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domenica, 05 ottobre 2008

Fernando Pessoa, a cura di Fabrizio Manini

FERNANDO PESSOA
Tanti poeti racchiusi in un’unica persona
 
a cura di Fabrizio Manini
 
    Nessuno avrebbe mai supposto che dietro l’immagine di impiegato schivo e riservato che Pessoa ha sempre dato di se, si potesse nascondere una personalità mai scoperta durante l’esistenza in vita; ma introversione e timidezza celavano un “gioco letterario”, ben preciso nella mente di Pessoa, che consisteva nel pubblicare i suoi scritti con altri se stessi, ognuno con un proprio stile e una propria biografia, tutti eteronomi riconducibili però ad un’unica persona in carne e ossa. Del resto in portoghese il suo cognome significa persona e, come in un gioco di specchi, il poeta continuava ad utilizzare la propria immagine creandone di nuove, simili ma non uguali, ciascuna con caratteristiche proprie che, pur analoghe tra loro, comunque non sono cloni umani, ma bensì scrittori e poeti che esistono in una finzione letteraria spesso vicina alla realtà. Dei venti pseudonimi dietro cui Pessoa si nascondeva per pubblicare i suoi scritti sulle riviste portoghesi, segnaliamo i quattro più noti con qualche cenno alle presunte biografie. Ricardo Reis: nato ad Oporto nel 1887, studia in un collegio retto dai gesuiti dove riceve un’educazione molto religiosa; poi si laurea in medicina, ma non ha mai esercitato la sua professione, preferendo sempre a questa la poesia; l’amore per i classici lo porta a scrivere le Odi in stile oraziano, ma le sue idee monarchiche lo costringono ad un esilio forzato in Brasile dopo la proclamazione della repubblica portoghese. Alberto Caeiro: nato nel 1889 a Lisbona, si trasferisce giovanissimo in campagna per la sua salute cagionevole; qui scrive tutta la sua opera, i poemetti intitolati Il guardiano di greggi e il diario Pastor Amoroso; Pessoa lo considera come il suo maestro ed è l’unico che muoia prima del poeta; da notare che la sua morte è avvenuta a causa della tubercolosi, proprio come era accaduto al padre di Pessoa. Alvaro De Càmpos: nato a Tavira nel 1890, si laurea in Inghilterra in ingegneria navale senza però mai esercitare; compone Oppiario, resoconto di un viaggio in oriente, e l’Ode Trionfale, considerata il manifesto del Modernismo portoghese; Càmpos è l’aspetto ribelle di Pessoa, quello che scrive Ultimatum, durissimo attacco alla lobby letteraria portoghese; le sue ultime opere Anniversario e Tabacchiera smorzano tuttavia i toni polemici per ripiegarsi su un nichilismo a tratti ironico; muore lo stesso giorno in cui scompare il vero Pessoa. Bernardo Soares: questo alter ego è quello che più assomiglia a Pessoa anche fisicamente; di circa trent’anni, magro, leggermente ricurvo, vestito trascurato e dal volto pallido; Pessoa racconta di averlo più volte incontrato in una trattoria della città bassa, entrambi cenavano da soli alla medesima ora e questo ha fatto nascere l’amicizia; è durante una di queste cene che Soares consegna a Pessoa il celeberrimo Libro dell’inquietudine.
    In uno scritto del 1935 (l’anno della sua morte), Pessoa prova ad esternare le sue idee politiche e religiose, ma le contraddizioni di quel testo, probabilmente volute dal poeta stesso, non chiariscono affatto il suo pensiero; egli dice di ritenere che il sistema monarchico è l’unico appropriato per una nazione imperiale come il Portogallo, ma allo stesso tempo lo indica come del tutto impraticabile (senza fornire spiegazioni); lui, che si dice monarchico, fa intendere che in caso di un plebiscito fra regimi voterebbe per la repubblica; inoltre ama descriversi come un conservatore di stile inglese, cioè liberale dentro il conservatorismo e antireazionario. A questo atteggiamento piuttosto contraddittorio riguardo alla politica, ne segue uno un po’ più chiaro circa la religione; dice egli stesso: “Cristiano gnostico e, pertanto, interamente contrario a tutte le Chiese organizzate, e soprattutto alla Chiesa di Roma. Fedele alla Tradizione Segreta del Cristianesimo, che ha strette relazioni con la Tradizione Segreta di Israele (la Santa Kabbalah) e con l’essenza occulta della massoneria”. Conclude questo scritto con l’ammirazione-esaltazione del martire Jacques de Molay, maestro dei Templari, che si era prefisso di combattere i suoi tre assassini: l’ignoranza, il fanatismo e la tirannia. In realtà Pessoa era seguace di un’ideologia mistica chiamata Sebastianismo, dovuta al re Sebastiano del Portogallo, che nel 1578 si immolò col suo esercito contro i turchi di Al-Ksar el Kebir; il suo corpo non fu mai trovato e ciò contribuì alla nascita della sua leggenda contrassegnata dall’attesa messianica di un suo possibile ritorno.
    Nei molti manoscritti lasciati da Pessoa traspare spesso il suo mal di vivere; la difficoltà a definirsi e a rapportarsi con l’esterno lo porta a dire che il mio peggior male è che non riesco mai a dimenticare la mia presenza metafisica nella vita. Di qui la timidezza trascendentale che mi intimorisce tutti i gesti, che toglie a tutte le mie frasi il sangue della semplicità, dell’emozione diretta. Sono un temperamento femmineo con intelligenza mascolina. La mia sensibilità e i movimenti che da essa procedono, ed è in questo che consistono il temperamento e la sua espressione, sono di donna. Le mie facoltà di relazione (l’intelligenza, e la volontà, che è intelligenza dell’impulso) sono di uomo. C’è tra me e il mondo una nebbia che impedisce che veda le cose come veramente sono, come sono per gli altri. Ne soffro. Riporto di seguito la poesia Il Pastore Amoroso, scritta con lo pseudonimo di Alberto Caeiro, nel cui protagonista Pessoa si rispecchia perfettamente: una persona che ha perduto qualcosa, che non è capace di ritrovarla, che osserva quasi immobile l’esterno e contemporaneamente sente lo stimolo insopprimibile della diversità.
 
Riferimenti: Fernando Pessoa, Poesie, ed. Fabbri.
 
 
 
 
 
IL PASTORE AMOROSO
 
Il pastore amoroso ha perduto il vincastro,
e le pecore si sono disperse per il declivio,
e, per il tanto pensare, non ha suonato il flauto che ha portato per suonare.
Nessuno gli è apparso o scomparso. Non ha mai più trovato il vincastro.
Altri, imprecando contro di lui, gli hanno radunato le pecore.
Nessuno lo aveva amato, insomma.
Quando si è alzato dal declivio e dalla verità falsa, ha visto tutto:
le grandi valli piene degli stessi verdi di sempre,
le grandi montagne lungi, più reali di qualunque sentimento,
la realtà tutta, con il cielo e l’aria e i campi che esistono, sono presenti.
(E di nuovo l’aria, che gli era mancata tanto tempo, gli è entrata fresca nei polmoni).
E ha sentito che di nuovo l’aria gli dischiudeva, ma con dolore, una libertà nel petto.
 
Fernando Pessoa 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:26 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
mercoledì, 24 settembre 2008

Giovanni Verga e le novelle, di Renzo Montagnoli

verga
Giovanni Verga e le novelle
    di Renzo Montagnoli
 
 
Nell’ambito della produzione letteraria del maestro del verismo le novelle occupano una posizione di primo piano, sia per l’intrinseca bellezza sia per il numero veramente cospicuo delle stesse.
La loro origine, tuttavia, ha motivazioni meno artistiche e creative di quanto non si creda. Qualcuno ha scritto che Verga provvide all’estensione della prima, la famosa Nedda, come reazione alla mancata pubblicazione da parte dell’editore Treves di Tigre reale e Eros, una sorta di prova volta a dimostrare a se stesso e agli altri che la capacità narrativa non era venuta meno, anzi era accresciuta temprata da quel rifiuto che non poco gli bruciava.
Non è improbabile che questa opinione risponda a verità, ma è ancor più plausibile che fossero state le difficoltà economiche a spingerlo a scrivere qualche cosa di abbastanza breve e di immediato realizzo  economico. Correva l’anno 1874 e dopo un lungo e infruttuoso soggiorno a Milano, dove aveva sostenuto spese ingenti per ben apparire nell’alta società della città lombarda, le casse erano drammaticamente vuote, una circostanza peraltro non infrequente nella vita del grande narratore.
Avvenne così che, in periodo di carnevale, scrisse in soli tre giorni Nedda, che fu poi pubblicata nella Rivista italiana di Scienze, lettere e Arti. L’ambientazione della novella è tipicamente siciliana e la descrizione efficacissima della miseria e della sventura di una povera ragazza avvinsero immediatamente i lettori. Ciò nonostante, Verga non era ancora contento del risultato artistico, più interessato all’aspetto economico che pure gli riservò non poche soddisfazioni, anche perché sull’onda del successo incontrato l’anno successivo ottenne la pubblicazione, da altro editore, di Tigre reale e Eros.
Del resto, quella novella così fortunata rischiò di restare l’unica, stante il fermo desiderio dell’autore di proseguire nella stesura dei romanzi, soprattutto del Padron ‘Ntoni.
Dedicò così poco tempo ai racconti, ma ciò non impedì di raccoglierne un numero sufficiente per poterli pubblicare nel 1876 in una raccolta intitolata Primavera ed altri racconti, uscita per i tipi dell’editore Brigola.
Anche questo fu un successo che convinse finalmente l’autore sulla potenzialità della narrativa breve a tal punto che divenne gradualmente un suo modus operandi.
Le novelle sono tutte di ambientazione siciliana, tranne alcune proposte con una localizzazione tipicamente milanese, un omaggio a una città che amava molto.
Il verismo, pur attraverso diverse sfaccettature e con trame assai varie, risalta quasi didatticamente in questi lavori brevi, in cui la descrizione di miserie materiali e morali è il vero ritratto di un’epoca e di un mondo, che sembra ora così lontano, ma che non avremmo potuto conoscere se non avessimo avuto la fertile penna di Giovanni Verga.
Il lettore si addentra in una miriade di vicende, di personaggi, che mostrano una realtà quasi incredibile, ma che sappiamo, per esperienza storica, purtroppo vera.
Sono storie di esseri deboli, di predestinati dal fato a soccombere, sono personaggi che fanno tenerezza come la Principessa di Primavera, oppure che suscitano un pietoso ribrezzo come in Rosso Malpelo, ma che riescono anche, pur nella sofferenza e nel dolore, a rasentare atmosfere bucoliche come in Jeli il pastore.
Altre volte sembra che Verga ci voglia dire che tutto e scritto nella vita e nulla è lasciato al libero arbitrio (L’amante di Gramigna e Cavalleria rusticana), ma c’è anche la partecipazione intensa dell’autore, che pur nel rispetto di una realtà forse anche peggiore, dimostra un atteggiamento pietoso, quasi l’intimo dolore nel parlare di una creatura del suo genio, ma che è tipica di un mondo non di fantasia, bensì di una terra e di una società dure e inclementi (Malaria).
Diversa l’ambientazione nella raccolta “Per le vie”, tipicamente meneghina, e forse la meno riuscita, vuoi perché Verga aveva un senso di ammirazione per Milano, vuoi anche perché ci sono miserie e miserie, e quelle della città del Duomo sono senz’altro meno intense di quelle siciliane.
Questa visione di un sottoproletariato riflette una situazione peraltro veritiera, perché storicamente l’unificazione del territorio italiano da parte della stirpe sabauda non solo non portò alla creazione di uno stato omogeneo, ma influì negativamente sulla vita della quasi totalità della popolazione.
Rammento che con l’annessione del meridione la monarchia diventò ancor più dispotica e affamatrice, tanto che vi furono non poche ribellioni, soffocate nel sangue, con un numero di vittime ancora imprecisato, ma che stime recenti fanno ammontare a non meno di 200.000 unità. L’introduzione delle tasse, soprattutto quella sul macinato, accentuò il grado di povertà in misura tale che in certe zone la gente moriva di fame.
Al nord e al centro la situazione era migliore, ma di poco, tanto che in quegli anni cominciarono i massicci flussi migratori, con conseguenze socioeconomiche che da allora contribuirono a spezzettare il tessuto nazionale e non certo a unirlo, come invece si sarebbe dovuto fare.
Da un punto di vista di letterario le novelle e tutta la produzione dell’autore sono di elevatissimo indiscutibile valore, ma anche sotto l’aspetto storico si deve riconoscere il merito a Verga di averci rappresentato in modo non soggettivo, ma realistico un mondo spesso ignorato da altri scrittori, sebbene fosse preponderante in quell’epoca.
L’attenzione per la povera gente farebbe presupporre anche un tentativo di riscatto sociale della stessa, ma questo non traspare dalle righe e peraltro non era certamente nelle intenzioni dell’autore, più incline a considerare immutabile la stratificazione del genere umano, pur non disconoscendo lo stato di estrema indigenza delle classi più povere. Verga sembra quasi volerci dire che le classi sono una realtà ineluttabile, che l’ordine delle cose non può essere mutato, pur riservando ai meno fortunati un’attenzione caritatevole.
E’ forse questo il limite maggiore del Verga scrittore, ma anche del Verga uomo, un personaggio del suo tempo, perfettamente calato nel suo ruolo di discendente del ramo cadetto di una nobile famiglia, cresciuto in una ricchezza più ostentata che veritiera
(e le preoccupazioni economiche saranno sempre il suo cruccio). Un uomo non povero, attese le proprietà terriere, ma nemmeno ricco, poiché la sua nobiltà di provincia gli imponeva, al fine di ben comparire, spese superiori alle effettive disponibilità.
Di per sé scrivere la biografia di questo autore implicherebbe un’altra analisi storica, cioè quella della progressiva decadenza di una piccola nobiltà, superata dalla nuova borghesia.
Come si vede, non è vero che l’ordine delle cose non possa cambiare, ma resta il fatto che Verga non aveva sbagliato sull’immutabilità dello stato delle classi diseredate, immobili e misere nella seconda metà del 1800 e sempre inferiori, senza possibilità di riscatto, ancor oggi.    
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:29 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
lunedì, 08 settembre 2008

Heberto Padilla, un poeta contro il regime, di Gordiano Lupi

Heberto Padilla
Heberto Padilla, un poeta contro il regime
 
1. Note biografiche sintetiche
 
Heberto Padilla è uno dei poeti contemporanei più importanti in lingua castigliana. Nato a Puerta del Golpe, Pinar del Río, Cuba, nel 1932, trascorre la giovinezza nella sua provincia natale, dove compie gli studi secondari, si laurea in giornalismo all’Avana, insegna lingue e letterature in alcune università straniere. Conosce, scrive e parla francese, inglese, tedesco, russo, italiano e greco. Lavora come professore di inglese e commentatore radiofonico a Miami (1956-1959). Si trasferisce a New York per lavorare come traduttore delle Escuelas Berlitz. A richiesta dei suoi amici intellettuali, ritorna a Cuba in questo stesso anno. Corrispondente di Prensa Latina a Londra e del periodico Pravda di Mosca. Collabora all’organo ufficiale della UNEAC e alla rivista Unión. Dirige CUBARTIMPEX, organismo incaricato di selezionare libri stranieri, e lavora per il Departamento de Extensión de la Universidad de La Habana. All’interno della Rivoluzione Cubana occupa importanti incarichi direttivi, soprattutto nell’area delle relazioni diplomatiche e intrattiene contatti con numerosi intellettuali del mondo. A partire dal 1966 comincia a commentare problemi politici su Juventud Rebelde, il giornale ufficiale della gioventù comunista. Nel 1967 si trova al centro di una polemica ideologica a causa del suo libro Fuera del juego. Nonostante tutto, nel 1968, quel volume ottiene il Premio Nacional de Poesía de la Unión de Escritores y Artistas de Cuba Julián del Casal. La premiazione segna l’inizio delle difficoltà di Padilla, perché il comitato direttivo della UNEAC considera Fuera del juego, un libro critico e polemico, “controrivoluzionario” e ne condanna il “contenuto ideologico”. Fuera del juego viene pubblicato preceduto da due dichiarazioni: quella di Padilla che si proclama fedele alla linea rivoluzionaria e quella dell’UNEAC che lo critica. La successiva lettura del nuovo libro di poesie, Provocaciones, davanti alla UNEAC, il 20 marzo del 1971, produce una ridicola autocritica imposta e la successiva detenzione dello scrittore.
Nella primavera del 1971 il mondo conosce il Caso Padilla, una grande farsa montata dalle autorità culturali cubane che ricorda i processi sovietici, durante i quali gli intellettuali di prestigio, principalmente poeti e scrittori, venivano costretti a ritrattare le loro opere in una sorta di autocritica pubblica. Questo processo tocca a Heberto Padilla e a sua moglie Belkis Cuza Malé, entrambi scrittori di riconosciuta grandezza, con opere premiate e un vasto curriculum nel mondo delle lettere. I due intellettuali sono obbligati a ripetere un copione preventivamente concordato e orchestrato dalla Sicurezza di Stato. Nella così detta autocritica Heberto si dichiara colpevole di essere un controrivoluzionario e di aver commesso una serie di crimini politici. Nella confessione coinvolge - come concordato - sua moglie Belkis Cuza, che subito dopo viene incarcerata insieme a lui. Tutti gli intellettuali del mondo, soprattutto di sinistra, comprendono che si tratta di un processo stalinista, reagiscono inviando lettere a Fidel Castro facendo pressione perché Heberto e sua moglie vengano liberati. A protestare non sono “intellettuali da salotto preoccupati solo di brillare e distinguersi in una società decadente”, come li definisce Castro. Gli intellettuali che protestano sono nomi importanti della cultura internazionale. Il Caso Padilla è la prima ferita aperta della Rivoluzione Cubana e la prima vera crisi attraversata dal “paradiso comunista”.
L’autocritica di Padilla si tiene nel salone della UNEAC, il 27 aprile 1971, dove Fidel Castro tre giorni dopo convoca il Primo Congresso Nazionale di Educazione e Cultura. Fidel Castro dice, riferendosi al libro Fuera del juego: “Per motivi di principio ci sono alcuni libri dei quali non va pubblicato né un esemplare, né un capitolo, né una pagina”. Questa dichiarazione evidenzia a chiare lettere - se mai ce ne fosse bisogno - il carattere totalitario del suo regime e ancora oggi produce scandalo tra gli intellettuali democratici. Nello stesso congresso vengono dettate ridicole norme su come devono vestirsi i giovani cubani, prediligendo l’uso della guayabera come “capo di abbigliamento tipico della identità nazionale”, ma persino la musica che deve essere ascoltata alla radio. Viene proibita in maniera ufficiale e radicale tutta la musica che può essere considerata deviazionismo ideologico, soprattutto il rock. Viene fustigata l’omosessualità come figura delittuosa e si arriva oltre dicendo: “un omosessuale sarà portato davanti alle autorità e processato legalmente soltanto per la pubblica ostentazione della sua condizione”.
Heberto Padilla viene demolito dai membri dell’UNEAC (Nicolas Guillén in testa) che seguono alla lettera le indicazioni di Fidel Castro che lo definisce “un uomo ambizioso, iscritto al cenacolo dei poeti e degli intellettuali da salotto con il solo interesse di elevarsi in una società decadente”. Non tutti gli uomini di cultura cubani si schierano dalla parte di Castro, soprattutto alcuni giovani intellettuali della zona di Santiago, dichiaratamente ribelli e controcorrente, difendono l’opera di Padilla. Le opinioni internazionali sul Caso Padilla si dividono. Da un lato c’è la maggioranza che considera l’autocritica come una vera e propria farsa, una specie di operetta velenosa concepita, guidata econdotta dalla Sicurezza di Stato. Dall’altro lato ci sono gli intellettuali allineati e disciplinati che definiscono l’autocritica genuina, considerano Heberto e Belkis alla stregua di agenti della Cia che consegnano le armi al nemico e contribuiscono al deviazionismo ideologico tra gli intellettuali e la classe politica. 
Padilla viene incarcerato insieme alla sua sposa, la poetessa e scrittrice Belkis Cuza Malé, accusati entrambi dal Dipartimento di Sicurezza dello Stato di “attività sovversive”. La sua carcerazione provoca una rottura tra gli intellettuali della sinistra mondiale e la Cuba castrista. Ci sono proteste e pressioni da parte di intellettuali come Jean-Paul Sarte, Carlos Fuente e Mario Vargas Llosa. Padilla chiede a Castro il permesso di lasciare il paese, ma gli viene negato. È soltanto grazie alla pressione di Sartre, Simone de Beauvoir, Alberto Moravia, Mario Vargas Llosa, che, nel 1980, Padilla viene liberato e autorizzato a lasciare il paese. In questo stesso anno conclude il romanzo En mi jardín pastan los heroes, che viene tradotto in sette lingue, persino in italiano (Nel mio giardino pascolano gli eroi, Mondadori - purtroppo fuori catalogo). Nel settembre del 2000, Padilla muore negli Stati Uniti, in una stanza di hotel dell’Alabama, per un infarto cardiaco.
 
Bibliografia – Il suo più importante libro di poesia è Fuera del Juego (premio «Julián del Casal», concorso UNEAC, 1968), ma vanno citati anche i precedenti: Las rosas audaces (1949) e El justo tiempo humano (1962) e i successivi: Provocaciones (1973), El hombre junto al mar (1981), Un puente, una casa de piedra (1998). Padilla scrive anche due romanzi come El buscavidas (1963) e En mi jardín pastan los héroes, (1986) e un saggio autobiografico come La mala memoria (1989). Di Heberto Padilla niente risulta edito in italiano, a parte un’esaurita (e ormai fuori catalogo) edizione Mondadori de Nel mio giardino pascolano gli eroi. Che peccato!
 
ANTOLOGIA POETICA
 
Per Heberto Padilla (1932-2000), “la poesia deve essere, prima di tutto, comunicazione”. Il suo libro Fuera deljuego (1968) non ottiene l’approvazione del governo castrista e diventa il simbolo dei limiti della libertà di espressione del regime. Queste poche poesie - che traduco personalmente in italiano - sono tratte dal suo capolavoro Fuera del juego (1968).
 
EL ÚNICO POEMA
 
Entre la realidad y el imposible
se bambolea el único poema. Retenlo
con las manos, o con las uñas, o con los ojos
(si es que puedes) o la respiración ansiosa.
Dótalo, con paciencia, de tu amor
(que él vive sólo entre las cosas).
Dale rechazos que vencer
y otra exigencia
mucho mayor que un límite,
que un goce.
Que te descubra diestro, porque es ágil;
con los oídos alertas, porque es sordo;
con los ojos muy abiertos, porque es ciego.
 
L’UNICO POEMA
 
Tra la realtà e l’impossibile
oscilla l’unico poema. Trattienilo
con le mani, o con le unghie, o con gli occhi
(se puoi farlo) o la respirazione ansiosa.
Dotalo, con pazienza, del tuo amore
(che lui vive solo tra le cose).
Dagli rifiuti da vincere
e altre esigenze
molto più grandi di un limite,
che un piacere.
Che ti scopra abile, perché è agile:
con le orecchie aperte, perché è sordo;
con gli occhi molto aperti, perché è cieco.
 (Traduzione di Gordiano Lupi)
POÉTICA
Di la verdad.
Di, al menos, tu verdad.
Y después
deja que cualquier cosa ocurra:
que te rompan la página querida,
que te tumben a pedradas la puerta,
que la gente
se amontone delante de tu cuerpo
como si fueras
un prodigio o un muerto
POETICA
 
Dì la verità
Dì, almeno, la tua verità.
E poi
lascia che succeda qualsiasi cosa:
che ti strappino la pagina preferita,
che ti abbattano la porta a colpi di pietra,
che la gente
si accalchi davanti al tuo corpo
come se tu fossi
un prodigio o un morto
 (Traduzione di Gordiano Lupi)


           LOS POETAS CUBANOS YA NO SUEÑAN

Los poetas cubanos ya no sueñan
(ni siquiera en la noche).
Van a cerrar la puerta para escribir a solas
cuando cruje, de pronto, la madera;
el viento los empuja al garete;
unas manos los cogen por los hombros,
los voltean,
los ponen frente a frente a otras caras
(hundidas en pantanos, ardiendo en el napalm)
y el mundo encima de sus bocas fluye
y está obligado el ojo a ver, a ver, a ver.
I POETI CUBANI NON SOGNANO PIÚ
I poeti cubani non sognano più
(neppure di notte)
Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine
quando scricchiola, all’improvviso, il legno:
il vento li spinge alla deriva;
alcune mani li prendono per le spalle,
li rovesciano,
li mettono di fronte ad altre facce
(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)
e il mondo sopra le loro bocche scorre
e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere.
(Traduzione di Gordiano Lupi)
NO FUE UN POETA DEL PORVENIR
Dirás un día:
él no tuvo visiones que puedan añadirse a la posteridad.
No poseyó el talento de un profeta.
No encontró esfinges que interrogar
ni hechiceras que leyeran en la mano de su muchacha
el terror con que oían
las noticias y los partes de guerra.
Definitivamente él no fue un poeta del porvenir.
Habló mucho de los tiempos difíciles
y analizó las ruinas,
pero no fue capaz de apuntalarlas.
Siempre anduvo con ceniza en los hombros.
No develó ni siquiera un misterio.
No fue la primera ni la última figura de un cuadrivio.
Octavio Paz ya nunca se ocupará de él.
No será ni un ejemplo de los ensayos de Retamar.
Ni Alomá ni Rodríguez Rivera
ni Wichy el pelirrojo
se ocuparán de él.
La Estilística tampoco se ocupará de él.
No hubo nada extralógico en su lengua.
Envejeció de claridad.
Fue más directo que un objeto.
NON FU UN POETA DEL FUTURO
 
Diranno un giorno:
lui non ebbe visioni che possano essere trasmesse ai posteri.
Non possedette il talento di un profeta.
Non incontrò sfingi da interrogare
accettò che leggessero nella mano della sua ragazza
il terrore con cui sentivano
le notizie e i bollettini di guerra.
Decisamente lui non fu un poeta del futuro.
Parlò molto dei tempi difficili
e analizzò le rovine,
però non fu capace di sostenerle.
Andò sempre con la cenere sulle spalle.
Non svelò neppure un mistero.
Non fu né la prima né l’ultima figura di un quadrivio.
Octavio Paz non si occuperà mai di lui.
Non sarà neppure un esempio per i saggi di Retamar.
Neppure Alomá e Rodríguez Rivera,
Wichy il pellerossa
si occuperanno di lui.
Nemmeno la Stilistica si occuperà di lui.
Non ci fu niente di extralogico nella sua lingua.
Invecchiò con chiarezza.
Fu più diretto di un obiettivo. 
 
PARA ESCRIBIR EN EL ÁLBUM DE UN TIRANO
 
Protégete de los vacilantes,
porque un día sabrán lo que no quieren.
Protégete de los balbucientes,
de Juan-el-gago, Pedro-el-mudo,
porque descubrirán un día su voz fuerte.
Protégete de los tímidos y los apabullados,
porque un día dejarán de ponerse de pie cuando entres.
 
DA SCRIVERE NELL’ALBUM DI UN TIRANNO

Guardati dai titubanti,
perché un giorno sapranno quello che non vogliono.
Guardati dai balbuzienti,
da Juan tartaglia, Pedro il muto,
perché un giorno scopriranno la loro voce forte.
Guardati dai timidi e dagli umili,
perché un giorno smetteranno di alzarsi in piedi quando entri. 
(Traduzione di Gordiano Lupi)
 
La speranza - senza volersi attribuire eccessivi meriti - è quella di aver dato un piccolissimo contributo alla conoscenza diun grande poeta cubano, praticamente ignoto nella nostra lingua.
 
                                  Gordiano Lupi
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:38 | link | commenti (2)
categorie: letteratura
venerdì, 05 settembre 2008

Antonio Machado, di Fabrizio Manini

ANTONIO MACHADO
“L’artista non copia la natura, ma liba in essa;
chiamo natura tutto ciò che non è arte,
e includo in lei il cuore dell’uomo”
di Fabrizio Manini
 
    La vita di Machado è sostanzialmente priva di vicende eclatanti, tipica di un uomo che per volontà propria ha sempre cercato di rimanere distante (pur se molto interessato) dalla vita intellettuale di Madrid, vivendo quasi da sconosciuto e prevalentemente in solitudine nei grandi spazi dell’assolata provincia spagnola. Si guadagna da vivere come insegnante di letteratura francese, ma la sua esistenza austera e semplice riflette perfettamente il cambiamento di secolo dalla Spagna ottocentesca, sommersa dai sogni imperiali, verso un Novecento abbastanza difficile (basti pensare alla guerra civile) con tutto il suo carico di innovazioni e quindi anche di incertezze. Fu il nonno il vero sostegno morale, materiale e anche intellettuale della numerosa famiglia di cui Machado è il secondogenito; lui, come gli altri suoi fratelli, vengono avviati agli studi presso l’Istitución Libre de Enseñanza, una scuola elementare nella quale insegnavano professori universitari, dove era preferita l’educazione alla tolleranza, alla fratellanza, alla modestia, al senso civico, alle responsabilità sociali, alla passione per il lavoro e all’amore per la natura piuttosto che un’istruzione rigida in senso stretto. La filosofia di vita impartita agli allievi aveva le sue basi nelle teorie postkantiane di Krause, ma era insegnata nell’ottica della condotta umana in un contesto europeista e idealistico che contrastava nettamente col positivismo materialista da sempre estraneo al Machado poeta. Insieme al fratello Manuel, anch’egli poeta e drammaturgo, prosegue gli studi a Madrid dove, per forza di cose, entra in contatto con altri scrittori di estrazione sociale e intellettuale anche diversissime dalla sua: Azorín, Valle Inclán, Pérez de Ayala, Ramón Jiménez e Villaespesa sono solo alcuni dei nomi che daranno vita a un movimento di rinnovamento letterario meglio conosciuto come Novantotto e/o Modernismo. La critica ha sempre voluto erroneamente vedere come separate queste due correnti (considerandole opposte invece che complementari), mentre al contrario sono soltanto l’espressione alternativa e speculare della stessa anima innovatrice che veniva così sentitamente affermandosi nella Spagna di fine secolo. Alla morte del nonno i fratelli Machado partono per Parigi dove inizialmente conducono una vita un po’ scapestrata e bohemienne, tipica dei giovani poeti di provincia che tentavano l’avventura alla Ville Lumière; è qui che conoscono Oscar Wilde e Rubén Darío, due personaggi la cui grandezza e importanza nella cultura è pari soltanto alla languidità, allo scetticismo, all’egocentrismo e all’opulenza dello stile letterario e di vita che conducevano. Durante gli anni parigini Antonio è più noto come “il fratello di Manuel” che ha una personalità più brillante e qualche pubblicazione di successo alle spalle, ma nel 1903 l’esordio con Solitudini rivela un poeta che è stato capace di cogliere (in una maniera veramente perfetta) la lezione del Simbolismo francese e riambientarla (in un modo altrettanto magistrale) nei paesaggi periferici di una Spagna marginale in senso storico e geografico.
    A trentadue anni vince una cattedra al liceo di Soria, in Castiglia, dove si trasferisce e inizia la sua vita relativamente solitaria; la prima relazione affettiva di Machado è la giovanissima Leanor, figlia quindicenne della sua padrona di casa, la quale però morì di tubercolosi dopo appena tre anni; pur in un così breve periodo di convivenza, durante il quale non c’è stato neanche il tempo di conoscersi appieno come avrebbero voluto entrambi, sappiamo da alcune lettere del poeta che la sposa bambina per lui ha significato l’imperscrutabile amore dell’innocenza sognante, data e tolta senza tempo e senza motivo, ma di cui ha preservato e coltivato un ricordo vivissimo e tenerissimo per tutta la vita. Questo episodio tragico lo spinge a pubblicare il suo capolavoro, Campi di Castiglia (1912)nel quale tenta di allontanarsi dal soggettivismo romantico delle prime poesie aprendosi al paesaggio castigliano in coincidenza con la scoperta dell’amore. Comunque il dolore lacerante e insopportabile per la morte di Leanor lo spinge a chiedere un trasferimento prima a Baeza e poi a Segovia, vicino Madrid, dove oltre a insegnare scrive per il teatro col fratello Manuel; qui rientra in contatto (a modo suo) con la vita intellettuale della capitale, divenendo membro della Lega per i diritti dell’uomo e un convinto sostenitore della repubblica; nel 1927 viene nominato membro dell’Accademia della Lingua, ma non terrà mai il discorso di insediamento. L’anno successivo pubblica Canzoniere apocrifo, dove finge che i testi vengano composti da due poeti-filosofi: Abel Martín e Juan de Mairena; in questa raccolta l’atmosfera è cambiata rispetto al passato perché con la morte dell’amata moglie al poeta non rimane che un’incalzante dialogo col tempo, reso sulla carta senza retorica e senza le decorazioni della lirica. E’ adesso che Machado conosce il secondo amore (sia pure platonico) della sua vita, Pilar de Valderrama, una donna sposata e molto in vista nella società madrilena, che riesce a coinvolgere lo schivo poeta in un rapporto passionale tardivo affrontato con l’innocenza della gioventù. Ma un’altra delusione affettiva attendeva Machado: la guerra civile che per molto tempo ha insanguinato la Spagna ha interrotto bruscamente i dieci anni di frequentazione segreta e casta, ma soprattutto li ha divisi definitivamente a causa dell’esilio forzato in Portogallo per lei. Machado, convivendo con la nostalgia e il bruciante ricordo (per molti aspetti simile alla sua prima esperienza), pone tutte le sue energie di volontà e di intelletto nella causa della “sua” repubblica aggredita, ma l’inizio di una soffocante dittatura ha il sopravvento sull’anima liberale degli intellettuali antifascisti e così non gli rimane che la fuga attraverso i Pirenei verso la Francia, dove tuttavia non arrivò mai.
    La sconfitta della repubblica e la sua morte hanno separato il poeta dal suo pubblico naturale per moltissimi anni; della sua opera venivano lette le prime innocue poesie a tema romantico, le descrizioni dei paesaggi castigliani, la nostalgia per Leanor, ma veniva rimosso il Machado della maturità, quello che aveva affidato agli apocrifi un lucido discorso sulla politica del suo paese, la sua storia, le sue tradizioni, la sua sensibilità.
    Il testo che vi propongo nella traduzione di Tentori Montalto, tratto da Campi di Castiglia, è Mentre la neve si struggeva; i sentimenti espressi sono tutti rivolti al ricordo di Leanor la cui figura trasmette malinconia e speranza in maniera semplice e ineffabile. Machado stesso, il quale ci ricorda in questo modo che si canta quel che si perde, ci fa sapere anche che i diciotto versi di questa poesia simboleggiano i diciotto anni della sua sposa bambina.
 
Riferimenti: Antonio Machado, Poesie, Fabbri Editori.
 
 
MENTRE LA NEVE SI STRUGGEVA
 
Mentre la neve si struggeva,
i monti
si son fatti lontani.
E verde la campagna
che al sole dell’aprile
corre una verde fiamma,
la vita, che non pesa;
e pensa l’anima ad una farfalla,
atlante che sorregga il mondo,
e sogna.
Col susino in fiore e i campi verdi,
con l’azzurrino fumo della riva
intorno ai rami, con
il primo biancheggiare dei roveti,
a questo dolce soffio
che trionfa della morte e della pietra,
l’amaro che mi soffoca si scioglie
in speranza di lei…
Antonio Machado
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:58 | link | commenti
categorie: letteratura
domenica, 24 agosto 2008

Il noir in edicola, di Carlo Bordoni

IL NOIR IN EDICOLA
di Carlo Bordoni
 
Il noir in edicola
 
Nelle edicola regna il noir, una variante del giallo (dal colore delle copertine dei primi romanzi che Mondadori mandò in edicola nel 1929), ingrediente necessario di ogni prova narrativa, capace di tenere il lettore inchiodato alla pagina per il tempo necessario a risolvere l’enigma. La sua presenza è talmente scontata da essere quasi d’obbligo, specie da quando Carlo Emilio Gadda, col suo Pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) gli ha conferito qualità letteraria. “L’idolatria nei confronti di Carlo Emilio Gadda, costante nei giallisti e noiristi nostrani, è veramente da considerare con sospetto – osserva Roberto Barbolini – Non ce n’è uno, da Carlo Lucarelli a Gianni Biondillo (per citare i migliori), che non ostenti una vera e propria venerazione nei confronti delle dolenti e artagotiche costruzioni verbali del Gran Lombardo. Ma poi lo stile che trionfa è il finto espressionismo, simpatico e un po’ ragionierescamente abile, di Andrea Camilleri, il Gadda degli ipermercati.”
Il successo di Montalbano non ha intaccato lo zoccolo duro degli appassionati del giallo tradizionale, che segue un preciso schema risolutivo, fatto di piccoli e grandi indizi, con cui il lettore è chiamato a confrontarsi. Sono i vecchi giallisti, affezionati a una scrittura di genere che passa nelle edicole. “Si mettono in competizione con lo scrittore per risolvere l’enigma – conferma la scrittrice Annamaria Fassio – Sono i lettori più terribili: guai a lasciare indizi fuorvianti, guai ad ingannarli! Per loro tutti i nodi devono risolversi magistralmente. Sono più attenti a questi dettagli che alle atmosfere o al contesto sociale in cui si sviluppa la storia. In un certo senso, sono di grande aiuto. Lavorando per la Mondadori me ne sono accorta subito. In America uno scrittore di gialli è uno scrittore a tutti gli effetti. Mi piacerebbe molto che questo avvenisse anche qui. E poi ci sono gli intramontabili, come Ellroy. Sei pezzi da mille è quasi un trattato storico, ma si legge, appunto, come un romanzo giallo. Con il fiato sospeso sino alla fine. Che poi è il modo migliore per leggere un libro.”
Mondadori “mass market” (che comprende anche Urania e i Romanzi) sforna oltre 230 titoli l’anno, con tirature tra le 12 mila e le 24 mila copie: un fiume in piena che tuttavia è di gran lunga inferiore alla produzione media di venti anni fa, quasi 50 mila copie di tiratura. Cifre impensabili per la libreria.
 “Sono finiti i bei tempi in cui i fascicoli da edicola erano l’unico gioco in città – avverte Sergio Altieri, editor Mondadori – La televisione e i giocattoli elettronici hanno aperto nuove possibilità d’intrattenimento. In edicola si compra di tutto, in particolare libri. Ma è un errore considerare l’edicola come la suburra dell’editoria. Dall’edicola sono usciti tutti i grandi maestri del thriller e della fantascienza. Ora l’edicola ha ripreso quota: ogni fascicolo vende il triplo di ogni titolo italiano da libreria.”
Di questo fenomeno sono responsabili in parte gli scrittori italiani. Diversamente da quanto accadeva in passato, quando un buon scrittore di genere doveva necessariamente essere americano e gli italiani erano drasticamente esclusi o costretti a scrivere sotto pseudonimo, adesso sono proprio loro i preferiti. Infatti dal 2007 Mondadori dedica un’uscita fissa mensile a un autore italiano (“Il Giallo Mondadori presenta”), che si differenzia per la copertina in bianconero: Claudia Salvatori (Una storia da rubare, 2007), Alessandro Defilippi (Locus Animae, 2007), Bruno Pampaloni (Nessun male, 2007), Mauro Marcialis (La strada della violenza, 2008), Giacomoni & Ricci (B@cteria, 2008) sono gli autori dei primi numeri.
La scuola italiana può contare su due generazioni di scrittori professionisti che hanno il pregio di sapersi adattare alle esigenze delle collane. Nomi come quelli di Annamaria Fassio, Stefano Di Marino, Franco Forte, Andrea Carlo Cappi, Matteo Bortolotti, Giancarlo Narcisi, Gianpaolo Zarini e Andrea Novelli firmano regolarmente una serie di titoli di grande interesse.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:35 | link | commenti
categorie: letteratura
domenica, 20 luglio 2008

Maribruna Toni, il piacere della scoperta

                Maribruna Toni, il piacere della scoperta
                            di Renzo Montagnoli
 
Circa un mese fa, o poco più, nel corso di una conversazione con l’amico Gordiano Lupi, noto scrittore e dominus della casa editrice Il Foglio Letterario, a un certo punto è emerso qualche cosa che teneva dentro e che aveva necessità di parteciparmi. Mi ha detto: - A metà luglio sono 10 anni che è morta Maribruna Toni e per ricordarla e per far conoscere agli altri quanto era brava ho deciso di pubblicare un Meridiano, sì come quelli della Mondadori, un’opera omnia di tutta la sua produzione. Che ne pensi?
Ho risposto che mi sembrava un’ottima idea, nascondendo che in verità nulla sapevo di Maribruna Toni. Ho provveduto, però, subito a colmare la lacuna, facendomi mandare due sue sillogi e un’anteprima del Meridiano.
Il tempo tiranno mi ha impedito di porvi mano appena ricevute, ma quando alcuni giorni fa ho cominciato a sfogliarle è accaduto un fatto strano. Verso dopo verso le pareti del mio studio si sono lentamente aperte per svelarmi squarci di mare e di monti (Rimpianto d’onde, di sale e di tempeste / e invece ha solo un mare di foreste. / Del vento di bufere e di bonacce: ora ha solamente picchi e rocce…).
E’ stato tutto un susseguirsi di immagini, di sensazioni, che dapprima mi hanno travolto per poi lentamente coinvolgermi mentre la lettura procedeva. L’impressione era di essere presente sulla scena, di udire il rumore del mare, di sentire la brezza che lentamente mi avvolgeva (Dondolavano le barche / lasciate illanguidire / nel borbottio del mare, / ascoltando lo sciacquio / della risacca.)
Questa capacità di rendere in parole l’immagine, ma più ancora l’emozione provocata dalla stessa è indubbiamente rara e di grande effetto, ma non sarebbe di impatto emotivo se non fosse accompagnata dall’equilibrio armonico dei versi, invece sempre presente nelle poesie di Maribruna Toni, con una sua regola di metrica che le consente perfino di non rendere leziosa una lirica di 34 versi caratterizzata dalle rime baciate (Eran rimasti stracci scomposti / poveri resti di mondi nascosti / sotto le coltri di una speranza / che ammuffiva in squallida stanza.)
Questo rincorrersi di paesaggi con una trasposizione onirica ha un suo preciso significato, vale a dire l’autrice si avvale della metafora per rapportarsi con il mondo che la circonda e con la vita (Ho spezzato i cordami dell’ormeggio, / recisa la catena d’ancoraggio), in una serie di esperienze che sono di fatto vere e proprie fini e rinascite, come se il percorso dell’esistenza non fosse una linea retta, o una parabola, ma una serie ondulatoria che richiama le onde di quel mare tanto amato.
C’è però anche a volte una malinconia diffusa, un senso di isolamento, tipico dei poeti, che trova felici espressioni di rara bellezza (Il silenzio / congela in un cartoccio / di ghiaccio / il cuore.).
E in queste occasioni la mente corre a misurare la propria dimensione con quella dell’infinito, a riflettere sull’esiguità del tempo della vita rispetto all’eternità (Ma se guardi / quello che sta sotto / le creste dei cavalloni, / trovi l’oceano / con il suo mistero / oceano eterno / sempre in moto, / senza tempo.)
E’ sempre quel mare che accompagna il poeta e che rappresenta il fluire del tempo, incessante e infinito, un mistero che affascina e sgomenta, ma che anche consente di sognare, di superare le barriere degli uomini e della natura, di vivere in un’altra dimensione in un continuo rincorrersi di domande e di risposte, per ascendere, o almeno tentare, all’assoluto. Maribruna infatti ha una sua intensa religiosità, una sintonia perfetta con il creato, una fusione di algida bellezza ( E’ assurdo che vi sia ancora colore! / Il colore è l’essenza della vita…/).
La vita, cosi amata l’ha lasciata la notte del 15 luglio 1998, ma già in una sua poesia è presente una vaga sensazione di questo abbandono, peraltro del tutto naturale, ma nel caso specifico quasi profetica ( Ho sognato una notte / che morivo alla vita. / Ho sognato nel buio / che con un solo / batter di palpebre / avevo detto basta. /…).
Chissà quanti altri bei versi avrebbe potuto scrivere, chissà quante risposte avrebbe fornito ancora il suo mare (Dentro a un vaso / ho rinchiuso la tristezza. / Ho messo dentro a un sacco / la dolcezza. / Dentro a uno scrigno questo mio candore. / Chiusa in un’urna / insieme alle mie ceneri / ho imprigionato la speranza / d’ieri, d’oggi, domani. / E ho buttato tutto a mare: / Scrigno, ceneri, urna, / vaso, il sacco / sono rimasti lenti a galleggiare. / Tristezza, poi dolcezza, / questo mio candore / e la speranza / son troppo lievi/ troppo poca cosa / per affondare.).
Del resto era in grado di affrontare diverse tipologie di tematiche, molte delle quali potrebbero essere definite esistenziali e nel suo caso erano una vera e propria ricerca di risposte a perché che esulano dalla contemporaneità, ma sono sempre quegli irrisolti su cui l’uomo, dalle sue origini, tende a cimentarsi; ebbene, dimostrando una notevole arguzia e, soprattutto un’invidiabile autoironia, riesce da dare plausibilità là dove c’è incertezza (Un infinito. / Un punto. / L’universo. / E l’uomo. / Homo Sapiens. / Ma Sapiens in che senso?.).
Questo Meridiano, pertanto, non ha il valore di una semplice commemorazione, ma ridona vita al talento di Maribruna Toni.
Nello stesso sono ricomprese quattro sillogi già edite, cioè Le vele, i voli, i veli(Libroitaliano, 1997), unica antologia pubblicata in vita , L’urlo si fa silenzio (Traccedizioni, 1999), Un sogno smarrito(Il Foglio Letterario, 2001) e Rimpianto d’onde, di sale e di tempeste(Il Foglio Letterario, 2003).
Inoltre in appendice riporta una raccolta di Poesie ritrovate e si chiude con L’occhio incantato, una lirica che riassume in pratica tutto il pensiero filosofico-religioso dell’autrice. Non mancano, peraltro, anche due recensioni di Gordiano Lupi a Le vele, i voli, i veli e a L’Urlo si fa silenzio e una stupenda poesia scritta dallo stesso Gordiano Lupi il 20 marzo 2000 e dedicata alla poetessa scomparsa.
Devo dire che per me la poesia di Maribruna Toni è stata una vera e propria scoperta, un piacere nella lettura che saliva dalle pagine che non profumavano più di carta, ma di salmastro, di resina, di maestrale.
E’ incredibile quanto possano fare dei versi e supera ogni immaginazione l’idea che grazie ad essi altri uomini avvertiranno le emozioni provate a suo tempo da una persona ormai scomparsa.
Questa è la vera magia della poesia, perché fa rivivere in noi chi non c’è più.
 
Il Meridiano
di Maribruna Toni
Opera poetica
a cura di Gordiano Lupi
L’immagine di copertina è
di Elena Migliorini
Casa Editrice Il Foglio Letterario
www.ilfoglioletterario.it
ilfoglio@infol.it
Collana Autori Contemporanei Poesia