e di due culture, di due mondi che, sfiorandosi, annaspano per capirsi. L'anno fatale dell'incontro è il 1918, la storia ha un andamento positivo fino al 1921, poi - con l'affermarsi del fascismo - l'incendio della casa del popolo, tutte le oppressioni storiche coincidono con i tentennamenti dell' intiepidito innamorato, un uomo amletico, indeciso, molto più borghese di quanto egli stesso pensi di essere. Nino Ferrari, esteriormente è colto, un po' fuori dalla norma, dotato di un'intelligenza sui generis, severo giudice di quella grettezza provinciale di cui in realtà è succube, e l'ultima crudele lettera alla sua sventurata donna rivela tutto il suo gelido egoismo. A Franziska crolla il mondo addosso. I passaggi psicologici che ci descrivono il dolore, la delusione, la caduta intima della protagonista, sono di raro vigore introspettivo.
Quello della giovane slovena è uno dei più bei ritratti femminili dell' attuale letteratura, dipinto con mano delicata, attenta alle sfumature, a quei sussulti del cuore che solo un grande scrittore sa cogliere e sublimare.”
Franziska, 1997, Mondadori, pp.225, lire 27.000
Capitolo primo (prime due pagine)
Capitolo quarto (pp.115, 116, 117)
 
Nel chiaro della notte, uscito nel marzo 1999 – due mesi prima della morte dell’autore – è un’opera prevalentemente onirica ed autoironica da me recensita nelle pagine culturali dell’Arena
Nel chiaro della notte di Fulvio Tomizza, Mondadori
 
“I SOGNI SVANISCONO ALL'ALBA
Sarebbe piaciuto a Fellini un racconto così. Ci riferiamo al primo, incontrato leggendo Nel chiaro della notte, la silloge - fresca di stampa - che Fulvio Tomizza ha pubblicato per i tipi della Mondadori. Il grande riminese che non è più fra noi ne avrebbe saputo trarre uno di quei suoi film onirici in cui sogno e realtà si fondono in un'amalgama inquietante che intriga lo spettatore. E Il trio Mystic - così si intitola il racconto d'apertura a cui facciamo riferimento - ha proprio quel tono di favola, popolata di saltimbanchi, che intendiamo sottolineare per coinvolgente incantamento e onirica magia.
"Dove saranno finiti Mystic, la sua bella figlia con le trecce castane, l'amante Albina, prosperosa e dalle pupille rosse, priva di un pelo persino sul sopracciglio, la quale cadeva in catalessi e nella vita fungeva da matrigna?" - così esordisce Tomizza, ospitandoci, senza preamboli, dentro il suo immaginario della notte e rendendoci complici, fin dalle prime righe, delle sue fantasie più intime e altrimenti inconfessate, entrando in un mondo dove tutto è possibile: che l'autore venga accecato dalla bella Rosa, sua fidanzata e figlia di Mystic (per cui il campo visivo gli "venne occupato dall'intera figura del capo che, ripartita in quattro sezioni, (gli) pareva ulteriormente allungata e tetra"); che i morti parlino e ritornino a morire ; che i congiunti o i paesani appaiano in età e in luoghi diversi; che a Milano si possa arrivare con la nave (Come persi la nave per Milano); che Tomizza stesso abbia la facoltà di partire in aereo senza aeroporto (come scrive in Volo individuale: "...io volo, ma mi ci vuole il luogo adatto da cui staccarmi da terra. Non preoccuparti, l'ho fatto altre volte, ci sono abituato".
I luoghi sono quelli in cui l'autore ci ha da anni "trasportati", qui visti comunque con l'occhio allucinato di chi sta sognando, o frammisti a posti irreali, che la carta geografica ignora, in un mosaico di possibilità infinite. L'Istria, il Carso e la Dalmazia continuano ad essere terre d'elezione anche quando l'autore appoggia la testa sul cuscino, poiché quello è il mondo che più ardentemente porta dentro di sé, come in Visita ai miei luoghi, dove "la pioggia infittisce e tanto vale puntare diritti sui nostri luoghi: miei e del vecchietto di Umago. Anche per strada c'è ben poco da vedere. Il cattivo tempo appiattisce ogni cosa, tutto appare grigio, fumoso, sprofondato in una stagione neutra che non consente neppure alla terra rossa né ai roveri dalla chioma fulva di assumere rilievo, colore. È l'eterno tempo di un'Istria povera, lontana, dove la vita sonnecchia perfino nelle case e se qualcuno azzarda a mettersi su una strada è per portare il grano al mulino; fradicio quanto i buoi o l'asino".
Ci sono pagine molto forti in cui il sogno è soprattutto incubo, come in Ultimo ritorno del padre, in cui la madre porge ai fratelli Tomizza "la testa del padre interamente stretta in pezze di lana" e ancor più in Donna crocifissa che è forse il più cruento e straziante degli incubi dell'autore. A questo proposito sarebbe troppo facile fare della spicciola psicoanalisi sui sogni tomizziani, sulle sue angosce della notte, sul suo bisogno di attorniarsi della rassicurante cerchia di persone care: Laura, la moglie, Franca, la figlia, i suoceri a cui è legato da affetto profondo, gli amici, la gente semplice, la sua casa di Materada che sogna invasa dei ladri. Timori dichiarati o sotterranei emergono da quell'antro profondo della coscienza da cui Freud sapeva pescare a piene mani, frugando dentro la nostra psiche.
L'autore de L'albero dei sogni (il sogno già da allora aveva grande importanza nella sua pagina) con cui nel '69 vinse il Viareggio) e della Miglior vita (Premio Strega del '67); degli Sposi di via Rossetti nel '93; dei Rapporti colpevoli nel '94 con cui vinse il Boccaccio e di Franziska nel '97 - quattro volte finalista al Campiello -, insignito a Vienna del Premio di Stato austriaco per la letteratura europea, tradotto nelle principali lingue, anche Nel chiaro della notte, pur nella malinconia onirica del suo raccontare, ha spesso note di piacevole ironia che si fa autoironia ne Il premio dei premi e amaro sorriso in Ultimo appestato a Venezia.
Nell'ultima pagina, Tomizza si congeda da noi "nella piena luce diurna", ormai il diafano chiarore della notte, con le sue magiche suggestioni, lo ha abbandonato, i sogni sono lontani, svaniscono all'alba, ma non tanto da non aver lasciato una scia opalescente di immagini e voci in dissolvenza, anche nei nostri pensieri.”
 
Opere postume dell’Autore:
La visitatrice, maggio 2000, pp.127, lire 26.000
L’azione si svolge a Trieste nel periodo successivo all’indipendenza della Repubblica di Slovenia. Una misteriosa visitatrice resuscita i fantasmi del passato nella memoria di un padre sconosciuto. L’uomo ripercorre il torbido periodo della sua giovinezza. Basta il breve arco di due notti a regalarci una storia amara e struggente.
 
La visitatrice, piè di pagina capitolo sesto p.43 da “Vale la pena patire” a fine p.44.
 
 
 
Il sogno dalmata, Mondadori, pp.176, lire 28.000, uscito nel maggio 2001
Da me così recensito nelle pagine culturali dell’Arena
 
ISTRIA E DALMAZIA: DUE MONDI IN CONTINUO CONFRONTO
""Il sogno dalmata" è il romanzo che oso considerare il mio ultimo capolavoro" - ha affermato l'autore - Fulvio Tomizza (1935-1999) - forse presago di essere in procinto di consegnare ai suoi lettori il suo estremo testamento letterario, con cui si è congedato da un pubblico attento - fin dagli anni dello splendido "Materada" (1960), de "L'albero dei sogni" (Premio Viareggio nel 1969) e de "La miglior vita" (Premio Strega nel 1997) -, alla sua scrittura asciutta venata di una poesia essenziale, in perfetta armonia con i paesaggi scabri e gli stati d'animo sofferti, così esemplarmente descritti.
Lo "scrittore di frontiera", come amava autodefinirsi, ha chiuso la sua produzione artistica nella più grande coerenza tematica, parlando di quelle etnie minoritarie e di quei luoghi geografici cari al suo cuore, che per anni hanno scandito la puntualità della sua scrittura. Con questo suo romanzo di congedo, l'autore compie un "viaggio" su duplice binario, ripercorrendo le vicissitudini dei suoi avi dalmati fattisi istriani, ripercorrendo quindi egli stesso un viaggio in senso inverso, in un clima di "reale finzione", secondo una cifra narrativa da sempre a lui cara, approfondendo radici e spessore del suo essere uomo ed artista.
Mito e storia, coralità ed esperienza intima si rincorrono continuamente nella pagina, intrisa di realtà e sogno, in linea con l' "allure" creativa maggiormente conseguente e connaturata nell'animo dell'autore.
Nel Seicento prende riparo in Istria una colonia di dalmati e di albanesi, al fine di sfuggire ai turchi e ritrovare la consolazione di una nuova patria - con l'appoggio interessato della Serenissima - sul desolato sfondo di una terra martoriata dall'epidemia della peste.
La Storia si ripete - sembra dire l'autore, che in effetti, spesso ha sostenuto nelle sue opere, questa tesi di nietzcheana matrice dell' "eterno ritorno dell'uguale" (non è difficile per noi, a questo proposito, operare un confronto con i fuggiaschi che sbarcano attualmente sulle nostre coste pugliesi); anche ai fuggitivi del passato, come a quelli odierni, tocca in sorte l'escamotage di traffici criminali per la sopravvivenza, e - per soprammercato -, nel caso del romanzo, la percezione di essere approdati in terre altrettanto aride di quelle abbandonate.
La penna di Tomizza, che comunque aveva tanto amato quei luoghi, da lui scelti per viverci in estate (piantando addirittura con le sue mani in quell'arsa terra, un folto uliveto), e per dormirvi il suo ultimo sonno, si fa particolarmente incisiva nel descriverne l'asprezza pietrosa: "Tutti gli elementi del paesaggio istriano si riproponevano inaspriti: le spine formavano da sole le siepi e rispuntavano in altri cespugli sui prati, i massi di pietra non relegati nei boschi riemergevano tra le viti e gli ulivi, il mare che si profilava sotto, ora invitante, ora minaccioso, ribolliva nelle strettoie tra la litoranea elevata e il dorso delle isole. Pecore e capre brucavano quanto di verde trovavano saltando i macigni, ognuna col suo campanaccio al collo, per dare notizie di sé".
Il romanzo, tra fantasia e verità, ci offre anche il ritratto di un leggendario avo del narratore: Zorzi Jurcan, già combattente al soldo di Venezia contro i pirati, futuro padrone del territorio, mentre il raffronto tra i due mondi istriano e dalmata si fa insistente motivo conduttore della narrazione.
Non manca l'amore - sentimento spesso descritto nella tematica tomizziana (vedasi "Gli sposi di via Rossetti" o lo struggente "Franziska", solo per citare due fra le sue ultime opere) -, questa volta sbocciato tra lo stesso narratore e una studentessa universitaria di Zara.
Al clima festoso ed ammiccante che fiorisce intorno alla vicenda amorosa, descritta con toccante "levitas" lirica, farà da contrasto l'atmosfera bellica, l'odore della guerra, poiché dopo le infervorate giornate dell'indipendenza croata, scoppierà la guerra balcanica, totalmente distruttiva.
Pagine percorse da un brivido squassante di malinconia, uno spleen esistenziale che abitava realmente anche dentro l'animo dell'autore, sempre consapevole della brevità della gioia, sempre incline ad una sofferta felicità, portatore di due anime, come accade agli esseri dotati di una sensibilità che travalica il normale sentire.”
 
Il sogno dalmata da metà p.168 “Un uomo diventa vecchio” alla fine del romanzo.
 
 
 
Bibliografia
Materada, Milano: 1960.
La ragazza di Petrovia, Milano: 1963.
La quinta stagione, Milano: 1965.
II bosco di acacie, Milano: 1966.
Trilogia istriana, raccolta, Milano: 1967; comprende i raconti Materada, La ragazza di Petrovia e Il bosco di acacie.
L'albero dei sogni, Milano: 1969.
La torre capovolta, Milano: 1971.
La città di Miriam, Milano: 1972.
Dove tornare, Milano: 1974.
Trick, storia di un cane, 1975.
La miglior vita, Milano: 1977.
L'amicizia, Milano, 1980.
La finzione di Maria, Milano: 1981.
Il male viene dal Nord, Milano: 1984.
Ieri, un secolo fa, 1985.
Gli sposi di via Rossetti, Milano: 1986.
Quando Dio uscì di chiesa, 1987.
Poi venne Cernobyl, 1989.
L'ereditiera veneziana, Milano: 1989.
Fughe incrociate, Milano: 1990.
I rapporti colpevoli, Milano: 1993.
L'abate Roys e il fatto innominabile, 1994.
Alle spalle di Trieste, 1995; scritti dal '69 al '94.
Dal luogo del sequestro, 1996.
Franziska, 1997.
 
Nel chiaro della notte, 1999.
La visitatrice, maggio 2000
Il sogno dalmata maggio 2001
 
Riconoscimenti letterari. :
 
1965 Premio Selezione Campiello (La quinta stagione)
1969 Premio Viareggio (L'albero dei sogni)
1972 Premio Fiera letteraria (La città di Miriam)
1974 Premio Selezione Campiello (Dove tornare)
1977 Premio Strega (La miglior vita)
1979 Premio del Governo Austriaco per ła Łetteratura Europea
1986 Premio Selezione Campiello (Gli sposi di via Rossetti)
1992 Premio Selezione Campiello; Premio Boccaccio (I rapporti colpevoli)
 
Pagine da prendere in considerazione per la lettura.
 
Materada, 1961, Mondadori, pp.175,lire 1.000
Cap. I (prime due pagine da: “La guerra tutti l’abbiamo provata a “in quel pezzo di carta ingiallita”.)
 
 
Cap. XIII (p.142 da “Umago è per me il più bel posto del mondo” a “qualche donna si è poi affogata”.)
pp. finali: 174, 175
 
La miglior vita, 1996, Oscar Mondadori, pp.310, Lire 13.000
Capitolo I (da “La mano mi trema” a “mito di fuoco”)
Capitolo III Prima pagina
Ultime due pagine del romanzo
 
Gli sposi di Via Rossetti, 1986, Mondadori, pp.197, lire 18.000
Parte Seconda (pp.110-112, pp.158-159; pp.195-197)
 
I rapporti colpevoli, 1992, Bompiani, pp.327,lire 30.000
Capitolo Secondo (p.35 da “quasi tutte” a “disponibilità erotica”)
 
Franziska, 1997, Mondadori, pp.225, lire 27.000
Capitolo primo (prime due pagine)
Capitolo quarto (pp.115, 116, 117)
 
La visitatrice, piè di pagina capitolo sesto p.43 da “Vale la pena patire” a fine p.44
 
Il sogno dalmata da metà p.168 “Un uomo diventa vecchio” alla fine del romanzo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:02 | link | commenti (2)
categorie: letteratura,
giovedì, 05 giugno 2008

Il Foglio Letterario - Programmazione Editoriale mese di Giugno Collana Autoti Poesia Contemporanea

 IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI
Associazione Culturale
Editoria di qualità dal 1999
DA SEMPRE CONTRO L'EDITORIA A PAGAMENTO
Sito internet:
www.ilfoglioletterario.it
Myspace:
http://www.myspace.com/edizioni_il_foglio
 
 
              Collana Autori Contemporanei Poesia
                   Direttore Fabrizio Manini
 
             Programmazione editoriale
 
Nell’ambito della nostra politica editoriale volta a privilegiare opere di qualità e particolarmente innovative segnaliamo l’imminente uscita della seguente raccolta di aforismi:
 
Frecce e pugnali
Frecce e pugnali, di Nicola Vacca
Pagg. 90 – ISBN: 978 - 88 - 7606 - 185 – 1
Prezzo: € 10,00
 
Vacca è un creatore di idee, oltre che di emozioni, e per di più il politicamente scorretto di Frecce e pugnali non se la prende con minoranze svantaggiate, ma soprattutto con la Minoranza Assoluta, autoposta nella posizione più vantaggiosa, Dio: “Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza. Forse per questo, in seguito, ha inventato il male.” Né Vacca risparmia gli uomini di Dio: “Per giustificare il silenzio di Dio gli uomini di fede hanno inventato il dogma del libero arbitrio.” Non è poco, in un’epoca di teo-cons imperanti e di atei-devoti più devoti che atei. E, scrive Vacca, “L’unico modo per sopravvivere alla realtà è quello di scriverne.” (dall’introduzione di Giordano Bruno Guerri)
 
                           Come ordinare
 
1) Direttamente dal sito dell'editore: www.ilfoglioletterario.it - e a mezzo mail ilfoglio@infol.it - Spediamo contrassegno con soli due euro di spese postali, ma si può anche fare un bonifico anticipato o un versamento su ccp 19232586.
2) Via Ibs www.internetbookshop.it o www.365bookmark.it
3) Tramite il distributore regionale per TOSCANA e UMBRIA: Promedi Firenze di Andrea Nocentini & c. s.a.s. - via del Botteghino, 85 int. - 50018 - Badia a Settimo - Scandicci (FI) - Tel. 0557223711 fax 0557310943 -promedi@interfree.it
4) Tramite il DISTRIBUTORE NAZIONALE: ediQ Distribuzione - Gerenzano (Va) - tel.02.9689323 - fax 02.9689323 - cell. 347.4140016 - e-mail: commerciale@ediq.eu - www.ediq.eu - www.ediq.it
5) In ABRUZZO, BASILICATA, CALABRIA, CAMPANIA, MOLISE E PUGLIA siamo distribuiti da ERMES DISTRIBUZIONI - via Risorgimento 9 - 71100 Foggia - tel e fax 0881713378 - ermesdistribuzioni@libero.it
6) In ogni libreria italiana di buona volontà (ovvero che non venda solo Faletti e Dan Brown e che sia disposta a comporre lo 0565 45098 oppure a scrivere una mail a ilfoglio@infol.it e a ordinarli)
7) In tutte le fumetterie PANINI, STARSHOP e PEGASUS.
8) DA CASALINI LIBRI - FIRENZE - distributore per la TOSCANA - Casalini Novità acatella@casalini.it
9) Telefonando voi stessi allo 0565 45098, scrivendo una mail a ilfoglio@infol.it o una lettera (se non siete telematici) in via Boccioni 28 - 57025 Piombino (LI)
10) PANINI DISTRIBUZIONE per FUMETTERIE: Riccardo Cantarelli RCantarelli@Panini.it; Panini Distribuzione eventura@panini.it
11) PEGASUS DISTRIBUZIONE per FUMETTERIE: mega@alastor.sm
12) STARSHOP DISTRIBUZIONE per FUMETTERIE: Star Shop :: Nicoletta Fiorucci nicoletta.fiorucci@starshop.it
13) LS Distribuzione Editoriale - Servizio BIblioteche - Via Badini, 17 - 40057 Quarto Inferiore (BO) - tel. 051 768165 - 051 6061167 - fax 051 6058752 - www.lsc.it - paparo@lsc.it - info@lsc.it
14) DEMEA CULTURA – Biblioteche/ Scuole/ Enti Pubblici/ Privati - Via Nomentana, 761 – 00137 Roma – info@demeacultura.com –www.demeacultura.com
COMPRARE UN LIBRO DI UN PICCOLO EDITORE NON E' IMPOSSIBILE, BASTA VOLERLO!
 
 EDIZIONI IL FOGLIO
UFFICIO STAMPA
056545098
Corrispondenza: CASELLA POSTALE 171
Posta Centrale di via Volta - Piombino
Redazione: via Boccioni 28
57025 PIOMBINO (LI)
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:28 | link | commenti
categorie: , notizie letterarie
mercoledì, 09 aprile 2008

La società del malessere

                                     
La società del malessere
                              La società del malessere
                                di Renzo Montagnoli
 
Ci sono giornate come questa, grigia, quasi cupa, che mi inducono a riflettere, a osservarmi dentro e a guardare poi il mondo che mi circonda.
E allora mi prende un’amarezza, intensa, corrosiva, un senso di incapacità a non riuscire a vedere oltre il mio orticello.
Non poco ha contribuito anche l’articolo di Milvia Comastri sulla nuova povertà in Italia. Si potrà dire che sono cose risapute, ma evidentemente non le ho sedimentate, perché a leggere quelle righe è riemerso prepotente un senso di rabbia e di dolore che evidentemente prima era solo quiescente.
Viviamo in una società che ci viene propinata come quella del benessere, ma in effetti è pregna di malessere.
I fautori del neoliberismo non fanno altro che invitare a consumare, ma in questo modo l’unico consumo è il nostro, è la progressiva distruzione della coscienza, è la perdita di quell’immenso sentimento che è la pietà, tanto che non l’abbiamo nemmeno più per noi stessi, ridotti a succubi di una vita che soffoca l’anima.
L’esistenza è un percorso incerto e anche breve e farlo insieme, in concordia, senza prevaricazioni, ma aiutandoci è l’unico modo concreto per assaporare il senso della vita.
E invece l’unico scopo imposto è l’incessante crescente guadagno e l’unica misura per dimostrare di essere, di contare qualche cosa nella vita è il denaro, un bene senza nessun valore intrinseco, una chimera come le teorie che lo osannano.
Questo comporta che, dato che in natura nulla si crea e nulla si distrugge, si abbiano semplicemente spostamenti di ricchezza, sicché ci sono tasche straripanti (poche) e altre (moltissime) che si svuotano.
Aumentano le sacche di miseria, ma non solo nei paesi sottosviluppati, ma anche in quelli che vengono definiti economicamente avanzati.
Non c’è quindi da meravigliarsi se nella nostra nazione si stia verificando un progressivo immiserimento dei ceti più deboli, come appunto la maggior parte dei pensionati, i quali, non potendo più contare su uno stato sociale sempre meno prodigo, devono far leva sul loro modesto reddito, fisso, senza incrementi, eroso dall’inflazione.
In una competizione gladiatoria come quella pretesa dal neoliberismo soccombono sempre prima i più malandati, quasi carne destinata al macello.
Ma se le colpe sono insite nella classe imprenditoriale, non ne sono esenti i politici di professione, che anzi hanno la responsabilità di rappresentare tutti i cittadini e non solo le classi abbienti.
In questi giorni di campagna elettorale ci sono vaghe e vane promesse, ci sono sproloqui irripetibili, ci sono vaneggiamenti.
E’ inutile nascondercelo: chi vincerà verrà senz’altro meno al suo incarico, non guarderà gli italiani come un popolo bisognoso di avere la fiducia nel futuro, perché chi ha immensi benefici nel presente non può psicologicamente pensare ai giorni a venire e perché sa da dove arriva la sua ricchezza, formata soprattutto dalla sofferenza di vivere di chi non riesce a far quadrare il pranzo con la cena.
Chi non ha nulla non può nemmeno rifugiarsi nella speranza di un aldilà, perché, per quanto la fede possa essere grande, si incrinano le certezze in una chiesa cattolica che, se sempre nel passato parlava bene, ma razzolava male, ora parla male e razzola peggio.
Il problema vero, però, è che è tutta l’umanità che ha un futuro prossimo incerto, in una corsa senza senso che brucia le risorse e che ingenerando nuovi bisogni aumenta il numero dei poveri, cioè di quelli che non possono permettersi nemmeno i beni di prima necessità.
Molti storici hanno definito il Medioevo un secolo barbaro e io mi sono azzardato a prevedere a breve la sua ricomparsa, ma mi sono sbagliato, perché siamo già nel Medioevo, con questa oscena cannibalizzazione
di speranze, di certezze, con questa sistematica distruzione della voglia di vivere.
Si parla tanto di progresso, ma io non ne vedo nei vecchietti che s’accostano timorosi al banco del supermercato per osservare la frutta o la carne e che comprano solo una mela, dopo aver fatto e rifatto i conti.
Non avrei voluto votare a queste elezioni, ma è per questi vecchietti, per questo crescente numero di emarginati che andrò al seggio. Voterò per il meno peggio con la speranza che possa contare qualche cosa e che il futuro non sia solo nebbia nera.    
 
 
Mi sembra in tema anche questa stupenda colonna sonora di Ennio Morricone con la voce unica di Joan Baez.
 
 
http://it.youtube.com/watch?v=gcgYwTnBIIQ&feature=related
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:10 | link | commenti (7)
categorie: , editoriale
giovedì, 20 dicembre 2007

Che c'è in via delle primule?

                     Via delle primule
                      VIA DELLE PRIMULE
                        di Annamaria Trevale
 
La cena era quasi terminata, e neanche quella sera li avrebbe trattenuti attorno al tavolo della cucina per un tempo molto lungo, perché da quando anche Martina, la loro seconda figlia, si era sposata e li aveva lasciati soli a convivere in un appartamento divenuto ormai troppo grande per una semplice coppia, Bruno e Paola sembravano aver trovato un tacito accordo per ridurre allo stretto indispensabile i momenti da trascorrere insieme.
Al mattino Bruno si alzava sempre presto, lasciando spesso la moglie tutta raggomitolata nel sonno all’altra estremità del grande letto matrimoniale, si preparava una semplice colazione ed usciva per andare in ufficio, dove si sarebbe trattenuto fino al tardo pomeriggio: per quanto fosse ormai in età pensionabile, non aveva nessuna intenzione di rinunciare alla sua attività di titolare di un’agenzia assicurativa.
Paola, da parte sua, si occupava della conduzione della casa, era iscritta ad un paio di associazioni culturali e si dedicava con entusiasmo ai suoi compiti di giovane nonna.
La sera consumavano rapidamente l’unico pasto comune della giornata, mangiando poco e parlando ancora meno, dopodiché Paola s’installava davanti alla televisione in salotto, mentre Bruno, se nessun programma era in grado di catturare il suo interesse – cosa che accadeva sempre più raramente – preferiva rinchiudersi nella stanza che era stata un tempo di Roberto, il figlio maggiore ammogliato già da diversi anni, ed ora trasformata in una sorta di suo rifugio personale, a leggere o ad ascoltare un po’ di musica grazie al potente impianto stereo.
Saltuariamente trascorrevano qualche serata in compagnia di vecchi amici, ma la loro vita sociale non poteva dirsi particolarmente intensa, e del resto non era nemmeno il caso di lamentarsi troppo: dopotutto, trentasei anni di convivenza non sono uno scherzo, e quante sono le coppie che si arrendono ben prima?
Quella sera, tuttavia, Paola era apparsa più loquace del solito, e si era dilungata a raccontare al marito i particolari del pomeriggio trascorso facendo visita ad un’amica trasferitasi da poco in una nuova abitazione.
“Vedessi com’è grazioso l’appartamento di Claudia! Si è liberata di tutti quei mobili così cupi e massicci della vecchia casa, e ha scelto un arredamento moderno, in colori chiari. Ha conservato solo i quadri, qualche soprammobile, le fotografie…”
“Forse cambiare ambiente le servirà a lasciarsi alle spalle più in fretta quei mesi trascorsi a curare Marco prima che morisse” osservò Bruno pensieroso, al quale la dimora degli amici di gioventù di cui stavano parlando era sempre sembrata francamente opprimente, gremita come la poteva ricordare di pesanti mobili di legno scuro, e di fitti tendaggi attraverso i quali la luce faticava a penetrare anche in piena estate, secondo un gusto che non aveva mai condiviso.
“Hai ragione! Claudia avrebbe piacere a salutarti, e mi ha chiesto se una sera, o una domenica pomeriggio, andiamo a trovarla insieme, ti va?”
“D’accordo, volentieri. Dov’è questa casa nuova?”
“Non te l’ho già detto? In quel quartiere dove le strade hanno tutte nomi di fiori: la sua è in via delle Primule al numero 18.”
Bruno sentì quell’indirizzo rimbombargli nella testa come se un braccio invisibile gli avesse sferrato un pugno inatteso, ma riuscì a mantenere il controllo delle sue emozioni.
Temendo che la voce potesse tradirlo, allungò la mano per prendere il bicchiere e bevve una lunga sorsata di vino prima di riprendere la conversazione.
“Ah, ho capito dove si trova. Una bella zona…”
“Sì, molto graziosa: sono edifici abbastanza recenti, i più vecchi avranno al massimo una ventina d’anni, quasi tutti circondati da giardini. Claudia ha cercato un nuovo alloggio da quelle parti perché così non è molto lontana da sua nipote, che è l’unica parente giovane che le è rimasta qui in città da quando Andrea è stato trasferito a Genova, ti ricordi?”.
Andrea, l’unico figlio di Claudia, era impiegato presso un istituto di credito.
“Certo che me lo ricordo, è partito tre anni fa, poco prima del matrimonio di Martina! Ma non doveva trattarsi di un trasferimento temporaneo, come premessa per la promozione a funzionario?”
Paola si strinse nelle spalle e cominciò a sparecchiare:
“Non saprei, ma per il momento sembra proprio che debba restarsene a Genova ancora per un po’!”
Bruno lasciò la cucina con sollievo e andò a rinchiudersi nel suo rifugio, mentre Paola caricava la lavastoviglie e si preparava a guardare un vecchio film.
Via delle Primule. Da quanti anni non passava da quelle parti? Dopotutto non è difficile, abitando in una grande città, vivere come se certe strade non esistano neppure, se non si è obbligati ad andarci per qualche ragione precisa. Ed ora un’inevitabile visita a Claudia l’avrebbe costretto a rimettere piede in quel luogo dopo molto tempo…
Già, quanti anni erano trascorsi, ormai?
Diciannove, gli comunicò un rapido calcolo mentale, ed erano davvero tanti, sottolineò implacabile una maligna voce interiore: un’infinità di cose erano mutate, da allora, nella sua vita personale e nel mondo attorno a lui.
A quel tempo il numero 18 di via delle Primule era un bell’edificio appena costruito, perché il quartiere stava iniziando a nascere proprio allora, come un unico, immenso cantiere da cui sorgevano eleganti palazzi circondati da giardini, e lì aveva preso alloggio una collega trasferita da un’altra sede della società per la quale lavorava ed assegnata al suo ufficio: Mara.
Bruno poteva ricordarne ancora il viso, gli occhi verdi, i capelli castani striati di riflessi ramati, la voce calda e sensuale…Una donna affascinante, di cui si era innamorato come uno stupido adolescente, dimenticandosi d’avere più di quarant’anni, una moglie e due figli in giovane età.
Per qualche mese aveva vagheggiato cambiamenti impossibili della propria esistenza, inseguendo troppe chimere, ma in definitiva era stata Mara a decidere anche per lui, cambiando lavoro a sua insaputa e scegliendo di scomparire da un giorno all’altro prima che fra loro accadesse nulla di veramente irreparabile.
Diciannove anni di silenzio, di rimpianti, di pensieri sfuggenti che a volte lo assalivano all’improvviso: eppure Bruno era rimasto fedele a sua moglie e non aveva fatto il minimo tentativo di rivedere Mara o di sapere cosa ne fosse stato di lei nel frattempo.
Solo una volta, alcuni anni dopo la sua sparizione, aveva ceduto alla tentazione di cercare il suo nome sull’elenco telefonico cittadino, ma non avendolo più trovato ne aveva dedotto che si fosse sposata o trasferita altrove, e non l’aveva mai più cercata.
Era così assurdo pensare che ora il destino stesse per offrirgli l’occasione di tornare dopo tanto tempo in via delle Primule, la stessa strada dove talvolta aveva timidamente riaccompagnato a casa Mara dopo il lavoro…
Del resto, che importanza avrebbe avuto, ormai?
Nei giorni successivi, Bruno si sforzò di ricacciare nel dimenticatoio i suoi ricordi concentrandosi nel lavoro, cosa neanche poi troppo difficile poiché si era in uno dei periodi più caldi dell’anno, fitto di impegni e scadenze da rispettare, e la tensione dei suoi collaboratori era già alle stelle. Paola nel frattempo si ammalò di una fastidiosa bronchite, e il progetto di andare a far visita a Claudia fu momentaneamente accantonato.
Passò così più di un mese, durante il quale Martina comunicò ai genitori di aspettare un bambino, perciò dovette considerare che presto si sarebbe ritrovato nonno per la seconda volta: in fondo non gli dispiaceva, per quanto a volte si sentisse ancora troppo giovane, o almeno certamente lontano dal cliché del nonno tradizionale, lui che era ancora in piena attività, praticava diversi sport e non aveva certo un aspetto canuto e solenne.
Il sabato successivo, Paola gli comunicò che per l’indomani erano stati invitati a pranzo da Claudia.
“Non ti dispiace, vero? Ha insistito tanto per vedere anche te!”
Bruno assentì. Si era quasi dimenticato di Claudia e della sua casa nuova, e stavolta accolse la notizia senza particolare emozione, persuaso che tornare in via delle Primule non avrebbe avuto il potere di turbarlo più di tanto: dopotutto, il ricordo di Mara non era stato abbastanza potente da interferire con i mille problemi della sua routine quotidiana, quindi perché preoccuparsi?
Diciannove anni erano davvero tanti, e il quartiere appariva completamente trasformato, tanto che Bruno stentò quasi a riconoscere sia la strada, sia il palazzo che Paola gli indicava e che presentava una facciata del tutto diversa da quella che ricordava, presumibilmente ridipinta di recente.
“A che piano sta Claudia?” domandò Bruno fermandosi davanti al riquadro dei citofoni.
“Terzo. Guarda che ci dovrebbero essere soltanto le iniziali, CF.”
Bruno lasciò correre lo sguardo lungo la fila di nomi, vide quello che non avrebbe mai voluto trovare e sussultò: proprio sotto la targhetta “CF”, ne splendeva un’altra con un doppio cognome “Ferrarini- Bianco”, dalla quale capì in un istante che, oltre ad essersi stabilita nella stessa casa di Mara, Claudia si era installata addirittura sullo stesso piano e che, come se non bastasse, era molto probabile che la donna che aveva amato tanto tempo prima non avesse mai smesso di abitare in quell’edificio.
Semplicemente, doveva essersi sposata non più di due anni dopo essere sparita dalla sua vita, facendo intestare l’abbonamento telefonico al nome del marito e scomparendo così dall’elenco cittadino: non si era preoccupata poi molto di nascondersi, rifletté Bruno con amarezza, perché doveva averlo giudicato fin dall’inizio un codardo che non avrebbe mai lasciato la famiglia per lei, come, in effetti, era stato, e chissà se ne era valsa davvero la pena.
“Oh, eccovi qua! Che piacere rivederti, Bruno!”
Claudia li attendeva sulla soglia del suo appartamento non appena uscirono dall’ascensore sul pianerottolo del terzo piano, ma mentre l’abbracciava Bruno non poté fare a meno di lanciare una rapida occhiata alla porta chiusa alla sua sinistra. Solo in quel momento cominciò a rendersi conto che Mara poteva realmente trovarsi lì, oltre una parete spessa pochi centimetri, e quel pensiero gli provocò una contrazione allo stomaco che lo tormentò a lungo.
Fu un incubo visitare la casa di Claudia, sforzandosi di esprimere qualche complimento di circostanza per non deluderla, e poi restarsene seduto per un paio d’ore accanto a Paola su un fiammante divano a fiori azzurri, cercando di partecipare alla conversazione senza sussultare ad ogni rumore proveniente dalla parete alle sue spalle, quella che sapeva confinare con l’appartamento adiacente, ma ad un certo punto, con enorme sollievo, Bruno si accorse che Paola stava consultando l’orologio e si affrettò ad osservare che forse era giunto il momento di tornare a casa.
Mentre iniziava il rituale scambio dei saluti, risuonò all’improvviso una musica a volume piuttosto alto, e Claudia sospirò:
“L’unico inconveniente di questa casa: i vicini!”
“I soliti ragazzacci con lo stereo sempre al massimo?” domandò Paola incuriosita, ma l’amica scosse il capo:
“No, si tratta di una coppia senza figli. Due brave persone, per carità, e mi fanno anche tanta pena, poveretti…”
Sulle spine, Bruno non poté fare a meno d’intervenire a sua volta: “Perché, scusa? Hanno qualche problema?”
“Direi di sì. Sono entrambi piuttosto malandati: il marito, soprattutto, è molto più anziano della moglie, e non esce quasi mai di casa, pare abbia avuto un grave incidente anni fa ed ora cammina a fatica. La cosa peggiore, poi, è che sembra sia rimasto lesionato all’udito e così spesso tiene la televisione e lo stereo ad alto volume, per questo mi disturbano un po’, ma naturalmente non posso protestare troppo…”
Parlando avevano raggiunto l’anticamera, dove la musica giungeva più attutita, e già Bruno pensava con sollievo al fatto che entro pochi minuti si sarebbe ritrovato per strada, e poi in auto, altrove, lontano da quella casa, quando Claudia aggiunse un ultimo commento a bassa voce:
“E poi la signora, povera donna, quando l’incontro sulle scale è così gentile, mi chiede scusa per il fastidio ma la vedo sempre tanto triste e malinconica. Dev’essere anche più giovane di me ma ha un aspetto stanco, trascurato, da persona precocemente invecchiata: malvestita, con i capelli tutti grigi, senza un filo di trucco… Non credo abbia una vita facile accanto al marito in quelle condizioni!”
Mara dunque si era ridotta così? Era questo che il destino aveva riservato alla donna affascinante di cui Bruno aveva serbato un ricordo segreto per tanto tempo: un matrimonio tardivo che si era presumibilmente trasformato in un calvario accanto ad un uomo infermo? Che crudeltà…
Fuori era già buio e la temperatura era scesa notevolmente. Paola finì di abbottonarsi il cappotto rabbrividendo leggermente, e infilò il braccio sotto a quello del marito cercando riparo accanto a lui, ma non poté fare a meno di notare la sua andatura troppo rigida.
“Che freddo! Stai bene? Mi sembri un po’ strano, oggi.”
Bruno si sforzò di sorridere e si strinse alla moglie ignara: “Ma no, cosa dici! Sarà un po’ di malinconia, dopotutto è stato triste rivedere Claudia così da sola, senza Marco….”. le disse, mentendo per tranquillizzarla.
Paola annuì: “E’ vero. Ma cosa vuoi farci, mio caro, purtroppo invecchiamo e la gente attorno a noi cambia, oppure se ne va prima del tempo.”
“Hai ragione, invecchiamo….” Bruno salì in auto, avviò il motore e manovrò lentamente per immettersi nel traffico del tardo pomeriggio domenicale: riuscì persino a non voltarsi indietro neppure una volta per lanciare uno sguardo verso le finestre illuminate al terzo piano di via delle Primule 18.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:56 | link | commenti (1)
categorie: , narratori e racconti
domenica, 09 dicembre 2007

La recensione di Bruna Alasia

Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
                                 Recensione di Bruna Alasia
Ieri,
come oggi,
nulla è cambiato sotto lo stesso sole
a indovinar fra le stelle
il percorso di un futuro
con quell’unica meta
che sfugge a ogni logica.

Questi versi di Renzo Montagnoli a metà dei suoi “Cantici celtici” evocano e chiariscono il senso della sua lirica e la forza della poesia che nella fusione di storia, leggenda e musica, riesce a trasmettere e illuminare nessi misteriosi che trasfigurano e approfondiscono la realtà, la realtà di ciascuno, interiore e universale, prendendo a prestito la magia dell’antica favola epica per renderla più incisiva. Guerrieri sull’acqua, bambini e ninfe di territori forse gallesi o cornici, scozzesi, irlandesi, oppure semplicemente mantovani, emergono dalle nebbie di un mondo che è metafora del nostro passaggio, percorso che avanza nell’imperfezione, stenta a progredire ma dona ai posteri l’eredità della saggezza trascorsa. Con la melodia dei versi, che fanno sentire protettiva e calda una landa solitaria e nebbiosa, attraverso il sogno e la canzone, l’autore trova una possibilità di riscatto, nel recupero dell’insegnamento passato un’indicazione al futuro, una ragione nel ciclo misterioso della vita.
Aleggia sulla pagina di questi canti celtici il suono di una cetra invisibile, quella che scaturisce dalla filigrana della composizione serica, elegante, tenebrosa anche nei momenti di luce e semplice, come ogni poesia che sia degna di questo nome.
Renzo Montagnoli è un autore raffinato che mescola fantasia, realtà e atmosfere surreali per distillare l’essenza dell’anima umana.
Mantovano, laureato in economia e commercio, per lungo tempo dipendente di una azienda di credito si dedica ora alla scrittura di racconti e poesie che sono stati pubblicati con successo dal sito letterario “I sogni nel cassetto” e dalle riviste Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia.
                                              
                                              
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:17 | link | commenti (1)
categorie: , canti celtici
mercoledì, 14 novembre 2007

Le due giornate di Chiari

                    Le due giornate di Chiari
                       di Renzo Montagnoli
 
Come ho preavvisato, nei pomeriggi di sabato 10 e di domenica 11 novembre sono stato presente a Chiari (BS) alla Rassegna della Microeditoria Italiana. Chiari1
Villa Mazzotti, che ospita la manifestazione, è un imponente costruzione in stile liberty, circondata da un grande parco di libero accesso a tutti.
Benché il fabbricato sia di notevoli dimensioni, la presenza di un centinaio di stand editoriali rende lo spazio quasi angusto, anche perché il salone nell’ingresso, da cui parte una grandiosa scalinata che porta al primo piano, è dedicato esclusivamente a presentazioni o dibattiti riservati agli autori più noti. Vi sono altri due locali, più raccolti, ove invece hanno luogo le presentazioni dei libri riservate a nomi meno conosciuti.
Lo stand del Foglio si trova al primo piano, in ottima posizione, e al posto di combattimento sono sempre presenti Gordiano Lupi, sua moglie Dargys e la piccola Laura, la secondogenita di famiglia. Inoltre, staziona anche il narratore Sacha Naspini, insieme alla fidanzata.Chiari12
Nel pomeriggio di sabato mi sono unito anch’io a questa piccola pattuglia, che domenica si è rafforzata per la presenza di Vincenzo Trama. Non dico nulla sul giorno prefestivo perché, almeno nell’orario in cui ci sono stato, non sono accaduti fatti di rilievo.
Il gran giorno, almeno per me, è stato la domenica, visto che alle 15,00 dovevo presentare i Canti celtici. E qui devo dire che quando sono arrivato alle 14 tutti, indistintamente, da Gordiano Lupi a Sacha Naspini, da Dargys a Trama, si sono veramente prodigati affinché potessi parlare in una sala non vuota. E ci sono riusciti, nonostante che alla stessa ora in salone ci fosse Lopez, quello per intenderci de La casta dei giornali. Il vedere affannarsi queste persone per comunicare ai visitatori che di lì a poco avrei presentato i Canti celtici mi resterà in mente tutta la vita, perché mi sono commosso; ho trovato un moto spontaneo di amicizia che non mi ha isolato, indipendentemente dal risultato. E’ stata quella mano che l’uno dà all’altro e che ti fa sentire orgoglioso di essere parte di una comunità.
Come ho accennato prima, il risultato di questi sforzi è stato per certi versi strabiliante, perché alla presentazione, a parte alcuni amici, c’erano anche diversi estranei.
Non ero emozionato, ma veramente commosso e ho dato tutto quanto potevo per ripagare quel gesto di umana solidarietà.
Ho parlato, ho letto alcuni canti, alcune poesie di Fiori e fulmini, la silloge di Cristina Bove, ho illustrato le caratteristiche di altri poeti del Foglio.Chiari8
Poi, il resto, le dediche sui libri acquistati, il parlare con la gente è stata come la continuazione di un sogno, ma ormai ben sveglio. Ho perfino dovuto ripetermi nel trattare dei Canti quando sono stato intervistato da Radio Vera. E poi, prima che facesse buio, ho salutato gli amici del Foglio, ho raggiunto mia moglie, il cui sguardo radioso esprimeva soddisfazione e ho lasciato Villa Mazzotti, leggero, tanto che quasi mi sembrava di volare.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:18 | link | commenti (14)
categorie: , canti celtici

Avviato il conto alla rovescia

                                        Le fiabe di Gramos
 
 Le fiabe di Gramos
Dunque sembra che il gran giorno sia domani, cioè che fra 24 ore sia possibile acquistare su Lulu.com il volume di fiabe che Sabrina Campolongo, con certosina pazienza e anche con dispendio di energie, ha selezionato.
Non è il solito dei tanti volumi che appaiono d’incanto nelle librerie, soprattutto verso Natale, ma è una testimonianza di solidarietà verso un essere umano che ha bisogno del sostegno degli altri per vivere.
In un mondo, dove si rincorre solo il denaro per il denaro, si chiede che, almeno per una volta, questo mezzo di scambio e di accumulazione assuma un vero valore, intrinseco, che non sia solo quello della fiducia nella moneta, ma rappresenti la fiducia nell’avvenire, nostro e di Gramos.
La vita non è altro che un breve passaggio sulla terra, un cammino lungo una strada che dovrebbe essere uguale per tutti e proprio per questo, dato che la percorreremo insieme, dovrebbe costituire la prova inconfutabile di esserne degni. Quel camminare fianco a fianco, con passi sempre più lenti mano a mano che aumenta il percorso già fatto, presuppone, e non solo cristianamente, che l’uno sia sponda dell’altro, che ci sia la gioia di aiutare chi ne ha più bisogno, senza distinzioni di razza o nazionalità.
Basta riflettere un attimo: aiutando gli altri, aiutiamo noi stessi, perché l’umanità viaggia su un equilibrio precario, dove le differenze fra chi ha e chi non ha, fra chi è sul binario giusto e chi non lo è sono tali da riflettersi su ognuno di noi, dal toglierci quella sicurezza nel futuro senza la quale la vita sono solo ore gettate al vento.
Le fiabe di questo libro sono molto belle, ma mai come il gesto che farete acquistandolo.  
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:08 | link | commenti (1)
categorie: , una fiaba per gramos
venerdì, 09 novembre 2007

Due voci verso sera

                               Due voci verso sera
                               di Renzo Montagnoli
 
Immaginatevi due persone, come tante, non più giovani, anzi un po’ anziane, che trovano all’improvviso realizzato quello che è il desiderio di molti: la pubblicazione di un libro.
Oggi ci sono tanti giovani che scalpitano, che sognano di entrare nell’olimpo letterario e che fantasticano di riuscire a scrivere un best seller. E magari non sono ancora riusciti ad avere una pubblicazione, mentre due persone, avanti con gli anni, e che in tutta una vita forse nemmeno pensavano di riuscire a vedere edito un loro lavoro ce l’hanno fatta.
Non voglio tuttavia che questa mia riflessione sia intesa come una rivincita di una generazione su un’altra, perché lo scopo è ben diverso, anzi io e Cristina auguriamo a chi cerca di emergere che ciò avvenga alla svelta, ma con un’opera in cui ha messo tutto il suo cuore e tutto il suo ingegno, tale da aver coscienza di aver onorato il proprio nome con un prodotto dignitoso.
Ho conosciuto Cristina quasi per caso, quando ha cominciato a pubblicare sul sito “poetare” e sono rimasto subito sorpreso dalla qualità e dalla forte personalità delle sue poesie. L’ho seguita con interesse e lei che mi stimava (e sono certo  che è ancora così) avrebbe gradito un mio commento critico. Ho glissato, perché sarebbe stato assai meglio parlare della sua ars poetica e per far questo avevo bisogno di leggere molti suoi lavori. Quando mi è stato chiesto di scrivere la prefazione di Fiori e fulmini, questa era già stampata nella mia mente, pronta per riversare su carta l’ammirazione che nutro per un’autentica artista, non diversa però dalla Cristina Bove donna, due figure che si fondono in un’immagine radiosa di esemplare umanità.
Il caso ha voluto che il nostro battesimo letterario avvenisse lo stesso giorno, con due lavori poetici, di diversa natura. Fiori e fulmini di Cristina Bove è una silloge in cui lei ha riversato l’esperienza, le emozioni, le gioie e i dolori di tutta una vita, e l’ha fatto con soavità, tanto che vincono tranquillamente i fiori sui fulmini. Chi la conosce sa che sto dicendo il vero e questa raccolta poetica è il messaggio di un essere umano che, pur nella malinconia, spesso velata, nasconde una incredibile forza di vivere.
Sono poesie, le sue, semplicemente stupende e non aggiungo altro, per non rischiare di essere tacciato di favoritismo.
Tranquillizzo tutti, perché dei Canti celtici non dirò nulla e ciò per un puro motivo deontologico.
Perché abbiamo scritto e perché abbiamo pubblicato?
Non solo per mostrare il nostro animo agli altri, ma anche per lasciare una traccia di noi, un ricordo che almeno sia collegabile a un oggetto e al suo contenuto da conservare per i nostri posteri.
Siamo ad un età dove si vive del passato e del presente, mentre il futuro ci sfugge e ci impedisce di fare programmi per l’avvenire. Se qualcuno di voi comprerà i nostri due libri e li leggerà, e ne parlerà ai figli, sarà come proiettarci idealmente in quel futuro che noi non vediamo. E così, se questi giovani, leggendo i nostri versi, riusciranno a sognare, lo faranno anche per noi.
Mi sembra giusto che Cristina e io vi proponiamo di seguito un assaggio, piccolo, ma significativo, dei nostri due libri.
Grazie per l’attenzione.
 
 era maggio
ERA DI MAGGIO ( ai miei figli)
di Cristina Bove
 
Era di maggio e tra le rose in fiore
l’inattesa brinata sparpagliava
di petali e di foglie il davanzale
           la ventata li colse impreparati
           scompigliandone gli abiti e i pensieri
 
Avrei voluto custodirli ancora
nasconderli al destino ed al dolore
tenerli stretti nella mia premura
proteggerli da oltraggi e delusioni
fermare il tempo mio per non lasciarli
e il tempo loro per vederli eterni
          Invece posso solo consolarli
          per una tregua che non basta mai…
 
Posso soltanto starmene in disparte
per cercarmi nel cuore ancora un poco
di quella fiaba che gli raccontavo
quando la vita era soltanto gioco.
          Ma nel soffiar del vento anche l’estate
          passerà per far posto al loro autunno
          e nell’inverno soli affronteranno
          la crudeltà del tempo
          senza me
 
(da Fiori e fulmini- Il Foglio, 2007)
 
 
 
 
 oglio5
 
Guerrieri sull’acqua
di Renzo Montagnoli
 
Sorge presto questa sera la luna,
sembra emergere dall’acqua del canneto,
in quell’immobilità del tempo
che è il passaggio dal giorno alla notte.
Ai richiami degli acquatici si sostituisce
il canto triste e melodioso delle ninfe
imprigionate dall’oblio.
E nella bruma che si corica sulla superficie
di poco increspata dalla brezza
par di vedere scivolare le lunghe barche dei guerrieri
che riprendono possesso di un mondo tutto loro.
Le armature scintillanti,
i volti tesi,
lo sciabordio dei remi,
avanzano a riconquistare il ricordo di un’epoca passata,
che solo il sogno sa vedere e capire.
Un altro mondo, che è profondo in noi,
e che scompare nel volger di un attimo
ai primi bagliori di luce che si accendono a oriente.
 
(da Canti celtici – Il Foglio, 2007)
 
 
 
Consiglio di chiudere questa pagina ascoltando questo brano veramente sublime.
 
http://www.youtube.com/watch?v=ww8wqEgFIA8
 
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:07 | link | commenti (25)
categorie: , editoriale
sabato, 03 novembre 2007

Politicanti...

Pur di essere eletti, cento ne pensano…
 Campagna elettorale
                                Campagna elettorale
                                      di Cesarina Bo
 
Appoggiò il vecchio motorino alla cancellata e si tolse il casco. Lo posò in precario equilibrio sulla sella, tergendosi il sudore dalla fronte. Nonostante fossero le nove del mattino il sole iniziava già a scaldare: il cielo, in quella domenica d’inizio giugno, era terso e l’aria immobile. Tirò fuori dalla tasca un foglio sgualcito, lo guardò con estrema attenzione, poi, con una penna, tirò una riga su un nominativo: esattamente il settimo della lista. Guardò pensierosamente gli altri trentacinque nomi e controllò l’orologio.
Alvaro si chiese se sarebbe riuscito a terminare il giro in giornata. Si augurava di sì: essendo domenica avrebbe avuto molte probabilità di trovare la gente a casa. I tempi stringevano e non poteva concedersi il lusso di fare le cose con calma.
Si era fatto consegnare le liste degli elettori dal Comune: centosettantacinque persone in tutto, di cui novantasette femmine. Aveva trascorso un pomeriggio intero a ricopiare quei nomi e li aveva studiati a lungo prima di stabilire un criterio di selezione. Aveva subito eliminato i parenti stretti degli altri candidati, poi tutti quelli che, per un motivo o per l’altro, avevano avuto da ridire con lui o con i suoi vecchi. In paese certi sgarbi duravano a lungo e ne portavano le conseguenze ancora i figli dei figli. Ad esempio aveva dovuto cancellare, con enorme dispiacere, una famiglia di ben tre persone votanti per via di un’offesa fatta almeno cinquant’anni prima, ma che non era mai stata dimenticata. Ne era al corrente perché la sua povera madre, più volte, gliene aveva parlato. Il fattaccio successe esattamente il giorno in cui i suoi si sposarono. Tra gli invitati c’era la vecchia Caterina, alla quale avevano promesso che sarebbero passati a prenderla con l’auto degli sposi per portarla alla funzione prima e al pranzo dopo. Nella concitazione della giornata se ne dimenticarono completamente e Caterina rimase a lungo sulla porta con il vestito bello, il cappello con la veletta e un filo di rossetto, rientrando in casa solo dopo che il corteo nuziale era passato e non c’era più anima viva in giro.
Alvaro aveva dunque proceduto in quel modo depennando via via tutti quelli che, a suo parere, avevano un motivo per portargli rancore e in quella cernita era stato rigorosissimo, andando a ripescare anche solo scambi di battute poco felici o altre inezie. Alla fine aveva selezionato quarantadue nomi che dava per certi.
Già nelle precedenti elezioni aveva sbagliato tutto. I risultati non avevano lasciato dubbi: aveva ottenuto tre voti dei quali uno era suo. Inoltre –e la cosa lo aveva indisposto non poco- non era mai riuscito a capire di chi fossero gli altri due voti. Sette persone, al termine delle elezioni, gli avevano detto con un tono funereo e abbassando la voce: “Mi spiace, Alvaro! Guarda, però, che io ti ho votato…”. Alvaro non era mai riuscito a scoprire con certezza chi tra quelli aveva mentito. Forse tutti, sicuramente cinque se la matematica non era un’opinione. Non aveva fatto molti studi, ma non era uno stupido e i cinque anni delle elementari gli erano più che sufficienti per fare due conti. Per un po’ di tempo li aveva tenuti sotto controllo e fatto loro domande tranello per coglierli in fallo. Poi ci aveva rinunciato: aveva pensato che, nel dubbio, fosse buona politica tenerseli amici tutti sette.
Alvaro stava riflettendo che l’errore più grande commesso nella precedente campagna elettorale era stato quello di affidarsi ai volantini. Era pur vero che, al fondo, li aveva firmati uno per uno, che ne aveva fatto stampare in abbondanza e li aveva messi –doppi per sicurezza- personalmente in tutte le buche delle lettere d’ogni casa del paese, ma era, con tutta evidenza, mancato il contatto personale. Avrebbe dovuto pensarci prima che i suoi compaesani non leggevano volentieri e che quindi quella sua strategia non avrebbe funzionato. Si era così ritrovato con due voti (il suo non lo contava: si sarebbe in ogni caso votato, con o senza volantini), una cifra esorbitante da pagare alla copisteria della città e in più la beffa di vedere molti dei suoi volantini con la sua faccia utilizzati per incartare le mezze dozzine d’uova.
Prima di suonare il campanello del potenziale votante si guardò attorno e notò, ad una certa distanza, un’auto blu che già aveva intravisto in mattinata durante il suo giro. Doveva essere di un forestiero perché gli era sconosciuta: si chiese chi mai potesse essere e cosa facesse in paese. Quel pensiero, però, durò poco. Si concentrò sul discorso che si era preparato per quella persona. Alvaro, infatti, dopo aver selezionato i nomi, aveva cercato per ognuno un aggancio dal quale partire e aveva preso un appunto di fianco ad ogni nome. Lesse: “Amilcare-pomodori”. Rovistò nella cassetta che era fissata dietro al sellino della moto e prese un mazzetto di piantine di pomodori già un po’ avvizzite, nonostante avesse avuto l’accortezza di avvolgerle in un pezzo di carta di giornale bagnato. Lo scrollò per migliorarne l’aspetto e suonò il campanello.
“Ciao, Amilcare. Ti ho portato qualche piantina di pomodoro, di quelle speciali. Non ne ho molte, ma ho pensato che ti avrebbero fatto piacere.”
“Certo! L’anno scorso i tuoi pomodori erano i più belli di tutto il paese e ti abbiamo invidiato…”
Parlarono un po’ dell’orto e un po’ del tempo, poi Alvaro attaccò il discorso che più gli premeva:
“Visto che sono qui, Amilcare, ti ricordo che sono in lista: posso contare sul tuo voto? Sai che non te ne pentiresti…”
“Vai tranquillo, Alvaro, nessun problema: non avresti neanche dovuto chiedermelo!”
Rassicurato da quelle parole Alvaro si congedò in fretta e, prima di risalire sul motorino, lesse il nome successivo: “Marisa-rubinetto”. Marisa era una lontana cugina e qualche tempo prima gli aveva chiesto se poteva dare un’occhiata al rubinetto del bagno che gocciolava in continuazione. Sovente l’anziana donna si rivolgeva a lui quando aveva dei piccoli lavori di manutenzione da fare. Però, se le avesse riparato il rubinetto, si sarebbe assicurato il voto. “Esisterà ancora un po’ di riconoscenza a questo mondo”, rifletté Alvaro.
Era buio da un’ora quando Alvaro rientrò a casa: adesso non gli rimaneva altro che aspettare. Mentre posteggiava il motorino dentro il cortile rivide, di sfuggita, l’auto blu del forestiero che più volte aveva notato durante la giornata; di nuovo, per un attimo, si chiese chi fosse e che facesse quella persona in paese. Poi si rimise a pensare alla giornata appena conclusa: il giro era stato soddisfacente e tutti gli avevano fatto capire che l’avrebbero votato. Pensò pure al suo avversario principale e allo smacco che avrebbe subito. Si trattava di un certo Luigi, detto “il signore” perché era pieno di soldi. Alvaro non gli perdonava d’essere uno che veniva da fuori e che, appena arrivato in paese, si era messo a criticare tutto e tutti. Teneva certi comizi da far accapponare la pelle. Lo aveva sentito promettere niente meno che “la costruzione di un bocciodromo” e quegli ingenui dei suoi compaesani erano rimasti lì, a bocca aperta, incantati da quelle parole. Solo uno aveva chiesto: “Ma con che soldi?” ed aveva ricevuto in risposta: “Domanda giusta, giustissima! Con i miei… Io in questo paese sto bene e farei volentieri una donazione, sempre che sia eletto.” Fu subissato da applausi che giunsero impietosi fin dietro al platano dove Alvaro se ne stava, seminascosto, ad ascoltare.
La settimana si trascinò con lentezza e l’umore di Alvaro oscillò, con una frequenza preoccupante, tra certezze e dubbi, lasciandolo, alla fine, stremato e nervoso.
Trascorse la notte precedente il giorno delle elezioni in un dormiveglia agitatissimo, popolato da incubi. Aveva provato la sensazione di scivolare lungo un dirupo e di non aver modo di fermarsi o, anche solo, di rallentare quella discesa rovinosa appigliandosi a qualche sporgenza. L’accelerazione che il suo corpo acquistava nel sogno l’aveva portato a svegliarsi di soprassalto con il cuore in gola e le farfalle nello stomaco; Alvaro aveva impiegato un po’ di tempo a capire che si trovava nel suo letto, fermo e in posizione orizzontale. Così decise di alzarsi, si rase la barba, indossò la camicia della festa e, sebbene fosse ancora buio, si avviò verso le scuole, dove, a partire dalle sette, avrebbero avuto inizio le votazioni.
Rimase perplesso nel vedere un pullman da gran turismo parcheggiato proprio nel mezzo della piazza antistante all’edificio scolastico: a lui non risultava che ci fosse qualche gita in programma. Si avvicinò e lesse, appoggiato al vetro anteriore, un cartello con su scritto: “GITA AL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLE NEVI”. Si trattava di un famoso luogo di pellegrinaggio distante quasi duecento chilometri dal paese. Lui c’era stato una sola volta, quando era giovanissimo, e, da allora, si era sempre riproposto d’andare. Anzi, mentre leggeva quel cartello, gli venne immediato formulare un voto: “Se vinco le elezioni vado a far visita alla Madonna delle nevi.”
L’autista fumava annoiato, seduto al posto di guida. Alvaro era convinto che quell’uomo avesse sbagliato posto di ritrovo e stava quasi per dirglielo quando vide giungere della gente. Man mano che si avvicinavano iniziò a riconoscerli: c’era Amilcare, poi, subito dietro, Domenico, Rita, Marisa, Alfredo, Piero… insomma i suoi potenziali elettori. Tutti fecero finta di non vederlo e salirono in silenzio sul pullman.
Alvaro era esterrefatto, quasi non gli usciva la voce dalla bocca mentre cercava di chiamare ora l’uno, ora l’altro.
“Ma dove vanno? Che fanno? Sono matti? Tra un’ora si vota!”
Alla fine si decise e salì sul pullman. Fu accolto da un silenzio imbarazzato.
“Dove andate? Oggi si vota… me lo avete promesso! Non potete farmi questo!”
Nessuno parlò.
“Non potete aspettare un’ora prima di partire?”
Ancora silenzio.
“Amilcare, vecchio mio, almeno tu spiegami cosa sta succedendo…”
“Alvaro, noi non c’entriamo per nulla e lo abbiamo saputo solo ieri sera. Ha fatto tutto Luigi: ci ha spiegato che doveva offrire una gita gratis con tanto di pranzo e di cena pagati per un voto, fatto a suo tempo, alla Madonna delle nevi. Così ha sorteggiato quarantadue nomi ed eccoci qui. Siamo solo stati molto fortunati! Tu fai male a prendertela in questo modo: vedrai che ti andrà bene lo stesso, voto più o voto meno.”
L’autista, spazientito per l’attesa, mise in moto il pullman dicendo: “Signori posso partire?”, poi rivolto ad Alvaro: “Dovrebbe farmi la cortesia di scendere: da quel che ho capito lei non ha vinto.”
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:46 | link | commenti (2)
categorie: , narratori e racconti