L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

Chi sono

Utente: RenzoMontagnoli
Nome: Renzo Montagnoli
Un eterno illuso.

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
giovedì, 12 novembre 2009

George Orwell: il futuro che si concretizza, di Renzo Montagnoli


George Orwell

George Orwell: il futuro che si concretizza
di Renzo Montagnoli
 
George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, nasce in India, a Mothitari il 25 giugno del 1903, in una famiglia di bassa nobiltà che cerca di conciliare, non sempre riuscendovi, il proprio ceto con le poche risorse economiche.
Questa situazione avrà un peso notevole nella vita del giovane George, soprattutto quando intraprenderà gli studi in Inghilterra in un college dove la sua condizione sarà oggetto di scherno. E’ probabilmente lì che nasce una visione distopica della vita e che si accentuerà frequentando l’Eton College, dove, fra gli insegnanti, avrà la fortuna di incontrare un personaggio carismatico e con analogo atteggiamento nei confronti dell’umanità come Aldous Huxley. Alle sue opere, infatti, si ispirerà scrivendo 1984, probabilmente il suo romanzo più conosciuto.
Lasciati gli studi nel 1922, torna in India, dove si arruola nella Polizia Imperiale in Birmania, un’esperienza che lascerà un segno indelebile nel suo animo, nel contrasto quotidiano fra la funzione repressiva del suo incarico e la visione disgustosa della politica inglese nei confronti delle colonie.
Resisterà solo circa sei anni, poi si dimetterà, senza riuscire a trovare un’altra occupazione e vivendo di stenti a Parigi, dove si adatta a lavorare come lavapiatti in alcuni ristoranti, ma trovando anche uno sfogo alla dura realtà con la passione per la scrittura, che inizia proprio in quel periodo.
Non è ancora il grande autore che conosciamo, però vengono messe le basi, tanto che il suo primo romanzo, Senza un soldo a Parigi e a Londra, a cui ha lavorato dopo essersi nuovamente trasferito nel Regno Unito, verrà pubblicato nel 1933 con lo pseudonimo di George Orwell.
In verità, già nel 1928 esordisce come saggista e, l’anno successivo, comincia a scrivere recensioni per alcuni giornali inglesi. Il periodo di disagio economico si allenta solo nel 1932, quando a riesce a trovare un’occupazione come insegnante in alcune scuole private, perché gli introiti di saggista e recensore riescono appena a garantire la sopravvivenza. Non sarà l’unica occupazione della sua vita, piuttosto variegata ed errabonda. Infatti dovrà abbandonare il lavoro di insegnante per motivi di salute per diventare commesso part-time in una libreria, ma poi diventa anche negoziante di generi alimentari, unitamente alla compagna che sposerà nel 1936, anno in cui lascerà l’Inghilterra per correre in Spagna a combattere per i Repubblicani. Ferito e incapace di trovare una collocazione politica nel fronte antifranchista ritorna a casa nel 1938 e scriverà un diario di grande valore (Omaggio alla Catalogna) in cui accusa i comunisti spagnoli, legati mani e piedi al regime staliniano, di aver tradito lealisti ed anarchici.
Scoppia la Seconda Guerra Mondiale e vorrebbe arruolarsi, ma la sua domanda viene respinta per inabilità fisica. Lavora allora alla BBC per una serie di trasmissioni di propaganda indirizzate soprattutto all’India. Con la fine della guerra inizia il periodo più fecondo come scrittore, ma più disastrato dal punto di vista familiare. Gli muore la moglie nel 1945, riesce a risposarsi e forse si potrebbe presentare una parentesi di relativa serenità, ma il fisico di George è duramente provato dalla tubercolosi che lo porta alla morte il 21 gennaio 1950.
Cosa ci resta di lui?
Ci restano le sue opere, poche, ma di grandissimo valore, con quella sua visione distopica e una fiera e convinta avversione a ogni totalitarismo. Orwell ci insegna che gli uomini restano liberi solo se possono esercitare un forte spirito critico, solo se diffidano delle facili promesse, dei paradisi terrestri che altri ben confezionano a parole. E’ una lezione non solo legata all’epoca in cui visse, ma globale, memore anche dell’oppressione coloniale inglese che ebbe a verificare e a sostenere, suo malgrado. Orwell è consapevole del potere occulto della parola, della sua persuasione praticata attraverso i mezzi di informazione, da un linguaggio utilizzato per addormentare le coscienze.
Alla luce di quanto sta accadendo si può tranquillamente affermare che non avrebbe potuto essere più profetico di così.
Ho scritto prima che ci ha lasciato poche opere, ma tutte di valore.
Così è Fiorirà l’aspidistra, romanzo del 1936 ambientato nella Londra degli anni ’30, in cui il protagonista è un ribelle a tutto campo che combatte contro il mondo comandato dal denaro. Incerto nelle sue scelte, incapace di convivere con la realtà, sarà un evento come la nascita di un figlio che lo riporterà a una vita meno idealistica, per quanto improntata a compromessi, quasi una sconfitta del cuore, ma non della ragione.
La fattoria degli animali è del 1945, un testo satirico che è una riuscitissima allegoria del totalitarismo sovietico nel periodo staliniano. Indubbiamente l’esperienza spagnola lasciò un segno notevole, considerando che politicamente Orwell potrebbe essere inserito nel laburismo, cioè in un socialismo democratico in cui convivano iniziativa privata e solidarietà.
Resta il fatto che La fattoria degli animali, al di là della satira del comunismo staliniano, è anche una sorta di favola da cui si evince che tutte le rivoluzioni, non appena terminate, finiscono con il trasformarsi in regimi, venendo così tradite.
Si elabora così anche un concetto della necessità di una rivoluzione permanente che, nell’ottica democratica dell’autore inglese, si concretizza nel dover continuamente vigilare per non tradire le premesse, nel conservare un attento spirito critico al fine di evitare involuzioni. Più che una rivoluzione permanente è la conservazione continua dei risultati raggiunti nella lotta contro ogni assolutismo, lavoro indispensabile perché è nella natura umana che ci siano individui disposti a sacrificare gli altri per i loro interessi, una visione chiaramente e definitivamente distopica.
1984 è il romanzo più profetico di Orwell, con quella visione del pianeta diviso in tre grandi zone, ognuna dominata da una potenza totalitaria, sempre in guerra fra di loro, onde poter mantenere un controllo assoluto sui loro sudditi.  
Ognuna è governata da un partito unico, a cui fa capo un invisibile Grande Fratello, che sa tutto di tutti e ne regola continuamente la vita.
I sudditi lavorano solo per il minimo di sussistenza, ma soprattutto per ingrassare il partito.
L’unica forma di pensiero consentita, anzi imposta è il Bispensiero, che esige che la mente si adatti senza il minimo contrasto alla realtà che viene presentata dal partito. Anche il linguaggio non è più tale, ma un insieme di parole che hanno un’unica accezione che finisce con il limitare il significato ai concetti più elementari, rendendo così di fatto impossibile uno spirito critico.
La storia, la letteratura e tutte le arti umanistiche vengono riscritte secondo le direttive del momento indicate dal partito. Soprattutto si perde la memoria, di ciò che si era e di ciò che è anche appena accaduto, un regresso dei sudditi a uno stato quasi vegetativo, una visione impressionante che purtroppo si sta materializzando.
Orwell ci aveva avvertito, abbiamo letto e abbiamo considerato i suoi romanzi solo come il frutto di una grande fantasia, ma il tempo che passa ci rivela ogni giorno che aveva saputo vedere lontano, una Cassandra, e come tale rimasta inascoltata.
 
    
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 18:02 | link | commenti (10)
categorie: letteratura
venerdì, 25 settembre 2009

Vento giallo in un campo grigio, di Sergio Sozi

Questo articolo è stato scritto nel 2006, per il primo anniversario della morte del poeta.
 

Vento giallo in un campo grigio

Vento giallo in un campo grigio
Il furore neoespressionistico di Dane Zajc (1929 – 2005)
 
di Sergio Sozi
 
''Solo nell'annientamento c'è pace e amore, / solo nell'annientamento c'è infinita fedeltà, / le cose morte amano con la pace dell'eternità'' (da ''Essere una goccia'' – trad. Jolka Milič).
Quando si parla di un poeta contemporaneo, in genere è quasi impossibile dire qualcosa di chiaro e netto: quel poco di lucidità che resta all'oggetto del discorrere viene sempre irrimediabilmente compromesso dalla confusione cerebrale di chi lo commenta. Cercheremo dunque, a proposito del celebre poeta lubianese scomparso il 20 ottobre dell'anno scorso, di evitare il chiacchiericcio che le nostre (diaboliche) tentazioni omni-analitiche ci proporrebbero, per cercare di rendere questo articolo qualcosa di limpido, essenziale e possibilmente esente da paroloni usati a sproposito – infatti, purtroppo, oggi, la moda della critica poetica resta sempre questa assurda replica in peggio dell'opera originale.
Dane Zajc, appunto, parla da sé, con la propria opera, e se non fosse che in Italia è quasi sconosciuto, non servirebbe a nulla scriverne a riguardo. E se non fosse, inoltre, che qualcosa di Zajc andrebbe chiarito più per il sottoscritto che per il lettore di questo pezzo giornalistico, sarebbe meglio semplicemente cercare di auspicare in Italia una (almeno tardiva) pubblicazione di qualcosetta dei suoi quasi cinquant'anni di poesie che nessuno, causa cecità editoriale, può leggere (la prima raccolta, ''Požgana trava'' – ''Erba bruciata'' – è del 1958: a quella ne seguiranno una quarantina d'altre) e chiudere qua.
Ma Dane Zajc si ribella; sì: la sua tremenda sete di silenzio non riesce tuttora a sopportare l'urto delle armate alfabetiche che lo sedussero, nonostante egli, un giorno, non rintracciasse queste ultime verso la fine di una nottata di febbrile scrittura: ''Dove sono tutte le parole. / Chi le esumerà dall'humus delle tenebre / Quando sull'orlo dell'oscurità / farà capolino come una rosea formichina / l'aurora.'' (Da ''Le dita del mattino'', trad. Cit.). Dunque, prima di tornare al centrale nodo critico dell'intima collisione fra espressione e inespressione, credo che anche a noi verrà perdonato il dispendio di qualche informazione suppletiva su questo importante autore, studiato in Slovenia anche a scuola da lustri.
Dane Zajc nacque il 26 ottobre del 1929 nel paesino sloveno di Zgornja Javoršica, presso Moravče, e fu collaboratore di molte fra le più importanti riviste culturali di quel Paese (Beseda, Revija 57, Perspektive, Problemi, Nova revija), così conoscendo intellettuali del calibro del poeta Boris A. Novak – oggi molto noto in diversi Paesi – del pittore Jože Tisnikar e del poeta e traduttore Niko Grafenauer – l'attuale direttore della Nova revija. Nel 1981 vinse il maggior premio sloveno, quello intitolato a France Prešeren – il poeta nazionale sloveno autore fra l'altro dell'Inno Nazionale. Visse sempre lavorando come bibliotecario a Lubiana. Oltre alla produzione lirica (alla citata ''Požgana trava'' del 1958 seguirono ''Jezik iz zemlje'' – ''Lingua di terra'' – del 1961, ''Ubijavci kač'' – ''Uccisori di serpenti'' – del 1968, ''Kepa pepela'' – ''Grumo di cenere'' – del 1984 e tanti altri) non di minor interesse sono le sue opere teatrali (i drammi lirici come ''Otroka reke'' – ''Figli del fiume'' – del 1963; le drammatizzazioni poetiche di miti pubblicate fra la fine degli anni '80 e la metà dei '90: ''Kalevala'', ''Medea'', ''La giovane Breda'') e i libri di favole per bambini (ricordiamo ''Hiša'' – ''Casa'' – del 1990).
Ed ora, almeno in parte assolti i doveri bio-bibliografici, torniamo al silenzio, che qui intenderemo come mera assenza di formalizzazione estetico-letteraria del pensiero e delle sensazioni – ovvero, in soldoni, di tutto quanto la vita ci conceda di capire di essa.
Infatti, la lotta fra un poeta e il suo personale silenzio sarebbe degna di un poema epico fiume, coi suoi impercettibili movimenti, gli inganni reciproci, i temporeggiamenti e l'invio di ipocrite ambasciate. Ma, fra i verbi di Zajc, troppo sonori sono i – seppur lugubri – lucori delle tinte, per saper soggiacere ad un qualsiasi silenzio… meglio mettere nel cuore dei colori dell'iride un'essenza primordiale di tenebra piuttosto che rifiutarne in toto la presenza: ''Occhi verdi tra gli alberi. / Occhi giallastri nell'erba. / Occhi rossi tra i giunchi.'' (da ''Occhi invisibili'', trad. Cit.): sono gli occhi dei leoni che ''bevono il chiaro di luna'' e che ''sulla nera tovaglia della notte'' banchetteranno con ognuno di noi, alla fine della passeggiata. Pertanto il silenzio viene comunque, nevvero? Chi crede di scansarlo è come se volesse evitare di accettare almeno una parola dentro di sé nel corso dell'intero suo cammino esistenziale: cose impossibili entrambe. Come impossibile è dire quel che in verità si vorrebbe dire: bisogna accontentarsi di ''Una lingua che parla parole d'argilla'' (da ''Grumo di cenere'', trad.cit.), parole fantasmatiche per arlecchinesche macchie di colore: il tutto mai veramente tangibile, mai diremmo catullianamente carnale (''Odi et amo / Quare id faciam fortasse requiris / Nescio sed fieri sentio et excrucior''…).
Ecco, bene (e scusatemi ora per la stridente associazione con il Romano): colori privi di cuore umano, quelli di Zajc, anzi, meglio, pervasi ovunque di funerei sentori: ''Tu sei morto, dissero / le verdi facce. Mille volte morto, / scandirono i lunghi denti giallognoli / nel cimitero sotto le nude cosce della montagna. / E io andai avanti.'' (Da ''Incontro'', Trad. Cit.). Qui a parlargli sono le sue proprie ''facce morte'', quando egli le incontra, come si incontrano le anime prave dantesche, lungo la propria strada. Autoritrattismo oltretombale un po' compiaciuto ma anche lirismo puro. Cieco lirismo, mascherato da movimento vitale e estremo nella follia immaginativa, sovrabbondante spesso, quasi nauseante per l'affollamento di metafore e iperboli, e per l'astrattismo, l'abuso simbolico generalizzato in quasi ogni pennellata. Ecco perché, a ragione, si parla di Zajc come di un neoespressionista. Potente ma stremato e stancante, aggiungeremmo noi.
Un poeta importante e vero, ma anche indiscutibilmente pretenzioso, a tratti, quasi forzato; come in questi versi, al contempo profondi, germanicamente romantici ed esagerati, dove si descrive una donna affogata: ''Acqua. Le ombre fuggono oltre gli occhi del fiume. / I bianchi fiori della spuma cominciano a fiorire / sul nero volto del gorgo. / Migliaia di piccole ore si diffondono nelle tue orecchie. / Le loro voci hanno le soffici zampette brune dei ragni.'' (Da ''L'annegata'', trad. Cit.).
Mitteleuropa da Cripta dei Cappuccini viennese all'ennesima potenza, a farne un bilancio un po' superficiale. O meglio: una decostruzione sistematica dell'intero immaginario poetico e comune sloveno (e non solo) preso lemma per lemma, come a voler ossessivamente addossare a qualsiasi espressione verbale della propria cultura d'area le proprie irresolutezze.
Così sembra che pressoché tutta la lunga e affascinante opera (sia linguistico-estetica che spiritual-concettuale) di questo autore ci appaia alla luce di una sua, quasi onanistica, sofferta degustazione dell'assurdo e dell'iperproduzione di significati, in un teatrino ove dominino la costante lotta contro la paura della luce/vita, la mancanza assoluta di una qualsivoglia Fede ultraterrena e, assieme, la brutale sensazione di dominio della Morte, variamente trasfigurata ma sempre, quasi maniacalmente, presente e sovente parlante: ''Dovrai ascoltarmi. / Perché io sono il ritmo. / Io sono la luce nel cielo. / Una luce tenebrosa nel cielo della tua fuga.'' (Da ''I tamburi'', trad. Cit.).
Una intelligenza fervida, esteticamente molto meglio sfruttata, a nostro avviso, quando prende queste (pur atroci e nichilistiche) forme: ''Un giorno le cose cambieranno i nomi, / allora la pietra sarà odio, il vento orrore, / la strada sarà paura, gli uccelli ti infiggeranno nella fronte / i pungenti chiodi delle loro voci, il fiume sarà disperazione, / i tuoi oggetti saranno la tua colpa e i tuoi accusatori. / Il mondo sarà distrutto. Il mondo sarà senza nome.'' (Da ''Non ci sei'', trad. Cit.).
In conclusione, almeno per adesso, ripeteremo: ''La cosmologia di Zajc unisce l'idealismo disincantato della religiosità con l'effettiva mancanza di risposte metafisiche'', esatte parole della critica slovena Barbara Pogačnik, la quale conclude con un suo ponderoso saggio il volume da cui abbiamo tratto le sovracitate liriche (''Fuoco e cenere'', traduzione di Jolka Milič, postfazione di Barbara Pogačnik, Slovene Writers' Association – Slovene P.E.N., Lubiana 2004).
Come non darle ragione? Basterebbe forse completare questo frammento d'opinione (non riassuntivo del saggio, beninteso) con qualche altra nostra definizione, per dare un'idea di quel che immodestamente pensiamo dell'autore: significativamente irrisolto, all'apparenza dinamico, argomentativamente statico, nella strumentazione retorica eccellente e nel sentire, cioè nell'aderenza intima, superlativo. Anche se il critico belga Raymond Detrez non ha mancato, recentemente, di sottolineare come il linguaggio della sua ultima produzione sia diventato ''(…) Più sobrio e austero, conferendo alla poesia delle incantatrici qualità salmodianti''.
        E ci scusi, Zajc, la superbia: qui volevasi solo ricordarlo. Magari come lui stesso avrebbe ricordato qualcuno che dopotutto gli stesse a cuore.
 
 
 

postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:04 | link | commenti (9)
categorie: letteratura
domenica, 19 luglio 2009

La poesia è un dono, di Renzo Montagnoli

La poesia è un dono
La poesia è un dono
di Renzo Montagnoli
 
 
Sull’Espresso n. 25 c’è un articolo (La poesia è un dono) di Suketu Metha (scrittore nato a Calcutta nel 1963), dove si parla anche di una particolare libreria che si trova a Lisbona e che porta l’insegna “Poesia Incompleta”. Nelle due stanze che costituiscono il negozio sono esposti, caso più unico che raro, solo libri di poesia.
Sappiamo tutti che chi si dedica ai versi non avrà sicuramente vantaggi economici e questo anche se diventasse un grande, un autore del calibro di Ungaretti o di Montale. A differenza della narrativa, dove l’aspetto commerciale sovente è prevalente sulla qualità dell’opera, la poesia certamente non costituisce un affare e appare oggi ancora più lontana dagli stilemi di un mondo votato all’apparenza, alla futilità e a un’illusoria felicità.
In questo XXI secolo i compositori di versi figurano ormai come gli ultimi detentori di una qualità rara, non spendibile e quindi priva di valore secondo i canoni comuni. I poeti possiedono una particolare malinconia, quasi un disagio interiore che li spinge a dialogare con il loro Io e a far emergere sensazioni ed emozioni che inevitabilmente riportano i lettori a quei concetti di umanità, di comunioni di destini, di fugacità del tempo, di bellezza e dolore della vita, che cancellano la patina opaca del miraggio quotidiano di un esistenza preconfezionata per ritornare ad essere se stessi.
E’ una breve parentesi di consapevolezza, quasi di auto confessione, che porta a uno stato di serena malinconia per la gioia di accorgersi di esistere e per il timore dell’inevitabile fine.
Non c’è nessun romanzo che possa donare con poche parole e in così breve tempo un’esperienza del genere; bastano pochi minuti e si entra in un'altra dimensione:
 
Finita è la notte e la luna / si scioglie lenta nel sereno, tramonta nei canali. /….(da Ora che sale il giorno, di Salvatore Quasimodo)
 
Meriggiare pallido e assorto / presso un rovente muro d’orto, / ascoltare tra i pruni e gli sterpi / schiocchi di merli, fruscii di serpi. /…(Da Meriggiare – Ossi di seppia, di Eugenio Montale)
 
Amici ci aspetta una barca e dondola / nella luce ove il cielo s’inarca / e tocca il mare, volano creature pazze ad amare / il viso d’Iddio caldo di speranza…/ (Da Alla vita, di Mario Luzi)
 
Come questa pietra / del S. Michele / così fredda / così dura / così prosciugata / così refrattaria / così totalmente / disanimata / Come questa pietra / è il mio pianto / che non si vede / La morte / si sconta / vivendo (da Sono una creatura, di Giuseppe Ungaretti)
 
 
 
Sono pochi versi, anzi parti di poesie di quattro grandi autori, sono doni che si offrono di per se stessi. In cambio non chiedono nulla, se non la speranza che in noi lettori per poco, per un minuto, per un istante, si accenda il sorriso dell’anima.   
 
Questa è la magia della poesia, unica, incommensurabile, di un valore tale da non avere prezzo.
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:40 | link | commenti (11)
categorie: letteratura
martedì, 16 giugno 2009

Mario Rigoni Stern. Le stagioni di un uomo

Mario Rigoni Stern
Mario Rigoni Stern. Le stagioni di un uomo
      di Renzo Montagnoli
 
 
1° Novembre 1921 – 16 giugno 2008.
Sono queste due date che nel registro del tempo identificano la nascita e la morte di uno dei più grandi narratori che abbia avuto il nostro paese.
Mario Rigoni Stern ha vissuto in questo periodo le stagioni della natura e quelle dell’uomo, così simili tranne per il fatto che prime si ripetono, mentre le altre rappresentano la parabola dell’esistenza.
Mai come in lui si è potuto riscontrare l’identità fra uomo e natura, mai come in lui i romanzi e i racconti sono stati una lunga, attenta e riflessiva autobiografia.
Profondamente legato alla sua terra natia, a quell’altopiano dei Sette Comuni a cui pervennero i suoi avi Cimbri molti secoli fa, ne è stato il cantore e l’araldo, lo storico popolare e il consacratore delle tradizioni.
Eppure nella sua infanzia nulla lasciava presagire questa naturale inclinazione per la narrativa, ma certi talenti hanno bisogno di qualche elemento catalizzatore per potersi rivelare e nel giovane Stern questo è stato rappresentato dalla guerra, a cui aderì volontariamente, sotto l’influsso di una martellante propaganda del regime che gli fece credere che fosse il destino di ogni uomo e, nel caso specifico, la vocazione di un popolo forte, guerriero, addestrato e istruito per la gloria di una nazione che rivendicava le tradizioni dell’antico impero romano.
Combatté così nel battaglione Vestone della divisione Tridentina prima ai confini con la Francia, poi in Albania, in Grecia e in Russia. A ogni teatro di guerra, pur non lesinando gli sforzi per compiere il suo dovere, quelle certezze infuse dalla retorica cominciarono a incrinarsi di fronte alla brutalità del conflitto, alla nostra inadeguata preparazione e, soprattutto, al pensiero che un uomo contro un altro uomo non esalta le sue qualità, ma le deprime, le svilisce.
Per quanto nella campagna di Russia riuscisse a meritare una medaglia d’argento al valor militare, questa sua trasformazione da indottrinato a uomo di libero pensiero ebbe il suo compimento proprio nel corso della drammatica ritirata, raccontata in modo sorprendente per capacità di analisi e per partecipazione emozionale e per scopi non solo di memoria, ma anche pacifisti.
Nelle rigide temperature della steppa, in mezzo alle tormente di neve, fra un combattimento e l’altro per aprire la via che riporta a casa sbocciò un Mario Rigoni Stern rinnovato, al punto che in epoca successiva ebbe a dire queste parole:
Il momento culminante della mia vita non è stato quando ho vinto premi letterari, o ho scritto libri, ma quando la notte dal 15 al 16 sono partito da qui sul Don con 70 alpini e ho camminato verso occidente per arrivare a casa, e sono riuscito a sganciarmi dal mio caposaldo senza perdere un uomo, e riuscire a partire dalla prima linea organizzando lo sganciamento, quello è stato il capolavoro della mia vita... 
Riuscì a tornare, ma non con tutti i suoi settanta alpini, sempre impressi nella sua memoria, compagni di sventura che poi riunì in un commovente abbraccio in un romanzo di notevole bellezza.
Dopo un periodo di prigionia nei lager tedeschi, terminata la guerra, s’impiegò al catasto di Asiago, si sposò ed ebbe tre figli. Nel frattempo decise di raccontare la sua esperienza di quella drammatica ritirata e nacque così uno dei suoi capolavori, Il sergente nella neve, che venne pubblicato nel 1953 grazie all’interessamento di Elio Vittorini, da lui conosciuto due anni prima.
Questo romanzo non è semplicemente il frutto di un’esperienza vissuta personalmente, non è cioè e la cronistoria di un evento occorso all’autore, ma per la capacità di analisi, di estrapolazione dei fatti e per il messaggio pacifista che ne emerge raggiunge vette di universalità su tematiche di interesse generale che lo rendono un’opera di ampia e rilevante completezza.
L’autore ha saputo ricreare l’atmosfera in modo tale che il coinvolgimento è totale; si legge, e poco a poco si è presenti al caposaldo, ci si trova intorno al tagliere con la polenta di segale, si vivono le pericolose ore dello sganciamento, e infine si cammina, si combatte, si patisce la fame, si soffre il freddo, si prova l’angoscia della lunga ritirata.
Già questo è molto, ma Il sergente nella neve è assai di più, è un’opera dove è sempre presente la natura, ammirata anche quando è inclemente e con pagine in cui si respirano lo sgomento e l’attrazione per la grandezza nell’universo, ed è inoltre un’ode sommessa a una virtù ormai purtroppo desueta, la pietà.
Così, fra un combattimento e l’altro, descritti magistralmente, c’è il tempo per le riflessioni di fatti appena accaduti e che nel trascorrere del tempo (l’opera verrà ultimata qualche anno dopo quel tragico 1943) si sfumano per scoprirne gli aspetti più reconditi. E’ il caso del pasto consumato in un’isba insieme a dei soldati russi, in una pausa della battaglia di Nikolajewka. Al riguardo la riflessione di Stern è quanto semplice ed efficace: “In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto di più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.”
C’è tutto il senso della pietà, prima per se stessi e poi per gli altri, c’è quella comprensione della propria e dell’altrui debolezza, c’è una ritrovata umanità che supera ogni barriera e confine.
E’ un grandissimo messaggio di pace di un uomo che, partito volontario per la guerra, ne ritornerà maturato, ma soprattutto consapevole dell’autentica dignità di ogni essere umano.
Quello che poi sorprende in questo primo romanzo è la capacità di prosa poetica che ha l’autore, con quelle descrizioni brevi, ma ispirate, del firmamento, del Don, della pianura ghiacciata. Sono stacchi che non sono avulsi dalla narrazione, ma che si innestano nella stessa in modo preciso e solo quando serve, a riprova di un’esperienza professionale innata.
Al riguardo Rigoni Stern si supera nelle ultime pagine con quella ritrovata serenità nel caldo di un’isba e con le ragazze russe che filano la canapa cantando le loro canzoni popolari.
Nonostante il successo, occorsero ben nove anni prima che Rigoni Stern vedesse pubblicato un altro suo libro, Il bosco degli urogalli, una raccolta di racconti, per lo più imperniati sulla caccia, in cui il contatto dell’uomo con la natura diventa centralità e di fatto dà vita a un filone di grande pregio in cui l’autore asiaghese diventerà insuperabile. La lunga marcia sulla neve per avvicinarsi alle prede, il silenzio dei monti nel freddo dell’alba, i boschi in cui si svolge la contesa donano un tocco di magia grazie a una vera e propria prosa poetica e danno l’idea di un ritorno dell’uomo alle origini, quando era in armonia con la natura.
Anche questo libro fu un successo, ma non ne seguirono subito altri, soprattutto perché il lavoro impegnava e fu solo nel 1970, quando lasciò l’occupazione, che poté dedicarsi a tempo pieno all’attività di scrittore.
Nascono così nel 1971 Quota Albania, sulla sua esperienza bellica, e nel 1973 Ritorno sul Don, in cui in parte completa la narrazione della campagna di Russia e in parte racconta un viaggio in quelle terre che videro la drammatica ritirata, effettuato però una trentina di anni dopo.
Sono buoni libri, ma non ripetono qualitativamente Il sergente nella neve e Il bosco degli urogalli.
Bisognerà attendere ancora cinque anni, il 1978, quando uscirà un altro capolavoro, Storia di Tönle, premiato con il Campiello e con il Bagutta.
E’ un nuovo filone, quello della memoria, delle origini della sua gente di Asiago, una comunità che in Stern assurge al valore di unica e autentica patria.
Tönle Bintarn è un contadino, un pastore, un contrabbandiere per necessità che per sfuggire a una condanna vaga per tutta l’Europa austro-ungarica, adattandosi a fare a qualsiasi lavoro, ma sempre con la speranza di tornare, l’unica vera forza che lo sostiene nonostante le fatiche e le privazioni. Questo piccolo grande uomo è legato inscindibilmente alla sua terra, all’alternarsi delle stagioni sia della natura che della vita. Non c’è evento che possa fermarlo, non c’è nulla che possa dissuaderlo, perché lui è ed esiste solo in funzione di quella piccola patria fra i monti.
Ritornerà, subirà i contraccolpi della Grande Guerra e della Strafenspedition, di cui sarà vittima senza che ci siano carnefici. La violenza di un conflitto non lo ferma, sempre va, sempre resiste, per poter tornare a quei luoghi a lui indissolubilmente legati e che sarà costretto a vedere distrutti, profanati dalla malvagità degli uomini.
In lui non c’è odio, ma solo tristezza e come in una storia dove c’è sempre un inizio e una fine, Tönle Bintarn sa quando tirarsi da parte e comprendere che per lui è arrivata l’ultima stagione.
E’ un romanzo di rara e stupefacente bellezza, un omaggio di Stern alla sua gente e che verrà degnamente completato nel 1985 da L’anno della vittoria, che racconta invece del ritorno della comunità ai suoi luoghi natii, dopo essere stata costretta a lasciare l’altopiano ed Asiago a seguito dell’attacco austriaco.
Sono pagine di intensa commozione, con donne, vecchi e bambini, che, a guerra finita, s’incamminano per raggiungere le loro vecchie case, che troveranno distrutte in uno sconvolgimento che interessa anche i prati, i boschi, le sommità dei loro monti, al punto da faticare a riconoscerli. E poi ci sono trincee, proiettili inesplosi e tanti, tanti, troppi morti insepolti.
I giorni sono difficili, senza più un tetto, senza forse un futuro, ma la comunità viene prima di tutto e a poco a poco si ricompattano, si aiutano, si danno da fare, riacquistano quella dignità di uomini liberi e di popolo che la diaspora sembrava aver soffocato.
E’ gente mite, laboriosa, il cui contatto continuo con la natura è un’inderogabile necessità; non saranno molti quelli istruiti, ma tanto hanno da insegnare a tutti, noi compresi, come il simpatico vecchietto Tana che, durante un’escursione con due compaesani, si imbatte nei resti di un accampamento austriaco, al centro del quale troneggia una forca.
La sua osservazione al riguardo è di una logica ferrea ed estremamente umana: “ Da noi li fucilavano, qui li impiccavano. E invece la loro colpa era di aver avuto paura e di voler vivere.”.
E’ un pacifismo che viene dall’animo, senza retorica, come molte altre pagine di questo stupendo libro.
La storia di Tönle è un romanzo sull’uomo, sul suo innato sentimento per la terra dove è nato e vissuto, sulla nostalgia che prevale su ogni evento e che fa della battaglia per il ritorno a casa un inno al concetto di patria come luogo dei propri affetti.
L’anno della vittoria è invece un’opera corale, dove uomini come Tönle, riuniti, esaltano il concetto di comunità, di identiche radici, indissolubili, inalienabili, tali da superare ogni difficoltà purché sempre solidali, in un’unica grande famiglia per cui vale la pena di vivere e di lottare.
Successivamente, nel 1986, esce Amore di confine, una raccolta di quarantaquattro racconti, del tutto autobiografici, che rinsaldano il concetto di comunità. Nella varietà delle trame, nell’apparente semplicità dello stile dello scrittore che, fra le sue caratteristiche, ha una propensione colloquiale che induce il lettore a pendere dalle sue labbra, anche questo libro riveste caratteristiche qualitative di indubbio elevato livello.
Occorrerà però attendere ancora qualche anno per vedere un altro capolavoro. Nel frattempo Stern scrive un libro un po’ particolare, Arboreto salvatico, ricco di annotazioni botaniche, ma non tanto da costituire un testo specializzato e quindi essere di poco agevole lettura; ogni tanto ci sono richiami a fatti di cui l’autore è stato protagonista o testimone che impreziosiscono l’opera, così come i richiami a quanto altri hanno scritto della natura, come nelle commoventi ultime pagine, dedicate al ciliegio. C’è così la visione di una vecchia casa contadina, vuota e abbandonata, ora posta in vendita per costruire un condominio per i villeggianti, così che il vecchio ciliegio che nei pressi vi dimora da tantissimi anni e che porta le ferite della prima guerra mondiale sarà inesorabilmente abbattuto.
Nell’autore c’è l’autentico sincero dolore di Ljubov Andreevna quando è costretta a vendere i suoi amati alberi nel Giardino dei ciliegi di Cechov.
“Mio caro, dolce, meraviglioso giardino…Vita mia, giovinezza mia, felicità mia. Addio!...Addio.”  
Con il ciliegio di Asiago che verrà abbattuto se ne va un amico, un testimone e protagonista di gioventù, se ne vanno ricordi, emozioni passate, se ne va un pezzo dell’autore.
Per quanto opera minore, Arboreto salvatico resta un testo di assai piacevole lettura e in cui sono presenti tutte le caratteristiche di Rigoni Stern, ma soprattutto quella indispensabile perfetta unione dell’uomo con la natura.
Nel 1995 esce Le stagioni di Giacomo, premio Grinzane Cavour, il capolavoro di cui accennavo prima.
E’ un romanzo struggente su una gioventù che non poté conoscere le gioie della vita tipiche della sua età, su un mondo di miseria e di fame in cui tuttavia fiorivano la solidarietà e il mutuo soccorso, su un fascismo retorico e tronfio che non solo non permise a tanti, a troppi di vivere dignitosamente, ma che sacrificò inutilmente in una guerra non sentita proprio quei figli che avrebbero dovuto rappresentare l’avvenire.
Giacomo, l’amico di Mario Rigoni Stern, non può essere bambino, ma si deve adattare a qualsiasi lavoro pur di sopravvivere. Così segue le orme del padre diventando un recuperante, cioè raccogliendo quanto di bellico è rimasto sull’altopiano. E’ un lavoro duro, pericoloso e anche poco remunerato, ma è l’unico possibile, perché il regime, nonostante le promesse, non è in grado di creare nuove occasioni di occupazione, se non per periodi limitati e sempre legati al suo mondo irreale dove conta solo l’apparenza.
Giacomo è la tipica figura del ragazzo diventato troppo presto uomo, ma che, nonostante le avversità, riesce a cogliere i valori della vita, con quel senso di umiltà che è proprio di chi è povero di beni materiali, ma ricco d’animo.
Conoscerà anche l’amore, un sentimento delicato delineato in modo magistrale, una storia che non potrà aver seguito, perché la tempesta della guerra non restituirà il protagonista al suo altopiano.
Questo è un romanzo che dovrebbe entrare di diritto nei programmi scolastici, affinché i giovani di oggi abbiano quella memoria di un passato ancor recente che a loro è stata preclusa da un insensato sistema che promette un inarrivabile benessere di tipo solo materiale.
Come al solito stupisce lo stile di Mario Rigoni Stern, quella capacità di narrare come se fosse davanti al lettore e con pacatezza gli raccontasse la vita di questo suo grande amico.
Le stagioni di Giacomo si concludono con il gelido inverno della campagna di Russia.
Successivamente usciranno altri libri di racconti, tutti di buon livello, come Sentieri sotto la neve, Inverni lontani,   Tra due guerre e altre storie, L’ultima partita a carte, Aspettando l’alba e altri racconti, I racconti di guerra, libri di sicuro interesse e di piacevole lettura, ma che non possono essere definiti dei capolavori, per quanto perfettamente inseriti nel ciclo letterario dell’autore.
Rigoni Stern è da tanto che scrive, gli anni cominciano a passare, i ricordi poco a poco prendono il sopravvento sul presente. Non si è inaridita la vena creativa, ma non riesce a cogliere qualche cosa di nuovo. E’ forse tempo di bilanci, di riflessioni su ciò che si è fatto e su cu quello che invece si è dimenticato, o ci è stato impossibile fare.
Il talento e la creatività hanno un ultimo guizzo in un’opera di sublime bellezza e così nel 2006 esce Stagioni.     
Questo volume infatti parla stagioni, sempre uguali nel loro avvicendarsi e pure sempre così diverse.
Ma non si tratta solo dei periodi dell’anno, bensì anche di quelli di una vita e in questi riemergono i ricordi dei predecessori che già vissero quelle stagioni.
Mario Rigoni Stern ci offre un’opera straordinaria, frutto di esperienza di vita, di profondo rispetto e amore per la natura.
Le sue parole scendono sulla carta svolazzando come fiocchi di neve, le osservazioni, le memorie si accavallano, dando luogo a una narrazione in apparenza discontinua, ma che finisce con l’avvincere in modo inequivocabile.
L’autore comincia con l’inverno (Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna, e la neve ha accompagnato la mia vita) e la neve è lo sfondo di scenari che si avvicendano, fra il presente del bosco e il passato della drammatica campagna di Russia, emblemi della natura e della violenza dell’uomo.
Gli eventi del tempo trascorso sono giustamente mediati, quasi un intermezzo del presente, invece vivo, vitale, emergente dalle pagine con il profumo dell’aria, i richiami degli animali, lo scenario che prende corpo e che idealmente sembra che compaia di fronte agli occhi.
Ecco, questa capacità di trasmettere, di dare vita a immagini che toccano tutti i sensi è semplicemente sbalorditiva e suscita un’emozione che cresce pagina dopo pagina.
Dopo l’inverno viene la primavera ( Sensi e fantasia ti aiutano a scoprire la primavera del bosco, che è misteriosa, segreta, viva), con l’odore fresco dell’erba bagnata, con i trilli delle allodole, con il risveglio di tutta la natura, ma anche con il percorso nel bosco dello scampato al lager tedesco, l’inizio esaltante della ritrovata libertà; i ricordi in una stagione viva sono più numerosi e così si passa da una visita a Versailles durante il crepuscolo alla figura del nonno adorato, che fumava i sigari Virginia e che ora riposa con i suoi vecchi compagni “nati sotto Francesco Giuseppe e morti sotto Vittorio Emanuele”.
L’estate ha le sue caratteristiche (L’estate in montagna è sempre breve; anche la notte estiva è breve a rinfrescare l’aria; la luna calante e il crepuscolo dell’alba, con le due diverse tonalità, creano una luce sparsa sulle cime e nell’alta valle, ma dentro il bosco la notte ancora non si dissolve.), con le femmine del cervo che si appartano per dare alla luce i piccoli e con il taglio rituale del bosco, ma anche con memorie più estive, come la storia di Nello del Dosso o le vacanze nel Salento, o in Croazia.
E infine arriva l’autunno (Le foglie degli aceri montani hanno preso la luce dall’ambra e la brezza del mattino le stacca dai rami, adagiandole al suolo).
Il sottobosco è rigoglioso ed è la stagione buona per la caccia, magari per una battuta a Naturno, quasi un rito di origini antiche; ma è anche un’ultima stagione, con il toccante episodio dello zio Arrigo che, ormai molto anziano, si trascina faticosamente sull’altipiano a rivedere i luoghi dove ha combattuto durante la prima guerra mondiale, a rievocare e a risentire l’incombenza della morte, quasi il tentativo di esorcizzarla ora che per lui la vita volge al termine. 
A questa stagione si accompagna una dolce malinconia e il libro si chiude, così com’era iniziato, con le avvisaglie di neve, un perpetuarsi di stagioni, di nascite e di morti, un infinito ciclo vitale.
Leggere questo libro è come scrutare dentro l’anima dell’autore, riscoprire con lui i valori di un’esistenza semplice, in perfetta sintonia con la natura.
Non c’è una pagina che sia inferiore all’altra e tutto è in perfetto equilibrio, come la vita di un uomo che è in pace con tutto e con se stesso.
Stagioni è stato il canto del cigno, il messaggio finale che compendia tutta l’opera di un autore fecondo che ha lasciato una traccia indelebile nella letteratura.
Poi è venuta la malattia e l’ultima stagione si è avviata alla conclusione.
Mi sarebbe piaciuto conoscere di persona Mario Rigoni Stern, sarebbe stato un mio grande desiderio sedermi davanti a lui e guardarlo negli occhi.
Sono sicuro che avrei potuto vedere Giacomo che con suo padre va alla ricerca di residuati bellici su un altopiano ancora sconvolto dalla guerra, fra trincee appena celate dalla natura che lenta riprende il suo posto. E poi si sarebbero susseguite altre immagini, come il ritorno degli sfollati in un’ Asiago completamente distrutta, il loro iniziale scoramento, ma poi la volontà di ricominciare, tutti insieme, uniti come una grande famiglia, oppure il sorriso del vecchio Tönle che continua a camminare lungo le strade dell’impero austriaco per guadagnare qualche cosa per sé e per i suoi, con il pensiero sempre rivolto alla sua terra. Né avrebbe potuto mancare la figura dell’alpino Giuanin, che chiede al sergente maggiore Mario Rigoni Stern “ Sergentmagiù ghe rivarem a baita?”
Sono immagini vive, sempre presenti in me, perché l’autore le ha vissute così intensamente da saperle trasmettere con le sue parole.
Mario Rigoni Stern ha scritto della sua vita, ma ha saputo cogliere nel particolare quell’essenza eterna che è propria di ogni uomo. Non c’è finzione nei suoi libri, non c’è invenzione, ma solo una realtà che l’ha toccato e che lui con la sua sensibilità è riuscito a tradurre magistralmente in parole. Anche il fatto più umile, quello che potrebbe essere quasi insignificante diventa così “il fatto”, non un fatto, assurge a motivo di profonde riflessioni, viene recepito come parte di noi, come evento che potrebbe toccarci.
E’ forse questa la grandezza di questo autore, cioè questa capacità di saper cogliere nel particolare tutto quello che può essere un patrimonio comune, e lo fa con delicatezza, con accenti spesso poetici, riuscendo a infondere, nonostante argomenti anche dolorosi, una grande serenità, la stessa serenità che albergava nel suo cuore.
E’ morto verso gli inizi dell’estate astronomica, ma a me piace pensare che avrebbe desiderato incamminarsi in un bosco innevato, raggiungere un bell’abete, sedersi appoggiando la schiena al tronco, nell’attesa di quell’ultimo sonno che tanti soldati ha colto nella ritirata di Russia.
Avrebbe ascoltato il cinguettio di qualche uccello e il sospiro del vento fra i rami e quando si sarebbe accorto che il corpo ormai gelido avrebbe intorpidito anche i sensi, sono sicuro che avrebbe detto queste ultime parole:
“Giuanin, sèma rivà a baita.”.
 
 
Fonti e bibliografia:
 
Wikipedia;
 
Infolibro;
 
De Tzimbar von Siben Komoinen (I Cimbri dei Sette Comuni);
 
Il sergente nella neve (1953)  - Premio Bancarellino 1963;
Il bosco degli urogalli (1962);
Quota Albania (1971);
Ritorno sul Don (1973);
Storia di Tönle (1978) –Premio Campiello e Premio Bagutta;
Uomini, boschi e api (1980);
L’anno della vittoria (1985);
Amore di confine (1986);
Il libro degli animali (1990);
Arboreto salvatico (1991);
Le stagioni di Giacomo (1995) – Premio Grinzane Cavour;
Sentieri sotto la neve (1998);
Inverni lontani (1999);
Tra due guerre e altre storie (2000);
L’ultima partita a carte (2002);
Aspettando l’alba e altri racconti (2004);
I racconti di guerra (2006);
Stagioni (2006).
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:50 | link | commenti (9)
categorie: letteratura
lunedì, 08 dicembre 2008

Alda Cortella, di Grazia Giordani

ALDA CORTELLA (1924-1954)
CANDIDA SENSUALITA' DELLA POETESSA PREMATURAMENTE SCOMPARSA
di Grazia Giordani
Nel 1954 chiudeva prematuramente i suoi giorni, rubata alla vita e al mondo della poesia, Alda Cortella, senza avere la soddisfazione di veder pubblicato il suo tanto atteso volume Quarta vigilia. In seguito, abbiamo potuto leggere e commentare, ripubblicate con ampliamenti di inediti, le sue Poesie edite e inedite, a cura di Bino Rebellato e della famiglia Cortella e provare un'intensa commozione per l'accorato messaggio di lirismo delicato che vive ancora oggi attualissimo dentro i suoi versi. Crea emozione vedere - con gli occhi della memoria di Alda bambina - i "vicoli oscillanti nella sera", sottrarsi con lei alla carezza vegetale degli alberi. La sua Badia diventa nostra, con connotati nuovi. Anche noi sentiamo con lei, adulta, il profumo illanguidente dei tigli, lungo l'Adigetto e siamo avvolti dal felpato velario delle prime nebbie di settembre - mese in cui la poetessa è nata - "all'epoca delle uve mature"; vediamo le sue dita sensibili spremere i grappoli sull'erba calpestata. Leggiamo in queste righe poetiche la struggente metafora del suo cuore dolente: un'immagine di sensualità appena abbozzata, racchiusa nella nicchia del pudore. L'AMORE per Alda non è mai un sentimento trionfante, compiuto, ma è una realtà sospesa, quasi un leopardiano sabato che non vedrà mai la domenica, un'ETERNA VIGILIA, come quella dei suoi versi che andarono postumi alle stampe. L'animo della giovane sente il fascino delle vie d'acqua, la malia del liquido elemento che, quasi in una ricerca di catarsi, di inconsapevole bagno purificatore, ritroviamo in molte sue poesie. Ora è acqua di fiume, cosparsa di pietre, ora marosi che tormentano le scogliere, ora l'immagine locale del fluire dell' "acqua di madreperla" dell'Adige, ora un fiume della fantasia, tutto suo, sulle cui rive potrà sognare un mare ignoto. La sua poesia assume toni inquietanti, che quasi fanno meraviglia, quando è percorsa da immagini cruente: "sogno un cielo di sangue"; "è la voce del tuo sangue che mi chiama oggi sul palmo rosso delle mani"; "il mio sangue nutre in silenzio le sue creature". Alda spesso sente accanto a sè il cupo fremito della morte. E' quasi morte cosmica. Persino le stelle"tornano a morire colme di desideri", anche i suoi sogni sono popolati da alberi che"senza voce chiamano i morti". Anche la luna parla di morte poiché è "un fiore dai petali spezzati". Al di là di queste tetre immagini premonitrici, in lei c'è un desiderio appassionato d'amore, un bisogno commovente di baci veri, di addormentarsi confortata dalla tenerezza. In lei c'è un misticismo delizioso che non conosce tortuosità teologiche, quasi un bisogno di farsi coccolare da Dio. La sua poesia - ricca di metafore lievi - ora si fa canto ritmato, sull'orma dei suoi lirici greci, ora prende l'aspra secchezza di un singhiozzo o la velatura di una voce sussurrata, restando sempre un diafano fiore, eterna vigilia di un frutto.
TENEBRA
Sono una bimba spaurita
nel limbo di vicoli oscillanti.
Mi scopre un lume
Non voglio le carezze degli alberi
ma scendo e dormo
nelle acque nere.
****
TEMPO
Respiro di pietre
addormentate tra la sabbia dei fiumi
e oblio di stelle
la terra cede
sotto nude radici
ed io raccolgo il vento con le mani.
****
GRIGIO AMORE
Era in mia madre la vita
prima che questi occhi vedessero
cadere
lente le foglie morte.
Sono nata nel caldo settembre
alla vita delle uve mature
ed aspettando nel calmo torpore
delle vigne spoglie le prime
nebbie. E oggi è la nebbia
sola immobile muta
a dirmi sul mio viso
che sono viva.
****
LA MIA SERA
Anche oggi
s'è fatto tardi
e il mio giorno
si è chiuso nel silenzio.
Il cielo è basso,
la luna è un fiore
dai petali spezzati.
Le donne hanno sciolto sui letti i capelli,
io sola sulla strada
perché ho paura
che il tuo sorriso mi trapassi
senza fermarsi.
****
QUARTA VIGILIA
Il turbine alla notte si fa denso
sulle mie vesti nere:
le pietre ai ceppi sono nude.
La voce dei sassi mi raccoglie
un battere di zoccoli:
due bianche mani si stringono
all'inutile tempo.
****
ORA NONA
Giorno che brucia
le pietre sui sensi stravolti
nell'afa. E' sabbia
la mia bocca e le mie radici
affondano lente
ed io mi perdo in te.
ALDA CORTELLA
da "Poesie edite e inedite" a cura di Bino Rebellato e della famiglia Cortella
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 08:54 | link | commenti (3)
categorie: letteratura
domenica, 26 ottobre 2008

Tanto gentile. Su un sonetto di Dante, poeta contemporaneo, di Alberto Carollo.

Tanto gentile
Tanto gentile. Su un sonetto di Dante, poeta contemporaneo.
Un breve e curioso viaggio all’interno del sonetto più famoso del sommo poeta, per scoprirne l’attualità dei temi poetici e quella di stile e di lingua.
di Alberto Carollo
                                              
Come presumo sia accaduto a molti di voi, nella mia carriera di studente mi sono chiesto spesso perché dare grande rilievo all’opera di un autore così lontano nel tempo come Dante, con una sensibilità e dei problemi per certi versi così difformi da quelli attuali. Perché non dare ampio spazio e precedenza, per esempio, al Novecento e alle sue avanguardie, più in sintonia con le importanti questioni dell’uomo moderno e contemporaneo?
La domanda è ovviamente retorica: sono svariati i motivi per cui Dante si è studiato e si studia e perché ancor oggi la sua opera costituisce una miniera inesauribile, un vasto repertorio di temi da indagare, di primaria importanza e di assoluto rilievo: è stato il padre della lingua italiana così come la conosciamo oggi, ha scritto delle opere capitali come la Commedia, fiore all’occhiello e insuperato modello che le altre letterature ci invidiano e via discorrendo. Ma Dante è anche un nostro “contemporaneo”, riprendendo un’espressione di Ezra Pound, e la lettura di questa sera trova il suo incipit in questo pretesto: andare a vedere (in parte) come si è trasformata la lingua che Dante ci ha insegnato a parlare e fare una breve ricognizione su alcune questioni da lui toccate: linguistiche, poetiche, stilistiche, filosofiche, antropologiche e religiose che hanno avuto grande fortuna e che bene o male hanno nutrito nel tempo il nostro immaginario e la nostra cultura, fino a costituire degli archetipi tuttora presenti e operanti nel panorama odierno. Non da ultimo scopriremo, – ed è questo il campo di applicazione che più ci interessa come appassionati di scrittura – come l’elevata qualità dei temi sia indissolubilmente legata alla questione formale, alla ricerca poetica e stilistica dell’Alighieri. Daremo perciò una sbirciatina nella sua bottega, per comprendere i meccanismi che regolano la complessa architettura delle sue composizioni. Il mio intento è quello di dare un taglio divulgativo a questa esposizione, per permettere a tutti di accedere in breve a questioni non sempre agevoli, spesso appannaggio degli addetti ai lavori ma comunque curiose e stimolanti per tutti coloro che vorranno ampliare e approfondire con ulteriori letture i diversi aspetti.
 
Il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare viene composto da Dante verso la metà degli anni ’80 e poi inserito tra il 1293-94 nella Vita Nuova, un testo misto di prosa e poesia in 42 capitoli. La parte in prosa adempie a funzioni narrative. Si tratta di un prosimetro, sul modello del De Consolatione Philosophiae di Boezio. Vita separata dalla poesia dentro il “libello”, come lo definisce Dante stesso. Il racconto è una autobiografia poetica, dove il dato autobiografico viene continuamente trasfigurato e idealizzato; è il racconto dell’amore esemplare di Dante per Beatrice, un amore disinteressato che produce un rinnovamento spirituale e dal quale nascono le rime in lode della donna, il “dolce stil novo” dantesco. La successione delle liriche ( tre canzoni, una stanza e una doppia stanza di canzone, una ballata e venticinque sonetti) non è contemporanea alla prosa, o lo è solo in parte; i componimenti delineano la storia della poesia dantesca, che parte da residui di esperienze guittoniane e siculo-toscane, attraversa i toni dell’amore doloroso tipici di Cavalcanti e approda all’originale “stilo de la loda”, al “nuovo stile”.
La Vita Nuovanon è solamente una Legenda Sanctae Beatricis, cioè un’opera di edificazione cristiana: è anche la storia di un itinerario sentimentale e letterario che conduce alla definizione dell’amore come contemplazione disinteressata e beatificante e alla nuova poetica della “loda”. 
 
 Tanto gentile è stato oggetto di un celebre saggio di Contini: Esercizio di interpretazione sopra un sonetto di Dante. Contini si proponeva da una parte di mostrare concretamente che la lingua italiana è stabile nelle sue strutture morfologiche e sintattiche, ma che il mutamento semantico è stato profondo. La lingua è stabile nelle sue strutture portanti perché è stata parlata in passato da una ristretta cerchia di parlanti. Il secondo scopo era di mettere in guardia i commentatori, mostrando che se si interpreta questo testo con i significati odierni dati alle parole, non si capisce niente. L’analisi del sonetto è perciò un esercizio di semantica storica, sulla scia di Contini.
Lettura del testo (che potete reperire tranquillamente in qualsiasi antologia che si rispetti o su internet) per comprenderne, già di primo acchito, l’atmosfera incantata, la struttura sintattica e ritmica pacata e lineare, la dolcezza e musicalità del verso. 
Parafrasi del testo > ovvero traduzione in un italiano moderno, per vedere le distanze tra italiano di oggi e quello del Duecento.
  La mia signora si rivela così nobile e così piena di dignità quando saluta, che ogni lingua ammutolisce a forza di tremare, e gli occhi non osano guardarla. Lei procede, cammina sentendosi lodare, tutta ammantata di benevolenza [lett. benignamente ammantata di.], e appare evidente che sia una creatura venuta dal cielo in terra a mostrare un miracolo [o plurale = miracoli; nel testo miracol]. Si mostra così bella a chi la guarda intensamente che provoca, attraverso gli occhi, una dolcezza al cuore che non può comprendere chi non ne ha esperienza; e appare che dalla sua fisionomia si muova un corpo sottile, dolce e persuasivo, pieno d’amore, che dice all’anima: “Sospira”.

Conclusione: non c’è quasi una parola piena che avesse lo stesso significato che ha oggi. Procediamo parola per parola:
Tanto gentile. Gentile vuol dire puramente “nobile”. L’etimologia in latino è “gens” > era la fascia più nobile della popolazione romana. L’aggettivo di gens, gentilis, ha preso una serie di significati, es. Summa contra gentilis (Tommaso d’Aquino). Qui i gentili sono i pagani. Per un ebreo il gentile è l’ariano. Per questo termine fa testo anche Dante stesso; nel Convivio il tema è il problema della nobiltà; in Le dolci rime d’amor ch’io solia (4° trattato del Convivio) si sostiene la tesi, un caposaldo della teoria stilnovista, che la nobiltà è nobiltà d’animo e non di schiatta, di famiglia. Dante è convinto di questa tesi e polemizza anche con l’imperatore Federico II (che pure ammira e stima), che sostiene l’esatto opposto. Vi ricordo Il Convivio perché se parafrasate basta dire “nobile”, ma c’è una precisa implicazione culturale: nel sonetto Dante dice “nobile d’animo”.
E tanto onesta. Significa “dignitosa”, “decorosa”. E’ un latinismo = onestus, aggettivo che deriva da onor. Dante definisce Catone, nel Purg., veglio onesto; definisce la sua barba oneste piume e ancora pudica in faccia e nell’andare onesta. Onesto è il corrispettivo negli atteggiamenti esteriori di quella nobiltà d’animo. Chi è nobile d’animo non può essere che dignitoso e decoroso negli atteggiamenti. Alcune anime dell’antipurgatorio scappano con una fretta che l’onestade (...) dismaga > la fretta toglie loro l’onestà e il decoro. Accostamento di onesto a nobile, perciò. Tutto il resto è impostato su quello che appare in Beatrice, e sull’effetto che lei ha su chi la guarda.

Pare. E’ il verbo chiave del sonetto. Compare tre volte, in posizioni strategiche: fine del verso 1; inizio del verso 7; in anafora all’inizio del verso 12. Il suo sinonimo è mostrare e mostrarsi, in posizione strategica > fine della quartina e inizio della terzina.
La donna mia. Donna  conserva il significato del suo etimo = domina, signora. Perché la donna è chiamata signora? E’ un fatto di tradizione culturale, che risale alla poesia trobadorica, dove domna è la Signora, con un valore sociale preciso. Il trovatore ama e dichiara il suo amore per una donna di rango superiore, per una signora feudale (es. Eleonora d’Aquitania). Gli antichi trovatori chiamavano la loro donna senhor; antichi trovatori provenzali chiamavano la loro donna al maschile midons > mio signore. Dante usa donna, ma anche femmina, con una profonda differenza. Femmina viene usata per una distinzione sessuale rispetto ai maschi. In altri casi c’è una differenza sostanziale. Quando Dante incomincia un nuovo stile in Donne ch’avete intelletto d’amore, dice che parlerà alle donne e alle pure femmine. Il termine femmina compare tra le parole che non si devono usare nella lirica più alta. Nel sogno di Dante in Purgatorio, il poeta vede apparire una femmina balba, sgraziata, alla quale viene contrapposta una donna, alla fine del canto, santa e presta.
Mia. In italiano antico la posizione dell’aggettivo possessivo era molto libera; in quello moderno no.
Quand’ella altrui saluta. Condivide un’antica tradizione romanza: ma maîtresse quand’elle.
Altrui. Complemento oggetto. E’ una sorta di appoggio per il verbo. Sembrerebbe che Beatrice salutasse tutti gli altri, tranne Dante. Vuol segnalare che il verbo è transitivo e non intransitivo.
Saluta. Il saluto è un tema di estrema importanza. Un carattere tipico della poesia in generale può essere la sua ambiguità. Per alcuni commentatori la poesia antica ha un solo significato, mentre poesia e letterature moderne e contemporanee presentano un’estrema ambiguità di significati (es. Kafka). Assumiamo la posizione dubbia che Dante presenti delle ambiguità. Saluta. In certi casi non c’è dubbio che il significato è connesso alla salus latina, alla salvezza [beatifica].
Ch’ogne (toscanizzato) lingua deven. La E tonica aperta dittonga = diviene.
Qui non c’è dittongamento per due ragioni = è un latinismo, reso più probabile dal fatto che avete devene non divien. La Eo la O aperta non dittongavano in siciliano. Qui può trattarsi di latinismo + sicilianismo.
Tremando muta. “Diventa muta tremando” è causale = a causa del tremor. Per Contini “a forza di tremare” (perciò strumentale, non causale).
E li occhi no l’ardiscon di guardare. “Non osano neppure guardarla”.
Nella quartina successiva qualcosa cambia.
Ella si va sentendosi laudare. Il soggetto era ‘ella’ in italiano antico; lei si usava solo nei casi obliqui > a lei, di lei. La forza di ‘ella’ la si vede dal fatto che nella lingua antica si poteva utilizzare ‘ella’ anche nei casi obliqui. Ella è rimasto nel registro alto della lingua > così, ad esempio, in Dannunzio. Nonostante il robusto attacco che ha dato ad ella Manzoni > nella quarantana, dove M. ha toscanizzato ed eliminato gli aulicismi. Tutti gli ella della ventisettana vengono corretti in lei – mentre non tutti gli egli vengono corretti in lui, ma vengono mantenuti per riferirsi a Dio, al Cardinale e altre autorità. C’è una asimmetria tra ella e egli. La soluzione manzoniana non è stata accettata del tutto. Ella non si usa più se non in un registro formale, come pronome di cortesia: Ella, signor Ministro. Egli > l’utilizzo del pronome dipende un po’ dalle generazioni. In genere non si usa mai parlando, ma persiste, in alcuni casi, nello scritto. E’ comunque un pronome destinato a sparire.
Si va > Si è un dativo etico o di vantaggio (dà intimità a un’azione interiore, la soggettivizza) , che nell’italiano moderno è rimasto solo come Se ne va.
Sentendosi laudare. Come fa a sentirsi laudare se tutti sono muti? Beatrice sente che gli astanti la lodano senza parole. Solo così si può uscire da questa apparente aporia. Laudareè un latinismo. Lo “stilo della loda”. C’è un anticipo molto forte della tematica della loda: l’antica forma matrice, simile alla Ballata, si chiama Lauda (dal latino) e non Loda.
Vestuta. E non vestita; è un sicilianismo. Il participio ire (participio passato ato) diventa uto in siciliano; di ferute e non ferite. Cino da Pistoia = Omo feruto.
Si tratta di una metafora, di un veicolo di vestire. Per rispettarlo viene parafrasato con ammantata. La metafora della veste è tipica dello Stilnovo; è tipica di questa poesia che descrive l’esterno documentato dall’interno. Con viso vestito di humilitate. E’ questa una metafora illustre, che ha una tradizione, un relé tra medioevo latino e poesia volgare. La fonte è il De Amore di Andrea Capellano. Umilitatis ornatur vestiri > vestirsi dell’ornamento dell’umiltà. Capellano deriva da altra fonte > Lettera ai Colossesi di San Paolo. Nella poesia cortese delle origini umiltà vuol dire benevolenza, ciò che la donna ha o non ha nei confronti dell’amante. Cavalcanti: Cotanta d’umiltà donna mi pare, ch’ogn’altra in verso lei la chiam ira [crudeltà, insensibilità]. E’ qui presente una ridondanza; la donna è ammantata benignamente di ogni benevolenza. Mentre la benevolenza è un atteggiamento esteriore, la benignità è una qualità interiore.
E par. E appare evidente.
Cosa. In italiano antico voleva dire creatura, venuta dal cielo. Cosa sta in italiano antico in una rete di rapporti del tutto diversa. Qui non c’è un senso di possesso [ une chose, come in Balzac]. Vedi anche verso 43 di Donne ch’avete intelletto d’amore.
da cielo in terra. Oggi dovremmo dire dal cielo alla terra. Nell’italiano antico, però, enti come cielo e terra vengono trattati come nomi propri. Amor che muovi tua virtù da cielo.
Miracol mostrare. Non è una inversione poetica; è sintatticamente in uso nella poesia antica. Mostrare è sinonimo di parere.
Mostrasi. Non si tratta di una scelta stilistica, ma di un obbligo grammaticale > legge di Tobler-Mussafia > enclisi del pronome atono. Adolfo Tobler fece notare per primo come in francese antico non si possa aprire un discorso con un pronome atono; Adolfo Mussafia estese l’indagine all’italiano > in italiano antico le forme pronominali atone vengono dopo il verbo e si appoggiano ad esso nelle posizioni seguenti: a) a inizio periodo; b) dopo congiunzione [es. e menommi al...]; c) all’inizio della principale [es. Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti ch’a la mente altrui mi rechi]. E’ una legge perchè anticamente non ha eccezioni; viene meno nel corso del Quattrocento, dopodiché è chiaro che le espressioni come mostrasi sono scelte stilistiche di tipo aulico.
Domanda: la costruzione di questo verso è obbligatoria? No, c’erano due alternative:
a) A chi la mira sì piacente si mostra
b) Sì piacente si mostra a chi la mira
Ma siamo qui nel fanta-dantismo! Questo per dimostrare che l’inizio con mostrasi è intenzionale. Non si tratta qui di una anadiplosi multipla, ma di una anadiplosi con poliptoto, vale a dire quella figura retorica per cui si ha la ripetizione della stessa parola ma non nella stessa forma grammaticale: mostrasi sì > Dante l’ha fatto per una ragione: è implicata nella storia del sonetto. Nella forma sonetto delle origini, in Giacomo da Lentini, senza eccezione, la fronte (otto versi iniziali) è legata alla sirma spesso da una anadiplosi, che con ogni verosimiglianza deriva da una tecnica tipica delle canzoni provenzali, la coblas capfinidas > fine di una stanza e inizio della successiva con la stessa parola. Questa norma resta frequente anche nei siculo-toscani successivi a da Lentini. C’è sempre una parola nella fronte che viene ripetuta nella sirma. Dante è incappato nella legge di T-M per utilizzare l’espediente retorico [retorica di un genere] della coblas capfinidas.
Piacente. Vuol dire bella sic et simpliciter; non come oggi, dove piacente è qualcosa di minore di bello (E’ ancora una donna piacente). Ha la stessa connotazione del provenzale plazer = un catalogo di cose belle. Piacere significa anche bellezza > Mi prese del costui piacer sì forte (Inf., Canto V), vale a dire Mi innamorai perché era bello. Folgòre da San Gimignano.
A chi la mira. Nel sonetto c’è uno sviluppo narrativo; prima gli astanti non osano neanche guardare Beatrice; ora invece la guardano. Guardare è verbo durativo. L’italiano antico aveva guardare, che era neutro, e mirare > guardare a lungo e intensamente, con ammirazione. Questa eccezione è scomparsa nell’italiano odierno. Guatare era invece guardare intensamente, ma con odio. Acqua perigliosa e guata > il naufrago che guarda con odio l’acqua che lo sta sommergendo. L’italiano moderno ha perso alcuni valori aspettuali della lingua latina.
Per li occhi. Attraverso. Per il tramite degli occhi è un topos stilnovistico, in Dante e Cavalcanti. Dolcezza al core > core è sicilianismo, forse il più celebre. In latino volgare corem, che dittonga in italiano con cuore. In siciliano non avviene la dittongazione. Si dice ancora oggi cori. La forma sicilianeggiante di core è quella dei testi poetici, che sta in rima. La prosa della Vita Nuova presenta invece cuore. Questo non indica l’ususdantesco, ma quello dei manoscritti del Trecento > di Dante non abbiamo alcun autografo.
Che ‘ntender no la può chi no la prova. La reduplicazione di la è un fenomeno che noi oggi diremmo della forma parlata o di quella dei semicolti. In italiano antico non andava così. E vidi ombre che amor di nostra vita dipartille (Inf., V). Era un fenomeno dell’italiano antico. E’ una censura di Bembo, ma è spuntata fuori di nuovo, continuando ad avere una vita classica, dell’italiano aulico. Concettualmente è un altro topos in Dante e Cavalcanti: si può sapere qualcosa solo se se ne ha esperienza. Questa nozione è già presente nel Tesoretto di Brunetto Latini.
E par che... si mova. Sicilianismo > in italiano moderno muova (dittongato). Tutte queste parole core-laudare-mova stanno in rima, cioè nella maggiore evidenza del testo.
De la sua labbia. [Inf. VII, Pluto ha una enfiata labbia]. Nell’incontro con Forese Donati in Purg. > cangiata labbia. Contini: smaterializzazione; scompare il volto e subentra la fisionomia. labbia> plurale tantum. C’è qui un passaggio dalla parte al tutto = sineddoche [labbia = volto]. Da un neutro plurale latino si passa a un femminile singolare.
Spirito. non ha alcuno dei significati che attualmente diamo alla parola. E’ un termine tipico della poesia stilnovistica, soprattutto di Cavalcanti e di Dante. E’ introdotto nella poesia stilnovistica dal poeta che più sapeva di filosofia, Cavalcanti, il quale costruisce un sonetto imperniato su questa parola. E’ un termine che Cavalcanti ha dedotto da San Tommaso e Alberto Magno. Nel corpo di ogni essere animato c’è un corpo sottile che si chiama spirito, uno strumento dell’anima che provoca le operazioni dell’anima stessa, veicolo della vita e dell’anima, ma anche veicolo delle operazioni spirituali (sentimenti, emozioni ecc...). L’uso in Dante di una parola come questa ci fa capire che una poesia di questo tipo, per effetto di tanta critica ottocentesca (i Preraffaelliti) che l’aveva resa incorporea, è in realtà una poesia concreta, che utilizza dei tecnicismi filosofici. Questo gioco tecnologico è molto preciso; anche anima e core hanno un valore preciso. Oggi c’è una sinonimia tra anima e core. In Dante e Cavalcanti era diverso; il cuore era la sede dei sentimenti, ma anche dei sensi. L’anima piuttosto delle operazioni intellettuali. Anche qui abbiamo a che fare col linguaggio filosofico.
Soave. Dolce. Culto della variatio > più sopra aveva detto dolcezza. Un passo del Convivio, II Cap. 8, ci induce a dare a soave una sfumatura in più. Soave è tanto quanto suaso, abbellito, dolce, piacente e dilettoso. Dante collega soave al verbo. Una dolcezza che persuade (Pascoli).
Va dicendo. Forma perifrastica > si distingue da dice per essere continuativa, durativa.
Sospira. Il sonetto finisce su questa parola per coloro che interpretano in maniera sentimentale il testo. La poesia stilnovistica è piena di sospiri. Un grande studioso tedesco, però, si è accorto che nella tradizione mistico-religiosa occidentale suspirare ha in più di un’occasione il senso di anelare e di bramare > desiderio il cui oggetto è Dio. Friedrich, - questo lo studioso – cita San Bonaventura, ma anche Le Confessioni di Sant’Agostino: Illa pulcritudo qui suspirat anima mea. E’ caratteristico della poesia medievale questo continuo scambio tra poesia profana e poesia mistico-religiosa. Es. vedi la metamorfosi cristologica della figura di Beatrice.
 Osservazioni di carattere stilistico.
Il verbo pare, parola chiave del sonetto, è distribuito a distanza pressoché uguale. Mostrare e mostrasi sono invece in posizione chiastica.
Schema: ABBA ABBA CDE EDC.
Lo schema della fronte è il più comune all’altezza di Dante. Lo schema delle terzine non è invece il più comune. E’ uno schema rovesciato: CDE EDC. Lo schema è chiastico. In realtà, se lo schema è chiastico, anche nelle quartine Dante ottiene degli effetti chiastici, a scatole cinesi.

V. 1 > pare; v. 8 > mostrare sono in relazione di sinonimia.
V. 4 e 5 > guardare e laudare. Paronomasia dei suoni.
V. 6 e 7 > vestutae
venuta.
Se guardiamo alle parole e alle loro relazioni avremo questo: A x y B /B C C A
Lo schema metrico delle terzine realizza ciò che nelle quartine è realizzato in altra maniera. Roman Jakobson ha osservato che spesso, nelle poesie brevi, il centro del messaggio sta nel centro geometrico del testo. E’ questo un caso tipico. Questi versi sintetizzano tutto il resto: e par che sia una cosa venuta/da cielo in terra a miracol mostrare. Beatrice è un essere celeste che scende dal cielo alla terra per mostrare miracoli. Mostrare – mostrasi, ma anche miracol – mira. Figura etimologica: es. vivere la propria vita.
La Vita Nova  ha una tradizione bipartita: a) le poesie stanno dentro il libello (prosimetro) b) esiste però anche una tradizione in cui alcune poesie della Vita Nuova sono trasmesse per conto loro. Il problema è di sapere se la tradizione extravagante dipende da quella organica o se parte da un momento in cui le poesie non erano ancora inserite dentro l’opera. Il maggior studioso delle rime di Dante, Domenico de Robertis, è dell’opinione che questi manoscritti che trasmettono poesie isolate risalgano ad un momento anteriore alla composizione delle prose. Se le cose stanno così ci troviamo di fronte a delle varianti significative, non a refusi o errori di scrittura. Ma queste varianti cosa sono? Si tratta forse di varianti d’autore? Per alcune di queste poesie de Robertis ha sempre pensato che si tratti di varianti d’autore. Una di queste varianti è Tanto gentile. Si tratta di varianti d’autore se c’è un senso sotteso, se esse ci dicono qualcosa di culturalmente interessante.
V. 7 non par ma credo che sia una cosa venuta.
v. 10 non che dà per li occhi ma fer per li occhi (ferisce)
v. 13 non un spirito soave ma uno spirito fiero pien d’ardore.
L’ipotesi di De Robertis è ragionevole perché queste varianti gettano luce sugli antefatti culturali, stanno insieme culturalmente.
Credo è una eco di un verso di Guinizzelli: Credo che delle cose sia sovrana.
Uno degli imperativi delle varianti d’autore è cancellare le tracce, le fonti della propria ispirazione. E par elimina ogni elemento di soggettività > infatti non esiste in questo sonetto qualcuno che dice ‘io’. Comprendiamo così il motivo dell’intervento.
Per quanto riguarda i vv. 10 e 13 forse abbiamo a che fare con un copista molto creativo, ma cavalcantiano. Cavalcanti è principalmente un poeta non dell’amore contemplativo ma di quello drammatico, che esprime in queste forme. Se le cose stanno così Dante ha limato le tracce del suo giovanile cavalcantismo come cultura dell’amore drammatico. La Vita Nova è per Pier Vincenzo Mengaldo un libro anti-cavalcantiano (a dispetto di quanto affermano altri autori), anche se proprio in questa sede Dante lo definisce ‘primo amico’.
Chi è questa che vien ch’ogn’om la mira di Cavalcanti è il sonetto che più assomiglia a questo, ma è di carattere contemplativo, quindi antecedente a quell’amore drammatico cantato in seguito dal poeta. Patrick Boyd si è accorto che delle poesie della loda la consecutiva è la subordinata più frequente > questo avviene perché una causa produce una serie di effetti.
Nuclei tematici del sonetto
Abbiamo in parte già accennato ad alcuni temi o elementi che si desumono dal testo, dall’utilizzo di determinate soluzioni formali o nelle cosiddette “varianti d’autore” se siamo disposti a dare credito a De Robertis. Di tali elementi parliamo ora in modo più discorsivo e generalizzato. Nel sonetto, ch’è una delle più alte ed intense espressioni della “loda”, troviamo tutti i temi tipici del canone dantesco fissato in Donne ch’avete: i mirabili effetti del saluto, il passaggio per la via come momento beatifico, Beatrice come miracolo e creatura celeste. Parlavamo poc’anzi, commentando quel sospira posto come explicit del sonetto, della metamorfosi cristologica di Beatrice. Dante conclude la Vita Nuova con la promessa che non parlerà di Beatrice fino a che non sarà in grado di “più degnamente trattare di lei”. Tornerà all’amata nella Commedia, per cantarne il trionfo nientemeno che nel Paradiso. Beatrice, oltre che un essere umano è una Dea, è il veicolo attraverso il quale l’uomo può avvicinarsi a Dio, è vita e morte, dolore e gioia, e viene indifferentemente paragonata a Maria e a Gesù. In Purg. XXXIII 4-12 Beatrice è, come Gesù, speranza di resurrezione e di nuovo sviluppo. “Colorata come foco”, la donna/dea pronuncia le stesse parole del Cristo nel Vangelo di Giovanni, annunciando la promessa di una sua seconda venuta: “Un po’ di tempo e non mi vedrete; e, mie amate sorelle, ancora un po’ di tempo e mi vedrete”. Molti commentatori hanno identificato Beatrice con la “chiesa spirituale” che sarebbe ritornata in un prossimo futuro, del tutto purificata. Ma Beatrice simboleggia anche il mistero trinitario dello Spirito Santo: “Questa donna fu accompagnata da questo numero del nove a dare a intendere ch’ella era uno Nove, cioè un miracolo, la cui radice del miracolo è solamente la divina Trinitade” (Vita Nuova XXIX, 3). L’identificazione di Beatrice con Bice Portinari, vissuta a Firenze nel tempo di Dante, non cambia la forte componente simbolica, l’icona da lei rappresentata.
Non è questa la sede per digressioni antropologiche, culturali e/o teologiche, ma basterà dire che nel corso della Storia l’immaginario maschile ha operato secondo categorie ben definite, quasi stereotipate se le osservassimo esclusivamente attraverso la lente di commentatori moderni e smaliziati. E’ curioso che nel Medioevo la donna, relegata per secoli negli strati più infimi della società, perseguitata da inquisitori sessofobici, stigmatizzata come il “vascello del demonio” dagli intellettuali e dai religiosi, acquisti una tale rilevanza nei letterati e negli artisti in generale da divenire il centro, il fulcro del loro mondo poetico. A lungo, in un mondo sciovinista e maschilista, la donna ha rappresentato alternativamente un’Eva, ricettacolo di tentazioni che conducono alla perdizione; una Messalina, veicolo di vizi sfrenati e incontenibili; via via cortigiane splendide e irraggiungibili, causa di molteplici sofferenze per i loro amanti; oppure, al contrario, modelli esemplari dalle qualità divine: il culto di Maria, la sposa di Salomone, Persefone, “l’eterna primavera”, il culto delle Sante, martiri e visionarie, (pensiamo a Orsola, a Caterina da Siena, a Teresa d’Avila e Giovanna d’Arco, a Beatrice e per certi versi anche alla Laura petrarchesca). Dovremmo aspettare la moderna psicologia e il contributo di scritture al femminile per avere ritratti reali e polimorfi della complessa natura del gentil sesso: dalle fanciulle in fiore di Proust alla Bovary di Flaubert, alla Anna Karenina di Tolstoj; dalla Dalloway di Virginia Woolf, alle anime ‘parlanti’ di Dickinson, Sexton e Bishop; e in Italia Grazia Deledda e, perché no, poetesse come Alda Merini solo per citarne alcune. Ma tornando all’importanza che ancora oggi riveste il mito di Beatrice, basterà citare un breve passaggio da un saggio (attualmente in corso di pubblicazione, ma che ho avuto il piacere di leggere in anteprima per concessione dell’autrice) di Elisa Ghiggini, Rosa Mistica: “Le immagini di donne che trovavo impresse sui muri della mia città, o che comparivano nei cinema o nei programmi televisivi, mi parevano molto lontane dalla mia vita quotidiana, dalle mie esperienze e desideri; corrispondevano più ai desideri erotici maschili, in cui il corpo femminile non era libero ma doveva sottostare a norme imposte da altri. Nemmeno nelle mie fantasie più liberatorie avevo immaginato che sarei incappata in un poeta come Dante, capace di esaltare Beatrice soprattutto per le sue qualità interiori, di valorizzarla per qualcosa in più che la rendeva speciale, depositaria di una dottrina sacra che promuoveva il continuo divenire (...)”. Bastano queste parole a testimoniare quanto abbia inciso nell’immaginario (questa volta di entrambi i sessi) la figura di Beatrice. Ma cosa rende così speciale Beatrice agli occhi di Dante?
Per comprendere l’evoluzione della figura di Beatrice nell’opera dantesca dobbiamo ancora una volta affidarci direttamente al testo. Tanto gentile, lo abbiamo visto, ha uno sviluppo narrativo. Il sonetto non a caso è contenuto nella Vita Nuova, ch’è considerato il primo romanzo in volgare italiano. La VN all’inizio si presenta come una vicenda dalle caratteristiche “cortesi”; la donna dello schermo è una prassi della poesia trobadorica e il sentimento d’amore di Dante per Bice Portinari, il suo turbamento ed angoscia, hanno una precisa connotazione profana. Dante aderisce inizialmente alle istanze cavalcantiane dell’amore doloroso. Cavalcanti ha una concezione dell’amore come passione irrazionale, pertinente alla sfera della vita sensitiva; il poeta subisce Amore senza tuttavia rinunciare ad analizzarne razionalmente l’essenza, le cause e le manifestazioni. Anche Dante, nei primi anni della sua esperienza poetica, si nutre delle istanze culturali dello studium bolognese, come il suo ‘primo amico’ Cavalcanti. In questo ambiente laico trovano larga diffusione i principi di filosofia naturale, le istanze del pensiero di Aristotele, di Tommaso, di Alberto Magno di Averroè.
Per meglio comprendere la persistenza di moduli profani e trobadorici all’inizio della VN, gioverà ricordare il capitolo III. Nella parte in prosa Dante narra di come, a nove anni di distanza dal primo incontro, egli riceve il saluto di Beatrice. Pieno della dolcezza che gliene deriva, si ritira in solitudine, pensando alla donna, e ha in sogno una visione: Amore gli appare in una nuvola di fuoco, lieto benché terribile a vedersi. “Ne le sue braccia mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno leggeramente”, scrive. La nudità di Beatrice è un apax nell’opera dantesca e ha una esplicita connotazione sensuale; nel sonetto collegato a questo episodio l’accenno alla nudità di Beatrice scomparirà: l’amata è “involta in un drappo dormendo”. La composizione del sonetto, A ciascun alma presa e gentil core, ha l’intento di documentare la visione dantesca e viene inviato a tutti i poeti che si professano vassalli d’Amore, affinché propongano la loro interpretazione dello strano sogno. Cavalcanti fornirà una sua spiegazione del sogno; secondo la sua interpretazione il pasto del cuore si riferisce alla necessità di nutrire e sostenere chi è consumato dalla passione; e il pianto finale di Amore viene ingegnosamente attribuito al suo dispiacere per l’imminente risveglio del poeta. Dante da Maiano rifiuterà invece il livello della convenzione letteraria della poesia amorosa cortese per rispondere a Dante con una spassosa interpretazione in stile comico- burlesco: la visione verrà attribuita a malattia fisica o mentale, con riferimenti alle teorie e pratiche del tempo.
Nel prosieguo della VN Dante approda a una conquista personale: una poetica non più basata sulla autoanalisi del tormento del poeta, causato da Amore, ma un processo di progressiva sublimazione che conduce all’esclusiva lode dell’amata, della sua bellezza fisica e morale, dei suoi effetti salvifici. Beatrice non è più soltanto la donna angelicata degli stilnovisti, di matrice guinizzelliana, capace di trasformare la Potenza divina - ch’è nella natura dell’uomo – in Atto (secondo una nota dottrina aristotelica); Beatrice è creatura veramente divina, mandata da Dio in terra per elargire beatitudine. Ma la VN è anche la prima espressione di un’altra costante dantesca, la riflessione tecnica ed espressiva, l’avvio di una ricerca estetica volta al raggiungimento di una perfezione formale. Beatrice è per Dante, perciò, anche movimento della vita verso la coscienza di sé, delle sue qualità umane e morali ma anche del suo grande talento letterario. Il confronto simbolico con una figura femminile, fortemente idealizzata, è una peculiarità presente in molti artisti di sesso maschile; nel caso di Beatrice, lo abbiamo visto, le interpretazioni si sprecano da più fronti. Dante era uomo del suo tempo, intriso della cultura dei padri della Chiesa, nonché della cultura tomistico-aristotelica dello studium; la sua visione teologica è complessa e sistematica, e troverà la sua compiutezza nel grande progetto della Commedia. Nella Vita Nova il Dante giovanile, nel cursus delle sue esperienze stilnovistiche, sembra invece assorbito dalla ricerca di una congeniale espressione poetica, dall’evincersi dalle iniziali istanze guittoniane e guinizzelliane e dalle influenze cavalcantiane per affermare la propria unicità artistica. Questi processi trovano conferma in alcune dinamiche della moderna psicologia, e in particolar modo nelle teorie di Carl Gustav Jung, il padre della psicologia analitica e dell’inconscio collettivo. Jung parla di un processo di individuazione del sé nel quale il soggetto si confronta col proprio inconscio. La libido freudiana si manifesta per Jung non solo nelle istanze pulsionali, ma anche nella sfera delle funzioni superiori, intellettive e spirituali; a questo livello essa agisce attraverso il simbolo, manifestazione individuale del substrato archetipico profondo dell’umanità e motore della trasformazione del singolo, del suo tendere a un’evoluzione e perfezione spirituale. Il processo di individuazione archetipica costituisce la finalità dell’esistenza di ogni persona. In questa ottica Jung individua alcune categorie archetipiche e afferma che in ogni uomo c’è una componente archetipica femminile (così come in ogni donna vi è una componente archetipica maschile) che deve essere riconosciuta ed espressa per essere integrata nel processo di individuazione. Lo studioso svizzero chiama Anima l’archetipo femminile, Animus quello maschile. “L'immagine dell'Anima, sostiene Jung, è proiettata dagli uomini sulle donne (mentre in queste ultime è l'immagine corrispondente, l'Animus, ad essere proiettata sugli uomini). L'Anima permette l'accesso al mondo del trascendente, del metafisico e degli dei. "Tutto quel che l'Anima tocca diventa numinoso, cioè assoluto, pericoloso, soggetto a tabù, magico (...) In quanto vuole la vita, l'Anima vuole il bene e il male (...) crede nel bello e nel buono (...) E' occorsa una lunga differenziazione cristiana per chiarire che il bene non è sempre bello e che il bello non è sempre buono (...) L'Anima è conservatrice e si attiene in modo esasperante all'umanità antica. Perciò appare spesso e volentieri in veste storica, dimostrando predilezione per la Grecia e l'Egitto. Il confronto con l'Anima richiede molto più coraggio che il confronto con l'Ombra [altra immagine archetipica, n.d.r.], proprio perché qui si entra nel terreno proibito degli dei: si entra cioè in quei fatti psichici che fino ad or non è molto furono, e ancora spesso sono, proiettati all'esterno. Per il figlio è la madre personale il luogo della proiezione dell'Anima quale patrimonio di risorse spirituali e morali. Per l'uomo antico era la dea o la strega. Per l'uomo medioevale l'Anima era proiettata nella Regina del cielo e nella Madre Chiesa. Il primo momento dell'incontro con l'Anima è generalmente segnato dal suo lato elfico irrazionale ove saggezza e follia sono una cosa sola (…).”
E’ affascinante constatare come queste dinamiche collimano con l’esperienza dantesca, la quale getta un ponte ideale tra il Medioevo e i nostri tempi, per i quali potremmo divertirci a pescare esperienze umane e artistiche consimili. Ma non è questa la sede né il fatto rilevante. Le teorie sembrano disperdersi, come neve al sole, se rapportate all’imperitura bellezza della parabola esistenziale e poetica di Dante Alighieri, uomo e poeta, e della mirabile immagine-Anima che da lui abbiamo ereditato, la Beatrice-personaggio, la donna-dea il cui saluto è fonte incessante di beatitudine e di salvezza dalle storture e brutture del mondo ch’è stato, che è e che verrà.
 
Bibliografia consigliata:
- Cesare Segre - Clelia Martignoni, Testi nella Storia, La Letteratura italiana dalle origini al Novecento, vol. I "Dalle origini al Quattrocento" (Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori)
- Dante Alighieri, Vita Nova, I grandi libri Garzanti, introduzione di Edoardo Sanguineti, note di Alfonso Berardinelli, 1977, 1982, 1991 e segg.
- G. Contini, Esercizio d'interpretazione sopra un sonetto di Dante, in Varianti e altra linguistica, Torino, Einaudi, 1970, pp. 161-68;
- Carl Gustav Jung, L'io e l'inconscio, traduzione di Vita A., Bollati Boringhieri, 1985.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:17 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
martedì, 14 ottobre 2008

Fulvio Tomizza, di Grazia Giordani

              FulvioTomizza      
                   Fulvio Tomizza
                                (1935-1999)
 
                                 a cura di Grazia Giordani
 
Immaginate un ragazzo di bell’aspetto, vagheggiato dalle mule triestine per i suoi occhi di velluto, dotati di irresistibile languore. Pensatelo sradicato, spaesato, rifugiato a Trieste, questo avvenente ventenne che si è lasciato alle spalle la sua Istria tanto amata, dovuta abbandonare quando la sua adorata penisola istriana è passata sotto l’amministrazione jugoslava.
Era nato nel 1935 da una famiglia della piccola borghesia a Giurizzani (Juricani in croato), vicino a Materada, dove i suoi genitori erano proprietari di piccoli appezzamenti di terreno. Precocemente dotato di senso artistico e di predisposizione alla scrittura – conseguita la maturità classica a Capodistria – passò temporaneamente a Belgrado e a Lubiana, occupandosi di teatro e di cinema. Qui, infatti, girò come aiuto regista un film che venne presentato al festival di Venezia.
Ma noi prendiamo a immaginarlo poco più che ventenne, negli anni triestini, ricongiunto alla madre, dopo la tragica morte del padre – sospettato dai soldati titini di ribellione al regime. Proprio in questi anni conosce la giovane, poco meno che coetanea Laura Levi, una signorina di buona famiglia, con cui intreccerà una delicata storia d’amore e che diventerà presto sua moglie.
Ventiduenne, nel 1957 vinse il suo primo riconoscimento importante al “Cinque Bettole” di Bordighera con tre racconti (in commissione: Giancarlo Vigorelli, Carlo Bo, Bonaventura Tecchi, Carlo Batocchi e Italo Calvino). Quegli stessi racconti d’esordio, erano stati molto lodati dal futuro suocero (quel mulo el ga ciaf !)
La famiglia di Laura avrà grande importanza nella vita e nella formazione di Fulvio, molto pieno di ammirazione per l’estro artistico del suocero, musicista di valore, docente di storia della musica all’Università di Trieste.
La nostalgia per la sua terra lo spingerà a scrivere nel 1960 il suo primo romanzo di grande successo Materada  in cui narra la storia di una famiglia che – al consolidarsi del regime comunista - lascia tutto dietro le sue spalle e parte. Autobiografica più che mai, questa sua opera prima, risveglierà l’interesse della critica letteraria non solo nazionale, piena di ammirazione per il valore epico del racconto di un popolo diviso alla ricerca di una nuova identità. Sarà Francesco, istriano di Materada, qui nom de plume del nostro Fulvio, a decidere di abbandonare il suo paese, strappando le radici che lo legano a una terra aspra e fertile che ora gli è negata e contesa. Con i nuovi trattati del 1954 la zona B dell’Istria in cui Materada è inclusa – viene assegnata definitivamente alla Jugoslavia, anche se è permesso scegliere se restare o emigrare verso Trieste. In questo lacerante scenario storico il venticinquenne autore racconta le sorti di un popolo disorientato e straziato da rancori, odi e vendette sanguinose, registrando che in Istria – dopo un repressivo fascismo – subentrava un radicale comunismo.
 
Materada, 1961, Mondadori, pp.175,lire 1.000
Cap. I (prime due pagine da: “La guerra tutti l’abbiamo provata a “in quel pezzo di carta ingiallita”.)
Cap. XIII (p.142 da “Umago è per me il più bel posto del mondo” a “qualche donna si è poi affogata”.)
pp. finali: 174, 175
 
Tre anni dopo Materada, compare il racconto drammatico La ragazza di Petrovia che ci parla ancora di un popolo che alla fine della seconda guerra mondiale è stato costretto dagli eventi politici a lasciare casa, terra e famiglia per stabilirsi in Italia, nei “campi di raccolta” vicini a Trieste, sperando in una nuova esistenza, in mezzo a squallori e nuove discriminazioni. Protagonista del romanzo è Giustina che, in attesa di un figlio, vivrà un amore senza speranza., al quale segue Il bosco di acacie in cui l’autore parla ancora dell’esodo degli italiani d’Istria offrendoci un concentrato di grande bellezza di stile e contenuto per l’azione incalzante, per i silenzi e i risvolti freudiani del protagonista quando accompagna il padre a morire in una terra che non è la sua. Nascita e morte inducono a un’analisi psicologica di raro spessore.
Nel 1969 Tomizza guadagna il Viareggio il primo premio di grosso spessore con L’albero dei sogni (personaggio principale è il padre che è stato per lo scrittore una autorità alla quale aveva forse trasgredito. Quindi, per ovviare ai sensi di colpa – tema ricorrente nella scrittura tomizziana formatasi alla scuola dell’amato Dostoevskij – lo scrittore si autoanalizza. Il racconto poggia su uno sfondo autobiografico di un autore che sente di scrivere “non solo per vocazione, ma anche per una piccola missione”.
 
1977 Questo è l’anno del capolavoro di Tomizza
La miglior vita, “epica della frontiera”, meritatissimo Premio Strega. Romanzo corale, cronaca attraverso gli anni, di un villaggio istriano di confine, Radovani, narrata dal sacrestano Martin Crusich che ha servito messa a sette suoi parroci. Il romanzo abbraccia uno spazio ampio, comprensivo di tutto il ‘900, in una terra mista di stirpi, dominazioni e religioni, ovvero due grandi guerre, mutamenti di nazionalità, esodi volontari o forzati, molte morti, una rivoluzione socialista, un’epidemia di vaiolo, un terremoto.”Continuavamo a trovarci in piena guerra per l’eterna questione dell’essere italiani e dell’essere slavi, quando in realtà non eravamo che bastardi” – dirà il sacrestano, interpretando il pensiero dell’autore. Memorabili alcuni dei sette parroci: Don Stipe, il cappellano biondo che sogna invano una riscossa, anche religiosa, dei popoli slavi e incoraggia le nozze di Martin con Palmira. C’è il prete vessato dalla sua perpetua e quello che la vessa, il sessuofobo e – infine – don Miro che è stato partigiano con Tito, straziato da un amore pericoloso con una maestrina del villaggio, per non arrendersi, si distrugge di vino e di cancro. Con la sua morte, Radovani, in regime socialista, non avrà più parroci. Nella deserta canonica alloggerà Martin, divenuto guardiano dei ricordi. Un modesto nonzolo è dunque in grado di ricreare il passato, di rispecchiare il presente, di additare il futuro. Tomizza gli ha assegnato il compito di fare storia con la cronaca, di estrarre la cronaca dalla storia, visualizzando la politica dei regimi, dei fascisti, dei partigiani, del mondo ricco e povero, dei fedeli, degli agnostici, dei giovani e dei vecchi
 
La miglior vita, 1996, Oscar Mondadori, pp.310, Lire 13.000
Capitolo I (da “La mano mi trema” a “mito di fuoco”)
Capitolo III Prima pagina
Ultime due pagine del romanzo
 
Nel 1984 esce Il male viene dal Nord con radici nel passato della Controriforma. Il capodistriano Paolo Vergerio il Giovane si sposta verso il Protestantesimo.
 
1986. Nel romanzo Gli sposi di via Rossetti l’autore ricorre ad una corrispondenza privata per narrarci di due giovani sloveni – residenti a Trieste – terminata in tragedia con la loro morte. Siamo nel 1944.. Trieste è chiusa nella morsa dell’occupazione tedesca e nel contempo percorsa dalla diffidenza e dall’odio che oppongono la maggioranza italiana alla minoranza slovena. Tomizza ritrova un gruppo di lettere d’amore scritte da Stanko Vuk – incarcerato per cospirazione antifascista - alla moglie Dani, i due sposi poi assassinati. L’autore s’interroga quindi sulla qualità di quel sentimento d’amore.
Questo è un romanzo a cui sono particolarmente affezionata perché ha segnato l’inizio della mia fraterna amicizia con l’autore con cui – da quell’anno, fino alla sua morte – ho intrattenuto anche una fitta corrispondenza. Con il suo arrivo a Badia – il 30 marzo 1987 – mi è stao affidato il compito dalla biblioteca – di fargli da chaperonne – conducendolo a visitare i monumenti della nostra piccola città. Lunghe ore di dialogo umano e letterario hanno lasciato un segno profondo nei miei ricordi.
 
Gli sposi di Via Rossetti, 1986, Mondadori, pp.197, lire 18.000
Parte Seconda (pp.110-112, pp.158-159; pp.195-197)
 
I rapporti colpevoli, uscito nel 1992 , regalerà un cemento tutto speciale alla storia della nostra amicizia perché venerdì 12 marzo 1993, l’autore lo presentò in Accademia dei Concordi a Rovigo in “tandem” col mio romanzo Hena. Secondo Zanzotto ci troviamo davanti le pagine più belle e rivelatrici di tutta la sua opera”. Questo è un romanzo più che mai psicoanalitico, di autopunizione in cui passato, presente e futuro si coagulano in un unicum di rara suggestione. Un vero cocktail di dostoevskijani sensi di colpa. Siamo di fronte a una kafkiana chiamata in giudizio. Sfilano davanti ai nostri occhi varie città. Surreale, onirico e salvifico, poiché da questa scrittura l’autore si è sentito purificato.
 Sono le donne della sua vita, la madre, la moglie, la figlia, che ognuna in modo diverso, più o meno consapevolmente, limitano quei bisogni o ne impediscono la gratificazione. Donne che egli ama e verso le quali sente di avere dei doveri, cui adesso {la cinquantina, età dell'andropausa e di bilanci punto o poco rassicuranti) vorrebbe "disubbidire". Ma slacciarsene significa provare sensi di colpa e rimorsi, che bisogna far ricadere sulle donne col suo suicidio, per far sentire colpevoli loro e punirle così delle sue mancate gratificazioni. Un suicidio, quindi, come mancanza di gratificazioni.. Il romanzo – finalista al Campiello – ha vinto l’ambito premio Boccaccio.
 
I rapporti colpevoli, 1992, Bompiani, pp.327,lire 30.000
Capitolo Secondo (p.35 da “quasi tutte” a “disponibilità erotica”)
 
Franziska, agosto 1997, Mondatori, pp.225, lire 27.000
 
 
Per la rivista fiorentina II Portolano ho recensito il volume che Fulvio mi ha fatto avere prontamente.
Recensione. Franziska di Fulvio Tomizza, Mondadori
 
“E' fuor di dubbio che quando Tomizza - istriano di nascita e triestino d'adozione -, intinge la penna nei suoi temi di frontiera per narrare vicende di minoranze etniche che gli stanno fortemente a cuore, la sua vena di scrittore ritrova tutto lo smalto dei bei tempi, di quando con romanzi di elevato spessore quali L'albero dei sogni o La miglior vita, riceveva i premi Strega e Viareggio.
Con Franziska, sua ultima figlia letteraria, uscita per i tipi della Mondadori, lo scrittore ci offre uno struggente e delizioso ritratto di donna, ricostruito e immaginato sulle basi di un epistolario originale. Possiamo constatare come la Storia corra parallela alla vicenda privata della slovena del Carso e ci rendiamo conto, sollecitati dalla penna dell'autore, di quanto appaia ai nostri occhi maggiormente accattivante e letterariamente valida la vicenda privata dell'infelice protagonista, piuttosto che l'inevitabile cornice storica reale che fa da fondale alla narrazione.
La nascita eccezionale (con Francesco Giuseppe per padrino e la concessione in dono di mille corone, avendo visto la luce nelle prime ore del secolo ventesimo), la vita tribolata della figlia del falegname Skripac, il suo unico grande amore deluso, offrono un vigoroso pretesto a Tomizza per scandagliare con cuore sensibile l'animo femminile sul filo delle inesplicabili incongruenze della vita.
Ritorna a galla il clima, l'atmosfera in cui lo scrittore è vissuto ed è stato educato; dalla pagina emergono i suoi convincimenti politico-storici, la sua personale visione della vita. Appare nella pagina a linee maiuscole tutta la crudeltà del Novecento nei confronti della Slovenia - patria di Franziska -, un'etnia travagliata che solo da due anni è riuscita ad avere uno Stato. La protagonista è toccata dalle due guerre e dalla persecuzione fascista, ma noi, in quanto lettori, pur consapevoli della necessità ineluttabile di un back-ground storico, siamo soprattutto attratti dalla parte umana e sentimentale del romanzo, dall'amore che intercorre tra la giovane e il maturo (solo negli anni, purtroppo) Nino Ferrari, l'italiano di Cremona, ufficiale sul Carso e poi ingegnere a Trieste, resi emotivamente partecipi di un sentimento che si snoda difficoltoso per gli impacci di due anime e di due culture, di due mondi che, sfiorandosi, annaspano per capirsi. L'anno fatale dell'incontro è il 1918, la storia ha un andamento positivo fino al 1921, poi - con l'affermarsi del fascismo - l'incendio della casa del popolo, tutte le oppressioni storiche coincidono con i tentennamenti dell' intiepidito innamorato, un uomo amletico, indeciso, molto più borghese di quanto egli stesso pensi di essere. Nino Ferrari, esteriormente è colto, un po' fuori dalla norma, dotato di un'intelligenza sui generis, severo giudice di quella grettezza provinciale di cui in realtà è succube, e l'ultima crudele lettera alla sua sventurata donna rivela tutto il suo gelido egoismo. A Franziska crolla il mondo addosso. I passaggi psicologici che ci descrivono il dolore, la delusione, la caduta intima della protagonista, sono di raro vigore introspettivo.
Quello della giovane slovena è uno dei più bei ritratti femminili dell' attuale letteratura, dipinto con mano delicata, attenta alle sfumature, a quei sussulti del cuore che solo un grande scrittore sa cogliere e sublimare.”
Franziska, 1997, Mondadori, pp.225, lire 27.000
Capitolo primo (prime due pagine)
Capitolo quarto (pp.115, 116, 117)
 
Nel chiaro della notte, uscito nel marzo 1999 – due mesi prima della morte dell’autore – è un’opera prevalentemente onirica ed autoironica da me recensita nelle pagine culturali dell’Arena
Nel chiaro della notte di Fulvio Tomizza, Mondadori
 
“I SOGNI SVANISCONO ALL'ALBA
Sarebbe piaciuto a Fellini un racconto così. Ci riferiamo al primo, incontrato leggendo Nel chiaro della notte, la silloge - fresca di stampa - che Fulvio Tomizza ha pubblicato per i tipi della Mondadori. Il grande riminese che non è più fra noi ne avrebbe saputo trarre uno di quei suoi film onirici in cui sogno e realtà si fondono in un'amalgama inquietante che intriga lo spettatore. E Il trio Mystic - così si intitola il racconto d'apertura a cui facciamo riferimento - ha proprio quel tono di favola, popolata di saltimbanchi, che intendiamo sottolineare per coinvolgente incantamento e onirica magia.
"Dove saranno finiti Mystic, la sua bella figlia con le trecce castane, l'amante Albina, prosperosa e dalle pupille rosse, priva di un pelo persino sul sopracciglio, la quale cadeva in catalessi e nella vita fungeva da matrigna?" - così esordisce Tomizza, ospitandoci, senza preamboli, dentro il suo immaginario della notte e rendendoci complici, fin dalle prime righe, delle sue fantasie più intime e altrimenti inconfessate, entrando in un mondo dove tutto è possibile: che l'autore venga accecato dalla bella Rosa, sua fidanzata e figlia di Mystic (per cui il campo visivo gli "venne occupato dall'intera figura del capo che, ripartita in quattro sezioni, (gli) pareva ulteriormente allungata e tetra"); che i morti parlino e ritornino a morire ; che i congiunti o i paesani appaiano in età e in luoghi diversi; che a Milano si possa arrivare con la nave (Come persi la nave per Milano); che Tomizza stesso abbia la facoltà di partire in aereo senza aeroporto (come scrive in Volo individuale: "...io volo, ma mi ci vuole il luogo adatto da cui staccarmi da terra. Non preoccuparti, l'ho fatto altre volte, ci sono abituato".
I luoghi sono quelli in cui l'autore ci ha da anni "trasportati", qui visti comunque con l'occhio allucinato di chi sta sognando, o frammisti a posti irreali, che la carta geografica ignora, in un mosaico di possibilità infinite. L'Istria, il Carso e la Dalmazia continuano ad essere terre d'elezione anche quando l'autore appoggia la testa sul cuscino, poiché quello è il mondo che più ardentemente porta dentro di sé, come in Visita ai miei luoghi, dove "la pioggia infittisce e tanto vale puntare diritti sui nostri luoghi: miei e del vecchietto di Umago. Anche per strada c'è ben poco da vedere. Il cattivo tempo appiattisce ogni cosa, tutto appare grigio, fumoso, sprofondato in una stagione neutra che non consente neppure alla terra rossa né ai roveri dalla chioma fulva di assumere rilievo, colore. È l'eterno tempo di un'Istria povera, lontana, dove la vita sonnecchia perfino nelle case e se qualcuno azzarda a mettersi su una strada è per portare il grano al mulino; fradicio quanto i buoi o l'asino".
Ci sono pagine molto forti in cui il sogno è soprattutto incubo, come in Ultimo ritorno del padre, in cui la madre porge ai fratelli Tomizza "la testa del padre interamente stretta in pezze di lana" e ancor più in Donna crocifissa che è forse il più cruento e straziante degli incubi dell'autore. A questo proposito sarebbe troppo facile fare della spicciola psicoanalisi sui sogni tomizziani, sulle sue angosce della notte, sul suo bisogno di attorniarsi della rassicurante cerchia di persone care: Laura, la moglie, Franca, la figlia, i suoceri a cui è legato da affetto profondo, gli amici, la gente semplice, la sua casa di Materada che sogna invasa dei ladri. Timori dichiarati o sotterranei emergono da quell'antro profondo della coscienza da cui Freud sapeva pescare a piene mani, frugando dentro la nostra psiche.
L'autore de L'albero dei sogni (il sogno già da allora aveva grande importanza nella sua pagina) con cui nel '69 vinse il Viareggio) e della Miglior vita (Premio Strega del '67); degli Sposi di via Rossetti nel '93; dei Rapporti colpevoli nel '94 con cui vinse il Boccaccio e di Franziska nel '97 - quattro volte finalista al Campiello -, insignito a Vienna del Premio di Stato austriaco per la letteratura europea, tradotto nelle principali lingue, anche Nel chiaro della notte, pur nella malinconia onirica del suo raccontare, ha spesso note di piacevole ironia che si fa autoironia ne Il premio dei premi e amaro sorriso in Ultimo appestato a Venezia.
Nell'ultima pagina, Tomizza si congeda da noi "nella piena luce diurna", ormai il diafano chiarore della notte, con le sue magiche suggestioni, lo ha abbandonato, i sogni sono lontani, svaniscono all'alba, ma non tanto da non aver lasciato una scia opalescente di immagini e voci in dissolvenza, anche nei nostri pensieri.”
 
Opere postume dell’Autore:
La visitatrice, maggio 2000, pp.127, lire 26.000
L’azione si svolge a Trieste nel periodo successivo all’indipendenza della Repubblica di Slovenia. Una misteriosa visitatrice resuscita i fantasmi del passato nella memoria di un padre sconosciuto. L’uomo ripercorre il torbido periodo della sua giovinezza. Basta il breve arco di due notti a regalarci una storia amara e struggente.
 
La visitatrice, piè di pagina capitolo sesto p.43 da “Vale la pena patire” a fine p.44.
 
 
 
Il sogno dalmata, Mondadori, pp.176, lire 28.000, uscito nel maggio 2001
Da me così recensito nelle pagine culturali dell’Arena
 
ISTRIA E DALMAZIA: DUE MONDI IN CONTINUO CONFRONTO
""Il sogno dalmata" è il romanzo che oso considerare il mio ultimo capolavoro" - ha affermato l'autore - Fulvio Tomizza (1935-1999) - forse presago di essere in procinto di consegnare ai suoi lettori il suo estremo testamento letterario, con cui si è congedato da un pubblico attento - fin dagli anni dello splendido "Materada" (1960), de "L'albero dei sogni" (Premio Viareggio nel 1969) e de "La miglior vita" (Premio Strega nel 1997) -, alla sua scrittura asciutta venata di una poesia essenziale, in perfetta armonia con i paesaggi scabri e gli stati d'animo sofferti, così esemplarmente descritti.
Lo "scrittore di frontiera", come amava autodefinirsi, ha chiuso la sua produzione artistica nella più grande coerenza tematica, parlando di quelle etnie minoritarie e di quei luoghi geografici cari al suo cuore, che per anni hanno scandito la puntualità della sua scrittura. Con questo suo romanzo di congedo, l'autore compie un "viaggio" su duplice binario, ripercorrendo le vicissitudini dei suoi avi dalmati fattisi istriani, ripercorrendo quindi egli stesso un viaggio in senso inverso, in un clima di "reale finzione", secondo una cifra narrativa da sempre a lui cara, approfondendo radici e spessore del suo essere uomo ed artista.
Mito e storia, coralità ed esperienza intima si rincorrono continuamente nella pagina, intrisa di realtà e sogno, in linea con l' "allure" creativa maggiormente conseguente e connaturata nell'animo dell'autore.
Nel Seicento prende riparo in Istria una colonia di dalmati e di albanesi, al fine di sfuggire ai turchi e ritrovare la consolazione di una nuova patria - con l'appoggio interessato della Serenissima - sul desolato sfondo di una terra martoriata dall'epidemia della peste.
La Storia si ripete - sembra dire l'autore, che in effetti, spesso ha sostenuto nelle sue opere, questa tesi di nietzcheana matrice dell' "eterno ritorno dell'uguale" (non è difficile per noi, a questo proposito, operare un confronto con i fuggiaschi che sbarcano attualmente sulle nostre coste pugliesi); anche ai fuggitivi del passato, come a quelli odierni, tocca in sorte l'escamotage di traffici criminali per la sopravvivenza, e - per soprammercato -, nel caso del romanzo, la percezione di essere approdati in terre altrettanto aride di quelle abbandonate.
La penna di Tomizza, che comunque aveva tanto amato quei luoghi, da lui scelti per viverci in estate (piantando addirittura con le sue mani in quell'arsa terra, un folto uliveto), e per dormirvi il suo ultimo sonno, si fa particolarmente incisiva nel descriverne l'asprezza pietrosa: "Tutti gli elementi del paesaggio istriano si riproponevano inaspriti: le spine formavano da sole le siepi e rispuntavano in altri cespugli sui prati, i massi di pietra non relegati nei boschi riemergevano tra le viti e gli ulivi, il mare che si profilava sotto, ora invitante, ora minaccioso, ribolliva nelle strettoie tra la litoranea elevata e il dorso delle isole. Pecore e capre brucavano quanto di verde trovavano saltando i macigni, ognuna col suo campanaccio al collo, per dare notizie di sé".
Il romanzo, tra fantasia e verità, ci offre anche il ritratto di un leggendario avo del narratore: Zorzi Jurcan, già combattente al soldo di Venezia contro i pirati, futuro padrone del territorio, mentre il raffronto tra i due mondi istriano e dalmata si fa insistente motivo conduttore della narrazione.
Non manca l'amore - sentimento spesso descritto nella tematica tomizziana (vedasi "Gli sposi di via Rossetti" o lo struggente "Franziska", solo per citare due fra le sue ultime opere) -, questa volta sbocciato tra lo stesso narratore e una studentessa universitaria di Zara.
Al clima festoso ed ammiccante che fiorisce intorno alla vicenda amorosa, descritta con toccante "levitas" lirica, farà da contrasto l'atmosfera bellica, l'odore della guerra, poiché dopo le infervorate giornate dell'indipendenza croata, scoppierà la guerra balcanica, totalmente distruttiva.
Pagine percorse da un brivido squassante di malinconia, uno spleen esistenziale che abitava realmente anche dentro l'animo dell'autore, sempre consapevole della brevità della gioia, sempre incline ad una sofferta felicità, portatore di due anime, come accade agli esseri dotati di una sensibilità che travalica il normale sentire.”
 
Il sogno dalmata da metà p.168 “Un uomo diventa vecchio” alla fine del romanzo.
 
 
 
Bibliografia
Materada, Milano: 1960.
La ragazza di Petrovia, Milano: 1963.
La quinta stagione, Milano: 1965.
II bosco di acacie, Milano: 1966.
Trilogia istriana, raccolta, Milano: 1967; comprende i raconti Materada, La ragazza di Petrovia e Il bosco di acacie.
L'albero dei sogni, Milano: 1969.
La torre capovolta, Milano: 1971.
La città di Miriam, Milano: 1972.
Dove tornare, Milano: 1974.
Trick, storia di un cane, 1975.
La miglior vita, Milano: 1977.
L'amicizia, Milano, 1980.
La finzione di Maria, Milano: 1981.
Il male viene dal Nord, Milano: 1984.
Ieri, un secolo fa, 1985.
Gli sposi di via Rossetti, Milano: 1986.
Quando Dio uscì di chiesa, 1987.
Poi venne Cernobyl, 1989.
L'ereditiera veneziana, Milano: 1989.
Fughe incrociate, Milano: 1990.
I rapporti colpevoli, Milano: 1993.
L'abate Roys e il fatto innominabile, 1994.
Alle spalle di Trieste, 1995; scritti dal '69 al '94.
Dal luogo del sequestro, 1996.
Franziska, 1997.
 
Nel chiaro della notte, 1999.
La visitatrice, maggio 2000
Il sogno dalmata maggio 2001
 
Riconoscimenti letterari. :
 
1965 Premio Selezione Campiello (La quinta stagione)
1969 Premio Viareggio (L'albero dei sogni)
1972 Premio Fiera letteraria (La città di Miriam)
1974 Premio Selezione Campiello (Dove tornare)
1977 Premio Strega (La miglior vita)
1979 Premio del Governo Austriaco per ła Łetteratura Europea
1986 Premio Selezione Campiello (Gli sposi di via Rossetti)
1992 Premio Selezione Campiello; Premio Boccaccio (I rapporti colpevoli)
 
Pagine da prendere in considerazione per la lettura.
 
Materada, 1961, Mondadori, pp.175,lire 1.000
Cap. I (prime due pagine da: “La guerra tutti l’abbiamo provata a “in quel pezzo di carta ingiallita”.)
 
 
Cap. XIII (p.142 da “Umago è per me il più bel posto del mondo” a “qualche donna si è poi affogata”.)
pp. finali: 174, 175
 
La miglior vita, 1996, Oscar Mondadori, pp.310, Lire 13.000
Capitolo I (da “La mano mi trema” a “mito di fuoco”)
Capitolo III Prima pagina
Ultime due pagine del romanzo
 
Gli sposi di Via Rossetti, 1986, Mondadori, pp.197, lire 18.000
Parte Seconda (pp.110-112, pp.158-159; pp.195-197)
 
I rapporti colpevoli, 1992, Bompiani, pp.327,lire 30.000
Capitolo Secondo (p.35 da “quasi tutte” a “disponibilità erotica”)
 
Franziska, 1997, Mondadori, pp.225, lire 27.000
Capitolo primo (prime due pagine)
Capitolo quarto (pp.115, 116, 117)
 
La visitatrice, piè di pagina capitolo sesto p.43 da “Vale la pena patire” a fine p.44
 
Il sogno dalmata da metà p.168 “Un uomo diventa vecchio” alla fine del romanzo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:02 | link | commenti (2)
categorie: letteratura,
domenica, 05 ottobre 2008

Fernando Pessoa, a cura di Fabrizio Manini

FERNANDO PESSOA
Tanti poeti racchiusi in un’unica persona
 
a cura di Fabrizio Manini
 
    Nessuno avrebbe mai supposto che dietro l’immagine di impiegato schivo e riservato che Pessoa ha sempre dato di se, si potesse nascondere una personalità mai scoperta durante l’esistenza in vita; ma introversione e timidezza celavano un “gioco letterario”, ben preciso nella mente di Pessoa, che consisteva nel pubblicare i suoi scritti con altri se stessi, ognuno con un proprio stile e una propria biografia, tutti eteronomi riconducibili però ad un’unica persona in carne e ossa. Del resto in portoghese il suo cognome significa persona e, come in un gioco di specchi, il poeta continuava ad utilizzare la propria immagine creandone di nuove, simili ma non uguali, ciascuna con caratteristiche proprie che, pur analoghe tra loro, comunque non sono cloni umani, ma bensì scrittori e poeti che esistono in una finzione letteraria spesso vicina alla realtà. Dei venti pseudonimi dietro cui Pessoa si nascondeva per pubblicare i suoi scritti sulle riviste portoghesi, segnaliamo i quattro più noti con qualche cenno alle presunte biografie. Ricardo Reis: nato ad Oporto nel 1887, studia in un collegio retto dai gesuiti dove riceve un’educazione molto religiosa; poi si laurea in medicina, ma non ha mai esercitato la sua professione, preferendo sempre a questa la poesia; l’amore per i classici lo porta a scrivere le Odi in stile oraziano, ma le sue idee monarchiche lo costringono ad un esilio forzato in Brasile dopo la proclamazione della repubblica portoghese. Alberto Caeiro: nato nel 1889 a Lisbona, si trasferisce giovanissimo in campagna per la sua salute cagionevole; qui scrive tutta la sua opera, i poemetti intitolati Il guardiano di greggi e il diario Pastor Amoroso; Pessoa lo considera come il suo maestro ed è l’unico che muoia prima del poeta; da notare che la sua morte è avvenuta a causa della tubercolosi, proprio come era accaduto al padre di Pessoa. Alvaro De Càmpos: nato a Tavira nel 1890, si laurea in Inghilterra in ingegneria navale senza però mai esercitare; compone Oppiario, resoconto di un viaggio in oriente, e l’Ode Trionfale, considerata il manifesto del Modernismo portoghese; Càmpos è l’aspetto ribelle di Pessoa, quello che scrive Ultimatum, durissimo attacco alla lobby letteraria portoghese; le sue ultime opere Anniversario e Tabacchiera smorzano tuttavia i toni polemici per ripiegarsi su un nichilismo a tratti ironico; muore lo stesso giorno in cui scompare il vero Pessoa. Bernardo Soares: questo alter ego è quello che più assomiglia a Pessoa anche fisicamente; di circa trent’anni, magro, leggermente ricurvo, vestito trascurato e dal volto pallido; Pessoa racconta di averlo più volte incontrato in una trattoria della città bassa, entrambi cenavano da soli alla medesima ora e questo ha fatto nascere l’amicizia; è durante una di queste cene che Soares consegna a Pessoa il celeberrimo Libro dell’inquietudine.
    In uno scritto del 1935 (l’anno della sua morte), Pessoa prova ad esternare le sue idee politiche e religiose, ma le contraddizioni di quel testo, probabilmente volute dal poeta stesso, non chiariscono affatto il suo pensiero; egli dice di ritenere che il sistema monarchico è l’unico appropriato per una nazione imperiale come il Portogallo, ma allo stesso tempo lo indica come del tutto impraticabile (senza fornire spiegazioni); lui, che si dice monarchico, fa intendere che in caso di un plebiscito fra regimi voterebbe per la repubblica; inoltre ama descriversi come un conservatore di stile inglese, cioè liberale dentro il conservatorismo e antireazionario. A questo atteggiamento piuttosto contraddittorio riguardo alla politica, ne segue uno un po’ più chiaro circa la religione; dice egli stesso: “Cristiano gnostico e, pertanto, interamente contrario a tutte le Chiese organizzate, e soprattutto alla Chiesa di Roma. Fedele alla Tradizione Segreta del Cristianesimo, che ha strette relazioni con la Tradizione Segreta di Israele (la Santa Kabbalah) e con l’essenza occulta della massoneria”. Conclude questo scritto con l’ammirazione-esaltazione del martire Jacques de Molay, maestro dei Templari, che si era prefisso di combattere i suoi tre assassini: l’ignoranza, il fanatismo e la tirannia. In realtà Pessoa era seguace di un’ideologia mistica chiamata Sebastianismo, dovuta al re Sebastiano del Portogallo, che nel 1578 si immolò col suo esercito contro i turchi di Al-Ksar el Kebir; il suo corpo non fu mai trovato e ciò contribuì alla nascita della sua leggenda contrassegnata dall’attesa messianica di un suo possibile ritorno.
    Nei molti manoscritti lasciati da Pessoa traspare spesso il suo mal di vivere; la difficoltà a definirsi e a rapportarsi con l’esterno lo porta a dire che il mio peggior male è che non riesco mai a dimenticare la mia presenza metafisica nella vita. Di qui la timidezza trascendentale che mi intimorisce tutti i gesti, che toglie a tutte le mie frasi il sangue della semplicità, dell’emozione diretta. Sono un temperamento femmineo con intelligenza mascolina. La mia sensibilità e i movimenti che da essa procedono, ed è in questo che consistono il temperamento e la sua espressione, sono di donna. Le mie facoltà di relazione (l’intelligenza, e la volontà, che è intelligenza dell’impulso) sono di uomo. C’è tra me e il mondo una nebbia che impedisce che veda le cose come veramente sono, come sono per gli altri. Ne soffro. Riporto di seguito la poesia Il Pastore Amoroso, scritta con lo pseudonimo di Alberto Caeiro, nel cui protagonista Pessoa si rispecchia perfettamente: una persona che ha perduto qualcosa, che non è capace di ritrovarla, che osserva quasi immobile l’esterno e contemporaneamente sente lo stimolo insopprimibile della diversità.
 
Riferimenti: Fernando Pessoa, Poesie, ed. Fabbri.
 
 
 
 
 
IL PASTORE AMOROSO
 
Il pastore amoroso ha perduto il vincastro,
e le pecore si sono disperse per il declivio,
e, per il tanto pensare, non ha suonato il flauto che ha portato per suonare.
Nessuno gli è apparso o scomparso. Non ha mai più trovato il vincastro.
Altri, imprecando contro di lui, gli hanno radunato le pecore.
Nessuno lo aveva amato, insomma.
Quando si è alzato dal declivio e dalla verità falsa, ha visto tutto:
le grandi valli piene degli stessi verdi di sempre,
le grandi montagne lungi, più reali di qualunque sentimento,
la realtà tutta, con il cielo e l’aria e i campi che esistono, sono presenti.
(E di nuovo l’aria, che gli era mancata tanto tempo, gli è entrata fresca nei polmoni).
E ha sentito che di nuovo l’aria gli dischiudeva, ma con dolore, una libertà nel petto.
 
Fernando Pessoa 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:26 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
mercoledì, 24 settembre 2008

Giovanni Verga e le novelle, di Renzo Montagnoli

verga
Giovanni Verga e le novelle
    di Renzo Montagnoli
 
 
Nell’ambito della produzione letteraria del maestro del verismo le novelle occupano una posizione di primo piano, sia per l’intrinseca bellezza sia per il numero veramente cospicuo delle stesse.
La loro origine, tuttavia, ha motivazioni meno artistiche e creative di quanto non si creda. Qualcuno ha scritto che Verga provvide all’estensione della prima, la famosa Nedda, come reazione alla mancata pubblicazione da parte dell’editore Treves di Tigre reale e Eros, una sorta di prova volta a dimostrare a se stesso e agli altri che la capacità narrativa non era venuta meno, anzi era accresciuta temprata da quel rifiuto che non poco gli bruciava.
Non è improbabile che questa opinione risponda a verità, ma è ancor più plausibile che fossero state le difficoltà economiche a spingerlo a scrivere qualche cosa di abbastanza breve e di immediato realizzo  economico. Correva l’anno 1874 e dopo un lungo e infruttuoso soggiorno a Milano, dove aveva sostenuto spese ingenti per ben apparire nell’alta società della città lombarda, le casse erano drammaticamente vuote, una circostanza peraltro non infrequente nella vita del grande narratore.
Avvenne così che, in periodo di carnevale, scrisse in soli tre giorni Nedda, che fu poi pubblicata nella Rivista italiana di Scienze, lettere e Arti. L’ambientazione della novella è tipicamente siciliana e la descrizione efficacissima della miseria e della sventura di una povera ragazza avvinsero immediatamente i lettori. Ciò nonostante, Verga non era ancora contento del risultato artistico, più interessato all’aspetto economico che pure gli riservò non poche soddisfazioni, anche perché sull’onda del successo incontrato l’anno successivo ottenne la pubblicazione, da altro editore, di Tigre reale e Eros.
Del resto, quella novella così fortunata rischiò di restare l’unica, stante il fermo desiderio dell’autore di proseguire nella stesura dei romanzi, soprattutto del Padron ‘Ntoni.
Dedicò così poco tempo ai racconti, ma ciò non impedì di raccoglierne un numero sufficiente per poterli pubblicare nel 1876 in una raccolta intitolata Primavera ed altri racconti, uscita per i tipi dell’editore Brigola.
Anche questo fu un successo che convinse finalmente l’autore sulla potenzialità della narrativa breve a tal punto che divenne gradualmente un suo modus operandi.
Le novelle sono tutte di ambientazione siciliana, tranne alcune proposte con una localizzazione tipicamente milanese, un omaggio a una città che amava molto.
Il verismo, pur attraverso diverse sfaccettature e con trame assai varie, risalta quasi didatticamente in questi lavori brevi, in cui la descrizione di miserie materiali e morali è il vero ritratto di un’epoca e di un mondo, che sembra ora così lontano, ma che non avremmo potuto conoscere se non avessimo avuto la fertile penna di Giovanni Verga.
Il lettore si addentra in una miriade di vicende, di personaggi, che mostrano una realtà quasi incredibile, ma che sappiamo, per esperienza storica, purtroppo vera.
Sono storie di esseri deboli, di predestinati dal fato a soccombere, sono personaggi che fanno tenerezza come la Principessa di Primavera, oppure che suscitano un pietoso ribrezzo come in Rosso Malpelo, ma che riescono anche, pur nella sofferenza e nel dolore, a rasentare atmosfere bucoliche come in Jeli il pastore.
Altre volte sembra che Verga ci voglia dire che tutto e scritto nella vita e nulla è lasciato al libero arbitrio (L’amante di Gramigna e Cavalleria rusticana), ma c’è anche la partecipazione intensa dell’autore, che pur nel rispetto di una realtà forse anche peggiore, dimostra un atteggiamento pietoso, quasi l’intimo dolore nel parlare di una creatura del suo genio, ma che è tipica di un mondo non di fantasia, bensì di una terra e di una società dure e inclementi (Malaria).
Diversa l’ambientazione nella raccolta “Per le vie”, tipicamente meneghina, e forse la meno riuscita, vuoi perché Verga aveva un senso di ammirazione per Milano, vuoi anche perché ci sono miserie e miserie, e quelle della città del Duomo sono senz’altro meno intense di quelle siciliane.
Questa visione di un sottoproletariato riflette una situazione peraltro veritiera, perché storicamente l’unificazione del territorio italiano da parte della stirpe sabauda non solo non portò alla creazione di uno stato omogeneo, ma influì negativamente sulla vita della quasi totalità della popolazione.
Rammento che con l’annessione del meridione la monarchia diventò ancor più dispotica e affamatrice, tanto che vi furono non poche ribellioni, soffocate nel sangue, con un numero di vittime ancora imprecisato, ma che stime recenti fanno ammontare a non meno di 200.000 unità. L’introduzione delle tasse, soprattutto quella sul macinato, accentuò il grado di povertà in misura tale che in certe zone la gente moriva di fame.
Al nord e al centro la situazione era migliore, ma di poco, tanto che in quegli anni cominciarono i massicci flussi migratori, con conseguenze socioeconomiche che da allora contribuirono a spezzettare il tessuto nazionale e non certo a unirlo, come invece si sarebbe dovuto fare.
Da un punto di vista di letterario le novelle e tutta la produzione dell’autore sono di elevatissimo indiscutibile valore, ma anche sotto l’aspetto storico si deve riconoscere il merito a Verga di averci rappresentato in modo non soggettivo, ma realistico un mondo spesso ignorato da altri scrittori, sebbene fosse preponderante in quell’epoca.
L’attenzione per la povera gente farebbe presupporre anche un tentativo di riscatto sociale della stessa, ma questo non traspare dalle righe e peraltro non era certamente nelle intenzioni dell’autore, più incline a considerare immutabile la stratificazione del genere umano, pur non disconoscendo lo stato di estrema indigenza delle classi più povere. Verga sembra quasi volerci dire che le classi sono una realtà ineluttabile, che l’ordine delle cose non può essere mutato, pur riservando ai meno fortunati un’attenzione caritatevole.
E’ forse questo il limite maggiore del Verga scrittore, ma anche del Verga uomo, un personaggio del suo tempo, perfettamente calato nel suo ruolo di discendente del ramo cadetto di una nobile famiglia, cresciuto in una ricchezza più ostentata che veritiera
(e le preoccupazioni economiche saranno sempre il suo cruccio). Un uomo non povero, attese le proprietà terriere, ma nemmeno ricco, poiché la sua nobiltà di provincia gli imponeva, al fine di ben comparire, spese superiori alle effettive disponibilità.
Di per sé scrivere la biografia di questo autore implicherebbe un’altra analisi storica, cioè quella della progressiva decadenza di una piccola nobiltà, superata dalla nuova borghesia.
Come si vede, non è vero che l’ordine delle cose non possa cambiare, ma resta il fatto che Verga non aveva sbagliato sull’immutabilità dello stato delle classi diseredate, immobili e misere nella seconda metà del 1800 e sempre inferiori, senza possibilità di riscatto, ancor oggi.    
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:29 | link | commenti (1)
categorie: letteratura
lunedì, 08 settembre 2008

Heberto Padilla, un poeta contro il regime, di Gordiano Lupi

Heberto Padilla
Heberto Padilla, un poeta contro il regime
 
1. Note biografiche sintetiche
 
Heberto Padilla è uno dei poeti contemporanei più importanti in lingua castigliana. Nato a Puerta del Golpe, Pinar del Río, Cuba, nel 1932, trascorre la giovinezza nella sua provincia natale, dove compie gli studi secondari, si laurea in giornalismo all’Avana, insegna lingue e letterature in alcune università straniere. Conosce, scrive e parla francese, inglese, tedesco, russo, italiano e greco. Lavora come professore di inglese e commentatore radiofonico a Miami (1956-1959). Si trasferisce a New York per lavorare come traduttore delle Escuelas Berlitz. A richiesta dei suoi amici intellettuali, ritorna a Cuba in questo stesso anno. Corrispondente di Prensa Latina a Londra e del periodico Pravda di Mosca. Collabora all’organo ufficiale della UNEAC e alla rivista Unión. Dirige CUBARTIMPEX, organismo incaricato di selezionare libri stranieri, e lavora per il Departamento de Extensión de la Universidad de La Habana. All’interno della Rivoluzione Cubana occupa importanti incarichi direttivi, soprattutto nell’area delle relazioni diplomatiche e intrattiene contatti con numerosi intellettuali del mondo. A partire dal 1966 comincia a commentare problemi politici su Juventud Rebelde, il giornale ufficiale della gioventù comunista. Nel 1967 si trova al centro di una polemica ideologica a causa del suo libro Fuera del juego. Nonostante tutto, nel 1968, quel volume ottiene il Premio Nacional de Poesía de la Unión de Escritores y Artistas de Cuba Julián del Casal. La premiazione segna l’inizio delle difficoltà di Padilla, perché il comitato direttivo della UNEAC considera Fuera del juego, un libro critico e polemico, “controrivoluzionario” e ne condanna il “contenuto ideologico”. Fuera del juego viene pubblicato preceduto da due dichiarazioni: quella di Padilla che si proclama fedele alla linea rivoluzionaria e quella dell’UNEAC che lo critica. La successiva lettura del nuovo libro di poesie, Provocaciones, davanti alla UNEAC, il 20 marzo del 1971, produce una ridicola autocritica imposta e la successiva detenzione dello scrittore.
Nella primavera del 1971 il mondo conosce il Caso Padilla, una grande farsa montata dalle autorità culturali cubane che ricorda i processi sovietici, durante i quali gli intellettuali di prestigio, principalmente poeti e scrittori, venivano costretti a ritrattare le loro opere in una sorta di autocritica pubblica. Questo processo tocca a Heberto Padilla e a sua moglie Belkis Cuza Malé, entrambi scrittori di riconosciuta grandezza, con opere premiate e un vasto curriculum nel mondo delle lettere. I due intellettuali sono obbligati a ripetere un copione preventivamente concordato e orchestrato dalla Sicurezza di Stato. Nella così detta autocritica Heberto si dichiara colpevole di essere un controrivoluzionario e di aver commesso una serie di crimini politici. Nella confessione coinvolge - come concordato - sua moglie Belkis Cuza, che subito dopo viene incarcerata insieme a lui. Tutti gli intellettuali del mondo, soprattutto di sinistra, comprendono che si tratta di un processo stalinista, reagiscono inviando lettere a Fidel Castro facendo pressione perché Heberto e sua moglie vengano liberati. A protestare non sono “intellettuali da salotto preoccupati solo di brillare e distinguersi in una società decadente”, come li definisce Castro. Gli intellettuali che protestano sono nomi importanti della cultura internazionale. Il Caso Padilla è la prima ferita aperta della Rivoluzione Cubana e la prima vera crisi attraversata dal “paradiso comunista”.
L’autocritica di Padilla si tiene nel salone della UNEAC, il 27 aprile 1971, dove Fidel Castro tre giorni dopo convoca il Primo Congresso Nazionale di Educazione e Cultura. Fidel Castro dice, riferendosi al libro Fuera del juego: “Per motivi di principio ci sono alcuni libri dei quali non va pubblicato né un esemplare, né un capitolo, né una pagina”. Questa dichiarazione evidenzia a chiare lettere - se mai ce ne fosse bisogno - il carattere totalitario del suo regime e ancora oggi produce scandalo tra gli intellettuali democratici. Nello stesso congresso vengono dettate ridicole norme su come devono vestirsi i giovani cubani, prediligendo l’uso della guayabera come “capo di abbigliamento tipico della identità nazionale”, ma persino la musica che deve essere ascoltata alla radio. Viene proibita in maniera ufficiale e radicale tutta la musica che può essere considerata deviazionismo ideologico, soprattutto il rock. Viene fustigata l’omosessualità come figura delittuosa e si arriva oltre dicendo: “un omosessuale sarà portato davanti alle autorità e processato legalmente soltanto per la pubblica ostentazione della sua condizione”.
Heberto Padilla viene demolito dai membri dell’UNEAC (Nicolas Guillén in testa) che seguono alla lettera le indicazioni di Fidel Castro che lo definisce “un uomo ambizioso, iscritto al cenacolo dei poeti e degli intellettuali da salotto con il solo interesse di elevarsi in una società decadente”. Non tutti gli uomini di cultura cubani si schierano dalla parte di Castro, soprattutto alcuni giovani intellettuali della zona di Santiago, dichiaratamente ribelli e controcorrente, difendono l’opera di Padilla. Le opinioni internazionali sul Caso Padilla si dividono. Da un lato c’è la maggioranza che considera l’autocritica come una vera e propria farsa, una specie di operetta velenosa concepita, guidata econdotta dalla Sicurezza di Stato. Dall’altro lato ci sono gli intellettuali allineati e disciplinati che definiscono l’autocritica genuina, considerano Heberto e Belkis alla stregua di agenti della Cia che consegnano le armi al nemico e contribuiscono al deviazionismo ideologico tra gli intellettuali e la classe politica. 
Padilla viene incarcerato insieme alla sua sposa, la poetessa e scrittrice Belkis Cuza Malé, accusati entrambi dal Dipartimento di Sicurezza dello Stato di “attività sovversive”. La sua carcerazione provoca una rottura tra gli intellettuali della sinistra mondiale e la Cuba castrista. Ci sono proteste e pressioni da parte di intellettuali come Jean-Paul Sarte, Carlos Fuente e Mario Vargas Llosa. Padilla chiede a Castro il permesso di lasciare il paese, ma gli viene negato. È soltanto grazie alla pressione di Sartre, Simone de Beauvoir, Alberto Moravia, Mario Vargas Llosa, che, nel 1980, Padilla viene liberato e autorizzato a lasciare il paese. In questo stesso anno conclude il romanzo En mi jardín pastan los heroes, che viene tradotto in sette lingue, persino in italiano (Nel mio giardino pascolano gli eroi, Mondadori - purtroppo fuori catalogo). Nel settembre del 2000, Padilla muore negli Stati Uniti, in una stanza di hotel dell’Alabama, per un infarto cardiaco.
 
Bibliografia – Il suo più importante libro di poesia è Fuera del Juego (premio «Julián del Casal», concorso UNEAC, 1968), ma vanno citati anche i precedenti: Las rosas audaces (1949) e El justo tiempo humano (1962) e i successivi: Provocaciones (1973), El hombre junto al mar (1981), Un puente, una casa de piedra (1998). Padilla scrive anche due romanzi come El buscavidas (1963) e En mi jardín pastan los héroes, (1986) e un saggio autobiografico come La mala memoria (1989). Di Heberto Padilla niente risulta edito in italiano, a parte un’esaurita (e ormai fuori catalogo) edizione Mondadori de Nel mio giardino pascolano gli eroi. Che peccato!
 
ANTOLOGIA POETICA
 
Per Heberto Padilla (1932-2000), “la poesia deve essere, prima di tutto, comunicazione”. Il suo libro Fuera deljuego (1968) non ottiene l’approvazione del governo castrista e diventa il simbolo dei limiti della libertà di espressione del regime. Queste poche poesie - che traduco personalmente in italiano - sono tratte dal suo capolavoro Fuera del juego (1968).
 
EL ÚNICO POEMA
 
Entre la realidad y el imposible
se bambolea el único poema. Retenlo
con las manos, o con las uñas, o con los ojos
(si es que puedes) o la respiración ansiosa.
Dótalo, con paciencia, de tu amor
(que él vive sólo entre las cosas).
Dale rechazos que vencer
y otra exigencia
mucho mayor que un límite,
que un goce.
Que te descubra diestro, porque es ágil;
con los oídos alertas, porque es sordo;
con los ojos muy abiertos, porque es ciego.
 
L’UNICO POEMA
 
Tra la realtà e l’impossibile
oscilla l’unico poema. Trattienilo
con le mani, o con le unghie, o con gli occhi
(se puoi farlo) o la respirazione ansiosa.
Dotalo, con pazienza, del tuo amore
(che lui vive solo tra le cose).
Dagli rifiuti da vincere
e altre esigenze
molto più grandi di un limite,
che un piacere.
Che ti scopra abile, perché è agile:
con le orecchie aperte, perché è sordo;
con gli occhi molto aperti, perché è cieco.
 (Traduzione di Gordiano Lupi)
POÉTICA
Di la verdad.
Di, al menos, tu verdad.
Y después
deja que cualquier cosa ocurra:
que te rompan la página querida,
que te tumben a pedradas la puerta,
que la gente
se amontone delante de tu cuerpo
como si fueras
un prodigio o un muerto
POETICA
 
Dì la verità
Dì, almeno, la tua verità.
E poi
lascia che succeda qualsiasi cosa:
che ti strappino la pagina preferita,
che ti abbattano la porta a colpi di pietra,
che la gente
si accalchi davanti al tuo corpo
come se tu fossi
un prodigio o un morto
 (Traduzione di Gordiano Lupi)


           LOS POETAS CUBANOS YA NO SUEÑAN

Los poetas cubanos ya no sueñan
(ni siquiera en la noche).
Van a cerrar la puerta para escribir a solas
cuando cruje, de pronto, la madera;
el viento los empuja al garete;
unas manos los cogen por los hombros,
los voltean,
los ponen frente a frente a otras caras
(hundidas en pantanos, ardiendo en el napalm)
y el mundo encima de sus bocas fluye
y está obligado el ojo a ver, a ver, a ver.
I POETI CUBANI NON SOGNANO PIÚ
I poeti cubani non sognano più
(neppure di notte)
Vanno a chiudere la porta per scrivere in solitudine
quando scricchiola, all’improvviso, il legno:
il vento li spinge alla deriva;
alcune mani li prendono per le spalle,
li rovesciano,
li mettono di fronte ad altre facce
(affondate nei pantani, bruciando nel napalm)
e il mondo sopra le loro bocche scorre
e l’occhio è obbligato a vedere, a vedere, a vedere.
(Traduzione di Gordiano Lupi)
NO FUE UN POETA DEL PORVENIR
Dirás un día:
él no tuvo visiones que puedan añadirse a la posteridad.
No poseyó el talento de un profeta.
No encontró esfinges que interrogar
ni hechiceras que leyeran en la mano de su muchacha
el terror con que oían
las noticias y los partes de guerra.
Definitivamente él no fue un poeta del porvenir.
Habló mucho de los tiempos difíciles
y analizó las ruinas,
pero no fue capaz de apuntalarlas.
Siempre anduvo con ceniza en los hombros.
No develó ni siquiera un misterio.
No fue la primera ni la última figura de un cuadrivio.
Octavio Paz ya nunca se ocupará de él.
No será ni un ejemplo de los ensayos de Retamar.
Ni Alomá ni Rodríguez Rivera
ni Wichy el pelirrojo
se ocuparán de él.
La Estilística tampoco se ocupará de él.
No hubo nada extralógico en su lengua.
Envejeció de claridad.
Fue más directo que un objeto.
NON FU UN POETA DEL FUTURO
 
Diranno un giorno:
lui non ebbe visioni che possano essere trasmesse ai posteri.
Non possedette il talento di un profeta.
Non incontrò sfingi da interrogare
accettò che leggessero nella mano della sua ragazza
il terrore con cui sentivano
le notizie e i bollettini di guerra.
Decisamente lui non fu un poeta del futuro.
Parlò molto dei tempi difficili
e analizzò le rovine,
però non fu capace di sostenerle.
Andò sempre con la cenere sulle spalle.
Non svelò neppure un mistero.
Non fu né la prima né l’ultima figura di un quadrivio.
Octavio Paz non si occuperà mai di lui.
Non sarà neppure un esempio per i saggi di Retamar.
Neppure Alomá e Rodríguez Rivera,
Wichy il pellerossa
si occuperanno di lui.
Nemmeno la Stilistica si occuperà di lui.
Non ci fu niente di extralogico nella sua lingua.
Invecchiò con chiarezza.
Fu più diretto di un obiettivo. 
 
PARA ESCRIBIR EN EL ÁLBUM DE UN TIRANO
 
Protégete de los vacilantes,
porque un día sabrán lo que no quieren.
Protégete de los balbucientes,
de Juan-el-gago, Pedro-el-mudo,
porque descubrirán un día su voz fuerte.
Protégete de los tímidos y los apabullados,
porque un día dejarán de ponerse de pie cuando entres.
 
DA SCRIVERE NELL’ALBUM DI UN TIRANNO

Guardati dai titubanti,
perché un giorno sapranno quello che non vogliono.
Guardati dai balbuzienti,
da Juan tartaglia, Pedro il muto,
perché un giorno scopriranno la loro voce forte.
Guardati dai timidi e dagli umili,
perché un giorno smetteranno di alzarsi in piedi quando entri. 
(Traduzione di Gordiano Lupi)
 
La speranza - senza volersi attribuire eccessivi meriti - è quella di aver dato un piccolissimo contributo alla conoscenza diun grande poeta cubano, praticamente ignoto nella nostra lingua.
 
                                  Gordiano Lupi
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:38 | link | commenti (4)
categorie: letteratura