L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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martedì, 24 novembre 2009

Colombe raggomitolate, di Mohamed Ghonim

Colombe raggomitolate

Colombe raggomitolate
di Mohamed Ghonim
Introduzione di Alessandro Ramberti
Fara Editore
Poesie raccolta
Collana TerrEmerse
Pagg. 66
ISBN: 9788887808568
Prezzo: € 7,00
 
 
 
 
Leggere le poesie di questa raccolta, composta da tre piccole sillogi (Il canto dell’amore, La donna, Versi migranti) è scoprire un mondo tutto nuovo, fatto di luci, di colori, di immagini che non rientrano nell’abituale stesura dei versi dell’occidente.
In Ghonim vi è tutta una linea di confine indeterminata fra la realtà e il sogno, così che si ritrae l’impressione di una dimensione sospesa, al di fuori della portata dell’uomo moderno che, pur cercando di astrarsi, finisce sempre con l’essere condizionato dalla quotidianità.
Nell’autore di origini egiziane invece si ritrova quella grazia delicata, soffusa, propria della poesia araba, in una condizione tale che le emozioni, le sensazioni hanno una proiezione celestiale.
 
Da La notte oscura
….
E’ forse diverso il sangue dell’umanità sotto la pelle?
Sono diversi i sogni,
speri che i tuoi giorni diventino senza notte?
Guardami bene in faccia,
guarda questa faccia scura:
ti accorgerai che sono io la tua notte.
….
Ghonim, nel nostro paese da diversi anni, ne ha acquisito la cittadinanza, però ciò è avvenuto senza perdere la sua innata personalità, modellata sulle scie di tradizioni e di visioni della vita che nel tempo sembrano immobili, ma che invece sono continue sfumature di una concezione dell’esistenza che si tramanda nei secoli.
Fuori dalla vacua corsa dell’occidente, non affastellata da falsi miraggi o da richiami di sirene corruttrici, la poetica di questo autore echeggia le melodiosità delle danze nei cortili dell’Alhambra, o la limpida freschezza delle acque che scendono al piano dalla Sierra Nevada.
Forza e grazia sono fuse in un equilibrio che, più che affascinare, circondano il lettore, avvolgendolo in un alone mistico che quasi inebria, una condizione di sospensione temporale che astrae dal mondo, proiettando verso cieli sconfinati, oltre i confini della realtà. 
Tutto sembra così naturale, così spontaneo che si riesce perfino a leggere oltre le parole, arrivando a scorgere l’anima da cui sono scaturite.
 
Da Solitudine
 
Sono solo
perché sento la mancanza del mio amore.
Isolato
come un cammello col petto
sopra la terra desertica.
La notte mi ha coperto
come un’onda tenebrosa.
 
Oppure
 
Le labbra
 
Spade indiane
si colorano
con i raggi del sole,
al chiarore della luna
bevono con bramosia
dai turchesi dell’amore
dissetandosi inebriano
le stelle del cielo
che discendono sulla terra
sfavillanti di pioggia.
 
 
Penso che, soprattutto con Le labbra, si possa comprendere quanto ho fino ad ora scritto, ci si possa immergere in queste visioni, frutto di umane emozioni, ma che riescono a sublimarsi, ascendendo verso il magico mistero dell’universo.
 
Ma c’è anche un altro Ghonim, che sa guardare la realtà con occhi non trasognati, che vede il dramma dei migranti, che comprende il loro desiderio di lasciare la loro terra, dove si muore di fame, per affrontare un viaggio di speranza verso l’ignoto.
E’ il suo un atteggiamento di composta partecipazione, in cui, pur nella forza dei versi, permane una vena malinconica, un sentimento di pietà verso destini dei quali noi non siamo incolpevoli.
 
Lettera di un bambino africano
 
O mio amico là,
io nudo condotto allo scoperto
affamato abbandonato alla fame,
di mosche è cosparsa la mia bocca,
sento che il latte lo rigurgitate,
che il grano sotto la neve lo lasciate
e che le vostre mamme vi cullano in lettini di seta.
Noi, qua, soffiamo polvere,
respiriamo il suo esalare,
chiediamo all’aria un senso,
formuliamo una preghiera senza risposta.
 
Quindi, non posso che concludere con un’osservazione: sensibilità e delicatezza, passione e meditazione si fondono in Ghonim, nei suoi versi che poco a poco ammaliano il lettore, stregato dalla docile forza con cui canta della vita.
 
Intervista a Mohamed Ghonim per Colombe raggomitolate, edito da Fara.
 
Intervista a Mohamed Ghonim
Devo dire che il titolo mi ha incuriosito, perché supponevo che servisse a rappresentare qualche cosa e non mi sono sbagliato. La lettura, peraltro, è stata piacevolissima, tanto che nella mia recensione ho scritto della docile forza con cui lei canta della vita. In effetti i suoi versi sono pervasi da una grazia delicata, soffusa, ma non sono incerti, anzi fluiscono determinati mirando diritti allo scopo rendendo partecipe il lettore. Ho anche rilevato che questo si inserisce nell’ambito della poesia araba che, soprattutto in un passato non recente, ha avuto dei grandi artisti. Che cosa l’ha spinta a scrivere poesie?
 
 
Scrivere corrisponde al respiro; tessere il filo del fuso tra me e gli “altri”per annientare il nulla…perché ho da dire parole che meritano di essere lette…scrivo perché ci sono alcune anime al di là della sponda che attendono i miei versi.
L’essere figlio di tre civiltà;l’esperienza teatrale;i racconti di mio padre come nelle tradizioni orali arabe;ed un amore platonico adolescenziale costituiscono il primo passo fondamentale per l’avvicinamento ad un mondo poetico-letterario.
La civiltà faraonica è quella che costruisce, che erige, ed è quella che ha strutturato la mia corazza esteriore;quella islamica è quella che mi ha costruito interiormente (mio padre mi assillava sempre di pensare..e il primo insegnamento dell’islam è “leggi”).
C’è stato un momento, da ragazzo,che l’avvicinarsi all’esperienza teatrale ha costituito, per me, un passo determinante per il percorso della mia vita e dove inconsapevolmente la lettura e la riflessione hanno costituito l’inizio di un incessante cammino verso il linguaggio poetico-teatrale e letterario sconfinato.
 
L’amore per la scrittura e per il profumo dell’inchiostro ha fatto si che il mio bagaglio culturale iniziasse ad espandersi e che il viaggio nella memoria accrescesse;successivamente ho seguito la redazione del giornale scolastico”La cultura”e mi sono appassionato alla lettura, è così che avviene l’incontro tra cultura occidentale e quella orientale.
L’ avvicinamento alla scrittura avviene dopo tutto ciò,quando ho vissuto un amore adolescenziale platonico che ha reso necessario vivere questa forma d’amore sublimata attraverso delle lettere nelle quali esprimevo le mie sensazioni, i miei sentimenti solo e soltanto attraverso i miei scritti.
Un amore che escludeva la mera dimensione sessuale e che quindi mi ha obbligato a viaggiare dentro me stesso;tutte quelle forze contraddittorie dentro di me mi hanno portato alla conoscenza di un livello d’amore superiore, sublime, che mi ha dato la possibilità di addentrarmi nella filosofia stessa.
 
 
E’ possibile dire, quindi, che si comunica tramite la poesia, ma anche che è il mezzo per esplorare se stessi, per entrare nell’anima, passo dopo passo, per cercare di arrivare all’Assoluto. Oggi più di ieri la poesia, non avendo uno sbocco commerciale uguale alla narrativa, viene considerata una forma espressiva secondaria, anche se invece è il contrario. E’ una caratteristica questa del mondo occidentale, oppure interessa, vista la globalizzazione, anche il mondo arabo?
 
 
Come sappiamo nelle culture orali, il poeta era il detentore del sapere, perché con la poesia si metteva in opera uno sforzo mnemonico per convogliare e trasmettere un patrimonio culturale della comunità. Con il passare degli anni c’è stata una trasformazione sia del concetto di poesia che della figura stessa del poeta; infatti già dal Settecento la letteratura e la poesia assumono una funzione estetica e nasce il concetto del “gusto” ma con il tempo c’è stata una svalutazione del poeta…
In questo periodo la poesia già come prodotto non si vende, né in occidente né a oriente; ciò accadrà solo nel corso del Novecento dove verrà accompagnata dalla musica. Gli studiosi di documenti e arte antica asseriscono ora la superiorità della poesia vista come conoscenza di se stessi, di saggezza, di filosofia e di passaggi ripetuti dalla realtà all’immaginazione e viceversa. Detto questo mi piace ricordare che il Premio Nobel Montale fece un discorso mentre ritirava il premio, sulla tesi che “solo la poesia conserva quello che il progresso distrugge.” Il problema sostanziale oggi è che come mezzo di comunicazione per diffondere certi valori, la poesia non è molto efficace anche perché le tecniche comunicative si sono evolute, abbracciando un mondo informatico come quello di Internet con annessi e connessi….I mezzi di comunicazione producono infine se vogliamo essere precisi ciò che i possessori di tali mezzi gli consentono. I possessori dei mass-media hanno degli interessi precisi a diffondere dei miti che si identificano in un’ideologia consumistica.
“Lo stomaco degli uomini di ieri riusciva a digerire ogni tipo di cibo grasso, mentre quello di ora è malsano ed ha difficoltà a digerire il cibo sgrassato; questo è accaduto al nostro cervello” perciò abbiamo l’alienazione dell’uomo da se stesso che ha indebolito la sua memoria, l’uomo di oggi non riesce a masticare e ad assimilare più niente ed è qui che entra in gioco la figura del poeta che con il suo linguaggio, con i suoi contenuti, con la sua sensibilità intellettiva cerca di creare un’apertura mentale.
 Credo che il poeta arabo come in altre epoche possa ancora dare un apporto spirituale ed ideologico.
Per quanto riguarda il mondo culturale arabo, in sintesi, si può affermare che anche lì i romanzi hanno raggiunto in meno di un secolo quello che nessun genere letterario ha raggiunto e corre oggi parallelo alla cultura poetica. Per quanto riguarda la poesia possiamo confermare la sua solida tradizione antica di un certo spessore; trasposizione di una “voce” individuale molto importante e frutto di una incalzante prosperità come è sempre stato da millenni.
(Oggi anche nei paesi arabi il romanzo è il genere più richiesto).
 
 
Concordo senz’altro su quanto ha risposto in ordine alla chiusura mentale dell’uomo moderno e alla funzione essenziale della poesia. Ora passo al suo libro, a Colombe raggomitolate, che mi ha piacevolmente sorpreso. Infatti, in due delle tre sillogi che lo compongono, si respira un’aria di primavera, una gioia di vivere positivamente contagiosa. Viceversa le poesie dei migranti sono un richiamo a una realtà sofferente, vista comunque con un senso di profonda pietà. Ho notato, fra l’altro, un variare di forme espressive non comune (basti pensare al dialogo de Il mio canto), ma soprattutto mi hanno colpito le allegorie, così indovinate e veramente di grande effetto presenti nella piccola silloge La donna. Sono frutto di un erotismo trascendente, di una quasi divinizzazione del soggetto femminile, con quei seni visti come colombe raggomitolate.
E allora arrivo alla domanda: che cosa rappresenta la donna per Ghonim?
 
 
La maggior parte dei poeti islamici ha fatto sempre più uso dell’allegoria indebolendo la propria pietà, la misericordia e accrescendo i dissensi, usata con un risultato immediato ed evidente per tutti, come vediamo nelle poesie di Ibn al farid, di ibn arabi, di el Khayam, per quello che non è evidente, solo un filosofo come Al Ghazali e chi come lui reinterpreta le allegorie possono oltrepassarne il significato servendosi delle dimostrazioni.
Anche nelle mie poesie sulla donna, il suo sguardo acuto ne ha sottolineato la divinazione perché io la interpreto non come una mera figura corporea ma come una allegoria, una metafora, una sublimazione di quello che ella rappresenta con la sua presenza fisica…
La vita è articolata fra due estremi come il giorno e la notte, il bene e il male, la vita e la morte, l’anima e il corpo, la terra e il cielo….La Terra non vive senza il sole come il fiume non scorre senza acqua .. È un cammino di amore e di sofferenza .. È un cammino di ritmo e melodie e di sogni. Un immenso viaggio notturno nella pacatezza del suo incantesimo.
.. Lei (la donna) è come una mela sospesa tra il cielo e la terra, ogni qualvolta mi avvicino sono ancora troppo lontano..quindi provo nuovamente ad avvicinarmi, ma scopro che il suo segreto è l’essere sospesa in questa dimensione per la continuità della vita e per una costante e ininterrotta ricerca.
Le donne sono il medicamento e la malattia, una cura per le ferite .. una malattia che a volte è inevitabile...
Costituiscono il cammino verso me stesso; per conoscermi meglio devo intraprendere un cammino introspettivo attraverso di essa e indirizzarmi verso la sua soglia da attraversare, anche per raggiungere una conoscenza universale.
 Per questi motivi considero la donna più che un corpo; è una profondità, un’essenza, è l’esistenza stessa e rappresenta il perno, il punto focale che costituisce nella mia ricerca un punto di partenza.
 
 
Molto belle queste sue parole e devo dire che mi trovano concorde, perché anch’io vedo la donna come lei l’ha descritta. Ha citato dei poeti arabi, peraltro da me non conosciuti, ma non è un caso, perché generalmente la cultura occidentale ha scarsa attenzione per voci che non siano locali. Questo riferimento ad altri autori mi ispira una domanda. Considerato che anche in poesia per scriverne è indispensabile averne lette, quali sono i poeti che più l’hanno influenzata e che hanno contribuito alla sua formazione artistica?
 
 
(… sono cadute parole diverse
che portano il significato della fertilità
ma pareti resistenti le ostacolano
involucri d' ogni specie le velano
perché non tolgano la ruggine
dal petto della ragione.) da “La pioggia”
 
C’è veramente una scarsa attenzione verso le voci di altre culture, come giustamente lei afferma e sente a differenza, invece, e parlo per esperienza personale, di quello che si respira in altri luoghi dove Dante, Ariosto, Boccaccio, Shakespeare, Goethe, Petrarca, Kafka, Machiavelli, Voltaire sono punti chiave dello studio della letteratura; si figuri che io già nel corso della scuola primaria ho rappresentato delle opere di Pirandello che conoscevo a memoria. Questo per quanto riguarda alcuni tra gli innumerevoli autori occidentali; d’altro canto ci sono i poeti e direi con la p maiuscola, arabi, poeti e scrittori, grandi letterati che, come Abu Tayyib Mutanabbi, Ahmed Shawqi chiamato “il principe dei poeti” che introduce il genere della poesia epica alla tradizione della letteratura araba (uno dei più importanti del ventesimo secolo), Hafez Ibrahim, Nizar Quabbani, Adonis, e poi i classici Gibran Khalil Gibran, Ahmed Rami (i suoi testi sono stati cantati dalla voce melodiosa della più famosa cantante araba di tutti i tempi, Omm Kalthum) e un’infinità che non basterebbe un’enciclopedia intera per raccoglierli tutti.
Le caratteristiche del villaggio dove sono nato (il contatto con la natura, la quiete, il mare, la genuinità della gente del posto), l’esperienza teatrale giovanile e le innumerevoli letture hanno creato dentro di me un’impronta personale, un mio stile che riassume il mio vissuto.
 
 
Ecco, a noi occidentali manca in genere la conoscenza dei numerosi poeti arabi, fatta eccezione per Kalhil Gibran. E’ un difetto questo, una presunzione di maggiore capacità che rifiuta il confronto. Comunque ora arrivo all’ultima domanda che, per certi aspetti, è la più difficile. Quando si viene intervistati c’è sempre qualche argomento che interessa di più. Quante volte l’intervistato si dice “Magari mi rivolgesse questa domanda…”.
Quel che le chiedo è semplice: quale è la domanda che le piacerebbe le fosse rivolta? Sono sicuro che c’è e allora la prego di formularla e di fornire la relativa risposta.
 
 
Qual è il contenuto della silloge?
La Ricerca del contenuto della silloge “Colombe raggomitolate” corrisponde alla ricerca di un senso che riassume lacondizione umana sulla faccia della terra. “Colombe raggomitolate” o più precisamente “contratte” perché quello che scorge l’umano sono le immagini inquietanti che ci colpiscono e ne feriscono l’animo; come le lacrime delle madri e l’urlo dei bambini che piangono in silenzio e che fanno tremare la roccia ma non intaccano i sentimenti umani di quelli che trasformano la vita in un inferno. Questo è lo stimolo che mi spinge a cercare le “mie colombe”raggomitolate a causa del timore e del panico per la perdita di tutti i bei significati della vita;quelli che sollevano l’umanità in un’atmosfera eterea e in un concerto sottile e melodioso che è costituito dal linguaggio universale della natura preludio di una suggestiva immagine di colombe che svolazzano in cielo in pace e in libertà.
In una lirica contenuta vi è un urlo verso mia madre per farle aprire uno spazio nel suo petto e farmi avvolgere dal suo polso caldo, dopo che tanti cuori si sono assopiti ;
chiedo anche al petto di estendersi ad ogni labbra per far sorsare amore; le unghie che strofinano piacevolmente;le gambe che mi conducono in una patria dove non trovo amore o dove lo semino per raccogliere i suoi frutti; trasporto le mie
speranze e i miei sogni ovunque, per dialogare con qualunque uomo ci sia.
Dunque ho cercato di trovare una via percorribile da tutti per unire i nostri punti di vista e intrecciarli verso un unico obbiettivo dal quale rimuovere le maschere della falsità.
 
 
Grazie, Sig. Ghonim, per l’interessante colloquio e per la disponibilità che mi ha riservato. La saluto con un arrivederci alla prossima raccolta poetica che sono certo è nei suoi programmi.
 
Recensione e intervista di Renzo Montagnoli.
 
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giovedì, 19 novembre 2009

L'ultimo longobardo, di Marco Salvador


L

L’ultimo longobardo
di Marco Salvador
Edizioni Piemme
Narrativa romanzo
Pagg. 366
ISBN: 9788838476341
Prezzo: € 18,90
 
 
 
Con L’ultimo longobardo si conclude la trilogia con cui Salvador ci ha narrato di questo popolo che ha regnato sull’Italia fra il VI e l’ VIII secolo d.C..
Fra i meriti dell’autore fiulano c’è anche quello storico-didattico, cioè di aver dato luce a figure che spesso sono appena accennate negli studi scolastici, che, fra l’altro, preferiscono occuparsi prevalentemente, per l’alto medioevo, della figura di Carlo Magno, il re dei Franchi, che di fatto pose fine all’egemonia longobarda.
Dire quale dei tre romanzi (Il longobardo, La vendetta del longobardo e L’ultimo longobardo) sia il più riuscito è impresa ardua, perché pur essendo ciascuno consecutivo in linea di tempo, riesce a mantenere un’autonomia narrativa tendente a privilegiare eventi e personaggi di natura diversa. In tutti, però, regna sovrana la capacità dell’autore di avvincere il lettore. E anche in quest’ultimo, se si avverte chiara la trepidazione nell’aprire il libro e forte è il desiderio di continuare la lettura senza soste, altrettanto incombente è il timore di arrivare troppo presto alla fine.
La vicenda del principe Arechi, che da giovane ha una naturale inclinazione per la contemplazione e la vita religiosa, chiamato poi a ricoprire un ruolo essenziale di supporto alla politica imperiale, è una di quelle che non possono lasciare indifferenti per ricchezza di sviluppo, per descrizioni di personaggi, per un’ambientazione in una Roma sede della Cristianità, ma anche luogo di intrighi, di lussurie, di lotte di potere.
Salvador ha colto l’occasione per donarci la figura di un uomo che riassume in sé le caratteristiche di molti nostri simili, esseri puri all’origine e che in forza del libero arbitrio si lasciano coinvolgere e addirittura travolgere dalla sete di potere. E’ ben delineata quella vita che si riduce a una continua difesa di posizioni acquisite con il contemporaneo sviluppo di trame volte non solo a rafforzarle, ma ad estenderle.
La vicenda si svolge in un’atmosfera in cui la politica del governo, intesa come predominio personale, corrompe e corrode tutti, chierici, nobili, re e perfino papi.
Questo accade senza distinzione di sesso dei protagonisti , in una lotta in cui ognuno usa le armi che gli sono proprie, con una progressiva deriva della morale che porta all’abiezione.
Non è difficile riscontrare, pur in un’epoca così lontana, in un periodo definito “pornocratico”, tante, troppe similitudini con i giorni nostri, come se non ci fosse stata un’evoluzione nel genere umano.
Fra tradimenti, morti violente, alleanze e rotture delle stesse, ribaltamento di convinzioni, Arechi si muove come un regista in uno spettacolo teatrale, suggerisce, modifica, cambia perfino il copione, soprattutto quando riuscirà a diventare Il Custode, di fatto il dominus della Chiesa. E questo incarico gli verrà conferito dal suo predecessore Canzio quando si presenterà a lui con lo stato d’animo che anni prima lo stesso Canzio gli aveva definito condizione sine qua non: amore e odio, che, in ugual misura, lo possiedono, lo condizionano e lo stimolano.
Ma non c’è vita in un essere così ridotto, non c’è speranza, non c’è salvezza, se non in un unico modo, vale a dire lasciando tutto, confessando ogni peccato, anche quello che l’orgoglio non vuole considerare tale, e acquisendo così la consapevolezza che la gloria e il potere non sono nulla di fronte alla serenità.
Arechi, riavvicinandosi a Dio, ritrova la sua anima, riscopre quanto ha soffocato della sua naturale spiritualità, risorge a nuova vita.
Sono pagine intense, anche sofferte, sono le pagine di un romanzo stupendo, sicuramente da leggere e rileggere, perché non poche sono le occasioni in cui si avverte la necessità di meditare.
 
Marco Salvador nasce il 10 novembre 1948 a San Lorenzo di Arzene (PN), dove tuttora vive. Ha pubblicato numerosi saggi sulle comunità rurali nel medioevo e sulle giurisdizioni feudali minori. Inoltre ha scritto cinque romanzi: Il longobardo (Piemme, 1^ Edizione 2004, 2^ Edizione 2008), La vendetta del longobardo (Piemme, 2005), L’ultimo longobardo (Piemme, 2006), La casa del quarto comandamento (Fernandel, 2004), Il maestro di giustizia (Fernandel, 2007) e La palude degli eroi (Piemme, 2009). 
 
Recensione di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:59 | link | commenti (3)
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Comunicato del 19 novembre 2009

La conta: se non ci fossero i poveri non esisterebbero i ricchi, o meglio questi ultimi sono tali solo perché ci sono gli altri. A Roma in questi giorni si sono sentite tante belle parole, ma con le parole non si mangia. E poi si continua a dire che la nostra è una civiltà…, no io dico che è un’INCIVILE civiltà.
 
 
 
 
 
NOTIZIE IN BREVE DEL 19 novembre 2009
 
Qualcuno si è lamentato perché dedico un po’ troppo spazio a Silvio Berlusconi e probabilmente ha ragione.
In effetti esistono altre notizie forse anche più interessanti di una delle ormai giornaliere “uscite” del premier, a cui evidentemente l’età comincia a pesare.
Prometto che oggi non parlerò di lui. Lo giuro solennemente, anzi sto pensando di rimediare facendogli un regalino di Natale. Il problema è trovare qualche cosa che uno così ricco possa veramente utilizzare. Avevo pensato al salvadanaio, ma non ho trovato un articolo adatto alle sue finanze; mi hanno detto che di 500 metri per 200 proprio non li fanno. Avevo visto delle belle sbarre di ferro, magari da mettere a una finestra di una delle numerose ville; erano lavorate, arabescate, ma facevano tanto un effetto San Vittore, e poi se c’è uno che non deve aver paura dei ladri è proprio lui…Ho coltivato anche l’idea di un dizionario dei sinonimi e dei contrari, ma ho convenuto che lui è un’enciclopedia vivente in materia, essendo tutto e il contrario di tutto. E’ un bel dilemma; ho scartato anche l’idea di uno Zampone Fini, perché gli sarebbe andato sicuramente di traverso. Ero quasi disperato quando mi si è accesa la famosa lampada e mi sono dato del cretino, perché non ci avevo pensato prima: una bella confezione di 10 chili di cipria, magari recapitati da Marrazzo travestito da babbo natale. Che ve ne sembra? Ho colto due piccioni con una fava: Marrazzo che così può sdebitarsi dei preziosi, quanto inutili consigli, del cavaliere sul come ritirare il famoso video e lui che ha la scorta per almeno una settimana. Mi chiedo quanta ne avrebbe usata se fosse nato nel ‘700!    
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:53 | link | commenti (4)
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lunedì, 16 novembre 2009

Dal codice al libro stampato, di Gaspare Armato e Alessio Miglietta


Dal codice al libro stampato

Dal codice al libro stampato
di Gaspare Armato e Alessio Miglietta
Prefazione degli autori
Copertina di Catalina Alvarez
Lulu.com
www.lulu.com
Saggistica storica
Pagg. 296
Prezzi:
Libro a copertina morbida: € 18,90
Download: € 4,90
Per acquistare:
http://www.lulu.com/content/libro-a-copertina-morbida/dal-codice-al-libro-stampato/7489000
 
 
Il libro della storia del libro, così potrebbe essere definito questo volume di ben 296 pagine, frutto del lavoro di due ricercatori come Gaspare Armato e Alessio Miglietta.
Siamo talmente abituati a usare questi oggetti di carta stampata che non ci chiediamo quale sia stata la loro origine; nasciamo, andiamo a scuola e sono lì a portata di mano, entriamo in una libreria o in una biblioteca e in migliaia sembrano osservarci dalle loro copertine colorate.
Per noi, in forza dell’abitudine, è come se i libri fossero sempre esistiti nelle caratteristiche attuali, ma non è così e la storia di questo indispensabile strumento di cultura è lunga tanti anni, anzi moltissimi secoli ed è ancora lungi dall’essere conclusa.
Non nascondo che, preso in mano questo volume, ho avuto il timore di trovarmi alle prese con una prosa scarna, fatta di date, di annotazioni tecniche, da una miriade di glosse, insomma la mia preoccupazione era di imbattermi in qualche cosa di buon interesse storico, ma tediosa da leggere, per non dire soporifera.
E invece non è stato così, perché l’intento divulgativo dei due autori è stato supportato da mani leggere; infatti, pur non tralasciando gli elementi essenziali, Armato e Miglietta hanno saputo esporre in modo accattivante, in una sorta quasi di romanzo storico.
E’ un libro che non solo si lascia leggere, ma che invoglia a essere letto per le notizie che rivela, per le curiosità che suscita e per le risposte che riesce a dare a queste curiosità.
Se pensiamo che per centinaia di anni lo scibile umano è stato trascritto su scomodi rotoli di papiro, già il passaggio al codice, cioè a fogli di pergamena scritti ovviamente a mano sul recto e sul verso, e racchiusi da due copertine, nell’antichità rappresentò una conquista quasi mirabolante e diede luogo, nell’ambito della cristianità, a quell’attività di copiatura dei monaci benedettini, di cui in qualche museo abbiamo prova. Pensate a un uomo chino tutto il giorno sul suo tavolo intento a ricopiare un altro scritto, un lavoro monotono, che non di rado dava luogo a errori o induceva l’amanuense, soprattutto se non comprendeva bene il concetto, a interpretazioni del tutto personali, sì da farlo diventare quasi un coautore.
Erano soprattutto i testi sacri oggetto di questo lavoro, ma non mancavano, per fortuna, anche le opere dei grandi autori latini. La produzione di questi libri era necessariamente limitata per il tempo occorrente a predisporli, per il loro prezzo esorbitante, che lievitava a somme astronomiche se le pagine erano abbellite da miniature, e per il fatto che nel primo medioevo l’analfabetismo era la caratteristica dominante di una popolazione che vedeva interessati alla lettura solo il clero, i nobili di più alto livello e pochi altri notabili.
Ma la svolta decisiva, la scoperta che rivoluzionerà il libro sarà nel XV Secolo frutto di Gutenberg, inventore della stampa a caratteri mobili. Grazie a lui si poterono realizzare in breve tempo moltissime copie di ogni libro, facendone anche scendere così i costi e rendendo le opere accessibili a una popolazione che gradualmente, soprattutto grazie alla presenza di un ceto medio, come la borghesia, era volta a una progressiva alfabetizzazione.
L’analisi storica dei due autori non trascura anche le problematiche introdotte dal libro, usato come strumento di propaganda, vessato dai potenti qualora di spirito libertario o rivoluzionario, oggetto di censura, bruciato nei roghi come una strega.
Ma quale sarà il futuro di questo nostro compagno fedele di notti insonni o di giornate di riposo in spiaggia?
A questa previsione è dedicato l’ultimo capitolo intitolato “Verso un prodotto immateriale”. E del resto, nemmeno a farlo apposta, di questo libro esiste una versione cartacea e un’altra elettronica.
Personalmente preferisco sfogliare le pagine, aspirare il profumo della carta, mettere le orecchiette come segnalibro, magari scrivere a lato delle note in matita. Sono forse vecchio e antiquato, sono forse un retrogrado o un irriducibile?
No, semplicemente sono un uomo del secolo trascorso, che, pur usufruendo delle notevoli innovazioni tecnologiche, ha memoria del suo passato, a quegli anni giovanili cresciuti fra carta e penna a cui ancor oggi guarda con immutata commozione.
Dal codice al libro stampato è in effetti una memoria storica, un viaggio a ritroso per comprendere il presente e pensare al futuro.
Vi si può ritrovare un po’ di noi stessi, perché questo libro della storia del libro ripercorre con noi tutte le tappe di questo indispensabile strumento di diffusione della cultura.
Assolutamente imperdibile. 
       
 
 
 
Gaspare Armato abita a Pistoia. Si dedica a divulgare la Storia moderna tramite il suo blog: www.babilonia61.com
Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: 41 mesi di guerra (1984), Passeggiando per la Storia (2007), Appunti della Storia (2008), La Storia nell’Arte (2009).
 
Alessio Miglietta è medievista, storico della scienza e autore di testi narrativi. Scrive su vari blog a carattere divulgativo.
Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: Vautrin, il libro (2007), Inganni (2008), Il quarto moschettiere (2009).
 
Recensione di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 20:58 | link | commenti (1)
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domenica, 15 novembre 2009

Attraversamenti verticali, di Cristina Bove

Attraversamenti verticali

Attraversamenti verticali
di Cristina Bove
Prefazione di Renzo Montagnoli
Edizioni Il Foglio Letterario
Collana Autori Contemporanei Poesia
Poesia Silloge
Pagg. 110
ISBN: 978 - 88 - 7606 - 238 – 4
Prezzo: € 10,00
 
 
 
 
 
 
La recensione di Grazia Giordani
 

Il volume di poesie di Cristina Bove Attraversamenti verticali (Edizioni Il Foglio, pp.109, euro 10) è la chiara conferma del talento di una donna poeta (detesto il vocabolo poetessa!) di cui conosciamo da tempo la vibrante capacità espressiva.
Sottolineando, con acume critico, l’impegno artistico di Cristina, Renzo Montagnoli ne mette in luce, fra l’altro, “la produzione costante, senza cadute, in una continua evoluzione dello stile, dapprima più semplice e ora un po’ più complesso, con versi anche secchi, troncature e concentrazioni del messaggio, il che finisce per avvicinarla ancor di più alla corrente ermetica”.
Quindi, proprio in linea con l’analisi estetica di Montagnoli, ci vien fatto di pensare alla pittura di Picasso, partita dal figurativismo puro, per approdare in fine al traguardo difficile del cubismo, di lettura più arcana, ma denso di un’originalità tortuosa e ricca di significati.
Ellittici, ablativi, i versi della Bove s’imprimono nel nostro immaginario, lacerando, a volte, i nostri pensieri, con quei fendenti obliqui, musicalmente addolorati. Vedasi in Ritmi quel martellare di “Tum- tum –tumtum/è lei/ho paura/avanza a piedi scarni,ha/la testa didietro e guarda in basso/nulla di umano, anzi/proprio il contrario…” E ancora in p-Recisione dove si accentua, persino nel titolo, la tendenza dell’autrice al jeux de mots, Vorrei tagliare adesso il tutto incluso/prima che mi sia d’obbligo/falciare il sangue senza andare a capo.”
I frequenti accenni alla fine dei nostri giorni mortali, non possono non farci pensare – anche se è lapalissiano rilevarlo – ai grandi pericoli affrontati da Cristina, inerenti la salute.
Forse, la Nostra – napoletana di nascita e romana d’adozione - si fa ironicamente scaramantica con questo suo evocare una fine a cui nessuno di noi potrà sfuggire, affermando con baldanza, nella lirica di cui più sopra: “Allora eccomi a voi, mi porto fuori/le masserizie infinitesime, gli scarti/nemmeno c’è bisogno di smaltirli:/un giorno scalerò con decisione/la vetta di un vulcano”.
Ancora un jeux grafico ne L(‘)Una di notte, dove in quel "cartellino scaduto" c’è tutta l’amara essenza della poesia. 
Per quanto riguarda la bella poesia che dà il titolo alla silloge Attraversamenti verticali, siamo toccati dalla complessità intrinseca dei versi, tendenti alla libertà di una lirica pura dove “Lune dipinte erettili/mi navigano il dorso e fluttuo lenta/nell’ondeggiare delle posidonie”.
Riteniamo che l’ermetismo di Cristina si farà ancora più affilato e penetrante, nel tempo, pur sapendo bene che gli artisti sono flessibili, mai tutti d’un pezzo, quindi la nostra donna poeta  può concedersi qualche nostalgico ritorno, anche se fuggevole e appena accennato, alla sua prima maniera, come avviene e non solo in Quadri e cornici quando scrive: Non sono un pittore d’interni/ amo le nuvole e benché/mi soffermi sulle cose minime/adoro il vento/e le braccia degli alberi/il fulmine che mi prende in petto/mentre squassa il mio nucleo”.
Siamo certi che Emily Dickinson e Ungaretti non sono estranei alla formazione artistica di Cristina Bove che ha saputo vestire questa sua terza silloge di un elegantissimo fiammante abito rosso, tratto da “Onde ascensionali”di Walter Piretti, per la ricerca grafica di Elena Migliorini.
 
La recensione di Renzo Montagnoli
 

C’è un famoso detto che recita che non c’è il due senza il tre. Sono modi di dire che si trascinano nella tradizione popolare, per giustificare una certa catena di eventi, di cui poi magari si verificano solo i primi due, mentre il terzo viene rinviato sine die.
Non è il caso delle pubblicazioni di Cristina Bove, poiché dopo Fiori e fulmini del 2007 e Il respiro della luna del 2008, è fresca di stampa una terza silloge e, senza voler fare previsioni azzardate, sono dell’idea che, data la prolificità dell’autrice, ne seguiranno senza dubbio altre.
Questa messe produttiva trova il suo motivo nel fatto che in lei ormai è talmente connaturato il linguaggio poetico al punto che, per esprimersi sui più svariati temi e comunque sempre cercando di fare un discorso approfondito, finisce con il ricorrere ai versi, una forma di esposizione che le risulta particolarmente congeniale, in particolar modo già nell’aspetto propedeutico dell’elaborazione del pensiero.
Che questo modo sia efficace è dimostrato poi dalla qualità della sua produzione, costante, senza cadute, ma eventualmente in una continua evoluzione dello stile, dapprima più semplice e ora appena un po’ più complesso, con versi anche secchi, troncature e concentrazione del messaggio, il che finisce per avvicinarla ancor di più alla corrente ermetica.  
Già nel titolo, Attraversamenti verticali, c’è infatti la volontà di pervenire a una scrittura meno corrente e comunque emblematica di un pensiero che va a cogliere ogni aspetto della società e dell’animo umano. Del resto l’intera silloge prende il nome da una delle poesie presenti che nella sua dinamica mi sembra supporti adeguatamente quanto ho fino ad ora scritto.
 
ATTRAVERSAMENTI VERTICALI
 
Modello a cera persa
in fonderia dove tracima e scorre
si lamenta
nello sbuffo di scarico l’impronta
cavità mi contiene, io sono il segno
dell’avido contrarsi, il luogo e il tempo
il mantice d’intorno
e sboccio come fiamma dalla brace
un’immersione
poi, raggio corrusco
mi spengo nella sabbia del fondale.
Lune dipinte erettili
mi navigano il dorso e fluttuo lenta
nell’ondeggiare delle posidonie.
 
C’è indubbiamente il tentativo di andare oltre una normale forma espositiva per addentrarsi in un’altra dimensione, in parte ancora non del tutto conosciuta.
Peraltro è presente pure la tendenza a un ritorno alla forma stilistica precedente che ben conosciamo, forse anche perché non è mai possibile troncare totalmente con il nostro passato e allora appare palpitante il cuore messo a nudo di Cristina Bove (Allora anch’io mi chiedo se è così / che si fa poesia / se basta avere l’aria nella testa / un pulviscolo in petto / o una notte di lucciole in cantina /…) oppure (La luna apre le braccia e chiama il mare / nei capelli d’argento /…).
La creatività così si armonizza bene con il concetto e il sentimento, la sensazione ha l’innegabile vantaggio della traslazione immediata all’animo del lettore.
Comunque questo insieme di stile consueto e di esperimento innovativo appare bene amalgamato e tale da accontentare sia chi già conosce l’autrice per il suo verseggiare sciolto e armonico, sia per chi cerca nuovi percorsi espressivi, che sono un segno di vitalità e di perpetuo rinnovamento in un autore che ha ancora da dire molto.
Se mi è consentito un paragone, dico solo che Cristina Bove è come un roseto, che ogni anno si concede una fioritura di diversa scenografia, fermo restando l’originario colore.
 
Cristina Bove
E’ nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive nelle vicinanze di Roma dal '63, anno in cui si è sposata. Da quando si ricorda ha sempre dipinto, scolpito, letto molto e qualche volta scritto, famiglia permettendo, poiché la sua stata alquanto numerosa e la sua vita intensa, ricca di eventi meravigliosi come la nascita dei suoi quattro figli, la creatività, gli amici, il miracolo di esserci ancora, sopravvissuta non sa quante volte. Presente in diversi siti Internet con le sue poesie, ha pubblicato le sillogi Fiori e fulmini (Edizioni Il Foglio Letterario, 2007) e Il respiro della luna (Edizioni Il Foglio Letterario, 2008). 
 
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sabato, 14 novembre 2009

Una terribile eredità, di Gordiano Lupi

Una terrobile eredità

Una terribile eredità
di Gordiano Lupi
Gruppo Perdisa Editore
Narrativa romanzo
Pagg. 128
ISBN: 978 88 8372 376 6
Prezzo: € 12,00
 
 
Un incubo che si materializza in un uomo apparentemente normale, ma segnato da un’esperienza che ha fatto emergere quegli istinti bestiali presenti in ogni individuo, confinati sul fondo della coscienza, ma pronti a esplodere quando si verifichi un fatto, un evento che funge da catalizzatore. Una terribile eredità, l’ultimo romanzo di Gordiano Lupi, è un noir profondamente distopico, in cui la realtà umana viene vista con un senso di profonda disillusione, una presa di coscienza sull’imperscrutabile e ignoto che è dentro di noi, su quel male che ci portiamo appresso senza saperlo.
La vicenda ha inizio in un’Angola insanguinata dalla guerra, a cui il protagonista cubano partecipa non per vocazione, ma perché praticamente obbligato. E’ una parte, questa, del romanzo in cui l’autore piombinese ha dovuto far leva molto sulla fantasia, poiché non conosce quei posti, così che ne risulta uno stato abbastanza “sui generis”, ma proprio per questo emblematico di qualsiasi conflitto. I bombardamenti, le imboscate, le uccisioni, il cameratismo, lo sfogo con le puttane, la paura, la nostalgia sono proprie di ogni ostilità e il solo fatto che questo avvenga in Africa, anziché in Europa, nulla toglie alle sensazioni dei protagonisti, all’orrore dilagante, all’angoscia, perché questo è caratteristica di ogni guerra.
Quando la morte è sempre al tuo fianco i freni inibitori si allentano, si diventa capaci di tutto, anche, per necessità, di divorare i propri simili.
Questo fatto, che ha segnato indelebilmente la mente del personaggio principale, è stato dapprima dallo stesso oscurato, ma il non poterne parlare, il non trovare sfogo a un tormento che scava in profondità fa vacillare la personalità, fa prorompere quel che di male è sempre presente in noi.
E così, nella seconda parte, che si svolge a Cuba e la cui conoscenza all’autore giova in modo rimarchevole, ha inizio il vero e proprio noir, una ripetizione del rito macabro del cannibalismo in Angola per un uomo che, ritornato alla vita consueta, non ha più il supporto psicologico della moglie, morta di parto nel dargli alla luce un figlio che conosce già cresciuto.
Avvilito per le esperienze della guerra, senza un preciso riferimento affettivo, disgustato per la decadenza del regime – al riguardo è molto riuscito il contrasto fra la bellezza della natura e lo squallore di un’umanità senza speranza - , diventa facile preda di un mal sottile a cui cerca invano di resistere e così inizia il suo percorso di mostro, attirato da vittime innocenti quali i bambini.
Il suo racconto, iniziato con la guerra in Angola, si svolge nell’intrico di una ragnatela sempre più fitta, di cui finisce con l’essere carnefice e vittima.
E’ un uomo solo con il suo male, con la sua disperazione, con il suo dolore, immerso in un orrore a cui cerca invano di sfuggire.
Il percorso torbido della mente riesce a dare al protagonista una visione umana, grazie al senso di pietà che emerge dalle righe.
E Cuba vive la sua grigia esistenza, descritta in modo ammirevole, nell’impassibilità di un governo incapace di comprendere l’animo umano.
La lettura è, ovviamente, più che consigliata.
  
 
Gordiano Lupi (Piombino, 1960) ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz. I suoi lavori più recenti sono: Cuba Magica - consersazioni con un santèro (Mursia, 2003), Un'isola a passo di son - viagio nel mondo della musica cubana (Bastogi, 2004), Orrori tropicali - storie di vudu, santeria e palo mayombe (Il Foglio, 2006), Almeno il pane Fidel - Cuba quotidiana (Stampa Alternativa, 2006), Avana Killing (Sered, 2008), Mi Cuba (Mediane, 2008). Cura la versione italiana del blog "Generaciòn Y" della scrittrice cubana Yoani Sànchez e ha curato il suo primo libro Cuba libre (Rizzoli, 2009).
Recensione di Renzo Montagnoli
 
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giovedì, 05 novembre 2009

Il menu, di Sergio Sozi


Il menu

Il menu
di Sergio Sozi
Castelvecchi Editore
www.castelvecchieditore.com
Narrativa romanzo
Pagg. 106
ISBN: 9788876153303
Prezzo: € 13,00
 
Sergio Sozi ha innati il senso e il sentimento dell’italianità, probabilmente ancor più vivo in quanto residente all’estero, in una terra dove, peraltro, esistono nostri numerosi connazionali che mai hanno perso la loro identità, e ciò nonostante guerre, spostamenti di confini e finanche diaspore.
Non poteva pertanto rimanere indifferente alla situazione di un’Italia i cui abitanti hanno abiurato inconsciamente le loro origini, gettandosi, nel servilismo più totale e masochista, fra le braccia di altre civiltà, in primis quella americana.
Siamo diventati così una colonia in cui scimmiottare gli usi di altri, i padroni, che invece assorbono da noi, adattando alle loro esigenze, le nostre ormai scomparse tradizioni culturali.
Sozi, che è un cultore dell’italianità, della nostra lingua, della nostra letteratura non poteva restare indifferente a questa abdicazione di coscienza collettiva e ha voluto parlarne a suo modo, con la sottile ironia che gli è propria.
Ha ideato, così, e scritto un romanzo fantastico, in una versione distopica, immaginando il nostro paese nel non così lontano futuro 2050.
La visione catastrofica, di una nazione che non è più nazione, viene abilmente stemperata da un atteggiamento satirico, che muove anche al riso per le nostre disgrazie, e proprio per questo resta l’amaro in bocca.
La scoperta di un diario del vecchio poeta Cesare Menicucci, ormai scomparso, offre all’io narrante, tale Lukin Philipucci,
i resti archeologici di quella che fu una grande civiltà, estintasi nel 2003 quando venne chiusa l’ultima biblioteca italiana.
Dopo quella data si entra in una nebbia letteraria, in cui predominano strani linguaggi, tutto fuorché l’italiano, e cessa la memoria, non tramandata alle nuove generazioni, con una perdita così dell’identità nazionale, ma anche della personalità individuale. Il nostro paese è ormai decaduto, spopolato, e nemmeno l’ombra di ciò che era.
E’ forse superfluo che dica che la visione dell’Italia, effettuata a ritroso, sulla scorta di questo diario, in cui i versi di Menicucci scandiscono gli eventi, come fossero le portate di un vero e proprio menu, è quella, pari pari, che abbiamo sotto i nostri occhi, con una popolazione avulsa dalla realtà e che vive di apparenza, in cui ritmi e comportamenti sono scanditi da mode sì imposte, ma a cui ben volentieri ci si adegua, insomma una società di quasi decerebrati, in preda alla perenne convinzione che l’uso della mente sia solo compito di chi tiene le redini del paese.
La struttura nazionale così si disgrega, con edifici fatti di cartapesta che crollano al primo sboffo d’aria, con un ricorso a una lingua diventata del tutto incomprensibile, anzi atta a generare ancor più confusione in gente non adusa a leggere testi di qualità, ma solo soporiferi romanzetti atti alla conservazione di uno stato di perniciosa indifferenza.
E con l’incapacità di comunicare arriva l’impossibilità di tramandare ad altri, così che le origini e le tradizioni, tutto ciò che è cultura, viene ad essere dimenticato.   
Ma come è potuto accadere uno scempio del genere?
Leggete questo “divertente” romanzo e lo saprete, con un’avvertenza, però: è vero che si tratta di fantasia, ma è purtroppo ben ancorata alla realtà. Quindi Il menù non è stato scritto solo per rallegrare, per far trascorrere bene qualche ora di lettura, ma è un monito preciso, affinché ci attiviamo per non ridurci come i futuri Lukin Philipucci.
Ah, un’ultima annotazione: state attenti alla lingua in uso nel 2050, perché è una vera chicca.
 
 
 
Sergio Sozi è vissuto in Umbria e in Slovenia. Giornalista culturale per testate italiane e slovene, poeta e narratore, già Premio Scritture di Frontiera di Trieste e Primorska Srecanja, ha pubblicato colloqui con Dacia Maraini, Sebastiano Vassalli, Diego Marani e Claudio Magris.
Il suo primo libro fu la raccolta poetica ''Oggetti volanti'' (Perugia 2000, segnalato dal Premio Sandro Penna 1999), seguito da ''Il maniaco e altri racconti'' (Roma 2007, racconto eponimo segnalato dal Concorso Scritture di Frontiera).
Il racconto ''Ginnastica d'epoca fredda'', prima di essere pubblicato nel 2009 in Italia da Historica Edizioni, è stato segnalato e antologizzato in Croazia nel 2008 a cura del Premio Fulvio Tomizza – Lapis Histriae.  
 
Recensione di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:01 | link | commenti (19)
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domenica, 01 novembre 2009

Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est, di AA. VV.

Dall

Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est
di  AA.VV
a cura di Alessandro Ramberti
Prefazione di Chiara De Luca e Massimo Sannelli
Fara Editore
www.faraeditore.it
Poesia antologia
Pagg. 280
ISBN: 978 88 95139 48 7
Prezzo: € 15,00
 
 
 
Credo che un poeta possa essere considerato un testimone del suo tempo e che pertanto ciò che scrive sia un riflesso mediato del mondo che lo circonda. Se in un’epoca come la nostra, dominata dalla globalizzazione, che in effetti si estrinseca in un’omologazione, verifichiamo in narrativa sovente una tematica comune e anche uno stile espressivo analogo, la stessa cosa non si può dire per la poesia, perché l’autore è un artefice di se stesso, è un essere umano la cui sensibilità, sempre individuale, non ama ricondursi a un denominatore identico, a una visione dell’esterno generalmente classificata, ma la sua naturale introversione si esplicita in forme che esulano da una linea precostituita. Eppure, in questo contesto, è possibile rilevare elementi propri di una territorialità, di un comune sentire che, ancorché geografico, è frutto di tradizioni, di culture che resistono in una loro indiscutibile autonomia.
Non è un caso quindi se Alessando Ramberti, curatore di questa antologia, ha pensato di riunire le voci poetiche di autori del Nord-Est, di quella linea ideale che nasce con il fiume Adige, passa il Piave e il Tagliamento, e si chiude sullo storico Isonzo.
Non si tratta di padri della poesia, anche se più d’uno potrebbe forse diventarlo, ma ciò non impedisce a questi autori di essere poeti, cioè cantori, espressione di una trasposizione metafisica della realtà e dei fatti del mondo, tutti accomunati appunto da medesime radici che il traboccante progresso non riesce a spezzare. Questo legame indissolubile con la propria terra, con culture che si tramandano ben oltre quella che è la possibilità di acquisizione cognitiva, ma che rientrano nel patrimonio genetico, in cui l’antico riesce a convivere con il nuovo, mi ricordano un po’ un mondo lontano, quel Giappone di Samurai e di alta tecnologia.
I prescelti sono in tutto dieci:
 
Paolo Campoccia (Memento – Ricorda io sono qualcuno che resta; / chi dal tuo nome è tolto, nel tuo pianto / resta. Uno che vede chi vede il vento / uno che viene e paga di tutti il tempo.), romano di nascita e veneto d’adozione.
 
Roberto Cogo (da Risata rincorre l’alba – si continua a pensare sempre / di arrivare in qualunque luogo / da qualche parte seppellendo i ricordi / per non essere troppo o niente / …), vicentino di Schio.
 
Alessandra Conte ( da Abbraccio – allacciati i corpi con le bocche, le mani e i sessi / schiantati i corpi a cucchiaio senza deriva /…), pure lei vicentina.
 
Erika Crosara (da La signorina Vincenza – che cosa facesse, di mattina i rimasugli, il recupero / degli ordigni, rinnovamenti che disponeva sul candido / letto prima dei pranzi, quando veniva l’ora giusta per /….), un’altra vicentina.
 
Giovanni Fierro (da Sottofiume – Il silenzio del fiume è sott’acqua / la sua corrente è calligrafia / costruisce parole / le si possono leggere / nel segno continuo / che il suo scorrere lascia / nella terra scavata…), goriziano.
 
Fabio Franzin, che scrive in dialetto, ma di cui riporto la versione in italiano (da Stradine, sentieri – Questa striscia scura d’asfalto /( che so essere stata di sassi, / un tempo, e più stretta), strada /, che taglia oltre i caseggiati, il paese, che va, diritta, verso la lontana / sagoma lilla dei monti…), milanese di nascita, ma trevigiano d’adozione. Mi permetto di spendere due parole su questo autore che fa uso del dialetto, generalmente relegato a testi poetici didascalici oppure satirici, ma che nel caso specifico è l’espressione autentica di quella territorialità, geografica e di costume, di cui prima accennavo.
 
Stefano Guglielmin (da Sponsor River – qui giace crodino la collina dei crodini / e quella trottola di sua musa / che scavallò sulla fibra l’onda e il meglio / dei sapori /…), vicentino di Schio.
 
Simone Lago (da Dopolavoro – Ci accoglie il paradosso come un lampo / non appena attraversiamo la penombra / che avvolge le quinte di questa città. /…), padovano.
 
Francesco Tomada (da Altrove – Siedo sul muro basso di fianco alla via / sarà che questa bottiglia di vino è quasi finita / ma la salita mi sembra più salita / le pietre più dure / e proprio adesso vorrei dire che mi manchi /…), goriziano.
 
Giovanni Turra Zan (da Consolation – Giusto al fondo del gioco / stava quel lembo di camicia / che si odiava dover stirare per tema / di svellerne le pieghe, di farne / al calore sanguinare le crepe. /…), vicentino.
 
Di ognuno di questi autori è riportata una silloge e comunque un congruo numero di poesie che rendono possibile comprenderne le peculiarità, nonché in calce alla stessa un commento critico, talvolta di poeti presenti nello stesso volume.
Mi corre altresì l’obbligo di evidenziare le interessanti prefazioni di Chiara De Luca e Massimo Sannelli che riescono a fornire un quadro generale dell’opera facilitandone non poco in questo modo la lettura, che potrà risultare, in dipendenza dell’autore, più o meno gradevole, restando però sempre in ogni caso senz’altro consigliabile.
 
Recensione di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:06 | link | commenti
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giovedì, 29 ottobre 2009

Un'altra Julia, di Cinzia Pierangelini

Un

UN’ALTRA JULIA
di Cinzia Pierangelini
Edizioni Historica
www.historicaweb.com
info@historicaweb.com
Narrativa romanzo
Collana Celeris
Pagg. 116
ISBN: 978-88-903572-6-8
Prezzo: € 7,90
 
La fenomenologia del diverso ha sempre costituito un motivo d’interesse morboso e così donne cannone, nani, uomini a tre gambe hanno raggiunto una popolarità attraverso l’esibizione delle loro deformità. E’ stato così anche per Julia Pastrana, donna barbuta che ebbe un grande successo nel XIX secolo e che si esibì in diversi teatri inglesi. Minuta, aggraziata, dalla voce delicata e intonata, mandò in visibilio migliaia di spettatori, attirati da un “mostro” che sapeva perfino cantare. 
Cinzia Pierangelini ha pensato a lei quando ha scritto questo bel romanzo, ambientato nella sua Sicilia, trovando la sua quasi sosia in una fantomatica Leda.
Il tema dei diversi è particolarmente caro a questa autrice e al riguardo mi sovviene il suo penultimo romanzo, ‘A jatta, laddove il “mostro” è un ex maschio diventato femmina; tuttavia in Un’ altra Julia troviamo una differenza sostanziale, una vena di pietà che aleggia su tutto il testo e che lo nobilita.
Ambientato in una Sicilia di epoca non recente, pur se indeterminata (potrebbe essere la fine dell’800), la territorialità della storia ha un peso determinante, con la figura di Nitto, padre-nonno padrone che richiama la brutalità del maschio dominatore, senz’anima e pure lui coperto di peli, ma solo sul cuore. Vive solo per esprimere la sua potenza di ricco proprietario terriero e che alla nipote Leda, così bella da fanciulla, cresca la barba sul viso sì da farla somigliare a una volpe, importa poco e niente, tanto in ogni caso è oggetto di scambio, un mezzo per aggiungere altra terra a quella che già possiede.
Se di primo acchito l’impressione è quella di un romanzo di appendice, pagina dopo pagina, pervasi da quel senso di pietà che così bene l’autrice è riuscita a infondere, ci si accorgerà che invece è una drammatica denuncia della condizione dei diversi, a cui tutto è negato in una vita di cui si attende solo la fine.
In quelle righe ho ritrovato la migliore Pierangelini, quella che mi aveva impressionato con Settecani, un racconto parte del suo primo libro Dall’ultimo leggio.
L’italiano sempre corretto, ricercato, ma mai greve, è funzionale allo sviluppo della vicenda e senza divagazioni riesce a creare un’ambientazione, suggerendo immagini, linee guida utili affinché il lettore possa vedere a suo modo la terra assolata, i personaggi che la popolano, la vita di un mondo contadino che ora non esiste più.
Se magistrali sono le caratterizzazioni di Nitto e di Leda, devo dire che quella di Sostene è semplicemente stupenda e il richiamo alla figura di uno che si esprime in versi, curioso per tutto ciò che è di questo mondo in quanto poeta e anche per l’infanzia trascorsa fra le mura di un convento di suore, è l’antitesi della morbosità generale di chi vorrebbe vedere la donna barbuta per il solo piacere di provare stupore e sgomento. Anche lui ha questo desiderio, ma non è il suo viso volpino che l’attira, bensì il desiderio di conoscere un essere umano così provato dalla disgrazia, una curiosità che non è repulsione, ma accettazione. Non è certo amore, ma consapevolezza che entrambi sono diversi e come tali possono vivere solo in un mondo tutto loro, dove l’apparenza non ha importanza e in cui quel che conta è solo la loro essenza intima, l’anima.
Anche i personaggi apparentemente minori sono tratteggiati con rara abilità, e così trovano una collocazione nella trama non come comparse, ma come parti integranti e necessarie la remissiva Tania e il pavido Carmine, la nonna Rachele, una figura che costituisce l’ossatura dell’intera narrazione, nella sua trasformazione da donna remissiva e succube a essere razionale e pragmatico, Tindaro, il marito di Leda, un inetto ed incapace ch si illude di essere nobile e uomo rispettato.
La storia finisce logicamente, nell’unico modo possibile, e quella chiusura cala il sipario su una rappresentazione di elevato pregio, il miglior romanzo, secondo me, di Cinzia Pierangelini.  
 
 
 
 
Cinzia Pierangelini, violinista e docente, è nata a Messina dove vive. Scrive dal 2004 ed esordisce l’anno successivo con la raccolta di racconti Dall’ultimo leggio, cui seguono i romanzi Eraclito e il muro (2006), Draghia – romanzo fantasy per ragazzi – (2008), ‘A jatta (2008), Il professor Scelestus – romanzo per ragazzi – Ed. La penna blu (2009).
Suoi lavori vincitori di premi e selezioni sono stati pubblicati su antologie e riviste letterarie.
 
Recensione di Renzo Montagnoli
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 18:38 | link | commenti
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sabato, 24 ottobre 2009

L'incredibile storia di un cranio, di Giuseppe Bonaviri

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L’incredibile storia di un cranio
di Giuseppe Bonaviri
Prefazione di Salvatore Silvano Nigro
Sellerio editore Palermo
Narrativa romanzo
Pagg. 146
ISBN: 9788838921148
Prezzo: € 9,00
 
 
L’ultimo romanzo scritto dal grande autore siciliano, scomparso nel marzo di quest’anno, ha il sapore di un testamento, un messaggio forte, vibrante, a futura memoria, con cui lui, che era medico, mette sull’avviso l’umanità sui limiti etici del progresso scientifico.
Se con La divina foresta aveva immaginato, in una versione del tutto fantastica, ma non elusiva della realtà, la creazione della vita, con L’incredibile storia di un cranio ci parla della sua fine, e lo fa in prima persona, perché la voce narrante è la sua, quasi a voler rafforzare il concetto che l’elemento fantasioso, esposto da un uomo di scienza, ha una concreta radice di realtà.
Per certi aspetti Bonaviri potrebbe essere accostato a Orwell, con la stessa visione di un futuro distopico, ma al punto tale da portare alla distruzione dell’umanità. Al di là di questa caratteristica, le differenze esistono e sono più marcate, perché la narrazione dell’autore siciliano è impreziosita da una vena poetica che riesce ad andare oltre le consuete strutture dei romanzi, con ritmi, armonie e immagini che conferiscono alle opere una grazia del tutto particolare che a tratti presenta tempi quasi musicali.
Tanto per dare un’idea, il libro inizia in un’atmosfera lucreziana, in un’idilliaca natura, in cui la flora e la fauna, in quest’ultima compreso l’uomo, sembrano vivere in un’armonia perfetta, in un equilibrio tale da ristorare l’animo, perché il creato, frutto di un caos che ai nostri superficiali occhi può apparire imperfetto, è invece quanto di più attentamente realizzato ci sia dato di conoscere. Purtroppo l’essere umano è l’elemento disgregatore, colui che, grazie a un’imparziale conoscenza, crede di sapere tutto o quasi e di poter fare tutto o quasi.
Così nella società descritta da Bonaviri, caratterizzata dall’invecchiamento della popolazione, che aumenta oltre ogni limite il ricorso alle risorse, si provvede temporaneamente a un’eutanasia attiva, sopprimendo gli anziani, in quanto non più utili al sistema, ma al tempo stesso si ricerca, si sperimenta, si elabora per arrivare, tramite clonazioni, a una nuova specie di esseri umani, in parte vegetali, con la funzione specifica di addormentare le passioni eccessive degli altri uomini, intorpidire i sentimenti, anche quelli negativi, provocando un generale appiattimento della qualità della vita. Senza più emozioni, senza più ispirazioni creative l’umanità rallenterebbe anche la sua crescita, avrebbe minori appetiti, finirebbe con il vivere in una condizione di inconscia felicità, in pratica si ridurrebbe a uno stato vegetativo.
Pur nella vicenda fantastica, il messaggio di Bonaviri è chiaro: può l’uomo, con la sua scienza, andare oltre la natura? E se lo fa, quali saranno le conseguenze?
Le risposte sono nel finale del romanzo, apocalittico, con le acque dell’Egeo che penetrano all’interno del pianeta. In quel mare, citato non a caso, che aveva visto il volo avventuroso di Icaro e a Creta il mito del Minotauro, essere metà uomo e metà bestia, dove era iniziato il desiderio dell’umanità di conoscere i propri limiti e di superarli, tutto finisce, perché l’homo sapiens non può e non deve spezzare il perfetto equilibrio della natura, che altrimenti si vendica.
E da quella specie di rivolta del globo terracqueo, con gli oceani che penetrano all’interno della crosta per arrivare fino al nucleo, determinando una reazione disgregatrice per le diverse temperature, seguirà l’esplosione del nostro pianeta che ne cancellerà la presenza nell’universo.
L’incredibile storia di un cranio finisce con il diventare così la credibile storia di un’umanità che volle elevarsi su tutto e che si illuse che per essa nulla fosse impossibile.
La lettura è certamente più che raccomandabile.
 
 
Giuseppe Bonaviri  (Mineo, 11 luglio 1924 – Frosinone, 21 marzo 2009)
 
Opere:
Il sarto della strada lunga (1954), La contrada degli ulivi (1958), Il fiume di pietra (1964), La divina foresta (1969), Notti sull’altura (1971), L’isola morosa (1973), Le armi d’oro (1973), La beffaria (1975), L’enorme tempo (1976), Il dire celeste (1976), Martedina e il dire celeste (1976), Follia (1976), Dolcissimo (1978), Il dire celeste e altre poesie (1979), Novelle saracene (1980), O corpo sospiroso (1982), Quark (1982), L’incominciamento (1983), E’ un rosseggiar di peschi e d’albicocchi (1986), L’asprura (1986), Il dormiveglia (1988), Li pto lip (1988), Ghigò (1990), Il re bambino (1990), Apologhetti (1991), Il dottor Bilob (1994), Silvinia (1997), L’infinito lunare (1998), Bonaviri inedito (1998), una biografia realizzata da Enzo Zappulla e Sarah Zappulla Muscarà, con una ampia appendice di inediti bonaviriani fra i quali il romanzo giovanile La ragazza di Casale Monferrato, E il verde ramo oscillò. Fiabe di folli (1999), Poemillas españoles ed altri luoghi (2000), Giufà e Gesù (2001), Acqua d'argento e altre storie (2003), Il vicolo blu (2003), I cavalli lunari (2004), Autobiografia in do minore (2006), L’incredibile storia di un cranio (2006).
 
Recensione di Renzo Montagnoli
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:58 | link | commenti (1)
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