L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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Utente: RenzoMontagnoli
Nome: Renzo Montagnoli
Un eterno illuso.

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martedì, 10 novembre 2009

La recensione di Franca Canapini

Canti celtici

Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
 
Cosa spinge un uomo, oggi, che solitario percorre i propri luoghi ( lande di brughiere ed acque ) a far riemergere nel sogno le genti antiche che li popolarono, se non la ricerca del senso della vita, dell’anima del mondo, se non il suo sentirsi anello di un eterno andare umano?
Riemergono i Celti ( con i nostri diecimila anni di rivoluzione agricola ) nella brezza della sera, nello stormire della querce, nel fiume che scorre lento tra i canneti. Appaiono improvvisi lungo il fiume, tra le brume, “ guerrieri che riprendono possesso di un mondo tutto loro”.
 
Ed è lirismo “ Candida pelle,/ baciata dalle stelle/ in una notte d’estate forse immaginata,/ fra contorni di canne lacustri,/ vicini e lontani canti di civette,/ folletti di contorno a un sogno..”
“ Già il grano imbiondiva,/ steli piegati pronti ad accogliere la falce./ La quiete dei meriggi assolati/ fra il frinire di cicale,/ un’aria ferma,/ le sere appena un po’ ventilate, con il canto dei cani alla luna..”
 
ed è elegia “ Sono voci smorzate,/ il tono sommesso,/ quasi una preghiera…di genti che qui vissero/ di vite di giorni passati,/ di gioie e dolori,/ di ardori di innamorati,/ di sogni spesso mai realizzati…”
“ Venivo la sera a gioire sulle sponde/ il flusso ininterrotto del tuo respiro…mi specchiavo e dietro la mia immagine/ c’eri tu, rassicurante, padre sereno…Scivolavi, allora,nel letto di argilla…”
 
ed è dolore per tutto un mondo che si va irrimediabilmente perdendo “ Erano uomini vissuti prima di noi,/ il seme di queste piante/ che troppo presto dimenticano le radici/ e vogliono correre verso il nulla…” “ Il tono si alza in un acuto,/ subito strozzato/ dalla certezza di una speranza/ irrimediabilmente fugata”
 
L’autore dei Canti celtici si chiama Renzo ed è un semplice uomo che ha spalancato le braccia per accogliervi l’anima del suo mondo, divenendo voce di un popolo solo apparentemente estinto; e così diventa il bambino a cui “ un giorno mancò il sole”, il sacerdote del fiume, il pescatore eterno, un uomo senza tempo, il vecchio “ Ancor domani sorgerà il sole,/ per altri riprenderà il cammino/ per dove il vecchio è alfine arrivato.”
Ecco, perché temere la nostra morte? Noi siamo stati, siamo e saremo, in un avvicendarsi di generazioni che continueranno a umanizzare le terre e a provare gli stessi sentimenti, che non mutano con il trascorrere del tempo.
Questo il messaggio che ho voluto prendere dal libro. Io, che ho vissuto il passaggio dalla vita agricola a quella industriale e tecnologica, che a volte ho l’impressione di avere migliaia di anni, che ho la fortuna di sentire lo spirito dei boschi e di immaginare i rumori delle genti del passato, non posso che applaudire Renzo per questi suoi canti suggestivi e amorevoli.
 
                            Franca Canapini
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 21:37 | link | commenti (1)
categorie: canti celtici
venerdì, 08 maggio 2009

La recensione di Carmen Lama

Canti celtici
Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
 
 
La prima silloge poetica di Renzo Montagnoli, Canti Celtici, è interessante già a partire dal titolo. Immagino il pensiero del poeta, impegnato in una sorta di scavo archeologico nella Storia, portare alla luce, evocandoli, pezzi di un’antica civiltà, gesta, oggetti, per mostrarli poi in una forma “rispolverata e luccicante” di poesie. L’intento di far rivivere qualcosa del passato porta il poeta ad essere molto attento nell’estrarre i vari “cocci” per lasciarli il più possibile intatti, pur nella loro frammentarietà e per cercare di ricostruire, mettendoli insieme come fossero delle tessere di un puzzle, non solo gli oggetti stessi, ma anche situazioni, fatti, comportamenti, consuetudini di vita, credenze e lo stesso contesto ambientale in cui i Celti sono un tempo vissuti. Immagino, allora, di trovare all’interno del testo, delle poesie che risveglino in me, da una parte, il senso storico generale e, dall’altra, la curiosità di riscoprire un aspetto di dettaglio e perciò molto particolare della Storia, costituito dalla vita di un popolo dei paesi nordici che, nella memoria, è vagamente depositata in una forma che definirei quasi mitica e magica. In effetti, leggendo poi le poesie, scopro di essere immersa, insieme al poeta, in un ambiente e in un’atmosfera inconsueta per me. Poiché il poeta vive nel mantovano, dove pare che villaggi celtici siano stati presenti molto anticamente, l’atmosfera che a me risulta inconsueta immagino faccia invece parte del DNA di Renzo. Affermo questo dato, quasi come una certezza, balenata nella mia mente scorrendo più e più volte le pagine di questa originale raccolta di poesie, in quanto ciò che più mi colpisce è quel senso di nostalgia per un passato che agli occhi del poeta non pare lontano, anzi sembra che egli lo riviva come qualcosa a cui ha appartenuto e che man man ha visto sfumare. Egli, mi dico, è indubbiamente impregnato della cultura del suo ambiente di vita, con giusto orgoglio, non fosse altro che per gli ascendenti ed anche per l’eco mai spenta di qualche antico illustre poeta della zona. Partendo da questa convinzione, mi riesce più facile far emergere da ciascuna poesia il senso profondo che il poeta ha voluto mostrare come in un museo archeologico, solo che in questo caso si tratta di un museo in versi. Ed ecco l’originalità di cui parlavo più sopra. Questa chiave di lettura dei testi poetici dei Canti Celtici mi aiuta a comprendere che nell’animo del poeta il passato è tenuto in grande considerazione, tanto da attingervi quando ne sente la necessità, a partire, talvolta, da una semplice visione, da un lampo che si accende sul fiume, sul canneto, nei boschi circostanti al suo territorio di vita. Da quel semplice spunto, ecco evocare una situazione particolare attribuita all’antica civiltà. Così si passa da usi familiari, a miti e credenze religiose, a cerimonie religiose quali un funerale per la morte di un bimbo, a battute di caccia, a costumi popolari quali le danze, le musiche di improvvisati citaredi e il suono della cetra, ed anche a difese del territorio da parte di guerrieri sfidati sui loro stessi villaggi. Su tutte queste situazioni evocate e fatte rivivere, aleggiano valori importanti che reggevano la vita e la cultura celtica: la solidarietà, l’amicizia, la famiglia attorno a cui riunirsi per sentirsi protetti, il divertimento per rendere più leggere le fatiche del vivere in tempi in cui qualsiasi tipo di agio era tutto da inventare, il culto dei morti e anche la difesa dei propri cari e del proprio ambiente di vita da aggressioni. Sotteso ad ogni lirica, in modi diversi a seconda dello specifico tema trattato, c’è il paragone con il presente, mancante di memoria del passato e quindi anche di ciò che del passato sarebbe stato importante tenere saldamente per continuare una vita umanissima come era un tempo. Il poeta, tuttavia, non indulge a sentimentalismi né a forzature che potrebbero far pensare a un suo rifiuto tout court del presente e del progresso, bensì rimpiange il fatto che si siano perse e del tutto oscurate le tracce di un passato che nelle sue caratteristiche specificamente umane potrebbe ancora insegnare qualcosa. In alcune liriche il rimpianto e la malinconia del poeta si trasferiscono al futuro, divenendo ciò che Pessoa chiamava, con un’espressione fortemente connotativa, “nostalgia del futuro”. Il poeta infatti non riesce ad immaginare, a partire dal presente, (da questo presente convulso, disordinato, culturalmente e umanamente povero che stiamo vivendo, ricco solo di materialità e di bisogni indotti e perciò superflui e superficiali), un futuro che possa dirsi degno di un’umanità evoluta e sana. Quello che riesce ad immaginare è semplicemente l’attesa di un futuro temuto. La consapevolezza dello scorrere inesorabile del tempo è vissuta in un presente come sogno, come non-realtà: strategia psicologica di difesa di fronte a ciò che inquieta e si vorrebbe rimuovere. C’è una muta presa di coscienza del Nulla che ci attende, perché anche la memoria e il ricordo, che ci promettono l’Eternità, sono impalpabili illusioni che assopiscono la mente.
Unica speranza è un mondo che solo in cocci slabbrati coglie il senso del suo essere, e tutto fluisce, ma, sottolinea il poeta, solo “La memoria di chi fu, traccia la strada del futuro”. E dunque, indirettamente, ma ripetutamente, il poeta sembra invitarci a non lasciarci sfuggire l’essenziale che è sedimentato insieme al passato, a distillarlo per trarne almeno quella linfa vitale che ci restituisca alla “vera umanità”, cioè -almeno- la forza dell’amore.
Tra le poesie di questa silloge, voglio ricordare in particolare La ninfa del lago, Musica e polvere, Cocci, Il testamento, che a me sono sembrate le più toccanti, senza nulla togliere a tutte le altre, senza le quali non avrei colto il senso del messaggio poetico.
Tutte le poesie di questa raccolta, a mio modo di vedere, sono attraversate da uno struggente senso di nostalgia per un mondo che, pur nella sua arcaicità, era connotato da un vivere umanissimo, cosa abbastanza rara ai giorni nostri. Persino le relazioni “elementari” con il mito contribuivano a destare e rendere sempre più attiva l’emozionalità che, certo, era prevalente rispetto alla razionalità di noi uomini e donne moderni, a nostra volta invece troppo inclini a soffocare o reprimere i sentimenti e a non dare ascolto al profondo della nostra anima, soffrendo spesso di quell’ansia di completezza del vivere e di inquietudini che, non espresse, continuano ad agire dentro di noi, in qualche modo opprimendoci o, comunque, lasciandoci insoddisfatti. Per questo motivo, ritengo che sia molto apprezzabile l’intento del poeta di rinfrescarci un po’ la memoria mostrandoci come abbia più valore la semplicità rispetto all’avidità del vivere rincorrendo sempre nuovi idoli, guidati solo da un chiodo fisso, il denaro e il surplus, sotto l’egida di una razionalità giustificante ma che, non sostenuta dall’intelligenza emotiva, uccide il meglio dell’Uomo, e in tal modo svalorizzando noi stessi ai nostri stessi occhi.
Basterebbe soltanto scuoterci da questo torpore che si è addensato sulle nostre anime come polvere, sembra dirci Renzo Montagnoli con queste poesie, per ritrovare la serenità del vivere e per saper apprezzare tutto ciò che potremmo osservare con gratuità, ma soprattutto con grande soddisfazione e saldi nelle fondamenta.
 
                            Carmen Lama
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:00 | link | commenti (2)
categorie: canti celtici
venerdì, 05 dicembre 2008

La recensione di Milvia Comastri

Canti celtici
Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00

Se la poesia salva la vita, se i versi dei Poeti sono cibo per l’anima, i Canti celtici di Renzo Montagnoli possono essere paragonati ad ali meravigliose che ci trasportano in alto, lontano dalle bassezze quotidiane, e a un banchetto dove le portare si susseguono con perfetta armonia.

Mi sento sempre inadeguata quando devo scrivere di poesia. Non so utilizzare i termini appropriati che una critica stilistica richiederebbe. In questo caso, poi, quando sono già state scritte sui Canti  bellissime recensioni, rischio di sentirmi proprio come un pulcino sprovveduto.

Parlerò quindi di sensazioni, delle sensazioni che ho provato, che provo, sfogliando le pagine dei Canti celtici, aprendo il libro a caso (so che non si dovrebbe fare, che bisognerebbe seguire il filo logico utilizzato dal Poeta…).
Riporterò qui alcuni versi, raccolti senza un ordine preciso. Ma che credo possano dare un volto, un’anima, a tutta l’opera.

Ritrovo nei Canti alcune delle emozioni provate quando lessi un’altra opera di Renzo Montagnoli: “Il magico sussurro della natura” pubblicato qualche mese fa in e-book (
www.isogninelcassetto.it/montagnoli_2.html).  Ma amplificate, perché Montagnoli, in questa sua prima opera edita, è come se avesse usato un pentagramma su cui scrivere, scegliendole con sensibilità e intelligenza, ogni parola, ogni verso come fossero note musicali. Dalle pagine esce musica: note leggere e pesanti che si alternano e  entrano diritto nel cuore.
Una brezza leggera
fa fremere i fiori
un sussurro lieve
che s'ode ovunque
fra eteree figure...
 
(I pascoli del cielo)
 

Brezza, fremere, sussurro, eteree…e si sente davvero il respiro della brezza che ristora, che serve a placare gli animi…
Perché non esistono solo giorni sereni, perché c’è anche la guerra, con i suoi stridii...
Quel giorno
combattemmo nel grano.
Frecce che s’alzavano a oscurare il sole,

le lunghe aste appuntite ben tese,
i cavalli schiumanti che mietevan le spighe,
cozzi d’armi, grida selvagge,…

(La guerra)
 

E  qui non solo l’udito, ma viene colpito anche un altro senso: come in un dipinto ci balzano agli occhi i cavalli con le froge schiumanti, e il grano che si piega  e quegli uomini pronti a uccidere con le lance acuminate per difendere la loro terra e i loro affetti.

Quegli affetti che vogliono continuare a ritrovare ogni sera, quando…
 Nella magia del tramonto,
 lasciati i lavori del giorno,
 il ritorno alla casa,
 al riposo del desco…


(La famiglia)

Ed è l’odore del fiume che sale da…
Due file di salici, chinati sull’acqua,
canneti ondeggianti al vento,
e in mezzo scorre lento il fiume


(In mezzo scorre il fiume)

E ora è il dolore, che i sensi li annienta, è la sofferenza più atroce cui una madre può essere sottoposta, che Montagnoli, con mano lievissima, riesce a  stemperare con una sorta di dolce carezza:
Un piccolo scavo,
un ritorno alla terra,
mani di madre che lasciano cadere
un gioco d’osso,
un ninnolo intagliato,
la compagnia per l’eternità.


(In memoria di un bimbo)




Quello che Renzo Montagnoli ci narra è la Storia di un popolo: non necessariamente il Popolo celtico. Il Poeta ha tradotto in parole ( e stavo per aggiungere in musica) il rispetto che un tempo legava l’uomo alla natura, alle tradizioni. Potrebbe essere il popolo degli Indiani d’ America, potrebbe essere il popolo del Paese delle ombre lunghe. Cambierebbe il paesaggio, ma simili sarebbero i comportamenti di quegli uomini. 
L’altro giorno stavo leggendo Stagioni, di Mario Rigoni Stern: ebbene, in certe descrizioni della natura, dei boschi, delle montagne, ho ritrovato l’atmosfera dei Canti.

Anche se non mi piace usare il termine “messaggio” senza alcun dubbio da questi Canti celtici emerge forte, su tutte, una voce: che ci invita a fermarci, a non autodistruggerci.  Che ci esorta a impossessarci del nostro passato, a conoscerlo e rispettarlo, a innaffiare le nostre radici ( le nostre radici di uomini, non necessariamente legate a un’etnia) per non farle seccare. Perché solo conoscendo e non gettando il passato possiamo costruire un possibile futuro. Solo così, forse, possiamo salvarci.

Chi ignora il passato, chi non s’accorge del presente,
passa senza lasciare traccia.
ma quelle genti
che già calpestarono il verde di questi prati,
se pur nel sogno, rivivono.
La memoria di chi fu
                                       traccia la strada del futuro.


(Il futuro nel passato)
                                       


Ecco, non so se sono riuscita a descrivere anche se  in minima parte cosa siano per me i Canti celtici. Non so neppure se l’autore ne sarà soddisfatto. Vi invito però a leggerli, perché, anche se non sono riuscita a fare una buona recensione, di una cosa sono sicura: sono splendidi.


                            Milvia Comastri
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:40 | link | commenti (3)
categorie: canti celtici
domenica, 16 novembre 2008

La recensione di Mara Faggioli

Canti celtici Messina
Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
   Dopo averli letti e riletti, i “Canti Celtici”, sono diventati per me un “livre de chevet” perché spesso sento la necessità di riaprirli per andare a rileggerne qualche pagina.
   Trovai subito molto intrigante anche il titolo perché leggendo le poesie mi sembrava di udire in sottofondo il suono melodioso e struggente di un’arpa. Struggente come i versi di Renzo Montagnoli, invasi e pervasi da una soffusa malinconia per l’aridità dell’uomo di oggi, così impegnato nella corsa al progresso ed al raggiungimento dei beni materiali,   tale da trascurare i valori essenziali di fraternità, di solidarietà, di rispetto, di amore per il prossimo e dimenticando troppo spesso le proprie radici e la propria memoria storica .
   “La malinconia” diceva Italo Calvino “è il dolore liberato dal suo peso” e Renzo Montagnoli, infatti, attraverso queste sue liriche riesce a sconfiggere il dolore causato dall’insensibilità dell’uomo moderno e a denunciare, attraverso la poesia, i mali di questo terzo millennio cercando con i suoi versi di sensibilizzare le coscienze.
   Echi di memoria s’affacciano in ogni lirica con profonda intensità. E’ una poesia limpida e diretta, senza ornamenti superflui dettati dalle mode, essenziale ed asciutta ma capace di spingere il lettore ad una profonda riflessione. Traspare in ogni verso il profondo amore per la propria terra, per le proprie radici e per la natura tutta, di cui l’autore ne sa cogliere ogni fremito e respiro “…l’erba imperlata di sudore…”, “…gli aliti lievi della brezza che risale dall’acqua a ristorare i campi riarsi dal sole …” “..il vecchio salice piange foglie ormai vinte…”
 Ricorrente è   la parola “sogno”, usata quasi come un balsamo benefico per curare le ferite di “un’umanità senza sogni”  o come terapia contro la sofferenza per quei “posteri già nati senza memoria”.
     “…Corre l’uomo senza avvedersi del presente, dimentico del passato, orfano del futuro…” Questo verso mi ha riportato alla mente   il titolo , davvero poetico, di un libro che Carlo Levi scrisse negli anni ’60, “Il futuro ha un cuore antico”, questo titolo, infatti, è un monito, ci ricorda che il futuro sarà molto più ricco se più forte sarà la memoria del passato.
   Oggi, però, con la globalizzazione certe tradizioni e valori rischiano di essere cancellati per sempre ma è nostro dovere mantenere e salvaguardare la memoria del passato, pur nel rispetto delle varie identità culturali, perché un futuro senza memoria e senza radici può essere davvero dannoso per l’umanità.
   La letteratura è uno degli strumenti che può aiutare a salvaguardare questo sentimento e ritengo che Renzo Montagnoli, con questa sua opera,   abbia contribuito a mantenere vivi certi valori   che si vanno irrimediabilmente perdendo.
    Ma l’autore nei “Canti celtici”   canta anche la speranza “… tutto finisce, tutto cessa, fuorché la forza dell’amore”.   Sì, è vero,   l’amore è l’unica forza della vita che potrà ancora salvarci !
                                               Mara Faggioli
                                                                                                 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:17 | link | commenti (4)
categorie: canti celtici
giovedì, 11 settembre 2008

La recensione di Giovanna Giordani

Canti celtici Messina
Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
 
 
L’ho comprato e l’ho messo da parte. Per leggerlo, avevo bisogno del momento giusto. Ed è arrivato.
Ho fatto spazio dentro di me e la musica dei Canti celtici ha iniziato lentamente ad espandersi fin dai primi versi “S’alzano le brume del mattino/frustate dagli strali del primo sole/e al lontano suono di cornamuse/s’accompagna la lenta melodia di una cetra”…
Ormai sono “dentro” dentro quel mondo lontano eppur presente perché l’autore l’ha saputo evocare nei luoghi che ne raccontano la memoria.
E così, al primo specchiarsi della luna sul fiume, i “GUERRIERI SULL’ACQUA” lentamente si animano e scivolano nel buio della notte per poi svanire alle prime luci dell’alba.
E ..”la voce grave e possente del fiume/E’ un canto maestoso che parla/d’un passato di genti devote…” M’incanto nell’ascolto. “IL LUNGO FIUME” però non è più lo stesso, è stato irrimediabilmente oltraggiato dai nuovi “umani”…che tristezza!
“IL CANTO DEL BOSCO” è un canto sublime che solo un poeta sa ascoltare e comprendere.
La vita di allora, come quella di adesso, con le speranze, le gioie, i dolori e il desiderio di pace e di serenità.
Come non commuoversi leggendo.. “…Un piccolo scavo/un ritorno alla terra/mani di madre che lasciano cadere/un gioco d’osso/un ninnolo intagliato/la compagnia per l’eternità.” “IN MEMORIA DI UN BIMBO” .
Ed ecco “LA FAMIGLIA” nella …”voce del nonno/ che racconta storie e leggende/di un tempo che fu…

Adamantino “IL MORMORIO DEL VENTO” che custodisce le voci antiche per chi le sa percepire ed ascoltare.
Malinconicamente accattivante “AL DIO MORENTE”…”Uno solo a cui parlare/ma non vedere/lui che ha occhi per tutti/ma che non conosciamo/Non come te, Dio del fiume/che hai cullato i giorni di tutta la mia vita/e che fra poco morirai…/

E se fosse lo stesso Dio, quello unico e quello del fiume?.….
Leggendo “I CANTI CELTICI” è come trovarsi dinanzi a dei dipinti. Anzi, questi dipinti, noi li vediamo materializzarsi con il susseguirsi delle parole che scorrono come pennelli sulla tela nel fissare atmosfere ed eventi che ci entrano nell’anima con tutto il loro fascino irresistibile.
Queste poesie sono un prezioso inno alla memoria, affinché l’uomo non disperda il passato, ma lo sappia custodire come un tesoro inestimabile a cui attingere per preparare il proprio futuro nella pace, nell’armonia con la natura e con i propri simili, senza più guerre e distruzioni, lasciando impronte di vera Umanità.
Grazie Renzo, anche da parte….. loro, di cuore.


Giovanna Giordani
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:51 | link | commenti (2)
categorie: canti celtici
sabato, 30 agosto 2008

La recensione di Mela Mondì

Canti celtici
Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
 
“Se quando leggo un libro,ho l’impressione che mi si scoperchi il cranio,allora so che quella è poesia. E’ l’unico modo che io conosca di avvertirne la presenza.” Così diceva Emily Dickinson e questa è l’impressione che ha suscitato in me la lettura dei “Canti Celtici” di Renzo Montagnoli
Poesia istintiva ed immediata,grappoli di parole scritte quasi con la segreta speranza di trovarne un giorno alcune magiche in cui fondere versi come
”solo silenzio,”nel buio assoluto”, “nel tempo ormai finito.” per ascendere alle vette del’arte.
 
Non si può in tale contesto affermare che Montagnoli neghi alla sua poesia la concretezza ,quella concretezza che richiama alla mente il mito di Anteo, invincibile fino a quando rimaneva a contatto con sua madre,la Terra.
“zoccoli di cavalli”,”mantelli di ragnatele”,”un piccolo scavo”….
Questo contatto con la Terra permette al poeta di comunicare la profondità del suo sentire, il senso di appartenenza alle radici che non è sprovveduta intuizione dei sensi ma un dare all’esperienza quotidiana, nell’ambito del binomio kantiano spazio tempo,una passionale consistenza corporea. 
               
                   “Sciolti i capelli,
                    scosso il capo,
                    in riflessi ondulati di luce.”
 
Il poeta si muove sempre entro i limiti della sua anima nella quale il passato ed il futuro,la memoria e la curiosità si fanno domanda ”come sarà….fra mille anni?” diventando i poli di una dialettica infinita, a volte corrosiva del presente, dello “esistere qui e ora”, se “in mezzo” non scorresse “lento il fiume” eracliteo che trascina le sue acque verso il luogo del riposo.
Così egli gioca con il tempo facendo della memoria quel serbatoio di eternità che spiega il futuro e non si accorge che il suo presente è nei disegni della poesia celtica,nei ricordi che si fanno pensieri mentre il cuore si gonfia di nostalgia.
Cuore e mente si ergono a testimoni del presente. Ed allora i versi diventano inni alla vita che pulsa nell’amore.
L’amore non ha orologio ,né calendario. Esso può anche svanire al canto del gallo lasciando al fondo dell’acqua che scorre “uno spesso strato di limo”,la “ninfa” può svanire come nebulosa illusione ma l’amore resta l’unico eterno presente perché esso è un “sentimento senza tempo”,”un incontro che non vuol terminare”.
In questo sillogistico gioco con il tempo forse il poeta vuole dirci che il presente è amore, ma se l’amore è eterno ,il presente è l’eternità.
Tra “fatti d’arme”, “barbe irsute”, “occhi iniettati di sangue”, tra l’autenticità dell’ispirazione e l’incanto della nostalgia il poeta cerca qualcosa che lo obbliga ad analizzare le azioni compiute con uno”esprit de finesse” che andando “oltre ogni logica” suscitano l’inquietudine della ricerca che ci costringe a pensare con lui”come sarà il futuro?” la cui risposta il poeta la trova soltanto nel passato. Forse il poeta,come l’uomo di oggi,cerca nel passato una risposta alle domande su chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo
 
Se la ricerca di Montagnoli, tra elegia e riflessione, potrà farci ricordare che il “vello d’oro” ha la sua sede nel passato quando gli Dei si sono umiliati fino a farsi creature terrene che soffrono,sognano,si illudono credo che i “Canti Celtici” abbiano realizzato la loro mission.
Ma il presente? E’ forse il luogo ed il tempo dell’esilio, delle chitarre mute?
 
                                               Mela Mondì
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:25 | link | commenti (1)
categorie: canti celtici
domenica, 20 luglio 2008

La recensione di Katia Ciarrocchi

Canti celtici
Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
 
Ci è stato insegnato che la Poesia nasce dalla fusione di significante e significato, di forma e contenuto, si può dire riuscita quando esiste una perfetta corrispondenza tra questi due elementi.
Per quanto mi riguarda, oltre all’insegnamento avuto, “Poesia” è emozione che vibra nell’anima pizzicandone tutte le corde possibili e impossibili.
Qualcuno alla fine del Settecento, scrisse che la poesia era un sogno fatto alla presenza della ragione; forse sarebbe più esatto dire invece che la poesia è un ragionamento fatto alla presenza di un sogno. L’autore in “Canti Celtici” tocca argomenti molto profondi, di dolore, di descrizione, di esortazione, di memoria, di sapere, di sapienza, sotto uno sguardo che tutta tramuta, tutto apparentemente lasciando intatto come accade appunto nei sogni.
Renzo Montagnoli in “Canti Celtici” riesce a esprimere tutto ciò, avvolto nel tepore della notte ove, i sogni sono i custodi del silenzio ovattato che si libera in un’atmosfera irrazionale dell’immaginazione come possibilità di vita.
Tutto il possibile, tutto ciò che è racchiuso nell’inconscio più profondo, sfuma con le prime luci del giorno: Ma tutto sfuma, tutto cessa, nella luce/ che ravvia il giorno e che spegne la notte./.

Intimo è l’attaccamento alla natura e alla solitaria terra dell’autore, che accompagnerà tutta la silologia.
I paesaggi sono descritti con maestria e accompagnati dal ritmo incessante delle parole che danzano una appresso all’altra senza cadere mai di tono. Un ritmo incalzante che cavalca le “ali del ricordo“.
Montagnoli
così capace di frugare nei più profondi mari dell’intimo gettando la sua ancora nei ricordi, nella memoria, quella stessa “memoria” che per ogni essere umano è la capacità di conservare (ricordare) le precedenti esperienze. È la “memoria” che permette la continuità della vita interiore, facendo sopravvivere il passato: senza memoria avremmo solo la percezione del presente. Non solo un esercizio ma anche una condizione generale di tutta la struttura psichica dell’essere umano. Siamo ciò che siamo grazie a chi siamo stati ed è struggente la malinconia dell’autore in “I segni del tempo“: Corre l’uomo senza avvedersi del presente/dimentico del passato,/orfano del futuro./ Dove “immote pietre” rimangono a testimoniare ciò che sono state le origini, “pietre” che hanno assistito all’avvicendamento di popolazioni nella loro storia: …e invece ora/sono solo inerti sassi/che un giorno qualcuno getterà/. E ancora lacerante è il ricordo di un dolore, la memoria di ciò che è stato e che ora: solo silenzio, nel buio assoluto,/nel tempo ormai finito/. Dove gli occhi si vestono di lacrime e il cuore spezzato ascolta … il vento che porta le voci,/ sommessi mormorii,/ quasi salti di ruscelli,/una nenia lontana/che invoca un ricordo,/che non placa la sete di gole/serrate dalla polvere del tempo/.
Nel corso dei secoli si è sempre mantenuto un fragile equilibrio, è la vita che si ripete nello spazio con forma similare, nonostante l’incedere del tempo, nella mente umana rimangono gli stessi interrogativi ai quali non vi sarà mai risposta.
Vita ignota nel vecchio stagno, / piccoli esseri nati all’alba / e già scomparsi al tramonto. / Un brusio, quasi un sussurro / che incanta l’orecchi, / che fa prendere il volo alla mente. / Tanti secoli fa la stessa scena, / occhi che scrutano la superficie, / increspata dalla brezza della sera. / Un uomo a fantasticare, / a sognare un futuro che non vedrà. / Come sarà, / si chiede,/ fra mille anni? / Una domanda senza risposta,/ ma che la fantasia dona di reale irrealtà. / Come sarà,/ mi chiedo,/ fra mille anni?7 Rivedo lo stagno,/ occhi come i miei/ che scrutano l’acqua/ e che si pongono la stessa domanda. / Il tempo passa, /tutto cambia,/ ma quell’interrogazione resta,/ sempre.

La delicatezza nel far vibrare le corde dell’anima dell’autore è notevole, i versi sono “Squarci di luce nel buio della notte“, l’arte del poetare penetra nel profondo, riemergendo poi negli occhi del lettore come gabbiani che spiccano il volo per altri lidi, i lidi di ciò che sarà domani.
 “La memoria di chi fu /traccia le strade del futuro/”.
Un libro da leggere per comprendere appieno l’emozione che dona.
                                      Katia Ciarrocchi
 
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categorie: canti celtici
martedì, 10 giugno 2008

La recensione di Pina Vicario

Canti celticiCanti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
 Recensione di Pina Vicario
 
Un tessuto sottile di smemorante ebbrezza ci avvolge nel leggere “I Canti Celtici” di Renzo Montagnoli. I motivi immaginifici e fiabeschi, come mito rigenerato, ci immergono in uno scenario bucolico, dove il fiume e le sue acque - amore primigenio del poeta - giocano un ruolo di incantamento, segnato spesso da timori e turbamenti che ci riportano fuori dalla magia ritmica del verso per farci sprofondare nella brutale realtà di un quotidiano sconsolato e avvilente.
Il sogno, come tutti i sogni, si disperde nell’assurdità di un presente precario e di un futuro neppure ipotizzabile dall’odierna visuale ecologica così problematica.
... La mente corse invano all’acqua/increspata dalla brezza del mattino,/ e sul fondo non vide che lo spesso strato del limo... (La ninfa del Lago).
Dalle pagine dei “Canti Celtici” ci giunge un alitare di immagini lievi, “il plenilunio”, “la voce grave e possente del fiume” le “file di salici, chinati sull’acqua” i “canneti ondeggianti nel vento” “le ninfe” che si specchiano nell’acqua, “gli argentei riflessi dei piccoli pesci” ma anche le riflessioni più crude e implacabili: “Ormai quelle ossa son polvere/ impalpabili come il ricordo/ che ci illuderemo di lasciare/ a posteri già nati senza memoria.
Il senso del colore, il narrare con tonalità fiabesche, il rimpianto del passato, il ritmo interno del verso costituiscono una costante e il fascino de “I Canti Celtici”.
Nelle liriche di Renzo Montagnoli c’è dunque sempre una pennellata suggestiva, uno scatto coloristico, surreale, una visività palpabile del paesaggio, del territorio, della sua terra, del mito stesso, anche se a volte vengono adombrati da un pessimismo amaro e doloroso.
La poesia, più di ogni altra forma letteraria, fa la storia dell’uomo.
Le idee, le riflessioni, le introspezioni sono momenti irripetibili che solo un poeta sa raccontare con la levità del sogno. Ma dentro il sogno è racchiusa la realtà più vera e vibrante, perché la parola del poeta è religione ed è anche veggenza oltre che consapevolezza di vita.
 
                                                                                                              
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:35 | link | commenti (5)
categorie: canti celtici
lunedì, 05 maggio 2008

La recensione di Sabrina Campolongo

Canti celtici Messina
Canti celtici
di Renzo Montagnoli
Prefazione di Patrizia Garofalo
Immagine di copertina e fotografie
all’interno di Renzo Montagnoli
Elaborazione Grafica di Elena Migliorini
Edizioni Il Foglio
http://www.ilfoglioletterario.it/
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia
Diretta da Fabrizio Manini
Poesia – poema
Pagg. 90
ISBN: 978-88-7606-162-2
Prezzo: € 10,00
 
 
 
Squarci di luce nel buio della notte,
zoccoli di cavalli al galoppo,
mantelli di ragnatele tessute dal tempo,
rivivono leggende sepolte nella terra nera.
 
(da Il futuro nel passato)
 
Fermo restando ciò che ho detto più di una volta, e che continuo a sostenere, cioè che le poesie vanno lette, meglio se recitate ad alta voce – in modo da permettere alle parole di infilzarsi come spilli nella pelle, o di accarezzarci, ora leggere, ora decise, imperiose – che le poesie ci devono parlare, e non siamo noi che dobbiamo parlare di loro, mi sembra di aver colto, in questi versi che ho trascritto, lo spirito della silloge Canti celtici dell’amico Renzo Montagnoli.
Una poetica “classica”, direi, la sua, il cui punto di forza, – o meglio, quello che io ho apprezzato maggiormente e che mi è arrivato con maggior forza – sta nel legame stretto, immediato, concreto, che Montagnoli riesce a tessere tra passato e presente, e lo fa restando saldamente ancorato ai luoghi.
I luoghi che rimangono, alcuni quasi immutati, testimoni muti di passate vite, passati amori, errori e orrori anche, ciclici come ciclica è la vita, la terra che da sempre beve il sangue, che si nutre delle ossa dei morti e che ci restituisce i suoi frutti.
I luoghi che ritornano, luoghi liquidi (di fiumi ma anche di nebbie), verdi di canneti, neri di terra grassa, dorati di grano.
Ho apprezzato anche le foto, inserite tra le pagine: brumose, elegiache, senza tempo come lo spirito di questi versi. Di più non voglio metterci di mio. Vi regalo un altro passaggio, che io ho trovato particolarmente evocativo e denso.
 
Morti ormai tutti gli dei,
dimenticati per uno solo,
resta lui a scorrere silente,
tranne il mormorio dell’acqua
contro le rive verdeggianti.
(da Il fiume)
 
 
                            Sabrina Campolongo
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:56 | link | commenti (2)
categorie: canti celtici
venerdì, 04 aprile 2008

La recensione di Antonio Messina

Canti celtici Messina
Canti Celtici
Renzo Montagnoli
Edizioni il Foglio Letterario
 
C’è affinità tra l’idioma poeticodi Renzo Montagnoli, e quella sorta di dimensione sospesa, la voragine di dolore che ammutolisce il canto della nostra anima, un’esigenza che prelude alla catarsi, intesa come impresa necessaria dell’uomo per definire un suo nuovo ruolo tra le “nozioni” del mondo. Canti Celtici si distingue per elementi e linguaggi oggi desueti nella poesia moderna…il canto del poeta è intriso d’ordine è immutabilità, elementi intesi come necessità di fermasi a riflettere sulle brutture della storia, una sorta di condanna per l’uomo, che così non riesce a fermare e riprodurre due volte la stessa azione nel tempo ordinario, anzi ne viene fagocitato e con lui parte dei suoi pensieri, un dramma ancestrale, nato con l’uomo, una desolante unità di tenebra che converge spietatamente con il triste destino dell’universo. Molte critici dell’opera di Montagnoli, hanno paragonato la natura dei versi ad elementi di linguaggio che ricordano rarefatte atmosfere celtiche, appunto canti, leggende, mitologia, tradizioni, magia. Montagnoli è poeta alla ricerca di eden perduti, s’affida al verso per liquefare la rabbia, elabora gorgheggi per vociare- in un sussurro mutilato- la decadenza del nostro mondo, e ricordare che la storia ha prodotto anche mirifiche visioni, utopie, liberando l’anima, quasi a racchiuderla nel passato, soffocando così in apparenza ogni possibilità di bellezza futura,( ma il suo poetare è anelito di trasformazione, dunque non negazione, ma ricerca di nuovi venti) come se l’uomo dovesse, suo malgrado costruire ancora tenebra, perpetuando il male: cacotopìa sarebbe il termine riconducibile al pensiero di Montagnoli. Si potrebbe discutere-io naturalmente mi metto subito al riparo da eventuali critiche, sono creativo e dunque perdente è illuso, e modesto nell’indagine del verso altrui- sulla necessità del poeta di tracciare linee di pensiero così forti, e ricordare comunque ( gli avvoltoi scenderanno in picchiata sulle carogne) che l’agire dell’uomo contemporaneo ha prodotto nefaste gesta, e dopo le gesta, pensandoci bene, non sono rimaste altro che macerie, pezzi d’esistenza che vagano senza fissa dimora: basterà infine dare un’occhiata a come siamo ridotti, noi uomini s’intende, e trarne le dovute conclusioni. E’ suggestione, catarsi, la poesia di Montagnoli, anelito e speranza, desiderio d’appartenenza ad un mondo oramai obliato, perduto tra le onde di un oceano oscuro, ed allora, ecco svelarsi l’esigenze di riscrivere il presente, partendo da un altro passato, un’operazione a prima vista insana e folle, ma che ha una sua logica. Per come io intendo la critica letteraria, pur ammettendo i miei limiti, nella visibilità mediocre che i miei occhi hanno dei tratti dell’esistenza, non potrei offrire altre analisi su questo eccellente cantore, tranne abbandonarmi ai suoi versi, operazione che forse permetterà di attraversargli l’anima e le parole, attraversarla, con consapevole abbandono. Non sono io il cantore, mostrare non devo, né ho nulla da farmi perdonare; canto, dopo aver ascoltato un altro canto, e se emozione mi ha attraversato l’anima, allora di questi versi, di questi canti non saprei scrivere in altro modo, tranne usare in epilogo le parole del poeta:
Oramai quelle ossa son polvere,
impalpabile come il ricordo
che ci illuderemo di lasciare
ai posteri già nati senza memoria.
 
Antonio Messina
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 09:09 | link | commenti (3)
categorie: canti celtici