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sabato, 07 novembre 2009

Ars artis gratia: colloquio con Cristina Bove, a cura di Renzo Montagnoli

Cris9

Ars
artis gratia: colloquio con Cristina Bove
di Renzo Montagnoli

Come ho anticipato in occasione del mio colloquio con Mara Faggioli il discorso sull’arte, o meglio sul come determinare se una realizzazione creativa di un essere umano può essere definita  un’opera d’arte, ha trovato solo due interlocutori e Cristina Bove è una di questi.
Come per Mara Faggioli, ci troviamo di fronte a un’artista eclettica, che scrive poesie, dipinge e realizza sculture e proprio per questo appare indicata per rispondere al quesito di cui sopra.
Prima però ritengo opportuno fornire una breve scheda dell’autrice:
Cristina Bove è’ nata a Napoli il 16 settembre 1942, vive nelle vicinanze di Roma dal '63, anno in cui si è sposata. Da quando si ricorda ha sempre dipinto, scolpito, letto molto e qualche volta scritto, famiglia permettendo, poiché la sua stata alquanto numerosa e la sua vita intensa, ricca di eventi meravigliosi come la nascita dei suoi quattro figli, la creatività, gli amici, il miracolo di esserci ancora, sopravvissuta non sa quante volte.
Presente in diversi siti Internet con le sue poesie, ha pubblicato le seguenti sillogi: Fiori e fulmini   (2007, Il Foglio Letterario), Il respiro della luna (2008, Il Foglio Letterario) e Attraversamenti verticali (2009, il Foglio Letterario).
Relativamente alle arti figurative (pittura e scultura) così dice di sé:

Cris8
Ho cominciato presto a dipingere, i miei primi paesaggi a meno di sei anni nel piatto con i residui del minestrone, poi mi regalarono gessetti, poi tempere...
A ventitre anni la mia prima mostra: a Tunisi, presso l'Istituto Dante Alighieri, molte visite, 30 opere tra tele e superfici trattate, quasi tutte vendute.
A trent'anni circa la mia scultura di maggiori dimensioni, una parete divisoria in bronzo per l'Hotel Sabbiadoro di S. Benedetto del Tronto.
Partecipazione a collettive, la più importante delle quali la Rassegna d'Arte quadriennale “Monterone 2” a Roma nel giugno del '74 .
Non ho mai rincorso il successo perché, dovendomi occupare di quattro figli, ho solo potuto rubare ritagli di tempo per coltivare la mia arte. Oggi scrivo anche, soprattutto poesia.
 
Intervista a Cristina Bove
 
Cris1
  
L’arte solo per l’arte stessa, senza preoccuparsi di eventuali ritorni economici, ma per il piacere di esprimersi e di realizzare se stessi.
Indubbiamente per te, che scrivi poesie, che crei sculture e dipinti, l’arte è importantissima, è vita, ma vorrei sapere che cos’è l’arte per te e cosa rappresenta, almeno nel tuo caso. Ce lo vuoi dire?
 
L'arte è stata la compagna dei miei giorni, imprescindibile corollario alle altre mie attività.
Spesso mi chiedo se non sia un “artificio”, appunto, una finzione che mi ha permesso, e mi permette ancora, di affrontare meglio lo spauramento che si prova, come esseri umani, di fronte all'ineluttabilità degli eventi. Soprattutto quelli che non dipendono dalla nostra volontà e che a volte ci sgomentano, il mistero della vita, insomma.
In effetti non può che essere vita, perché è parte integrante del proprio esistere. Io non saprei vivere senza.
Quando creo qualcosa, che sia un'immagine o una scultura, oppure una poesia, non ho in mente altro che portare alla realtà quello che prima non c'era, o meglio, quello che la mia mente ha creato e progettato.
Non sono mai completamente soddisfatta del risultato, solo poche volte ho sentito che l'oggetto corrispondeva in pieno al progetto.
Non sono d'accordo sul fatto che le opere d'arte siano come figli, io non le ho mai sentite tali, ne ho sempre avuto un facile distacco, le ho donate a piene mani, per il piacere di affidare qualcosa di mio a chi poteva capire ed amare.
Oggi mi sembra di essere ovunque, in ogni casa o cuore che le abbia accolte.
   
Cris2 
 
Secondo te, che caratteristiche deve avere un’opera per essere definita artistica? In pratica, ti chiedo che cosa contraddistingue un’opera d’arte da un qualsiasi lavoro creativo, magari anche gradevole.
 
Sinceramente non saprei, ho tanti dubbi. A volte mi pare che sia una dote giunta da altre dimensioni, subliminali, e che chissà per quale ragione si manifesta nelle più   svariate modalità.
A volte mi accade di pensare che si tratti di una funzione come un'altra, forse anche una deviazione del pensiero logico.
Perchè poi ci affascini, questa attività creativa, per me rimane un mistero.
Io sono autodidatta, ho solo cercato le tecniche a me più congeniali, ripeto spesso che sono la prima a sorprendermi dei risultati.
Ricordo una mostra in particolare, presso l'Istituto culturale italiano “Dante Alighieri” a Tunisi, il cui Direttore aveva creduto in me. Di lui mi sono rimaste in mente queste parole: “non fare mai nulla per piacere agli altri e farai grandi cose”. Sono passati quarant'anni circa, quella squisita persona non c'è più, eppure io la ricordo come se fosse ieri, con gratitudine per aver concesso spazio e risorse a una giovanissima artista alle prime armi.
 
Cris3
Indubbiamente un’opera d’arte, in quanto tale, è senza tempo, nel senso che mantiene inalterato il suo fascino nei secoli. Ciò che normalmente si esprime in un soggetto che guarda un quadro, una scultura è un senso di bellezza. Quindi nell’arte risiede la bellezza, ma intesa non solo come perfezione, bensì come sensazione di appagamento, e non solo estetico, in chi la osserva.
Secondo te, quindi, l’arte significa anche bellezza? E se sì, cos’è per te, in assoluto, la bellezza?
 
Questa domanda mi mette in difficoltà, penso a quanto sia congeniale soffermarsi estasiati davanti a un tramonto, a una montagna, a un prato, davanti alla natura, insomma. E a come sia difficile generalizzare quando si tratta di definire l'Estetica.
L'Arte è mutata attraverso i secoli, noi ci emozioniamo di fronte a opere che sono state definite capolavori, ma in fondo il nostro percepire è frutto di parametri “suggeriti” dalla nostra cultura, mediati dalla nostra particolare “storia artistica”, tramandata, forse, perfino nel DNA di un popolo.
Oggettivamente non si può definire la Bellezza, almeno così penso, in quanto consiste di infinite coordinate, appunto, ma soprattutto è determinata dai sensi di chi la percepisce.
C'è della bellezza anche in un'immagine inquietante o tragica, perfino in uno squarcio su una tela.
Forse la Bellezza è soprattutto Emozione.
 
Cris6
Nell’arte il talento, se pur premessa indispensabile, non basta, ma occorre applicazione, e questo in qualsiasi campo. Tu scrivi poesie, dipingi e scolpisci, il che non è proprio poco. Hai fatto degli studi particolari, anche da autodidatta, per arrivare a questo?
 
Qui devo risponderti con cognizione di causa: io non mi sento un'Artista, ma soltanto una mente propensa all'arte. Non ho mai pensato di me in termini di successo, ho creato, e molto, in tutti i sensi, sempre da autodidatta, come ho già spiegato, e senza mai badare al riconoscimento.
Mi si dice che avrei ottenuto di più, ma io sono molto schiva e non amo espormi.
Mi è sempre piaciuto ottenere risultati gradevoli che fossero piacevoli anche per gli altri.
Cambia un po' per la poesia, in questo campo mi fa piacere condividere e sentirmi correlata al mondo poetico. Mi rendo conto però che la parola scritta, il verso, è sicuramente più fruibile anche da chi vi si imbatte casualmente. È anche più facile comunicare attraverso un blog, o un sito e questo mi consente di “uscire” almeno in questo modo dal mio eremitaggio.
 
Cris5
Ogni artista ha sempre presente, come un sogno, un’opera che desidererebbe realizzare e che rappresenterebbe l’apice di tutte le sue capacità e possibilità. Potremmo definirla anche il suo capolavoro, l’esempio della sua più grande espressione artistica. Spesso, poi, per motivi vari resta solo un sogno. Il tuo qual è? E’ ovvio che può riguardare sia la poesia che la pittura e la scultura.
 
Il mio sogno, è quello di comunicare il mio mondo interiore, le mie emozioni, a più anime possibile.
Raggiungerle e condividere i miei sentimenti migliori.
Sarebbe come abbracciare e farsi riabbracciare da quella porzione di umanità che crede nella delicatezza e nell'Amore.
Ma forse più che un sogno è una speranza, un senso ulteriore da dare alla mia vita.
 
Cris10
Grazie Cristina e auguri per queste passioni che ti accompagnano da una vita.
 
 Cris11
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:31 | link | commenti (28)
categorie: editoriale
domenica, 01 novembre 2009

Il ciarpame, di Renzo Montagnoli

                                                Il ciarpame
                             di Renzo Montagnoli
 
Forse Veronica Lario non immaginava quanto questo termine sarebbe stato reintrodotto nell’uso comune, con un carattere più spregiativo delle cose vecchie e decrepite che significa.
Resta il fatto che questo appellativo, all’inizio ristretto, può essere benissimo esteso all’intera classe politica italiana, per la quale “ciarpame” è già un complimento.
Ho già scritto in passato che il male principale che soffoca il nostro paese è la casta dei politici, per i quali, tranne rare eccezioni, spendere i termini più negativi che si possono trovare sul dizionario non è mai troppo.
Se è vero che l’attuale presidente consiglio ci considera dei semplici sudditi, obbedienti ciecamente al suo volere, l’opposizione non è da meno, disinteressandosi completamente dei problemi degli italiani.
Assistiamo, ormai da tempo, non più a una politica democratica, e quindi costruttiva, ma a una perpetua rissa da osteria, con colpi di mano, sempre bassi, in uno squallore che ha addirittura dell’incredibile.
Mi sembra di rivedere qualche scena, peraltro rara anche molti anni fa, in cui cornuti e al tempo stesso cornificatori si sputtanavano a vicenda, un esempio di “grande classe”, a cui il popolino fa da spettatore partecipe e attento.
Io, sinceramente, mi sono stancato; già non guardo più da anni gli spettacoli televisivi e ora mi sta venendo anche la nausea a scorrere le pagine dei giornali.
Non passa giorno, infatti, che non si consumi un ennesimo atto volta a screditare il governo, oppure l’opposizione, anzi è una sorta di legge del taglione, secondo la quale a un colpo basso si deve rispondere con un colpo ancor più basso.
I protagonisti di questa zuffa sono l’emblema del dilagare dell’immoralità, assunta a unico e autentico valore di una nazione. E poiché chi sostiene il governo lo fa a spada tratta, con le bende sugli occhi, allo stesso modo si comporta chi vi si oppone.
E’ uno spettacolo indecoroso, di uomini senza dignità e anche senza capacità, quasi una guerra di bande di periferia.
Ormai, da tempo, viviamo in un regime oligarchico che, rassicurando i suoi esponenti in ordine all’inamovibilità, permette loro di dare sfogo a bassi istinti, con un comportamento del tutto avulso dalla realtà dei problemi dei sudditi e schiavo di un’incapacità morale e intellettuale che è diventato ormai uno stato patologico.
Peraltro vi è da dire che una compagine governativa dotata di così ampia maggioranza non dovrebbe scendere ai livelli infimi di certi attacchi, ma questo purtroppo è ricorrente perché anche chi regge l’esecutivo vola da sempre molto basso.
Si può comprendere così perché in un articolo che ho scritto in vista di una consultazione elettorale concludevo amaramente invitando a votare per il meno peggio, compito non certo facile, perché i nostri politici meritano senz’altro l’eccellenza nel peggio.
E intanto i problemi del paese, irrisolti, si dilatano, senza che anche il cittadino abbia di che lamentarsi, tutto preso da questa sfida quasi calcistica, che lo vede tifoso di una o dell’altra lista.
Siamo tornati indietro molto nel tempo, all’epoca dei guelfi e dei ghibellini, alle risse di fazioni, al linguaggio becero, alla trivialità e all’assoluta incapacità di discernere, con un’aggravante: in quei tempi si combatteva anche per un’idea, oggi si combatte per uomini che non hanno idee.
 
 Il ciarpame
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:09 | link | commenti (18)
categorie: editoriale
mercoledì, 07 ottobre 2009

La lista - Cosa ci serve oggi in Italia?, di Sergio Sozi

La lista


La lista – Cosa ci serve oggi in Italia?
 
Vi presento questo minuscolo editoriale-sondaggio, scritto appositamente per essere discusso su ''L'armonia delle Parole'': si tratta di un semplice elenco contenente i bisogni inevasi che io penso siano attuali e risolvibili oggi in Italia. Dico appunto cosa fare per risolvere, almeno in parte, tali problemi. Leggetelo e dite la vostra con altrettanta chiarezza.
 
1)    Uffici Statali di Collocamento, con sede presso tutti i Comuni d'Italia. Questi uffici dovranno essere diversi da quelli, inutili, che c'erano una volta e dovranno aiutare tutti i residenti inoccupati a trovare un impiego, fungendo da tramite fra gli imprenditori e la popolazione abile al lavoro ma disoccupata. In Gran Bretagna, Germania, Francia e Slovenia già esistono cosí fatti da decenni ed aiutano a diminuire di molto anche la diffusione della criminalità. Creazione di sussidio mensile di disoccupazione per tutti i disoccupati – eliminabile se il disoccupato non accetti gli impieghi che gli vengono proposti dall'Ufficio di Collocamento.
 
2)    Cultura. Finanziamenti statali all'editoria libraria di qualità ed altri provvedimenti. Al fine di poter introdurre una norma che vieti la pubblicazione di manoscritti non remunerata dall'editore, occorre un fondo statale da destinarsi ai singoli libri meritori – come avviene all'estero per le traduzioni di libri italiani di qualità. Dunque andrebbero create: una commissione parlamentare centrale (distinta dal Governo in carica) composta da intellettuali italianisti e critici di talento e una analoga commissione regionale in ogni Regione. Esse dovranno leggere le opere edite – scritte esclusivamente da autori italiani – e sceglierne alcune da finanziare con contributi a fondo perduto. Nell'editoria periodica e quotidiana i finanziamenti già ci sono: dunque urge solo obbligare per legge gli editori a pagare ogni singolo articolo pubblicato a prezzo di mercato.
 
3)    Sanità. Ricostituzione dei piccoli ospedali locali nelle cittadine con 10-15.000 abitanti, al fine di evitare la dispersività e il congestionamento delle inefficienti megastrutture centralizzate oggi purtroppo esistenti in ogni Provincia. Insomma: ritorno al decentramento delle strutture nosocomiali.
 
4)    Uffici del Lavoro. Ad essi spetterebbe verificare la regolarità dei rapporti fra dipendenti e datori di lavoro, dunque essi dovrebbero scoprire le sacche di lavoro nero e simili. Ma oggi questi uffici non funzionano per scarsità di personale. Propongo quindi l'assunzione degli Ispettori del Lavoro necessari laddove servano (cioè dappertutto: a Roma ne sono attivi solo una decina per tutta la città!).
 
5)    Istituto Centrale per il Restauro di Roma. Una delle scuole di restauro piú famose nel mondo – diceva Rai Tre in un suo servizio un mese fa circa – oggi versa in grave crisi per mancanza di finanziamenti pubblici: i nuovi corsi per studenti già laureati non sono stati avviati e la Scuola si sta spegnendo. Va rifinanziata! Inoltre gli addetti al restauro oggi operanti – almeno a Roma – sono pochissimi e mancano le nuove assunzioni. I depositi (una decina solo nella Capitale) sono stracolmi di reperti da inventariare e restaurare ma manca il personale. Cosa si aspetta?
 
6)    Riduzione spese pubbliche. Dimezzare le auto blu e relative scorte a parlamentari e altri dirigenti pubblici – amministrativi e politici – che oggi usufruiscano di auto pubblica e scorta di polizia. Dimezzare lo stipendio a tutti i parlamentari a nomina politica: 12.000 euro al mese basterebbero e avanzerebbero. Dimezzamento compensi di consulenti esterni e manager, oggi pagati a peso d'oro. Dimezzamento stipendio di dirigenti regionali e provinciali, sia amministrativi che politici – anch'essi attualmente pagati lautamente dalle Amministrazioni Locali (Enti Locali).
 
7)    Politica degli affitti. Reintrodurre una sorta di ''Equo canone'' rivisto e corretto, ovvero adeguato parzialmente ai prezzi del mercato (ho detto ''parzialmente'', se no a che servirebbe questa legge?). Motivo: non è possibile che l'affitto di un appartamento si porti via la metà di uno stipendio medio italiano! Cosí è ovvio che i giovani non mettano su famiglia!
 
8)    Incentivi alle aziende che assumano in pianta stabile. Almeno tre anni di esenzione totale dalle imposte per le aziende che assumano disoccupati con contratti non a termine. Fine esenzione e multe salate previste per licenziamenti ingiustificati o altre irregolarità prima o dopo il termine dei tre anni.
 
9)    Stranieri extracomunitari. Cittadinanza da concedere loro solo dopo dieci anni di residenza continuativa in Italia e previo esami statali di Lingua, Letteratura e Cultura italiana. Tuttavia, la maggior parte dei diritti e doveri degli extracomunitari va parificata ugualmente con quelli dei cittadini italiani, compreso il diritto di vivere in una casa popolare, se legalmente coniugati con un/a cittadino/a italiano/a.
 
10)                      Edilizia popolare. Rilancio della costruzione di nuovi alloggi popolari da concedere ad affitto agevolato.
 
11)                      Carceri. Velocizzare la costruzione di nuove strutture penitenziarie per decongestionare le attuali carceri.
 
12)                      Trasporto merci. Le Ferrovie dello Stato dovrebbero rilanciare il trasporto merci su rotaia per ridurre l'inquinamento e il rischio pubblico determinati da autotreni, camion e tir circolanti sulla rete viaria italiana. Basterebbe ridurre le tariffe del trasporto su vagone merci e velocizzare il servizio.
 
E queste sono solo alcune proposte. Fate le vostre e/o aggiungetene pure alle già elencate, criticate i punti, suggeritene degli altri. Liberamente e con speranza. I nostri figli – e quelli altrui – ce ne saranno grati, almeno per la buona volontà.
 
Sergio Sozi
 
 

postato da: RenzoMontagnoli alle ore 17:48 | link | commenti (36)
categorie: editoriale
venerdì, 02 ottobre 2009

A una poetessa che non c'è più, di Renzo Montagnoli

Bea
Bea1
A una poetessa che non c’è più
di Renzo Montagnoli
 
Già circa un anno fa abbiamo dovuto piangere la scomparsa di una poetessa, Daniela Procida, e oggi, da poco trascorso il primo anniversario, dobbiamo nuovamente addolorarci per la perdita di Beatrice Zanini, avvenuta all’alba.
In questi frangenti non si riescono a esprimere bene in parole i propri sentimenti, non è possibile ragionare con mente lucida, perché il cordoglio coinvolge e travolge.
Questa vita, che è un cammino dall’alba al tramonto, ricorda il suo mistero più rilevante, la sua fine.
La mente cerca di comprendere, ma proprio perché legata al corpo non accetta una soluzione così drastica. E allora si ricorre alla fede, a quella speranza che tutto non finisca, che ci sia un dopo, ma rimane sempre il dubbio, soprattutto quando l’ultima ora s’avvicina.
Bea ha combattuto con il suo male, ha riaffermato di continuo la volontà di vivere, ma poi ha dovuto soccombere. Eppure, fino quasi all’ultimo ha creduto nel potere salvifico della poesia, ne ha scritte alcune, inviandole dal suo letto d’ospedale via sms a Cristina Bove, che ce le ha rese note.
Non sono note strazianti, eventualmente struggenti quelle che alimentano quei versi, sono quelle di un poeta che ha saputo accettare il suo destino.
Vorrei che Cristina Bove le riproponesse, perché lì c’è il meglio della poesia di Bea, c’è il suo testamento artistico e spirituale, la sua amicizia, il suo muto dolore.
Io la voglio ricordare così, con una poesia che ho scritto nei giorni scorsi quando ormai sapevo che il tragico evento era imminente.
Ciao Bea.
 
       A un’amica che non c’è più
(dedicata a Bea – Beatrice Zanini, che ci ha lasciato)
 
La penna si è fermata
sull’ultimo verso
                rimasto incompiuto.
 
Restano le parole
                stille di emozioni
sogni partecipati
           a chi li può capire.
 
Nel corso del tempo
                        un attimo
e le lancette si fermano.
 
E’ scoccata un’ora
                  senza domani
tutto è finito.
 
Resta un ricordo
        trascinato nei giorni
               sbiadito negli anni
il tempo che a te è stato negato.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 11:15 | link | commenti (27)
categorie: editoriale
sabato, 19 settembre 2009

Cara TV, confessione di un teleutente fallito, di Renzo Montagnoli

Cara TV


Cara TV,
confessione di un teleutente fallito
            di Renzo Montagnoli
 
 
Cara TV,
mi devi scusare, ma ho da dirti qualcosa. E’ un tarlo che mi rode dentro, che fra crik crik, e che se non lo faccio uscire, continua a perseguitarmi. Confesso, confesso che sono un teleutente fallito, fatto gravissimo per te, ma positivo per me.
Come è potuto accadere? E’ una lunga storia, che si seguito espongo, cercando di essere il più sintetico possibile.
Sono nato nel 1947, cioè sono uno dei figli dell’immediato dopoguerra, in un’Italia distrutta, povera, se non addirittura misera. Eppure, nonostante le difficoltà, gli italiani si diedero da fare e, pur fra mille privazioni, riuscirono a ricostruire, dimostrandosi un popolo migliore di quanto non si supponesse.
Il 3 gennaio 1954 partì ufficialmente la televisione, una forma di comunicazione che i più nemmeno immaginavano. Gli apparecchi di ricezione, in origine quasi tutti americani, erano grossi scatoloni con uno schermo di visione piuttosto piccolo rispetto alle dimensioni complessive. Costavano fior di quattrini e agli inizi furono acquistati solo dai ricchi, pochi ovviamente rispetto ai potenziali fruitori. Il nuovo mezzo stentò a trovare successo, anche perché i programmi erano limitati e modesti. Ma alla fine del novembre del 1955 accadde un evento trascinante, un programma a quiz condotto da un italo-americano di nome Mike Bongiorno e intitolato “Lascia o raddoppia”.
Quel gioco sconvolse le abitudini degli italiani e i pochi bar che disponevano di un apparecchio televisivo si riempirono di gente estasiata nel vedere concorrenti rispondere a domande spesso assai difficili. Ben presto tutti i locali pubblici, quali osterie e caffè, si dotarono di un televisore, per evitare una fuga dei clienti verso quei concorrenti che già ne disponevano. Perfino i cinema si interessarono alla cosa e nelle serate di “Lascia o raddoppia” il film veniva sostituito dalla trasmissione.
Cambiarono le abitudini, nel senso che la gente prese a uscire per andare al bar a vedere la televisione, un fenomeno a prima vista positivo, se si guarda alle tante persone che, vicine, dialogavano sui temi dei programmi.
Intanto, ci si avviava verso un periodo di relativo benessere e i televisori cominciarono a entrare nelle case degli italiani, i bar si svuotarono, i dialoghi cessarono.
Io ebbi la fortuna di avere la televisione nel 1960, un apparecchio tedesco di 21 pollici, che letteralmente m’incantò. Quando non studiavo guardavo di tutto, da Angelo Lombardi l’amico degli animali  a Rin Tin Tin, dal maestro Manzi il conduttore di Non è mai troppo tardi al prof. Cutolo, che svelava la bellezza e le regole della nostra lingua.
Insomma mi accingevo a diventare un teledipendente a tutti gli effetti.
Quando poi le reti divennero due e poi tre intervenne l’imbarazzo della scelta e così cominciai a spaziare dagli sceneggiati agli avvenimenti sportivi, dai film, soprattutto americani che davano l’immagine di un paese dove tutti erano ricchi, essenziale in periodo di guerra fredda, ai primi spettacoli di intrattenimento comico e musicale.
Compravo il radio corriere TV e programmavo le giornate in base al palinsesto, da bravo teledipendente.
Un po’ ovunque sorgevano televisioni locali, cose alla buona, in cui imperava soprattutto la “bagola”.
Tutto bene, dunque, o no?
Io crescevo a pane e televisione, ma cominciò a serpeggiare un dubbio: mica la mia vita sarà quella di stare davanti a un televisore?
Dubbio forse eccessivo, ma il tempo trascorreva, arrivavano nuovi programmi, come Beatiful, una serie infinita di puntate, di nessun interesse e che sembravano ideate come mezzo di compagnia. Nel frattempo, un imprenditore lombardo, un palazzinaro, si affacciava su questo mondo e, con abilità, ma anche con avidità, piano piano comprava tutte le televisioni locali e irradiava i suoi programmi, di insostenibile leggerezza, senza far pagare il canone, grazie agli introiti pubblicitari, che avevano contagiato anche la TV di stato e che piazzava ovunque.
Mi viene nostalgia a pensare ai Caroselli della mia giovinezza, dieci minuti di spot prima del programma serale e che rappresentavano un antipasto, spesso anche piacevole.
Ora invece la pubblicità interveniva nel corso di un film o di un avvenimento sportivo, e spesso veniva ripetuta fin quasi allo sfinimento.
Cominciai così a chiudere gli occhi durante gli spot, ma in effetti, secondo un altro senso, iniziai ad aprirli.
Mi venne il dubbio di essere un pollo da spennare, che l’ossessione degli slogan nascondesse altre verità e così cominciai a nutrire qualche sospetto sulla bontà di certe notizie durante i telegiornali.
Erano anni di piombo, con attentati e omicidi compiuti da brigate rosse, oppure nere, componenti di un’unica strategia che i comunicati televisivi sembravano ignorare, evidenziando invece una lotta fra opposti estremismi.
I ministri e i parlamentari intervistati non chiarivano nulla e parlavano e dicevano in pratica le stesse cose riportate dai telegiornali.
Aggiungo anche che nel silenzio più assoluto i programmi culturali si ridussero enormemente, sostituiti da spettacoli per babbuini del tipo della Fattoria o del Grande fratello.
Ci si avviava così verso un nuovo periodo “culturale”, cioè di cultura moderna, secondo il titolo di uno spettacolo in voga, dove nulla s’impara e tutto si disimpara.
Il linguaggio si rinnova, affossando la nostra bella lingua con neologismi, inglesismi e gargarismi che alla fine ci si chiede se siamo ancora in Italia o se nel frattempo il paese ha subito l’invasione di un’orda barbarica che si esprime con grugniti e con frasi il cui senso è oscuro ai più. Il politichese, quella non lingua, ha preso il sopravvento con discorsi sconclusionati caratterizzati da banalità e luoghi comuni, infarciti sempre più spesso da volgarità. Se questa è la nuova cultura, penso proprio che l’avvenire sia a tinte fosche.
In questo baillame, lo spettatore piano piano diventa succube del mezzo televisivo, crede che sia il solo che possa rivelargli la verità, insomma perde la sua capacità critica, quella dote che dimostrava, anche fra persone poco alfabetizzate, quando negli anni poveri del dopoguerra ci si sedeva fuori casa nelle afose sere d’estate, ascoltando i vecchi che narravano il passato e facendo domande e muovendo obiezioni.
Non è più così e se penso che questa lobotomizzazione è iniziata nel gennaio del 1954 mi accorgo che per molti gli anni sono trascorsi senza una crescita, ma con una progressiva apatia, che condiziona, che fa accettare qualsiasi cosa.
Adesso abbiamo raggiunto l’optimum, o il peggio, a seconda dei punti di vista, dell’asservimento del teleutente, con tutta la televisione nelle mani del potere, con notizie taciute, con altre modificate e con altre ancora inventate.
Nessuno più ricorda il passato, non solo quello più lontano, ma anche quello del giorno prima, nessuno riesce più a riconoscere il falso dal vero.
Cara televisione, sei sorta per questo o ti sei adattata a nuove esigenze?
Ho detto basta, sono fallito come teleutente, preferisco leggere un buon libro, cosa non facile a trovarsi oggi, visto che i grandi concorsi letterari premiano i peggiori, quelli che non hanno nulla da dire perché non hanno nulla dentro di loro. Comunque, se si cerca bene, ci sono ancora scrittori che sono degni di chiamarsi tali, e non scribacchini.
Un’ultima cosa: perché fai pagare il canone? Sì, è una tassa, ma questa prevede che ci sia un corrispettivo e non mi dirai che quello che offri meriti un esborso di denaro, vero?
Ti saluto, anzi ti dico addio nel modo che più ti si adatta: un bel “off” sul telecomando, un chiudi che vuol dire riaprirsi alla vita e alla propria libertà. 
Non ti rimpiango, stanne certa, anzi eventualmente mi compiango per aver creduto in te per un certo periodo, un torpore da cui mi sono risvegliato non da molto, ma, come si dice, meglio tardi che mai. 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 18:44 | link | commenti (39)
categorie: editoriale
sabato, 12 settembre 2009

Anterem, la rivista di ricerca letteraria: colloquio di Renzo Montagnoli con il direttore Flavio Ermini.

Anterem, la rivista di ricerca letteraria: colloquio di Renzo Montagnoli con il direttore Flavio Ermini.
 
 
 
“Anterem” è una rivista culturale, ma anche una casa editrice; entrambe, se non vado errato, sono operative da molti anni, il che basterebbe a testimoniare il favore che incontrano. Come è nata, e quando è nata, l’idea di fondare rivista e casa editrice?
 
Era il 1976. Il nome della rivista ancora non era “Anterem”, ma “Aperti in squarci”. Il titolo voleva fare riferimento a Rizoma di Deleuze e Guattari, volume uscito proprio quell’anno. Infatti la prima serie della rivista si chiamerà: “La parola rizomatica”. Avrà una durata di tre anni. “Aperti in squarci” nasce per una letteratura “senza generale” e all’insegna del comandamento di Kant: “Sapere aude”, osa servirti del tuo intelletto.
Sul concetto di letteratura rizomatica, vorrei ricordare le parole di Silvano Martini (1923-92) perché costituiscono un vero e proprio programma per la prima serie. Martini è il poeta con il quale ho dato il via a questa lunga avventura.
“L’albero e il rizoma sono strutture che stanno a indicare due tipi opposti di letteratura. Cos’è un rizoma? Un fusto sotterraneo di piante erbacee perenni, simile a una radice. L’albero, invece, possiede un fusto esterno al terreno, che poggia su radici e si espande in rami. La letteratura arborea è centrica. Quella rizomatica è acentrica. Nella prima tutto si svolge tra vertice e base, in rapporto di chiara concatenazione e di rigida dipendenza. Nell’altra, ogni svolgimento è base e vertice insieme, e tutti gli svolgimenti hanno la medesima importanza. La letteratura rizomatica permette qualcosa di specifico che normalmente non si dà: il collegamento di un punto qualsiasi con un altro punto qualsiasi della sfera vitale. Questo significa che la circolazione del senso ha una libertà illimitata”.
Tali riflessioni – pubblicate sul n. 7 (aprile 1978) della rivista – rivelavano che era svanita per noi l’idea di un centro unitario che rappresentasse un riferimento sicuro per la nostra esperienza. Da qui quello strano nome: “Aperti in squarci”.
Lo stesso anno ha preso il via la casa editrice. La prima autrice è stata Silvana Bellocchio, poeta e psicoanalista, appartenente al gruppo femminista delle Eumenidi. Il titolo del volume: La gioia precede il nostro andare. Liberazione non più emancipazione.
 
Secondo me, il concetto di letteratura rizomatica meriterebbe un maggiore approfondimento, o comunque un esempio, perché non credo che la maggior parte dei miei lettori, come del resto me, possano comprendere compiutamente. Ce ne dici?
 
La letteratura rizomatica – così com’è intesa nel loro libro da Deleuze e Guattari, e poi da noi di “Anterem” sviluppata – vuole evitare l’instaurazione di un centro egemone e si offre alla possibilità di generare innumerevoli centri di discorso. Ecco il perché di quella definizione a cui prima accennavo: “letteratura senza generale”, ovvero una letteratura fondamentalmente anarchizzata. Che cosa si propone una letteratura di questo genere? La difesa di una strenua e cosciente anarchia dei sentimenti e delle sensazioni nei confronti della realtà.
Pensiamo a questo: nel corso di ogni nostro atto siamo davanti a delle cose che mai sono date una volta per tutte. La realtà muta continuamente, in un incessante divenire. Non c’è terraferma. Non solo. Davanti a noi si forma un insieme di pulsazioni luminose, che generano costellazioni, disegni variabili sia per forma sia per intensità a seconda dell’occhio che le osserva. Ciò che vediamo non è la realtà, ma le figure sotterranee della nostra anima: quasi un olimpo rovesciato che ha più familiarità con i demoni che con gli dei. Ognuno di noi deve riuscire ad accogliere il presupposto che a lui solo e a nessun altro in sua vece spetta il compito di mettere a fuoco la realtà.
Erano gli anni Settanta, un decennio fortemente ideologicizzato. Legato a un estremismo a volte infantile. Ma l’invito che allora rivolgevamo ai nostri lettori di sottrarsi a un potere che li vuole docili a un senso precostituito – solitamente compreso tra il tintinnio delle monete e l’apatia del pensiero – lo sottoscriverei anche adesso.
Un buon esempio di letteratura rizomatica? L’Azione parallela dell’Uomo senza qualità di Musil.
 
Ora è comprensibile e direi che alla base c’è un pensiero filosofico, proprio perché può essere applicato non solo alla letteratura, ma alle relazioni dell’uomo con la realtà di ogni giorno. ANTEREM è un semestrale tematico che analizza il discorso poetico e ne approfondisce le diverse sfaccettature. Considerato che questo lavoro presenta caratteristiche di elevato livello, direi che la rivista si propone a un limitato numero di addetti ai lavori, finendo con il divenire elitaria e quindi accessibile a un numero ridotto di possibili fruitori. Senza pensare di fare un prodotto con caratteristiche nazionalpopolari, non è che per caso sia passata per la mente l’ipotesi di scrivere articoli adatti, come comprensibilità, a un pubblico più ampio e quindi non necessariamente specializzato?
 
No, quella che poni è una questione che non abbiamo mai dibattuto. Non ci siamo mai posti il problema della divulgazione. Non ne abbiamo mai sentito l’esigenza. Abbiamo sempre avvertito, invece, la responsabilità di fare ricerca letteraria (il sottotitolo della nostra rivista, non va dimenticato, è “Rivista di ricerca letteraria”) e abbiamo sempre ritenuto che la responsabilità vada cercata nell’altrimenti di una scrittura che non proceda pietrificando le cose nella “spiegazione”, nella didattica. Una scrittura che si faccia carico di un compito non più solo estetico, ma anche etico. Noi riteniamo che il nostro compito sia quello di invitare il lettore a conferirsi in assoluta autonomia il potere di interpretare il mondo e il testo, il potere di autodirigersi, il potere di sottrarsi alla scena insopportabilmente illuminata dei mass media. Il potere di concepire se stesso non solo come lettore, ma anche come soggetto criticamente capace di intervenire sul testo. Detto questo, non è che noi siamo chiusi in una torre d’avorio... Della nostra rivista tiriamo 4000 copie. E’ un caso raro in Italia per un periodico di poesia. E se i numeri dicono qualcosa, significa che non solo gli addetti ai lavori ci leggono...
 
Quattromila copie non sono poche e io forse sono stato indotto alla precedente considerazione dall’impostazione pedagogica che, come me, ha interessato tutti nel periodo scolastico. Nonostante mi ritenga uno che intende andare - non per partito preso - contro corrente deve essere rimasta quell’abitudine ad accettare la nozione come proposta da altri. Ovvio che, almeno tendenzialmente, approvo questo scopo di auto- dirigersi. Ma torniamo alla rivista, anche se il colloquio è piacevole pure per altri argomenti, sia pure indirettamente connessi. Rilevo che c’è un corposo numero di collaboratori, che del resto sono elencati in una delle prime pagine. Con che criteri vengono scelti? E, come funziona? Mi spiego meglio: poiché il numero è tematico, li contattate dicendo di scrivere un articolo della specie, oppure, come nel caso delle poesie, attingete dalla produzione corrente?
 
Per rispondere a questa domanda è necessario premettere che “Anterem” è il risultato del confronto tra ricerca poetica individuale ed elaborazione teorica collettiva. E che ogni numero si destina sì a un tema, ma vuole configurarsi anche come un’opera organica. E questo sin dal primo numero. Va da sé che la prima serie (quella dedicata alla “parola rizomatica”) privilegiasse tematiche di ordine ideologico. Alla “fabbrica” era dedicato il primo numero... La seconda serie sarà legata alle “forme dell’infrazione letteraria”... E così via. Ma di questo parleremo più avanti se lo vorrai. Per ora va detto che ogni numero è un incrociarsi ininterrotto di riflessione teorica e pratica poetica, in un intreccio di forze, pensieri, idee, problemi diversi. Con la consapevolezza che c’è un unico modo per determinare il corso della letteratura: elaborare nuove forme espressive e nello stesso tempo dare vita a strutture di pensiero adeguate a parlarne. Tutti i nostri collaboratori ne sono consapevoli. Sanno che il loro contributo andrà a far parte di un “dialogo”, in un programma di ricerca dichiarato. Questo, sia per i testi teorici sia per le poesie e le prose poetiche. Ogni numero costa da uno a due anni di lavoro. Poco o niente viene lasciato al caso. Si stabilisce un tema, che solitamente costituisce un approfondimento del tema del fascicolo precedente, e a ragionare intorno a questo tema sono chiamati pensatori di varia estrazione, che scrivono testi originali per noi. Nel caso della poesia ci rivolgiamo a quei poeti che stanno muovendosi – per quanto ne sappiamo – nell’ambito o, quanto meno, nelle vicinanze di quel particolare tema; quei poeti che nel loro mobile itinerario sappiamo che possono incrociare la loro rotta con la nostra... Delicatissima è la fase dell’ideazione del menabò. L’intento, come dicevo, è quello di dare vita a un’opera organica. Un po’ come il montaggio di un film. È necessario dunque che ogni intervento sia conseguente a quello che precede e introduca nello stesso tempo quello che lo segue. Come se si desse vita a una “vicenda”. E accade, come puoi immaginare, che manchi sempre qualcosa. E allora è necessario chiedere un intervento all’ultimo momento... o una poesia... Poiché ogni numero viene preparato con due anni di anticipo, ci troviamo a lavorare contemporaneamente su tre o quattro tematiche... Non è facile, come capirai. Ma possono capitare anche piacevoli coincidenze che ci inducono a far transitare un testo da una tematica a una contigua... Avrai capito che la nostra è una rivista molto particolare anche nel suo farsi oltre che nel suo offrirsi ai lettori. Forse unica.
 
Direi unica, perché se ho ben capito Anterem è un laboratorio di ricerca che, pur seguendo un filo logico, si arricchisce di volta in volta delle esperienze precedenti, che portano a innestare sulla struttura principale nuove tematiche o proposizioni maturate. Diciamo che cresce di numero di in numero nella misura in cui crescono quelli che vi scrivono. L’idea del montaggio mi piace, un montaggio che viene ad essere effettuato però dopo ogni scena, cioè dopo ogni numero. La domanda: chi decide le tematiche?
 
Una leggenda redazionale vuole che le tematiche nascano da sole, per partenogenesi. In realtà se tu scorri i titoli delle tematiche hai proprio questa sensazione. Prendi la Quinta serie, quella dedicata agli “Elementi della percezione”. La successione è: La poesia pensa, Antipensiero, Il perturbante, Figure del perturbante, Lo straniero, Pensare l’Antiterra, L’Antiterra, Nozione di ospitalità e così via. C’è un avanzare nella conoscenza quasi “obbligato”... Ma poi le leggende vanno sfatate. E il dato di fatto è che le tematiche vengono sempre discusse in redazione – una redazione, va sottolineato, composta interamente da poeti: Giorgio Bonacini, Davide Campi, Mara Cini, Marco Furia, Madison Morrison, Rosa Pierno, Ranieri Teti, Ida Travi – ed è proprio dalla discussione che emergono le questioni che a noi per primi fa piacere approfondire. Va detto che la discussione non obbedisce a logiche predefinite. È molto anarchica. Libera. Tanto che buona parte di questa libertà confluirà poi tra le pagine della rivista. Dando vita a una ricerca che si fonda su una tensione indeponibile che conduce dall’ascolto all’ascolto pensante, in una dislocazione che richiede una sospensione di ogni abitualità di senso. Un modo che vuole essere un leggero circondare (come salvaguardare, come custodire) non un possedere, non un rinchiudere nel concetto. Questa libertà ci ha consentito di misurarsi con tante strategie per giungere a nominare la parola “ante rem”. Il nostro è un cammino non privo di peripezie. Le cinque serie lungo le quali fin qui si articola il nostro viaggio di conoscenza corrispondono proprio alle diverse strategie messe in atto per giungere a nominare la parola inaugurale, quella parola (poetante e insieme pensante) che abbia recuperato tutto il primitivo valore, le sue native potenzialità.
 
Proprio da quell’ante rem prendono quindi il nome la rivista e la casa editrice, nate insieme nel 1976, se non vado errato. Fa piacere, leggendoti, rilevare che nonostante siano già trascorsi una trentina d’anni permanga immutato l’entusiasmo. Probabilmente questo dipende anche dal fatto che il tuo non è un lavoro di routine, ma è un continuo divenire, così che non vi è mai nulla di ripetitivo, tranne la continuità della sfida con se stessi nell’attività di ricerca.
Nell’ultimo numero, il 78, L’Apostrophé, la tua introduzione-editoriale inizia con “ Torniamo a parlare del principio e del suo interminabile apparire. Parliamo di qualcosa che, con una domanda, ogni volta comincia e, con l’ultima domanda, prepara il nuovo inizio.” In pratica mi sembra la filosofia e lo spirito a cui è improntata la rivista. Inoltre, alcune righe dopo, aggiungi “ L’esperienza poetica del pensiero coincide dunque con il moto nascente della lingua” e ancora “ Quella parola è la salvaguardia di ciò che la vita non dice.”. Vorresti, cortesemente, tradurre, a beneficio dei lettori, il significato delle tue parole in termini più comprensibili, magari ricorrendo anche ad esempi?
 
La struttura di ogni numero di “Anterem” è particolarmente complessa, così come le varie fasi ideative e progettuali che ne presiedono la nascita. Tuttavia il nostro intento è donare alla lettura un’opera che non mostri segni che rendano ardua la lettura. Eppure qualche volta accade, come nelle frasi che hai evidenziato nel mio editoriale, che il discorso teorico si faccia iniziatico. Ne sono consapevole. Ti dirò di più: questa consapevolezza fa parte quasi sempre di un disegno. Ti svelerò un segreto. In ogni editoriale viene sempre annunciato uno dei temi che saranno poi trattati dalla rivista. I lettori che ci seguono da anni ormai lo sanno. Oppure lo intuiscono, com’è accaduto a te. Ebbene, quell’ “esperienza poetica del pensiero” sarà proprio il tema che affronteremo in uno dei due numeri del prossimo anno. Di questa tematica noi abbiamo già discusso in redazione e alcuni studiosi – selezionatissimi, come potrai immaginare – stanno già lavorando. Sono dunque già in grado di dirti cosa intendiamo noi per Esperienza poetica del pensiero. Questo mi consente anche di rispondere alla tua richiesta di “chiarimenti”. Per esperienza poetica del pensiero intendiamo quell’esperienza che – di fronte al non-veduto della vita – impone una discontinuità nella riflessione, quasi un impulso a cogliere il punto d’intersezione tra la ragione del percorso filosofico e la passione del dire poetico, come accade nell’“ultrafilosofia” nominata da Leopardi. Con questa tematica intendiamo indagare gli elementi poetici con i quali il pensiero deve fare i conti quando si trova di fronte a ciò che è da-pensare e – in pari tempo –appaiono insufficienti le categorie finora conosciute. L’esperienza poetica del pensiero, scrivevo nell’editoriale citato, coincide con il moto nascente della lingua. Perché? Perchè scopriamo che non c’è sostanziale diversità tra quella parola che stiamo ascoltando e il silenzio che assedia i bordi dell’essere. Ecco perché la poesia conduce all’ascolto di noi stessi ed è così vicina a ciò che siamo. Quella parola è la salvaguardia di ciò che la vita non dice, scrivevo. Perché? Perché è una parola “delebile”, sottratta alla coscienza per mettere in essere le cose, così come annuncia la pagina rilkiana: «Terra, non è questo ciò che vuoi, / invisibile risorgere in noi?». Solo in apparenza c’è in gioco esclusivamente la poesia. Arrischiandosi nella parola autentica, gli uomini rischiano di perdere o di trovare la propria essenza.
 
La rivista non è aperta solo alla poesia, ma anche alla prosa, quest’ultima comunque breve e, se comprendo bene, sempre di supporto al discorso poetico. D’altra parte c’è una stretta e permanente correlazione fra pensiero filosofico e creazione poetica; anzi, se mi consenti, direi che c’è la vocazione alla filosofia della poesia. Questo non mi sorprende, perché una rivista di ricerca necessariamente procede a graduali approfondimenti che sviluppano correnti o incisi di pensiero. Una domanda che può sembrare banale: perché non affrontare anche la narrativa, o questa si presta meno della poesia a continue innovazioni espressive, cioè è più statica?
 
È vero che in linea di massima il lavoro di ricerca di “Anterem” ha le sue fondamenta nella poesia, e in modo più specifico, nella grande poesia europea e in quella tradizione che tiene conto di tutti quei processi interiori dove positivo e negativo, ascesa e caduta, appropriazione e rinuncia convivono indissolubilmente. Non è forse vero che la scrittura è definita dall’azione simultanea di due movimenti di senso opposto? Ecco perché il poeta nomina un permanere che è anche un andare verso, perché la parola divenga ciò che è. Le “narrazioni” che noi proponiamo alla lettura prevalentemente si riferiscono proprio a questo “itinerario della parola nel testo” (come abbiamo titolato un fascicolo di molti anni fa). Ma non escludiamo racconti per così dire “tradizionali”, con i loro personaggi, le loro trame... Esempi sono le narrazioni recentissime di Yves Bonnefoy e Pascal Quignard, oppure quelle di Gabriella Drudi e Giacomo Bergamini... Per non parlare di un fascicolo interamente dedicato a “I romanzi”. Comunque, sì, la percentuale è minima rispetto alla poesia e alla prosa poetica. Prima accennavo alla grande tradizione europea e mi rendo conto che non posso lasciare la frase in sospeso così, senza aver fatto almeno qualche esempio. La ricerca alla quale mi riferisco è quella che ha le sue radici nella Grecia arcaica dei Nomothetes e si inoltra con decisione nell’aperto a cui conducono le strade tracciate da Arnaut (le sestine), Petrarca (Fragmenta), Scève, Ronsard (Sonnets pour Hélèn), Jodelle (i sonetti), Nerval, Jean de Sponde, Hölderlin, Rimbaud (Illuminations), Mallarmé, Rilke, Ungaretti, Char, Celan, Zanzotto. Una poesia che abbraccia, per riprendere una tua bella espressione, la vocazione alla filosofia della poesia.
 
E’ una domanda provocatoria, ma fino a un certo punto. Viviamo in un’epoca di materialismo sfrenato, dominata da bassi istinti, una sorta di oscurantismo che progressivamente ha addormentato le coscienze e ha facilitato la supremazia dell’apparire sull’essere. I sentimenti sembrano relegati a memorie preistoriche, la cultura viene vista come un pericolo e l’intellettuale è gradualmente emarginato; si è perso il ricordo del passato, si vive un illusorio presente e sembrano cadute le speranze per un futuro migliore. In questo contesto, secondo te, la poesia può avere un avvenire?
 
Come non essere d’accordo con quello che affermi? I tempi che viviamo sono più del calcolare che quelli del meditare. Anziché proteggere la sua felicità, l’uomo si dà un’esistenza pietrificata; via via s’infligge progressive mutilazioni. Di fronte all’economia della sopraffazione dell’uomo sull’uomo e contro la stasi dell’intelligenza si possono scegliere varie strade. Una la indica Cacciari quando, riferendosi ai neoliberisti, afferma che «dobbiamo essere infinitamente, radicalmente e coerentemente più globali di costoro». Cosa significa? Vuol dire ricominciare da ciò che resta della comunità originaria, dove trova dimora il linguaggio, dicendo a chi è vicino che «non è solo» e prendendo sul serio le proposte di libertà e di uguaglianza e di opportunità che la Rete e la Globalizzazione consentono. Che è un po’ quello che tu fai, Renzo, con il tuo sito e con le tue periodiche newsletter. Ricominciare da ciò che siamo e da come lavoriamo andando dal locale al globale, navigando tra le comunità della Rete e ritornare nella nostra comunità originaria ampliando con ciò che viene dalle altre diversità i fondamenti della nostra cultura locale, delle nostre tradizioni, della nostra lingua. Cercando di cambiare in senso a noi favorevole questo nostro vivere. Insomma, il disagio che ci opprime, se può essere scatenato da altri, è stato tuttavia da noi accolto senza troppe difese. E col tempo è divenuto quasi una forma di vita alla quale difficilmente sentiamo ora di poter rinunciare. Essere pensati da altri alleggerisce il peso della nostra esistenza. Questo è vero. Ma lo riteniamo anche giusto?
Partendo da queste considerazioni, torniamo alla poesia, perché vorrei rispondere compiutamente alla tua domanda: c’è un futuro per la poesia? Domanda alla quale io ne aggiungerei un’altra: c’è un futuro per l’essere umano? La risposta in entrambi i casi è sì, purché ci si riferisca agli esseri pensanti e alla poesia pensante.
La possibile definizione di essere pensante è questa: un essere che non si lascia pensare da un altro essere o da una macchina. E la poesia pensante? La possibile definizione di una poesia pensante è questa: una poesia che non si lascia pensare da un’altra istanza; una poesia che in qualche modo sia il prodotto di un’esposizione e di un ascolto nei confronti delle cose senza mediazione. E questo perché la parola non abbandoni totalmente l’inquietudine dell’enigma per la quiete della ragione. Infatti, per la parola poetica non si tratta di afferrare le cose, come vorrebbe la ragione, ma di incontrarle.
Nominando la cosa, la parola poetica le assegna il suo destino. Ma nel farlo paradossalmente scava un abisso tra sé e la parola della comunicazione. Scava un solco tra sé e lo spirito del tempo. Proprio questo solco ha caratterizzato la poesia dal momento in cui gli uomini sono passati dalle parole prime, originarie, alle parole riflesse. E finché gli uomini si accontenteranno delle parole riflesse sempre ci sarà la necessità che qualcuno, il poeta, ricordi loro – magari attraverso le pagine di una rivista – che la parola non è sono uno “strumento” ma anche una “forma di vita”, per citare, insieme, una tematica di “Anterem” e Wittgenstein. In questo compito è racchiuso il futuro della poesia.
 
Con questa risposta, ampiamente esauriente, a una domanda di carattere del tutto generale siamo tornati alla rivista “Anterem”, che è poi l’oggetto del nostro colloquio, con la speranza anche che queste apparenti divagazioni siano servite a dare almeno un’idea dell’impostazione e degli scopi della stessa. Quindi è un laboratorio di ricerca, mai ripetitivo, sulla poesia, un periodico che si potrebbe definire unico nel suo genere e che non si accontenta di essere solo letto, ma che esige un maggiore coinvolgimento, in quanto oggetto di studio.
Ora non resta che appagare la curiosità passando alla materialità della rivista e pertanto la domanda è questa: dove è possibile acquistare Anterem, come, quanto costa un numero ed eventualmente quant’è il prezzo di un abbonamento annuale?
 
Un numero costa 15,00 euro, ma data la tipologia della rivista sono pochi i lettori “occasionali”. Tutti coloro che ci seguono (studiosi, poeti, appassionati) scelgono di abboanrsi. In ciò siamo premiati, io credo, sia per la qualità dei testi che pubblichiamo, sia per la coerenza delle nostre proposte letterarie, ma anche per la regolarità con la quale la rivista viene pubblicata.
Prevediamo due forme di abbonamento. Entrambe sono biennali e molto vantaggiose.
La prima costa 50,00 euro e dà il diritto di ricevere con regolarità quattro numeri di “Anterem”.
La seconda costa 100,00 euro e prevede che insieme alla rivista vengano forniti per due anni tutti i libri pubblicati da Anterem Edizioni e tutti i libri di poesia editi da Cierre Grafica (complessivamente non meno di 20 volumi, oltre ai quattro numeri di “Anterem”).
 
Giusto il richiamo alla produzione della Anterem Edizioni, anche perché Anterem non è solo una rivista di ricerca letteraria, ma è anche una casa editrice, è pure un premio di poesia (Lorenzo Montano), è un centro di documentazione della poesia (presso la Biblioteca Civica di Verona, è un sito web (www.anteremeedizioni.it), è una biennale di poesia ( e ogni edizioni prevede eventi poetici, artistici e musicali). Quindi non è esagerato affermare che Anterem è una struttura dinamica culturale che si realizza in diverse forme partendo dall’idea originaria. Personalmente credo che la sua funzione finisca con l’essere divulgativa e contribuisca pertanto a una crescita di conoscenza di cui ci sia da essere fieri, soprattutto in un periodo quale l’attuale, oscuro, letargico e distopico.
Non so se questa lunga chiacchierata sia riuscita a rappresentare adeguatamente il valore della rivista, ma credo che almeno siamo riusciti a far sorgere una naturale curiosità per la stessa tale da indurre a cercare di leggerla, pur nella consapevolezza che l’approccio non sarà dei più facili; al riguardo ritengo opportuno precisare che il leggere non deve essere sempre solo uno svago, ma dovrebbe rappresentare l’occasione per un accrescimento culturale e a questo scopo Anterem è dedicata.
Ringrazio Flavio Ermini per la disponibilità dimostrata e lo saluto con l’augurio che questa sua creatura continui a crescere come nei suoi primi trent’anni.   
 
 
 Anterem 78
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 12:22 | link | commenti (20)
categorie: editoriale
sabato, 05 settembre 2009

Ars artis gratia: colloquio con Mara Faggioli

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Ars artis gratia: colloquio con Mara Faggioli
 
di Renzo Montagnoli
 
                      
 
 
Se prendiamo un dizionario della lingua italiana e cerchiamo la parola “arte”, troviamo più di una definizione, ma una penso che sia già un buon inizio per lo scopo che mi prefiggo: “L’opera dell’uomo contrapposta all’opera della natura.” Dal che si desume che alla base ci sia la creatività, cioè quella capacità di dare vita a qualche cosa di nuovo e allora si presenta nel caso specifico assai meglio quest’altra spiegazione: “ Attività umana diretta ad interpretare e a rappresentare, in varie forme e con vari mezzi, specialmente in opere con valore estetico, il mondo interiore ed esteriore, suscitando sensazioni e sentimenti”.
Infatti, non intendo discernere di un’invenzione, ma di poesia, narrativa, musica, pittura, scultura.
Le due definizioni però non si escludono, poiché la premessa necessaria perché esista la seconda è che si tratti di un’opera dell’intelletto umano.
Il fatto che susciti sensazioni e sentimenti non è però a mio avviso sufficiente, perché non tutte le poesie sono arte, non tutti i dipinti lo sono. E allora che cosa determina l’esistenza di un’opera d’arte, come può essere definita tale qualsiasi realizzazione umana?
Per rispondere, o cercare di rispondere a questa domanda, mi sono avvalso dell’aiuto di alcuni artisti che ho intervistato, con l’accortezza di scegliere quelli, alquanto rari, che si esprimono in diverse forme e modi. 
Non solo, però, perché onde evitare che le risposte fossero influenzate da fattori esterni, quali l’aspetto venale, ho cercato coloro per i quali l’arte è superiore a ogni cosa e quindi deve essere praticata solo per il piacere che essa apporta. Ecco quindi il titolo di questo editoriale “Ars artis gratia” che, tradotto, sarebbe appunto l’arte per l’arte.
Dico subito che ho trovato solo due artisti e di seguito riporto l’intervista al primo, a Mara Faggioli, preceduta, mi sembra logico, da una scheda.
 
Mara  Faggioli è nata a Firenze il 3 giugno 1950 e vive a Scandicci (FI).
Ha pubblicato “Dedicato a Lorenzo” (ovvero storia di un bambino dolce e tenero, molto amato, chiamato “Kom Ombo”) Ed. Helicon (2001) con prefazione di Neuro Bonifazi.
Nel 2004 ha pubblicato la raccolta poetica “Piuma Leggera”  - Ed. Masso delle Fate con saggio introduttivo di Vittorio Vettori, vincitrice del 1° premio  “FIORINO d’ORO”  al Premio Firenze-Europa ed al Premio “Città di Vienna”.
Dopo pochi mesi dalla pubblicazione è uscita la 1^ ristampa.  Parte dei proventi della vendita del libro sono stati devoluti ai Padri Missionari Comboniani per l’Ospedale St. Mary's Maternity di Khartoum (Sudan).
Fa parte della Giuria del Premio Letterario di Poesia “Eugenio Mazzinghi” e del Premio Letterario "Scrittori in erba".
Ha curato la prefazione alla commedia in vernacolo “Amleto i’ vinaio” di M.Recchia.
Collabora con la rivista d’arte”Pegaso”.
Soltanto da pochi  anni ha iniziato a partecipare ai  premi  letterari classificandosi al 1° posto in numerosi concorsi.
Nel 2003 è stata premiata presso la sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per il “Grand Prix de Poésie”.
Il Comitato del Premio Titano della Repubblica di S.Marino con il patrocinio dell’Interreligious and  International Federation for World Peace le ha conferito il titolo di “Promotore di una cultura di pace”.
Ha partecipato al progetto, coordinato dal Prof.L.Locanto di “Educazione alla lettura ed alla poesia” per gli studenti della Scuola Media Garibaldi-Matteucci di Campi Bisenzio.
Membro permanente dell’Accademia Culturale Le Tre Castella della Repubblica di S.Marino.
La Commissione Nazionale Italiana dell’UNESCO  ha inserito le sue poesie nel sito web della “Babele poetica” in occasione delle giornate mondiali della poesia 2003 e 2004.
Alcune sue poesie sono state tradotte in francese, inglese, polacco, russo, greco e rumeno e pubblicate in Romania nella rivista d’arte Lamura.
E’ inserita nel “Dizionario degli Autori Italiani del Secondo Novecento”, “Donne in arte”, “Letteratura Italiana dal Secondo Novecento ad oggi”, “Arte e pensiero”, “Pegaso”, “Canzoniere d’amore”, “Atlante Letterario Italiano”, “Le donne:  la storia, le storie” realizzato da Auser-Coop, “Poesia e Musica”, “Poeti e Poesie della Toscana”, “Scrivere” ed in varie antologie e riviste letterarie e d’arte.
E’ impegnata in attività “no-profit” in ambito culturale e sociale.
Come scultrice ha partecipato a varie mostre personale e collettive in Italia
ed all’estero. Ha ricevuto il “FIORINO d’ARGENTO”  per la   SCULTURA alla XXV Ed. del Premio Firenze-Europa; il 1° PREMIO  alla  1^ Ed.Concorso Naz.le di Pittura, Scultura e Poesia “Città di Montecatini”;   il 2° PREMIO  alla  2° Ed. del suddetto Concorso; segnalazione di merito alla 12^ Ed. Concorso Nazionale di Pittura, Grafica e Scultura “G.Gronchi” di Pontedera; segnalazione di merito al Concorso di Pittura e Scultura "Piccolo Formato" La Tavolozza di Pontedera.
Di particolare rilievo internazionale la Mostra itinerante del Comitato Promotore della Pietra Lavorata del Comune di Castel S.Niccolò “Omaggio a Francesco” allestita nella Chiesa delle Stimmate a Roma, nella Cripta della Basilica di  S.Croce a Firenze, nella  Basilica di S.Francesco ad Arezzo, al Santuario della Verna, nel  Palazzo Chigi di S.Quirico d’Orcia, nella Basilica di S.Francesco a Pisa, nella Chiesa di S.Andrea a Montevarchi, nella Basilica Superiore di S.Francesco ad Assisi, nella Basilica di S.Francesco a Cracovia (Polonia).
E’ stato pubblicato un catalogo con la presentazione del Prof. Antonio Paolucci.
Su invito del “Comité de Jumelage” di Pantin (Parigi) ha fatto parte della Delegazione del Centro d’Arte Modigliani di Scandicci partecipando all’VIII Mostra di Arte Contemporanea italo-franco-russa a Pantin (Parigi) sia come poetessa che come scultrice.
Sue opere di scultura sono  state scelte per la copertina del libro di poesie “Adiacenze e lontananze” di Ninnj Di Stefano Busà, Presidente per la Lombardia dell’Unione Italiana Scrittori e per l'Antologia del Concorso Letterario Internazionale Titano 2008 della Repubblica di San Marino.
Sue sculture si trovano in collezioni private in  Italia, Germania e Canada, in permanenza presso i Comuni di Firenze, Montelupo F.no, Greve in Chianti, Castel S.Niccolò, Colonna (Roma) e presso la Basilica Superiore di S.Francesco ad Assisi.
 
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Intervista a Mara Faggioli.
 
 
L’arte solo per l’arte stessa, senza preoccuparsi di eventuali ritorni economici, ma per il piacere di esprimersi e di realizzare se stessi.
Indubbiamente per te, che scrivi poesie, che crei sculture e dipinti, l’arte è importantissima, è vita, ma vorrei sapere che cos’è l’arte e cosa rappresenta, almeno nel tuo caso. Ce lo vuoi dire?
 
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 Penso che nella domanda ci sia già la risposta: “è vita”. Per me è una necessità della vita stessa, un bisogno spesso irrefrenabile e prorompente, un’esigenza alla quale non riesco a rinunciare.
E’ una gioia interiore profonda – sempre - ed è luce nei momenti tristi dell’esistenza.
E’ una passione che travolge e sconvolge come una passione d’amore e, come tale, può donare immenso piacere ma anche inquietudine ed ansia, tormento ed estasi.
Qualche volta, infatti, mi accade di provare queste sensazioni specialmente nelle prime fasi della realizzazione di un’opera, sia essa pittorica, scultorea o poetica, perché il desiderio pressante e urgente   di poter vedere “l’idea” trasformarsi in “opera” mi crea una sensazione di ansia dolorosa, un tormento, ma nello stesso tempo mi infonde una forza impetuosa capace di aiutarmi a realizzare il mio progetto. 
Quest’ansia, poi, lascia uno spazio ancora maggiore per contenere la profonda   gioia e   l’ incontenibile esultanza che provo quando l’opera è terminata e posso, finalmente, guardarla o toccarla e carezzarla, se trattasi di scultura, o leggerla e ri-leggerla se trattasi di poesia. C’è una sorta di innamoramento con l’opera finita e spesso mi torna alla mente il mito di Pigmalione così innamorato della sua scultura Galatea fino al punto di chiedere ad Afrodite di trasformarla in creatura umana.
Tengo a precisare che spesso, comunque, non sono soddisfatta di ciò che ho realizzato e in questi casi una sensazione di sofferenza s’impossessa di me ma nello stesso tempo è anche uno stimolo per cercare di migliorarmi.
Non riesco più ad immaginare la mia vita senza queste espressioni artistiche, indispensabili per me come l’aria che respiro.
Qualche volta, per motivi familiari, ho dovuto interrompere per alcuni periodi queste attività e la sofferenza profonda che m’invadeva si trasformava anche in un malessere fisico oltre che psicologico.
Affondare le mani nell’argilla e vedere la terra trasformarsi nell’idea che meditavo, è per me una sensazione di grande appagamento.
Voglio precisare che non ho mai scritto una poesia pensando che avrei potuto pubblicare un libro, ho sempre scritto, e scrivo, unicamente quando il mio cuore ha qualche emozione da suggerirmi. Così, pure, non ho mai realizzato una scultura, o un dipinto, pensando al facile approdo alle mode ma, bensì, facendo ciò che sentivo come una necessità, come un bisogno insopprimibile, qualche volta andando anche controcorrente, spesso come strumento per lanciare dei messaggi di solidarietà, di fratellanza, di pace.
L’arte deve essere anche questo.
Picasso diceva che “l’arte è una menzogna che ci aiuta a comprendere la verità”.
L’arte è come un’onda benefica che mi travolge e mi porta lontano in mondi sempre nuovi e sconosciuti.
 
 
Secondo te, che caratteristiche deve avere un’opera per essere definita artistica? In pratica, ti chiedo che cosa contraddistingue un’opera d’arte da un qualsiasi lavoro creativo, magari anche gradevole.
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Domanda difficile alla quale molti filosofi hanno dato risposte in merito anche se, certamente, il concetto di “arte” è variato nel corso dei secoli.
Penso che sia necessario premettere che le Accademie di Belle Arti sono delle grandi fucine dalle quali escono persone che sanno fare opere di alto livello ma non tutti, comunque, diventeranno artisti e riusciranno a creare opere d’arte, nonostante la capacità e la perfezione tecnica acquisita. Questo dimostra che un lavoro creativo, anche se tecnicamente perfetto e   capace di trasmettere dei significati profondi non sempre potrà diventare “opera d’arte”.
Comunque, nonostante mi senta inadeguata a rispondere a questa domanda, a mio modesto parere, ritengo che un’opera, per definirsi “d’arte”, deve poter riuscire ad attraversare i tempi e la storia e vibrare sempre della stessa luce anche in epoche diverse. 
In conseguenza di ciò, penso sia impossibile per un contemporaneo stabilire la vera “opera d’arte”.
Insomma: “Ai posteri l’ardua sentenza!”.
 
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Indubbiamente un’opera d’arte, in quanto tale, è senza tempo, nel senso che mantiene inalterato il suo fascino nei secoli. Ciò che normalmente si esprime in un soggetto che guarda un quadro, una scultura è un senso di bellezza. Quindi nell’arte risiede la bellezza, ma intesa non solo come perfezione, bensì come sensazione di appagamento, e non solo estetico, in chi la osserva.
Secondo te, quindi, l’arte significa anche bellezza? E se sì, cos’è per te, in assoluto, la bellezza?
 
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L’arte è bellezza ma non sempre, necessariamente, deve essere “bellezza”, basta pensare al dipinto “L’urlo” di Edvard Munch, un’opera che trasmette una profonda sensazione di angoscia ma, proprio per questo, ha un grande valore di comunicazione.
Altro esempio è “Guernica” di Picasso, un dipinto di grande drammaticità dove emergono evidenti la sofferenza, il dolore, il dramma delle guerre.
Quindi, possono esserci infinite opere d’arte di enorme forza evocativa e di grande comunicazione, pur non rappresentando e non rientrando nel canone di bellezza che può provocare nel fruitore la cosiddetta “sindrome di Stendhal”.
Tale sindrome può colpire di fronte a opere d’arte di straordinario incanto e sta a indicare quanto la bellezza, in persone particolarmente sensibili, possa creare un coinvolgimento emotivo così intenso e profondo tale da procurare malori e allucinazioni.
Credo sia impossibile, comunque, definire il concetto di bellezza e condivido il pensiero di David Hume “la bellezza delle cose esiste nella mente di chi le osserva” e, quindi è sempre una sensazione soggettiva oltre al fatto che i canoni della bellezza nell’arte sono cambiati nel corso dei secoli. Per me può essere rappresentata dall’armonia ma può anche variare  in conseguenza dei miei stati d’animo. Infatti, posso visitare una città o guardare un’opera d’arte e trovarle di una bellezza straordinaria perché il mio animo in quel momento è ben disposto ad ammirarle con cuore, mente e occhi innamorati. Mentre, in altre circostanze, posso apprezzare la stessa città o la stessa opera d’arte ma non provare quel profondo coinvolgimento che si traduce in una completa estasi.
Ecco, forse, la bellezza è proprio “estasi”.
 
 
Nell’arte il talento, se pur premessa indispensabile, non basta, ma occorre applicazione, e questo in qualsiasi campo. Tu scrivi poesie, dipingi e scolpisci, il che non è proprio poco. Hai fatto degli studi particolari, anche da autodidatta, per arrivare a questo?
 
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Purtroppo non ho frequentato scuole d’arte e la mancanza di studi specifici mi ha costantemente afflitta, rendendomi anche cosciente della carenza nel mio bagaglio culturale e artistico.
Ho studiato da sola, forse anche in modo confuso, ma sempre con grande tenacia e passione sapendo che il mio percorso sarebbe stato più difficile e tortuoso.
Ho partecipato a dei brevi corsi artistici e ho avuto, e ho tuttora, la gioia e la fortuna di poter frequentare lo studio di Amalia Ciardi Duprè, scultrice di grande talento, tra i nomi più significativi nel panorama artistico contemporaneo, artista dotata, oltre che di un indiscutibile talento, di una forte, prorompente sensibilità e di una grande spiritualità.
Il suo sostegno ed i suoi generosi suggerimenti mi sono stati di grande aiuto nel difficile percorso della scultura.
Credo, comunque, che sia sempre necessaria una grande volontà e determinazione perché, in mancanza di esse, ogni sforzo può divenire vano.
 
 
Ogni artista ha sempre presente, come un sogno, un’opera che desidererebbe realizzare e che rappresenterebbe l’apice di tutte le sue capacità e possibilità. Potremmo definirla anche il suo capolavoro, l’esempio della sua più grande espressione artistica. Spesso, poi, per motivi vari resta solo un sogno. Il tuo qual è? E’ ovvio che può riguardare sia la poesia che la pittura e la scultura.
 
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Premetto che nella mia vita ho sempre avuto, e ho tuttora, molti sogni. Alcuni si sono realizzati, altri no, ma non potrei vivere senza sogni. Anche nelle poesie del mio libro “Piuma Leggera” ricorre spesso la parola “sogno”. In questo libro, che ho dedicato al mio nipotino, ho scritto proprio questa dedica: “Al mio dolcissimo e tenero nipotino Marco perché abbia sempre sogni nuovi nel cuore”. Mi è sembrato l’augurio più grande che potevo fargli per la sua vita.
Ritengo, pertanto, che l’essere umano debba avere sempre dei sogni, sia in campo artistico e non, se vuole vivere e non lasciarsi vivere.
Don Mazzi ha detto che “…vivere una vita senza sogni è come viverla con le pile scariche”. In questa battuta ironica è nascosta una grande verità.
Riguardo ai miei sogni in campo artistico, vorrei prima citare una poesia che amo molto di Nazim Hikmet e che spesso mi torna alla mente:
 
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.
 
Ecco, il mio desiderio è proprio questo: avere ancora da scrivere la mia più bella poesia. Voglio sperare che la Musa Erato non mi abbandoni e continui a suggerirmi altri versi, voglio sperare di avere ancora giorni, tempo e creatività per creare la mia opera più bella, sia essa poetica, scultorea o pittorica.
E guai al momento in cui credessi di aver raggiunto l’apice: avrei finito di fare tutto.
Ma, frugando nel cassetto dei sogni, ne ho trovato uno abbracciato alla mia scultura dal titolo “Solidarietà”: mi piacerebbe donarla a un’amministrazione comunale per la collocazione in un luogo pubblico, una piazza o anche in una rotonda all’ingresso di un paesino perché ritengo significativo il   messaggio che trasmette. 
Forse, chissà, un giorno…….
 
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Grazie, Mara, e auguri per le tue passioni artistiche.
 
 
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N.B.: le immagini presenti in questo articolo sono relative a opere realizzate da Mara Faggioli, tutte esposte nella personale tenutasi in Firenze al Palazzo del Podestà dal 9 al 24 maggio del corrente anno.
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 19:42 | link | commenti (56)
categorie: editoriale
domenica, 16 agosto 2009

Riso amaro – lettera di un italiano al popolo leghista, di Sergio Sozi

A sapere di certe incresciose esternazioni di alcuni esponenti leghisti reagisco - io che sono lombardo – sentendomi più italiano.
E' del tutto inconcepibile che gente che siede in un parlamento quasi deligittimato per l'incapacità, l'inettitudine e la cialtroneria di quasi tutti i suoi componenti proclami e strombazzi secessioni o slogan del tipo <<Roma ladrona>>. Questi signori sputano nel piatto dove mangiano, fanno leggi insensate sulla sicurezza e sull'immigrazione, vogliono un federalismo fiscale senza sapere a priori i costi e come sarà attuato.
E' per questo che pubblico volentieri questo pacato, ma fermo articolo-lettera di Sergio Sozi.
                                   Renzo Montagnoli
 
 
Riso amaro
 
Riso amaro – lettera di un italiano al popolo leghista
 
 
 
Cari amici leghisti,
 
spero che non vi sia sfuggito, il 7 agosto scorso, il magnifico corsivo del professor Claudio Magris, apparso sul Corriere della Sera per caldeggiare come meritano le ultime sortite di Bossi e soci riguardanti il Tricolore, l'Inno di Mameli ed altri nostri simboli nazionali, creati con la lotta con l'amore e con le idee (cioè con tutto quel che manca oggi in Italia, specialmente a chi sostenga determinate forze politiche).
Per farmi capire da chi non l'abbia letto, dirò che l'articolo era causticamente rivolto al Ministro della Pubblica Istruzione, al quale lo scrittore triestino si rivolgeva per chiedergli di adeguare all'idea federalista anche i programmi scolastici di Letteratura italiana, poiché, cito l'illustre germanista, ''La letteratura dovrebbe ad esempio essere insegnata soltanto su base regionale: nel Veneto, Dante, Leopardi, Manzoni, Svevo, Verga devono essere assolutamente sostituiti dalla conoscenza approfondita del Moroso de la nona di Giacinto Gallina e questo vale per ogni regione, provincia, comune, frazione e rione''.
In poche parole: erano mesi che non ridevo tanto di gusto – seppur amaramente perché mentre ridevo pensavo anche che ci sono degli italiani ai quali le posizioni leghiste piacciono sul serio… ed ancor più amaramente perché la libertà di offendere la Patria nei suoi migliori sentimenti non è libertà ma prevaricazione, schiaffo, vilipendio, sberleffo in faccia a tutti noi e alla nostra Storia. E anch'io, come Magris, non sono fra quelli che si facciano tranquillamente prendere a calci nel didietro dal primo squilibrato che ottenga il sostegno di qualche altro suo simile, e dunque venga legalizzato a insultare chicchessia (a maggior ragione perché in questo caso si colpisce l'intera Nazione del 2009 e si ridicolizzano gli sforzi compiuti dai nostri avi ottocenteschi per liberarsi dagli invasori stranieri e dai tiranni locali. Infatti, per esempio, se qualcuno ti dice ''Figlio di p...'', costui offende sia te che tua madre, giusto? Analogamente screditare e sminuire il Tricolore, i suoi significati profondi e chi l'ha creato, equivale ad offendere me, te, tutti noi italiani del 2009).
Dunque qui si parla di una minoranza di gente italiana abituata ad offendere noi italiani ed abituata anche a non ricevere altrettanti insulti da parte dei bersagli delle proprie invettive. Sarei perciò seriamente tentato di rispondere, una tantum, con brutalità alla brutalità (l'autodifesa è cosa permessa, oltre che naturale); tuttavia le mie personali convinzioni morali (sono cattolico) e il mio doppio status di cittadino italiano (in primis) ed europeo (dopo) mi impongono di reagire civilmente, cioè argomentando. Pertanto sono qui per argomentare e questo farò, ma senza peli sulla lingua, né usando raffinatezze letterarie come il professor Magris – che ammiro incondizionatamente ma non imito poiché considero il livello culturale ed umano dei miei interlocutori non tale da meritare particolari riguardi (insomma, ora scelgo di adeguarmi allo stile linguistico asciutto ed esplicito degli amici ai quali dedico questa lettera aperta).
 
Allora.
 
Prima di tutto mi considero offeso dal fatto che i deputati e i senatori della Lega Nord (unici fra tutti) si permettano di andare a Montecitorio, Palazzo Madama o Palazzo Chigi, esponendo normalmente dei simboli del loro Partito (cravatte o fazzoletti verdi) e mi stupisco che tale disdicevole sfoggio venga permesso dall'Assemblea e dalle Leggi dello Stato. Questa esibizione infatti, oltre che comportamento da bancarellari e venditori di pesce alquanto americanizzati, è uno sfregio al Parlamento tutto, dunque anche a me che ne voto i rappresentanti (altri rappresentanti dai vostri, ma che spero siano degni di eguale rispetto da parte vostra, amici leghisti italiani).
 
In secondo luogo, osservo i Paesi nei quali vige già da secoli uno statuto federale e noto quanto segue, pertando facendo qualche paragone con l'Italia:
 
1) In Germania, Stati Uniti e Svizzera, l'Inno Nazionale resta solo quello federale e per giunta quei popoli hanno un contegnoso e affettuoso rispetto verso tutti i simboli del loro Stato (bandiera a stelle e strisce, rossa con la croce bianca o a bande nera rossa e gialla che siano). Mai un cittadino svizzero direbbe, e nemmeno penserebbe, di infischiarsene del vessillo federale e di riconoscere solo i simboli del suo Cantone (e dire che parlano quattro lingue diversissime!), né un normale statunitense disprezzerebbe mai le sue stelle e strisce per onorare la bandiera, mettiamo, della California. Questo perché la gente civile e di normale intelligenza ha capito, lì, da secoli, che l'unione fa la forza e che gli aspetti che hanno in comune sono più numerosi delle differenze regionali – dato di fatto, quest'ultimo, identico anche in Italia, dove tutti siamo ormai talmente mescolati che resta artificioso trovare vere abissali differenze tra un torinese e un siciliano. Inoltre, i popoli di quegli Stati rispettano e stimano (quasi religiosamente, direi) i loro antenati che crearono Bandiera, Costituzione e Inno.
 
2) I ministri di quei Paesi, come d'altronde i nostri, all'atto ufficiale di assunzione dell'incarico governativo giurano fedeltà alle Istituzioni federali, che essi hanno il dovere di servire senza riguardi per il proprio Länder o Cantone o Stato. Lo stesso vale per i senatori e/o i deputati di Washington, Berlino e Berna.
Ora mi chiedo: perché a Roma noi italiani, invece, dobbiamo sopportare una squadra di leghisti che giura in un modo e agisce in un altro diametralmente opposto, anzi in netto contrasto con quanto solennemente promesso davanti al popolo italiano tutto? O si è Partito o si è Movimento, non si può permettere che un Partito nazionale si comporti come un Movimento locale privo di rappresentanti in Parlamento. Insomma: o l'uno o l'altro, per favore. Un qualsiasi giuramento è una cosa seria, non una barzelletta: se la Repubblica e la Costituzione italiana non vi piacciono, non andate in Parlamento, no?
 
3) L'autonomia amministrativa e in buona parte anche legiferativa che in Italia abbiamo da decenni (grazie ad una equilibrata politica del Governo centrale), permette alle nostre cinque Regioni autonome di trattenere per sé una buona parte delle imposte versate dalla cittadinanza locale. Nondimeno, notiamo l'ampliarsi dei poteri di Consigli e Giunte Regionali anche presso le Regioni a Statuto Ordinario. Inoltre, vediamo i Sindaci sfruttare a fondo il proprio incrementato potere sul territorio emettendo ordinanze che spesso vanno ben oltre i limiti dei diritti democratici garantiti dalla Costituzione italiana (vietato sedersi per più di dieci minuti sulle panchine pubbliche?! Vietato fare un pisolino sdraiati su un prato?! Vietato consumare panini per strada?!).
Sono certo che tutto ciò sia intollerabile per un comune cittadino tedesco o elvetico e so che la polizia nazionale, in quegli Stati, fa rispettare efficacemente, in tema di ordine pubblico, le norme federali, che prevedono già dei limiti al comportamento individuale in tutta la Germania o la Confederazione Elvetica.
In soldoni: se putacaso a Firenze c'è il problema dei non fiorentini che insudiciano le aiuole, è da stolti vietare le aiuole a tutti, bisognerebbe piuttosto, credo, fare così: metter cartelli dappertutto con elencate le norme dello Stato e/o comunali per un corretto uso degli spazi pubblici e parallelamente mandare la polizia, Locale e/o di Stato, in giro per i parchi a sanzionare severamente chi contravviene a tali norme (insomma: che sia permesso l'uso degli spazi pubblici ma non l'abuso: farsi una pennichella di un'ora è uso, dormire sulle panchine per tre notti di seguito è un abuso); se a Napoli, mettiamo, succede che degli stranieri infastidiscono le ragazze, non possiamo mica fare la multa a chiunque cammini abbracciato alla fidanzata, dobbiamo invece promuovere incessanti campagne pubbliche (scuola, tv, giornali, manifesti, radio, ecc.) di civiltà interrelazionale. E anche a scuola l'Educazione Civica deve tornare ad essere insegnata con frequenza, così trasmettendo a tutti, in primis, le norme previste dalla Costituzione, oltre alle altre Leggi dello Stato e ai criteri che il buonsenso indica per una piacevole convivenza in Italia. Altrimenti, procedendo come Lega vuole, non cambierà nulla, ne sono sicuro, anzi si provocheranno ulteriori malumori e attriti nella cittadinanza, sia italiana che straniera.
 
4) Oggi anche in Germania, come da noi, esiste uno squilibrio economico, con aree povere del Paese ed aree ricche – parlo dell'ex Germania Est e della Ovest – ma Berlino come sta muovendosi per ricompattare il Paese e livellare in senso migliorativo le disponibilità economiche e lo sviluppo delle attività produttive? Ovvio: lo Stato federale sta investendo nelle aree depresse per stimolarne la crescita aziendale (esenzioni e grossi sgravi fiscali, finanziamenti a fondo perduto per le nuove aziende, sussidi varii, risanamento ambientale ed edilizio che porti aziende dei Länder occidentali a trasferirsi ad Est assumendo la popolazione locale, ecc.). E da noi? Da noi esiste tutt'ora una egoistica e gretta disonestà diffusa nazionalmente che non permette tali provvedimenti, questo è reale e incontrovertibile: i soldi dei finanziamenti pubblici dati a fondo perduto vengono solo intascati da loschi figuri che non creano occupazione stabile e spesso neanche temporanea, approfittando anche dell'assenza di serie verifiche statali. Ma la soluzione a questo annoso problema etico-morale non è quella di eliminare i finanziamenti statali, no: l'unica soluzione è quella di convincere gli italiani tutti che il detto latino ''mors tua, vita mea'' è falso e controproducente a partire dagli individui stessi, perché la disonestà crea solo disonestà e malessere economico diffuso, cioè insicurezza nelle strade per via dell'aumento di disoccupati e di disperati che finiscono col delinquere. Chi si mangia i soldi pubblici, incrementa la propria insicurezza, dà una mano ai criminali che prima o poi lo rapineranno o uccideranno per una manciata di euro. Insomma: l'onestà è conveniente per gli onesti stessi, non è cosa da fessi!
 
5) La questione dell'ingresso degli extracomunitari in Italia.
Anche qui, adeguiamoci ai Paesi civili! Servono una maggior presenza numerica di Polizia, Guardia di Finanza e Carabinieri sul territorio nazionale e dei continui controlli alle frontiere marittime e terrestri. Le Leggi dovrebbero prevedere l'identificazione certa e veloce (massimo in quindici giorni) di tutti i cittadini extracomunitari presi ad entrare clandestinamente nel Paese, i quali, durante queste due settimane, dovrebbero essere alloggiati in appositi (e dignitosi) centri sorvegliati dalla Forza Pubblica. In caso di impossibilità d'identificazione, si fanno dei begli autobus e li si riaccompagna alla frontiera più vicina col foglio di via obbligatorio (e se rientrano in Italia, li si manda in galera). Ma va fatta una cernita: lo Stato dovrebbe accogliere e mantenere provvisoriamente i rifugiati politici o per motivi religiosi, parallelamente aiutandoli a trovare un lavoro in Italia – servono dunque corsi statali di lingua italiana e uffici di collocamento pubblici perfettamente funzionanti anche per questi scopi.
I non rifugiati, invece, cioè chi viene in Italia solo per cercare lavoro ossia la stragrande maggioranza degli extracomunitari, dovrebbero essere, all'atto dell'identificazione, muniti di permesso di soggiorno temporaneo (mettiamo di un anno) e di tesserino per l'assistenza sanitaria gratuita, oltre che indirizzati al più vicino ufficio di collocamento statale, dove dovrebbe esser presente del personale capace di parlare almeno il francese e l'inglese e dove non dovrebbero mancare occasioni di contatto con imprenditori e altri alla ricerca di personale. Entro un mese il cittadino extracomunitario dovrà inoltre comunicare obbligatoriamente alle Autorità preposte il proprio domicilio di residenza, numero telefonico ed indirizzo email, affinché l'ufficio di collocamento lo possa contattare per comunicargli delle offerte di impiego. Al terzo rifiuto di un'offerta d'impiego, deve scattare l'immediata espulsione del soggetto. Dopo un anno, poi, si verificano le condizioni del cittadino extracomunitario e, in caso di sua ancor mancante sistemazione, si prendono ulteriori provvedimenti. Così avviene, pressappoco, nell'Europa Centro-Settentrionale. Così dovrebbe avvenire da noi, se ci fosse uno Stato forte che seguisse ed aiutasse i cittadini sistematicamente e con ordine, affinché il crimine, la mafiosità individuale e il disinvolto rampantismo degli imprenditori disonesti non abbiano la meglio sulla Costituzione e su di uno Stato civile, serio, rigoroso e soprattutto onesto. Uno Stato che porti magari, anche, dagli attuali venticinquemila a cinquemila euro al mese lo stipendio dei suoi Onorevoli e che combatta veramente l'evasione fiscale, non per finta come avviene oggi.
 
A stringere, io penso che le soluzioni per i nostri vecchi-attuali problemi siano possibili solo con un rafforzamento dello Stato, non continuando nell'attuale politica di arretramento delle Istituzioni davanti ai privati e agli Enti Locali. Lo Stato non è una azienda, dunque deve esser gestito con criteri diversi da quelli dell'economia di mercato, ma con uguale anzi maggiore onestà di fondo. Allo Stato, solo ed esclusivamente ad esso, spetta e compete la salvaguardia e la promozione di un'etica repubblicana fra i cittadini tutti. Sono dunque sicuro che solamente una lotta forte lunga e continuativa contro l'illegalità e contro i comportamenti mafiosi e disonesti potrà migliorare e rafforzare la nostra Nazione. In Italia mancano, poi, delle strutture assistenziali pubbliche di fondamentale importanza come gli uffici di collocamento, mancano funzionari che controllino a tappeto il rispetto delle norme sul lavoro (gli ispettori del lavoro sono troppo pochi e sottoutilizzati) e che verifichino il versamento delle imposte (pochi finanzieri). Mancano inoltre le carceri (costruiamole, dunque, che si aspetta, il tracollo?!) e gli ospedali sono stati centralizzati creando enormi problemi aggiuntivi rispetto a quando si decentravano le strutture nosocomiali (la sanità sí che va decentrata, per servire meglio il cittadino, altro che Senato federale!).
 
E non è ancora tutto: ho espresso solo l'abbiccì della mia profonda, umana, istintiva e razionale avversione alle idee leghiste, secessioniste, autonomiste e federaliste. Ne riparleremo presto.
 
Sergio Sozi, cittadino italiano
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:07 | link | commenti (50)
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domenica, 26 luglio 2009

Una nuova rivista specializzata nel fantastico: IF – Rivista dell’Insolito e del Fantastico, a cura di Renzo Montagnoli.

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Una nuova rivista specializzata nel fantastico: IF – Rivista dell’Insolito e del Fantastico
 
              a cura di Renzo Montagnoli
 
 
L’editore Marco Solfanelli, dopo aver dato vita a una rivista culturale come Il Filo d’Arianna, ha deciso di creare un periodico per gli appassionati del genere fantastico, affidandone la direzione al Prof. Carlo Bordoni, autore di saggi in materia e di romanzi ucronici.
Quando penso a questo genere, che registra un successo costante e crescente ormai da molti anni, la mia mente corre a nomi che tanto hanno contribuito a ottenere questo risultato.
E così ricordo Mary Shelley, Bram Stoker, Giulio Verne, H.G. Wells, Isaac Asimov, Ray Bradbury, Tolkien, Edgard Allan Poe, Stephen King, solo per citarne alcuni.
Il mio auspicio è che questa rivista possa condurre per mano il lettore nel meraviglioso mondo della fantasia, arricchendolo altresì culturalmente.
Le premesse ci sono, viste anche la capacità di Carlo Bordoni, ma dato che l’uscita del primo numero è prevista a settembre ho ritenuto opportuno saperne qualche cosa di più proprio dal suo direttore e di seguito pertanto riporto l’intervista che gli ho fatto di recente.
 
 
Fa sempre piacere che in campo letterario appaia qualche cosa di nuovo, come questa rivista dedicata a un genere, il fantastico, quanto mai variegato e che è sempre in auge. Di questo va dato merito all’editore Solfanelli che, già con Il Filo d’Arianna, periodico più dedicato alla letteratura in genere, intende diffondere quell’immenso e indispensabile patrimonio che è la cultura. Ci puoi parlare di questa rivista, di prossima uscita, e dei suoi obiettivi?
 
Si sentiva la mancanza di una rivista sul fantastico! Abbiamo una tradizione amplissima su questi temi, dalla fantascienza al noir, ma nessuna rivista specializzata che li raccolga tutti attorno al nucleo fondamentale della letteratura non-mimetica. IF intende colmare questa lacuna e si propone di farlo con una serie di numeri monografici dedicati, di volta in volta, ad argomenti di grande interesse. Per i primi quattro numeri, corrispondenti al primo anno di vita della rivista, i temi saranno: Robot e androidi, Oltretomba, Ucronia, Altrimondi. Ma, com’è facile immaginare, di occasioni ce ne saranno moltissime, in grado di soddisfare tutti i palati.
IF ha già raccolto l’entusiastica collaborazione di molti studiosi del genere, di appassionati e di autori, tanto che è stato facilissimo confezionare il primo numero, al momento già in stampa, con una copertina originale di Franco Brambilla e il logo disegnato da Piero Orsi.
Sarà disponibile già dalla fine del mese di luglio (anche se porterà la data di settembre), giusto in tempo per essere gustato durante le vacanze estive. Ma già si lavora al prossimo numero, dove – tra le altre cose – ci sarà uno scioccante racconto del grande Robert Bloch.
 
Sarà quindi variamente strutturato, fermo restando ogni numero legato a un tema, o comunque a uno dei molteplici generi del fantastico. Immagino che saranno presenti saggi, recensioni, interviste e anche racconti. Mi sembra che questo primo numero comprenda anche un articolo di Giuseppe Panella, di cui ho recentemente letto un bellissimo saggio su Zola e la scrittura sperimentale. Esistono dei collaboratori fissi, cioè una vera e propria redazione, oppure si ricorre a esterni, oppure ancora agli uni e agli altri?
 
Non c’è ancora una vera redazione, ma già si delinea un gruppo di collaboratori fissi che hanno subito accettato di scrivere per IF, tra cui appunto Giuseppe Panella, Riccardo Gramantieri, Domenico Gallo, Alessandro Vietti, Claudio Asciuti e altri. Si sta formando un bel gruppo, ne sono contento. Tuttavia la collaborazione è aperta a tutti. Pensa che questo ha avuto origine dalla richiesta della Treccani Terzo Millennio di scrivere la voce “Romanzo di consumo”: mi sono riavvicinato  al fantastico (dopo anni di dedizione quasi esclusiva alla sociologia) e, nel fare il punto sulla produzione di genere (fantastico, horror, fantascienza, rosa, giallo, noir, ecc.), mi sono reso conto dell’enorme interesse che esercitava. Un po’ un ritorno a casa, insomma…
 
Questo primo numero è dedicato ai Robot e agli Androidi e, se non vado errato, c’è un tuo articolo su Karel ÄŒapek, l’inventore in letteratura del termine robot che utilizza nel suo dramma R.U.R. (Rossum’s Universal Robots), cioè un essere esclusivamente meccanico che riproduce le fattezze umane. Ma che differenza c’è allora con l’androide, di cui rammento il bellissimo Blade Runner di Dick?
 
Nel linguaggio comune, “robot” è termine generico per indicare un automa, cioè una macchina capace di svolgere un lavoro o una funzione secondo un programma specifico; “androide” è più precisamente un automa che riproduce le fattezze umane e può essere anche molto sofisticato, al punto da non risultare facilmente distinguibile dall’uomo, proprio come in Dick. Nel testo di ÄŒapek, ci troviamo di fronte a veri e propri androidi che non sono fatti di ingranaggi meccanici e valvole termoioniche, ma di carne e sangue. Ciò non toglie che l’Autore abbia utilizzato il termine “robot” per indicare tutti gli esseri artificiali da adibire al lavoro.
 
È possibile conoscere il sommario del primo numero in anteprima?
 
Nel primo numero di If, dedicato al tema "Robot e Androidi", ci saranno saggi di Domenico Gallo (Lunga vita alla nuova carne), Riccardo Gramantieri (La letteratura cyborg di Burroughs e Acker), Giuseppe Panella (Sulla tecnologia e il suo feticcio. Ipotesi su Crichton), Alessandro Vietti (Isaac Asimov e le leggi della robotica), Francesco Galluzzi (Robot e spettri in Fritz Lang) e il mio su Karel ÄŒapek (Il primo robot non si scorda mai), già citato.
Nella sezione narrativa: Renato Pestriniero (A sua immagine e somiglianza), Andrea Coco (Scrivete a Donna Cibernetica), Alessandro Vietti (Daneel), Vincenzo Bosica (Capsule).
E poi Diego Zandel (Intervista a J. Gomez Jurado), una rassegna su J. G. Ballard, un ricordo di Franco Fossati  con un articolo sul fantastico a fumetti e infine numerose recensioni di Claudio Asciuti, Renzo Montagnoli e Giuseppe Panella
 
Penso che ci sarà anche un numero dedicato alla fantascienza, magari distinguendo fra quella “classica” di Verne e di Wells e gli autori più recenti.
Insomma mi sembra che questo appuntamento tematico sia in grado di accontentare un po’ tutti i lettori. Come è possibile avere un numero della rivista? C’è la possibilità di abbonarsi?
 
Certo, sarà dato spazio a TUTTA la produzione non-mimetica, senza preclusioni. If è una rivista trimestrale (quattro numeri l’anno) di 128 pagine, formato cm. 17x24, copertina a colori e interno illustrato in bianco nero. Ma l’editore Solfanelli sta pensando a un’edizione speciale “gold” per collezionisti, interamente a colori e in tiratura limitata. Si può richiedere fin d’ora una copia di If direttamente all’editore: rivistaif@yahoo.it.
Il prezzo di copertina è di 8 euro e l’abbonamento annuale a quattro numeri costa 30 euro. Per conoscere le librerie dove è distribuita, si può consultare il blog http://insolitoefantastico.blogspot.com dove trovare anche ulteriori informazioni e aggiornamenti. Buona lettura!
 
Grazie e auguri per questa nuova rivista.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:30 | link | commenti (4)
categorie: editoriale
mercoledì, 22 luglio 2009

Il poema epico: colloquio di Renzo Montagnoli con Fabrizio Corselli

Il poema epico: colloquio di Renzo Montagnoli con Fabrizio Corselli
 
a cura di Renzo Montagnoli
 
 
Il poema epico che cos’è e oggi se ne scrivono ancora? A queste e altre domande, sempre inerenti il tema, ha risposto Fabrizio Corselli, cultore del genere, nel corso di un colloquio che di seguito potete leggere.
 
Credo che ben pochi non abbiano avuto l’occasione di studiare a scuola l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide, forse i tre poemi epici più conosciuti. E’ forse superfluo ricordare la loro funzione di mezzo di comunicazione orale in epoche in cui i libri erano delle rarità e in cui ovviamente non esistevano né la radio, né la televisione. Ma cos’ è un poema epico? Per rispondere con poche e semplici parole è un componimento letterario in cui si cantano le gesta, autentiche o leggendarie, di un eroe o di un popolo. Il valore dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide va ben oltre la funzione di strumento divulgativo, perché presentano caratteristiche letterarie, oltre che storiche, che da sole ne giustificano la fama. Successivamente alle rispettive epoche storiche, ci sono state altre opere epiche nel Medioevo e nel Rinascimento, magari con caratteristiche diverse, ma sempre finalizzate a serbare la memoria di personaggi quasi leggendari (pensiamo al ciclo di re Artù, al famoso Cid, all’Orlando Furioso). Poi c’è il vuoto, cioè il poema epico non trova più artefici. Secondo te, quale è il motivo?
 
Il tutto sta, secondo me, proprio nella parte definitoria del poema, ossia quella parte che si riferisce alla conservazione e al tramandare la memoria, l’identità di un popolo. Del resto, i tratti del personaggio principale o dell’eroe erano i caratteri distintivi del popolo al quale egli apparteneva, e nel quale si ritrovava oltremodo l’autore.
     In questa nostra modernità si è perduta la “dimensione eroica”, non nel senso di combattere guerre e ottenere la gloria eterna, ma trovare il coraggio di sfidare la realtà, tutto ciò che ci circonda, sia essa semplicemente la paura della morte, o perfino il peso dell’esistenza, l’elevare se stesso oltre ogni barriera e impedimento. Perché adesso è più eroico riuscire a mantenere la propria identità che brandire un’arma e uccidere il prossimo. Ciò che si è perduto in toto è il senso della civiltà, il senso di coesione, la capacità di guardare alla Natura, ed entrare in piena intimità con essa; gli antichi ben erano consapevoli di questo aspetto della vita. Gli antichi erano ebbri di illusioni, come i fanciulli, come ben evidenzia Leopardi, “erano capaci di azioni eroiche e magnanime; erano anche più forti fisicamente, e questo favoriva lo sviluppo della loro tempra morale; la loro vita era più attiva e intensa, e ciò contribuiva a far dimenticare il vuoto dell’esistenza”. Essi erano, da questo punto di vista, superiori a noi sia nella vita civile, ricca di esempi virtuosi ed eroici, sia nella vita culturale. Di contro, il progresso della civiltà e la ragione stessa hanno reso i moderni incapaci d’operare tutte quante le azioni sopra citate, li ha resi indolenti, ha intorpidito le loro menti, facendo attecchire in quel nulla la viltà, la meschinità, l’egoismo e la corruzione dei costumi. In buona sostanza, vi è una caduta degli ideali.
     Abbiamo perduto la figura dell’autore che continua a credere nell’uomo e nella società in cui vive (chiudendosi nella propria torre d’avorio invece di divenire egli stesso promotore della cultura). Vi è una totale asincronia tra egli e la vita. Adesso abbiamo soltanto “scrittori” che sono schiavi del consumismo e che pensano principalmente alle loro vendite, alla “fama”. Chi, adesso scrive veramente, in maniera disinteressata?
     Una serie di valori importanti, contemplati finanche nell’epica, si sono quindi perduti per sempre, ma soprattutto l’interesse verso il mythos. Mancano le basi umane per poter riforgiare il “verso epico”, tale che divenga nuovamente uno strumento per la rivalutazione del proprio popolo, dei propri costumi, della politica, e della propria identità nazionale.
     La vita è soprattutto Polemos, una guerra invisibile, alla quale siamo tutti destinati a partecipare, non con la spada e lo scudo ma con la nostra integrità intellettuale e la nostra penna, al servizio degli altri. La nostra è una falsa Democrazia.
     Un secondo problema del “verso epico”, attiene oltremodo alla stilistica. Da Aristotele, lo stile dell’epica veniva definito col termine semnos, cioè nobile, alto. A causa della tendenza dequalificante sulla tecnica, che non serve, che non è necessaria per forgiare una poesia, situazione questa di comodo, la poesia ha subìto un totale appiattimento. Solo pochi poeti sarebbero realmente in grado di “emulare” tale linguaggio (e parlo di assimilazione, in senso positivo), perché per quanto una falsa e tendenziosa liberalizzazione dell’Arte, voglia tutti poeti e scrittori, tale poetica, anche nell’etichetta di Moderna, presuppone uno studio e una gran conoscenza. Ci vuole consapevolezza e capacità di strutturazione. Oltre al semnos si affianca anche il principio del prepon, ossia della conformità, cioè il considerare l’opera come un insieme di elementi fra di loro dialetticamente concatenati, ossia ogni cosa al suo posto (e non mi riferisco semplicemente al carattere formulare della poesia epica). Molti poeti sono bravi nella poesia singola, non inquadrata in una visione d’insieme come lo può essere un romanzo, per tale motivo essa andrà a confluire in una silloge. L’epica presuppone un lavoro di progettazione, presuppone una pianificazione. Insomma, un’opera completa, e che lo differenzia dall’aedo (in senso tecnico), proprio per il suo carattere marcatamente creativo; in questo caso parliamo di “poeta letterario”.
     Ciò che ci manca è forse un altro Medioevo per capire realmente cosa abbiamo perduto.
 
Quindi, se volessimo cercare una data in cui si sono iniziati a perdere i valori assoluti dell’uomo, sia nei rapporti interpersonali, sia nel suo modo di relazionarsi con la natura, potremmo identificarla con l’avvento dell’attività industriale, più o meno verso la fine del XVIII secolo. Tu invochi un altro Medioevo per comprendere che cosa si sia perduto, ma penso ti riferisca al primo medioevo, cioè quei secoli bui di regresso culturale e sociale. Mi sembra, però, che siamo sulla buona strada per incamminarci verso un nuovo medioevo. Gli stati vanno perdendo le loro caratteristiche di coesione, la cultura tende a regredire per poter mantenere lo status quo di un potere corrotto e inetto, le invasioni barbariche sono alle porte, anche se si tratta di poveri migranti, la passione per l’arte è soffocata dall’unico dio-ideale rimasto e imposto a forza, cioè il denaro.
Pensi che una crisi socio-culturale come quella che si verificò nel primo medioevo potrebbe far risorgere tutti quegli elementi di base del poema epico? Potrei anche immaginare un poeta che si mette a scrivere La fine di una civiltà. Che ne dici?
 
Non hai tutti i torti. Ciò che stiamo vivendo è ancora il preludio, ma questo lascia presagire la fine. Ciò che però mi fa storcere il naso è proprio la mancanza della dimensione eroica. Da ciò che ho potuto vedere, il Medioevo arriverà ben presto ma non è detto che il popolo reagirà, per cui si presenterà molto più buio; io scorgo solo un sottostare e soggiacere, perché così va bene e piace a molti. La nostra civiltà sta in rapporto con tale termine come la pace olimpica moderna sta a quella antica; è solo una falsariga, una pura illusione, poiché ai tempi antichi le guerre si facevano lo stesso e perfino nella Olimpiade 104 vi fu invasione di campo durante le gare: è come volere la Democrazia eliminando in toto la guerra, la schiavitù e tutte le brutture di questo mondo, ovvero facendo finta che non esistano, impossibile se non presuntuoso. Penso proprio che ciò potrebbe gettare le basi per un genuino poema epico. Solo quando il poeta si ergerà al di sopra delle rovine del presente potrà iniziare la sua opera di scavo da archeologo meticoloso. 
     Vedo un futuro molto simile a quello di Atlantide, ma chi farà le veci di Platone nel raccontarne la rovinosa caduta?
 
Abbiamo detto degli elementi oggettivi, d’ambiente, perché possa esistere lo spirito e l’esigenza di un poema epico. Tu hai citato anche un problema stilistico che, a mio avviso, però, sarebbe secondario. Non posso credere che nell’epoca attuale non possano esistere autori in possesso della preparazione richiesta; magari non saranno molti, magari non ricorreranno all’esametro, ma devi pur ammettere che la cosa non è impossibile. Del resto, mi viene già in mente un nome: Fabrizio Corselli. E a tal riguardo ti chiedo, ed esigo una risposta estremamente sincera, perché tu solo o quasi? 
 
Il problema non è secondario, ma pur vero che non impossibile e così focale, del resto ho già detto che vi sono poeti in grado, ma a loro non interessa. Comunque non si pretende l’uso dell’ottava in esametro o che si aderisca pienamente in un rapporto mimetico, peraltro sbagliato, con il canone formulare della poesia epica.   
     La vita è Polemos ma allo stesso tempo Nymphos, una “energheia” esistenziale “combattuta fra la primordialità dell’essere e la sua bellezza in una eterna e continua contrapposizione”. Tutto ha cessato di esistere con il rifiuto del movimento estetico a discapito di un’arbitraria e millantata superiorità delle Avanguardie; è vero che hanno apportato grandi innovazioni ma hanno cancellato tutto ciò che vi stava prima. Di danni ne hanno fatti tantissimi. C’è chi ancora spalleggia la negazione del “classico”, peccato che la nostra “modernità” poggi inesorabilmente sul passato.
     Gná»—thi seautón, questo manca all’uomo di oggi, il “Conosci te stesso”. È impossibile impostare un’opera densa di significato e soprattutto di grandi ideali se alla fine il destinatario deficita nella propria componente caratteriale di grande maturità, il tutto attenendo a una grande consapevolezza interiore. Il poeta, quello vero, quello sincero ha una grossa responsabilità nei confronti dei suoi simili, egli è finanche portatore di quegli ideali che caratterizzano l’era in cui vive.
     Sarebbe troppo presuntuoso dire me stesso, come unico poeta esistente per l’Epica Moderna, però penso che il tutto si riferisca al mio attivismo, non mi arrendo e tantomeno mi piego all’annientamento culturale propinato dai media e dalle false classi intellettuali che invece di diffondere le diverse categorie artistiche, cercano di fissarle in schemi preformati con troppa convinzione e superficialità. Ti spiego. Oramai critici e case editrici fanno da padroni, stabiliscono cosa è Arte o no, cosa è cultura e no, chi è scrittore e no. Se non pubblichi non sei uno scrittore. Dipende chi vi sta al potere mediatico, al pari della politica (limitatasi adesso al solo show televisivo). Una cosa comunque è l’Editoria e un’altra la Scrittura.
     Io con animo serafico, mi oppongo a ciò nella maniera più tranquilla, ossia seguendo i miei ideali, portandoli avanti con impegno, passione e soprattutto consapevolezza. Per mia scelta ho deciso di usare per esempio l’e-book per diffondere i miei scritti, potendoli scaricare gratuitamente. Non faccio alcun male e tanto meno dispetto a nessuno. Soprattutto adesso che ho il supporto di un vero e proprio sito. C’è ancora chi mi critica, in maniera tediosa, adducendo questa mia condotta a un presunto ripiego perché non sono stato pubblicato da un Editore (ritorno al pensiero ciclico esposto). Ma io i manoscritti non li ho nemmeno consegnati.
     Mancano la Passione e l’Amore. Come ben si evince nell’epica, non esiste solo il Pathos ma anche l’Ethos, e la separazione del linguaggio del pathos da quello strettamente epico è pressoché impossibile. Noi siamo travolti dalle emozioni, quelle profonde, dimensione che ha principalmente caratterizzato la tragedia greca. Il poeta per primo deve appassionarsi, commuoversi, crederci a tal punto da abbattere totalmente le barriere del reale, facendosi portavoce di quei sentimenti ai quali ogni uomo è sottoposto, facendone del dolore, della sofferenza, perfino di un intero popolo (in questo sta la sua condotta) i temi principali. Per tale motivo è richiesta fermezza d’animo, fiducia nelle possibilità umane e soprattutto una meditata speranza sul futuro dell’umanità. Questa mia fermezza di giudizio da molti è vista come una condotta spocchiosa, come un rifiuto a priori di qualsiasi “loro vacua lamentela”. Si tratta solo di comprensione. Il pathos oltremodo viene ancorato alla parola, a quelle scelte lessicali che definiscono espressivamente un ben preciso stato d’animo e ideale; oggi non hanno più valore le parole: orghé, kalos, komos, e così ancora i virgiliani furor e fremor, la stessa sophrosyne, la consapevolezza dei propri limiti.
    
Come è avvenuto il tuo incontro con il poema epico e il relativo innamoramento?
 
Fughiamo prima di tutto ogni indugio. L’interesse e l’amore per il poema epico sono una diretta derivazione della passione che ho sempre nutrito da piccolo per l’archeologia e la classicità in rapporto alla terra in cui ho vissuto per ben trentacinque anni. Non nasce per caso. Si può dire tranquillamente che la mia vita l’ho passata tra siti archeologici e musei. Ho avuto la fortuna, nel periodo delle Medie, di visitare il bellissimo museo di Himera prima che chiudesse successivamente. Per cui il mio interesse non è artificioso e la mia scrittura improvvisata. Ho conosciuto l’epica, sempre alle medie, studiando l’Iliade e via via appassionandomi a tal punto da leggere l’Odissea, le Argonautiche, producendo oltremodo una tesina di gruppo sull’Egitto e sull’Archeologia. Il mio cuore è lì, fra quelle rovine, che a molti possono sembrare solo pietre e polvere, ma è in quella polvere del tempo che riecheggiano i lamenti dei grandi eroi, dei grandi uomini, di divinità e miti, e di perdute civiltà. Ogni pezzo singolo ha una sua storia, così come ogni singolo verso all’interno della propria cronistoria poetica.
     Per ciò che concerne invece la fase compositiva, quella è arrivata tardi, nel 2004. Fino ad allora, ho portato avanti, in maniera metodica, una serie di studi di stilistica e di poetica, affinando così anche una serie di teorie estetiche proprio sul verso. Inoltre, la pulsione alla narrazione, l’amore per i giochi di narrazione orale e giochi di ruolo, hanno condotto il mio estro a fondere insieme l’epos e la poetica, come una sorta di forma compensativa, dando poi vita a ciò che io adesso scherzosamente chiamo “metro arcadico” o “epica forma”. Un verso libero, si badi bene, altamente musicale che si snoda lungo ben precise nervature strofiche e che nella sua pura euritmia testuale innerva continuamente figure retoriche di rottura sintattica. Giordano si espresse con gran precisione nei miei confronti, sulla mia ritualità compositiva. Col verso cerco di ricostruire il Caos partendo dall’armonia e viceversa; alla musica è affidato il grande potere di seduzione cosmica che tanto caratterizzò il mistero di Orfeo. Da questo punto di vista, considero più attinente l’etichetta che mi viene data di “Orfeo dei tempi moderni” e non di “Omero”.
     Secondo alcuni detrattori, i miei versi sarebbero privi di ritmo. Questo spiega molto del problema poesia oggigiorno. Basta prenderne una per rendersene conto, non ci vuole molto.
 
Prima di tutto, a beneficio dei lettori, ma anche mio, chi è Giordano? Dunque la passione nasce dalle antiche vestigia, dall’archeologia, ma questo, se spiega molto, però non è del tutto esaustivo, perché nella tua epica la componente mitologica, ovvero fantastica, è preminente. Questa circostanza mi induce a pensare che la letteratura fantastica abbia su di te un grande ascendente. E’ vero e, se sì, perché?
 
Hai ragione, è dovuta una spiegazione ben precisa. Emanuele Giordano è un critico letterario, molto acuto, ma soprattutto uno studioso di Letteratura e Filosofia. Insieme a Matteo Veronesi, a Lorenzo Flabbi, Simona Iovino, e cito anche te, fa parte di quelle persone che hanno sempre seguito, e che seguono con interesse, i miei lavori e la mia poetica. In particolar modo, Giordano ha scritto un interessantissimo intervento sul fonosimbolismo e l’aspetto mitico nella mia poesia, consultabile presso il mio sito personale Achilleion (sezione “Articoli e Interviste”, col titolo “Il Canto delle Sirene”).
     Il Mythos, ossia il racconto, in me nasce dall’esigenza di oltrepassare la soglia del reale, per trasfigurarlo e da questo “nuovo mondo” manipolato ritornare, in maniera circolare, alla realtà stessa. Io parlerei di uno spropositato ascendente. Sin da piccolo l’immaginario ha giocato un ruolo fondamentale sulla mia capacità di astrazione, sulla mia capacità affabulatoria. Il raccontare fiabe e storie fantastiche è solo il preludio di un processo molto più ampio che è l’atto immaginativo. Anche qui mi ripeterò nuovamente, citando le parole che ho impiegato nell’ultima intervista da parte dello scrittore Luca Azzolini «È un retaggio infantile quello di voler raccontare storie fantastiche, fatte di draghi e cavalieri», e aggiungo “non solo”, «che però nel tempo è cresciuto e si è sviluppato lambendo i confini della mitopoiesi. Il fantastico è immancabilmente legato a una esigenza della mente umana altresì a una sua capacità che spesso viene messa da parte o quasi dimenticata (a discapito del discutibile “vissuto”), anche dagli scrittori più autorevoli, ossia l’Immaginazione. Il potere dell’immaginare è infinito, un potere tale da costruire nuovi mondi, da controllare il tempo e metamorfosare la propria esistenza in una proiezione di se stessi, in un alter ego che vive all’interno d’una realtà testuale. Il libro come dimensione parallela.”. “La capacità di saper tessere trame, di intelligere secondo schemi fuori della logica formale, di approfondire personaggi all’interno di un sistema narrativo, di operare crossover fra tipologie diverse di personaggi e mondi. Il fantasy non è solo letteratura d’evasione ma un nuovo modo di interpretare la realtà, seppur in un sistema traslato, trasfigurato come lo è l’atto che è sotteso all’attività artistica”. Il fantasy è necessario, anche come intrattenimento, la mente non è fatta per assorbire della realtà, nuda e cruda, tutto quanto, ha bisogno di staccare, di evadere, di trovare il proprio luogo di quiete, il proprio choros apemon, un “luogo sicuro” dove le leggi del reale non esistono più e il peso della società si affievolisce fino a divenire un dimentico ricordo. Infatti, uno dei miei luoghi preferiti dove ambiento la maggior parte dei miei lavori è il bosco, luogo magico e dalle mille risorse». 
     Tuttora scrivo presso la rivista DM Magazine, impegnato nella progettazione, a livello amatoriale, di ambientazioni per il gioco di ruolo, contemplando elementi fantastici come creature, luoghi, personaggi e zone geografiche. Tutto questo, iniziato nel 1985 con il gioco di ruolo Uno Sguardo nel Buio, ha sviluppato in me la capacità di costruire, in poesia, un’opera tematica che esuli dalla semplice silloge. Lo scrivere trame, il realizzare avventure, il gestire le interazioni tra personaggi, e tanto altro vanno a confluire nella progettazione di una vera e propria storia completa di background per la mia opera letteraria. Un esempio è Promachos e il Tamburo da Guerra; esso però non ha le fattezze piene di un’opera narrativa, è pur sempre un’opera che va letta da lettore di poesia. Le sperimentazioni ibride non possono essere prese in toto come opera narrativa effettiva, sarebbe un errore gravissimo, tanto che le parti narrative sono definite “ponti narrativi”.
 
E degli autori di poemi epici del passato, quali consideri sempre attuali e per quale motivo? Immagino che citerai Omero, sulla cui capacità di parlare dell’uomo come essere complesso e quindi con l’invidiabile dote di universalizzare il suo pensiero, andando anche ben oltre gli stretti limiti temporali, non penso ci possano essere dubbi. In pratica ti chiedo alcuni nomi e le loro caratteristiche di contemporaneità.
 
Tralascio di proposito Omero, in quanto auctor del genere. A me interessa parlare di chi è venuto dopo, e quindi del suo rapporto con la tradizione dell’epica antica. Il poeta che cito è Virgilio. Pur parlando di omerismo nei suoi confronti, Virgilio dimostra una grande padronanza non solo stilistica ma anche di rimodulazione dei canoni e dei temi dell’epica omerica. Infatti, rapportandoci a lui, non parliamo di mimesis o di aemulatio, bensì di appropriazione, ossia la capacità di fare proprio il bagaglio tecnico-culturale di un altro poeta, in questo caso di Omero. Anche se evidenti i rimandi, Virgilio comunque cerca di discostarsi dal poeta greco. Ma ciò che a me è caro del poeta latino è il suo ethos, il quale non rifiutava i valori più antichi del modello epico ossia il coraggio in guerra, la resistenza alle fatiche, l’impegno politico, il vigore guerriero stesso, ma ne aggiungeva altri, sotto il termine universale di humanitas. Da ciò derivano, quindi, la capacità di guardare al destino, alla storia, farsi partecipi della sofferenza e del dolore altrui, dimostrando così comprensione e sensibilità (come accennato nella prima domanda). Assistiamo al recupero di ideali e concetti tuttora vigenti nella nostra società moderna. Un ethos che oltremodo trasforma l’Eneide in un “poema dei vinti”.
     Una visione che è costante nei miei poemi, tanto che viene eliminata la dimensione epicurea del Dodekatheon, rendendo gli dèi simili agli umani: essi soffrono come i mortali e forse anche di più; c’è quindi una antropomorfizzazione della sfera divina. La vedo più come una visione prassitelica, in cui le divinità sono pervase dall’aura di Aglaos Hebe, dea della Gioventù, ma vinti da una esistenza mortale e messi in una posizione che richiede un supporto. È lì che il poeta interviene e li salva da una rovinosa caduta, perché essi incarnano degli ideali. Per tale motivo il tono dei miei versi si avvicina più all’elegia che all’epos. Per esempio la stessa presenza dei portenta, è una potenzialità inespressa dell’uomo, e non della divinità. In Promachos l’evento che scaturisce dal canto di Melesigenes è la semplice attestazione di come il poeta raggiunga le alte vette del lirismo poetico, liberando la propria fiamma ispirativa, il lambire l’Ineffabile attraverso la metafora della fiamma che attraversa l’intero asse strofico dell’opera.
 
Ci avrei scommesso, anche se personalmente preferisco il Virgilio delle Bucoliche e delle Georgiche, più spontaneo, più legato alla sua origine celtica e per nulla guerriero (e del resto non lo fu nemmeno in vita). Comunque comprendo la scelta (fra l’altro il mio concittadino aveva una vera e propria mania per la perfezione stilistica) e considerando che l’autentica grandezza dell’Eneide risiede proprio nel sentimento di pietà di cui è pervasa, del tutto insolito per un autore dell’epoca e anche dei secoli precedenti. Ma, spostandoci un po’ nel tempo, cioè avvicinandoci alla nostra epoca, pur restando ben in là dal raggiungerla, non ci sono altri? Mi par strano, perche ce ne sono di famosi e che hanno i requisiti della domanda. Tu che ne dici?
 
Penso di sapere proprio a cosa tu ti riferisca. In tale maniera, però passiamo direttamente all’epica cavalleresca, genere che ha comunque fatto dell’epica di Omero e Virgilio il proprio modello di stile e ampio insieme di personaggi e vicende eroiche, seppur differendo poi nello sviluppo dei temi. In Francia abbiamo avuto la Chansons de geste e in Inghilterra il Ciclo Bretone, e non possiamo non citare l’emiliano Ludovico Ariosto, e il suo Orlando Furioso. Un poema epico che introduce innovazioni linguistiche e sintattiche, e soprattutto a me caro, l’elemento creativo, della fantasia, che fa dell’Orlando un lavoro simile a una fiaba. Soprattutto nell’opera, l’Ariosto tende a presentare i valori dell’uomo rinascimentale, e dei cavalieri, seppur attraverso la figura retorica dell’ironia, tende a criticarne i loro valori. Ricordiamoci che ci apprestiamo alla fine di un’età storica, il Medioevo. I cavalieri cercano sempre l'avversario da battere, il cavallo perduto, la donna amata e così via; uno potrebbe dire benissimo che essi sono i soliti topoi letterari, ma all’interno di questo schema, Ariosto pone l’azione dell’uomo rinascimentale sempre diretto verso la realizzazione delle proprie capacità, e una visione dei principi che è più terrena che altro. Ma i personaggi sono strumenti letterari del poeta e così, Ariosto sviluppa attraverso una sapiente dislocazione degli eventi e dei personaggi stessi, i temi a lui cari.
     Un altro autore è Corneille, drammaturgo francese, anch’egli noto per il carattere e la realtà umana dei suoi personaggi presenti nell’opera il Cid (anche se non proprio epica). A seguire, abbiamo poi molti esempi come il Kalevala, il Beowulf, il Canto dei Nibelunghi, Il Cantare del mio Cid, poema epico spagnolo formato da 3733 versi di un autore anonimo risalente al 1140 ca.
     Se invece dobbiamo parlare di “epico” e non di epica, e quindi non strettamente connesso alla struttura formulare e così al verso, aggiungerei anche Le Mille e una Notte (in riferimento alla dimensione umana dei personaggi, rappresentati soprattutto da gente umile), Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo e Omeros di Derek Walcott (in versi), e aggiungerei anche i Cantos di Ezra Pound.
 
E attualmente, chi, oltre a te, si interessa, come scrittore, del poema epico?
 
Che io sappia, nessuno. Ho cercato nel tempo di individuare poeti e scrittori che potessero avvicinarsi all’epica in versi, ma non ho trovato nulla. Ho cercato anche nell’ambito del fantasy, ma il risultato è stato il medesimo sempre parlando di poema, e non di narrativa. Questo non mi rende unico ma nemmeno significa che io debba rappresentare una specie in estinzione o comunque un pazzo che conduce un percorso solitario. Ho fatto delle scelte e mi prendo le mie responsabilità; soprattutto sono coerente con me stesso. Del resto, ho ereditato una cultura che appartiene alla mia isola natia.
     
Questo per eventuali autori, che al momento non ci sono. E invece per i lettori come si è messi? C’è gente che ama il poema epico, al di là di ciò che si insegna a scuola, o anche i recettori latitano?
 
Purtroppo questa è una nota dolente, poiché anche la condotta irresponsabile della maggior parte dei lettori dequalifica tale genere e lo confina nell’abisso. La distorsione concettuale che sta alla base del rifiuto, o meglio dello scetticismo nei confronti dell’epica è la sua correlazione col mito. Da molti l’uso del mito è semplicemente visto come un rendere artificiosa la realtà circostante, lontana dal “vissuto” dell’autore, e quindi vacua, come se ella appartenesse al passato, e quindi qui si chiude il ciclo. Ma non solo, poiché tutto ciò che proviene dalla inventio è distante da quel canone comune che è andato avanti dopo la negazione del movimento estetico, e cioè l’interdipendenza dell’opera con l’esperienza del poeta. Il mythos non è solo uno strumento attraverso il quale l’autore trasfigura l’intero contesto per poi giungere alla verità, impiegando i protagonisti e gli eventi, seppur fantastici o leggendari, come modelli. E quel genio di Platone ne sapeva qualcosa.
     I lettori ci sono ma sono troppo pochi e specifici, circoscritti soprattutto all’ambito delle Facoltà Classiche o agli amanti della mitologia. I greci ai loro tempi avevano il loro “pubblico addestrato” e i poeti conoscevano già i loro destinatari. La maggior parte dei lettori di oggi sono per la letteratura da consumo. E l’epica (Moderna) è troppo impegnativa, date le sue implicazioni a livello strutturale.
     Altri lettori di epica invece li si trova nell’ambito del fantasy, ma sempre legati alla narrativa, di cui sono comunque un grande appassionato; a proposito cito David Gemmell e la sua trilogia su Troia.
     La poesia non ha grande successo, se non quella che aderisce ai dettami imposti dalle Case Editrici (o meglio imprenditori) e critici militanti. Come la definisco io, è più adatta al lettore moderno una poesia fast food.
     Ti racconto un piccolo e divertente aneddoto e poi capirai. Tempo fa un amico di mio fratello, vedendo il mio scaffale, denso di libri di epica e dizionari di mitologia, mi chiese “Puoi prestarmi l’Iliade di Omero? Sai io ho studiato al Classico”. E allora, io, finalmente ravvivato da tanta speranza, presi la copia con la traduzione di Ippolito Pindemonte e gliela prestai. Ma l’illusione durò ben poco, poiché egli, con fare tranquillo, subito mi disse, dopo avere sfogliato le prime pagine: “Ah ma è poesia, pensavo fosse narrativa”. Non c’è bisogno di continuare.
     Io cerco sempre di diffondere la cultura dell’epica in tutti i modi, magari risulterà inefficace, spossante, se non titanico, o addirittura inutile data la complessità dei miei testi (secondo alcuni detrattori), ma continuo nel mio proposito.
     Un libro che consiglio sempre è la Poetica di Aristotele insieme al Simposio di Platone.
 
A volte anche un genere non ha lettori perché poco conosciuto e credo che la maggior parte abbia un concetto dell’epica limitato agli studi classici, quindi visto più come una necessità che un piacere. Il fatto poi di non trovare sul mercato altre pubblicazioni tende a dissuadere un eventuale interessato nel continuare a seguire il genere stesso. Al riguardo mi sembra che tu stia cercando di propagandare il poema epico con una casa editrice, le Edizioni Achilleion. E’ così?
 
Hai pienamente ragione. L’epica è rimasta ancorata al passato così come oggi si considera la categoria del bello e la fruizione estetica prerogative di un’era, diciamo ancor più grave, di una civiltà precedente. La nostra modernità, vuoi o non vuoi, deve le sue origini al pensiero antico e su di esso poggia come invisibili fondamenta.
     È vero, sto cercando di propagandare il poema epico, non che non l’abbia fatto prima, solo che adesso è più forte la pulsione, diciamo la necessità di farlo, e non si tratta di una Casa Editrice. Finalmente, dopo tanto tempo, sono riuscito a realizzare un sito vero e proprio e non un blog, dedicandolo interamente all’Epica Moderna. Achilleion, nome del sito, rappresenta un’ampia vetrina dedicata alla cultura classica e alla poesia antica, contemplando finanche saggi, articoli ed estratti da diverse opere. Oltremodo alcune sezioni specifiche permetteranno al lettore appassionato di seguire in maniera sempre aggiornata i miei lavori (Work in Progress) e di scaricarli gratuitamente una volta che saranno disponibili.
     A supporto del sito, molto articolato e carico di materiale consultabile, ho deciso di lanciare le Edizioni Achilleion. Una serie editoriale molto corposa e profonda, sia per contenuti sia a livello grafico, che curerò interamente io stesso, avendo così l’opportunità di sganciarmi dalle precedenti pubblicazioni con le diverse Associazioni. In questa maniera, mantengo autonoma la gestione della mia personale produzione letteraria. Le Edizioni Achilleion rivoluzionano non solo l’impostazione strutturale del formato E-Book, ma andranno a modificare anche l’intera stesura dell’opera in questione, a livello di background. Una serie più vicina al lettore moderno ma anche a quello più esigente, senza perdere nulla del mio stile personale, che anzi verrà improntato più sull’epos, anche se ritenuto dai miei detrattori pedante, fastidioso e noioso. Non ci si accontenta mai. Qualche stolto che mi legge, per fortuna c’è.
     Chi lo volesse, già da adesso, potrà consultare le linee guida delle Edizioni Achilleion (in formato e-book), connettendosi direttamente al sito (www.achilleion.sitiwebs.com), alla sezione “Edizioni Achilleion”.
     A lanciare le edizioni Achilleion, sarà l’opera “Syrinx – Alla ricerca del flauto di Pan”, un poema di 2000 versi e più, «una sorta di carmen perpetuum, una catena di strofe distese e fluenti che ricordano il respiro compositivo del D'Annunzio di "Maia" e, nel contempo, la melodia infinita di Wagner – immersa però, per così dire, nelle atmosfere liquide e rarefatte di Debussy: il tutto pervaso, poi, dalla sensualità quasi incorporea, quasi illusoria, sospesa fra carnalità ed allucinazione, fra sensazione e rapimento, di Mallarmé (Matteo Veronesi)». Un lavoro al quale tengo molto, soprattutto per il saggio in esso contenuto che tratta il tema del “bosco” e della “natura” come elementi dell’io lirico, in chiave estetologico-letteraria. Soprattutto, ritornerò al poema unico, mettendo da parte le sperimentazioni ibride (poesia e narrativa). Per ciò che invece concerne la Saggistica, uscirà la seconda edizione, ampliata di Dodekadromos: un ampio reportage sulle gare equestri nella Grecia Antica.
     Sempre a livello di diffusione, mi preme segnalare invece un importantissimo evento, che organizza annualmente la Mediateca di Santa Teresa di Milano (Mediabrera), in più incontri, dal titolo Letture Multimediali in lingua latina e greca, e curato dal Prof. Franco Sanna, col quale adesso collaboro. Riporto il testo di presentazione dell’evento: “La lettura pubblica di testi letterari di alto livello è diventata una prassi consolidata in tutte le città italiane e suscita la curiosità di un pubblico che non si accontenta di un semplice intrattenimento. Le iniziative culturali di questo genere svolgono una funzione di divulgazione e diventano contemporaneamente un momento di aggregazione di persone, mosse da motivazioni diverse e attirate dalla possibilità di trascorrere il tempo ascoltando testi selezionati in un ambiente dove non si è distratti dalle urgenze quotidiane. L’incontro è proposto ad un pubblico curioso e disposto ad ascoltare la grande poesia con i suoni e i ritmi della lingua originale. La lettura in lingua latina o greca sarà preceduta da un’introduzione e da qualche indicazione linguistica, mirante a evidenziare la continuità. Come si svolge? Dopo una breve introduzione mirante a fornire le coordinate cronologiche e culturali dell’autore e delle sue poesie, inizia la lettura dei passi scelti. In sincronia con la lettura vengono proiettate su uno schermo le traduzioni in italiano con delle diapositive arricchite di immagini ornamentali. Le traduzioni, inedite, mirano a riecheggiare il più possibile il lessico e l’ordine delle parole. Sullo schermo viene prevalentemente proiettata la traduzione italiana, ma alcune volte compare anche il testo originale: in questi casi un colore diverso segnala i passi corrispondenti.
 
Penso che una delle difficoltà che può incontrare il comune lettore nell’avvicinarsi al poema epico sia la diversa struttura. In un’epoca in cui tanto si corre, e spesso a vuoto, la normale poesia richiede assai meno tempo per essere visionata e poi generalmente in un libro si può pescare a caso, perché non c’è quasi mai, tranne nel caso di sillogi tematiche, una continuità. Il poema è diverso perché ogni sua parte è strettamente collegata alla precedente e alla seguente e quindi richiede un tempo di lettura e anche di correlazione senz’altro più lungo. Aggiungo, poi, che ci si aspetta una consueta armonia (per quanto non poche poesie attuali ne siano prive), insomma è diverso l’impatto, perché nel poema epico l’insieme dei versi è caratterizzato soprattutto dalla sonorità e dalla solennità, il che induce a ritenere di trovarsi di fronte a qualche cosa di assai complesso, di difficile comprensione, anche se poi non è proprio così. Quando poi si ricorre come metrica all’esametro, le cose si complicano ulteriormente.
Concordi?
Nel tuo caso, di uomo del XXI secolo, come hai pensato di sviluppare il poema epico al fine anche di renderlo di maggiore accessibilità?
 
Hai già sintetizzato perfettamente, caro Renzo. La poesia epica, sia essa antica o moderna, deve sottostare, non dico in toto per il secondo tipo, alla struttura formulare che le è propria, ma a una serie di accorgimenti stilistici che le infondano immancabilmente il senso dell’epos, ossia della narrazione. Si abbandoni il concetto di poesia da silloge. Un poema d’epica moderna non può permettersi alcun cedimento, alcuna debolezza, deve puntare alla coerenza soprattutto perché deve possedere una struttura diegetica simile al romanzo, ma non ha la pretesa di essere tale e quale: vi è una storia, peripezie, contrasti, inversioni di tendenza, relazioni fra avvenimenti e personaggi. Come già detto prima, in esso deve essere soddisfatto il concetto di prepon (e non si ha la pretesa di scrivere come Omero). Seppur nobile e alto lo stile (lexis), al verso si affianca anche la costruzione di un tessuto ritmico-melodico che scandisca l’azione, il movimento dei personaggi, la loro sfera emotiva deve innalzarsi verso liriche vette, tali che l’eroismo e la dignitas del personaggio vengano ricoperte da una fulgida aura di gloria eterna; un po’ come avviene nelle colonne sonore dei film quando il climax va crescendo e la musica si trasforma in immagine visiva, accompagna il protagonista, diviene partecipe del suo agire. Ma in poesia, tale armonia si snoda lungo tutto l’asse strofico, preparando quel terreno fertile su cui il poeta comporrà la sua mirabile melodia; egli cementa ogni singolo verso con l’unica malta che conosce, ovvero quella dell’ispirazione poetica. La tensione che viene creata dalla musica fa da collante nei confronti di ogni singola parola, le tiene unite in una perenne vibrazione, quella della propria anima poetica. Non solo l’epica è solenne ma si piega al volere dell’oidos, del canto che si veste di forza cosmica, d’un canto che incarna i presupposti di una musica orfica. Il senso della seduzione tramite l’in-canto, il poeta opera come le sirene, ammalia il lettore perché esso naufraghi verso lo scoglio, pronto a infrangersi contro l’enigma della poesia stessa, ed egli soltanto sarà capace di superare la difficoltà che cela quell’insieme dei versi, non saturando le proprie orecchie con la cera, ma col coraggio di udire a mente aperta ciò che al contrario lo renderà consapevole d’un sapere superiore.
     Il lettore odierno ha maggiore difficoltà perché tendenzialmente è pigro e presuntuoso nella sua indolenza, ma soprattutto non ha la preparazione culturale. Viviamo adesso nell’era di Internet, di Wikipedia e di Google, laddove basta un click per ricercare informazioni su un dato fatto o personaggio. Mi sembra davvero assurdo che l’utente non abbia la volontà di fare una breve ricerca, quando l’ostacolo gli si presenti di fronte, ma purtroppo è così.
     La difficoltà dei miei testi viene rappresentata soprattutto dalla fitta referenza mitologica, in cui viene immersa l’opera, e dal traslato. Non pretendo che ognuno di loro abbia sei o sette dizionari di mitologia, come faccio io, compresa la consultazione di quello etimologico del GRIMM di Trieste, ma come visto sopra, è tutto a portata di mouse. La stilemica può risultare di difficile comprensione per qualche figurazione abbastanza ardita, e sempre legata a miti particolari o a referenze troppo sottili: per esempio, il più banale, se dico “muse aptere”, intendo le sirene, in quanto prima muse anche loro, ma dato che offesero Calliope, quest’ultima le privò delle ali. Tolte queste piccole sottigliezze, il tutto scorre tranquillamente, soprattutto per l’elevata impostazione ritmica che imprimo al verso libero attraverso una serie di figure retoriche atte a corroborare la solennità dell’insieme. Per esempio, impiegando la figura della Disgiunzione fra una o più inarcature tendo a spezzare il verso in modo da creare un disaccordo molto più forte, ci si avvicina a quella forma caotica che prima o poi partorirà la tanto agognata armonia. Adesso ho capito cosa voleva dire Giordano con il termine “ritualità” compositiva. 
     A dire il vero, in quanto la mia produzione letteraria non sottostà a nessuna casa editrice, e quindi a canoni di marketing ben specifici, di contro non applico nessun tipo di tampone o filtro, facendo fin oltre un uso indiscriminato delle diverse varianti mitografiche che caratterizzano molti paradigmi mitici. Ma l’opera presuppone ricerca, come la vita, e sta al lettore adoprarsi per evolvere anche il suo status. Ho sentito di persone che non hanno un dizionario a casa, o addirittura libri. Io mi prendo le mie responsabilità, gli altri le loro.
     C’è da dire comunque, che con le Edizioni Achilleion, le opere saranno ancora più orientate verso l’epos, e di conseguenza più fluide e maggiormente comprensibili rispetto alle precedenti basate su uno stile più traslato. Soprattutto perché ho deciso di inserire le note di chiarimento su alcuni passaggi.
 
 
Ringrazio Fabrizio Corselli per questo colloquio sul Poema epico, che penso possa aver chiarito adeguatamente di che si tratta e del perché non ci sia ormai da secoli la produzione di opere di questa tipologia, fatta eccezione per quelle scritte dallo stesso Corselli.
La memoria corre agli studi scolastici, a quelle letture dell’Iliade, dell’Odissea e dell’Eneide che, forse, all’epoca ci sembravano barbose oppure ci affascinavano senza magari riuscire a spiegarci il perché di quel gradimento. Considerate che la figura del bardo, del cantore, era insostituibile nell’antichità perché in mancanza di libri stampati e a fronte di un diffuso analfabetismo riusciva a far conoscere alle genti fatti d’importanza storica, una specie di comunicazione orale che poi si tramandava di padre in figlio. Non è azzardato, peraltro, affermare che grazie all’epica si è costituita la base affinché un popolo potesse arrivare alla propria identità. Famoso, anzi indispensabile in un lontano passato, il poema epico si è perso per strada con il tempo, tanto che l’ultimo è la “Gerusalemme liberata” di Torquato Tasso. Siamo nel XVI secolo e costituisce il canto del cigno, poi non c’è più nulla, un po’ per l’invenzione della stampa e dei primi giornali, ma soprattutto per l’avvento nella seconda metà del XVIII secolo della civiltà industriale, che ha cambiato ritmi di vita e anche concetti di vita, ancorandoli a una razionalità matematica di costi e ricavi, e inaridendo quindi la fantasia creativa. C’è poi da aggiungere che il progressivo imporsi del romanzo ha di fatto relegato il poema epico, che è un romanzo in versi, a mero reperto archeologico, senza dimenticare che in una società del tornaconto l’aspetto del mito non trova assolutamente riscontro. In questo senso va dato atto a Fabrizio Corselli del suo nobile tentativo di rivitalizzare il genere, che non è inferiore agli altri, ma ha solo il difetto di essere stato lasciato cadere nell’oblio. Il suo obiettivo, comunque, non è quello di una ricerca di archeologia letteraria, ma di costruire poemi epici, se pur ambientati non nell’epoca corrente, con un linguaggio più comprensibile per chi voglia provare ad avvicinarsi al genere. Invito a sforzarvi un momento, mettendo da parte il solito, per accedere all’insolito. Sono sicuro che sarà una scoperta, anzi una piacevole scoperta.   
 
L’immagine che segue è quella copertina di Syrinx Alla ricerca del flauto di Pan delle Edizioni Achilleion.
Il poema epico
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:17 | link | commenti (3)
categorie: editoriale