L'armonia delle parole

Quando le parole, sapientemente accostate, sono armonia.

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sabato, 21 novembre 2009

Nella nebbia, di Renzo Montagnoli

Nella nebbiaFoto da web



Nella nebbia
di Renzo Montagnoli
 
Dubito che mi crederete, perché nemmeno io penso che sia vero, anzi ho l’impressione che sia stato un sogno, uno di quelli a cui partecipi così attivamente che al risveglio ti sembra di aver ricordato un fatto accaduto molto tempo prima.
Eppure, ho l’impressione di essere ancora presente, di udire la sua voce, di asciugarmi il volto bagnato dalla nebbia. Non lo dico per convincere voi o me stesso, ma tutto mi sovviene con una certezza e una lucidità come se l’avessi vissuto.
Dovete sapere che mi piace camminare, con qualsiasi stagione, anche nel freddo dell’inverno, pure se c’è la nebbia, anzi mi piace girovagare in mezzo alla caligine, ascoltando i rumori che essa attutisce e che arrivano alle orecchie come soffocati, quasi un sussurro anche quando si tratta del muggito di una vacca. E vado sempre là, cioè lungo quella ciclabile che si snoda nelle terre di Virgilio.
E’ stato così anche quel giorno di febbraio, non particolarmente gelido, ma calato dentro uno strato di una nebbia così fitta da scorgere appena i bordi della strada.
Camminavo al centro di quel viottolo scivoloso che serpeggiava fra i campi, ma non vedevo nulla e appena riuscivo a indovinare ai lati i rami delle piante intirizzite. Sembrava sera già inoltrata, ma era mattina, all’incirca verso il mezzogiorno, anche se la luce era scomparsa, e fu quindi con un certo sgomento che, guardando alla mia destra, scorsi sul suolo viscido un’ombra. Certo ebbi un moto di paura, perché era impossibile, in assenza di sole o del benché minimo chiarore che fossi io a generarla. Del resto, a osservarla attentamente, non denotava i miei contorni, resi ancor più abbondanti dal giaccone pesante che indossavo. Questi, infatti, erano più stretti, come se di colpo io fossi smagrito, ma il timore si accrebbe quando udii la voce.
- Non sei tu, son io.
Pensai che fosse frutto di un pensiero annidato nel cervello, ma lo sbigottimento aumentò quando la sentii di nuovo.
- Che temi, dunque, d’una voce senza bocca, d’un suono senza corpo? Non hai capito che son l’ombra?
Ebbi il sospetto di parlare fra me e me, quando, schiarendomi la gola, borbottai:
- Certo, è ovvio che è l’ombra che parla.
Mi fermai trattenendo il respiro, pronto a cogliere la risposta, ma questa non venne; però, l’ombra cominciò a girarmi intorno fino a porsi dinanzi a me.
- Nulla vuoi ammettere di ciò che vedi, solo tu accetti quel che credi.
Sbottai e fu d’istinto:
- Senti, non farmi diventar pazzo e dimmi tu chi sei!
- Da giovine qui pascevano le greggi, terra mia per un certo tempo fu, qui meditai e scrissi anche dei versi, qui nacqui e magari fossi restato, fra terre verdi, rane gracidanti, i canneti e i salici lungo il fiume, e se non l’hai ancor capito, son Vergilius.
La testa mi rimbombava, perché non si può credere a quel che è impossibile. 
- Non ha senso! Sei morto da più di venti secoli e quindi io con la testa non ci sto. E poi parli la mia lingua.
L’ombra si scostò e si pose alla mia sinistra:
- Dimentichi che accompagnai Dante in un viaggio che tu di certo hai già studiato.
Rifiutavo un’evidente illogicità.
- No, tu non esisti, sono sicuro che questa mattina non sto bene, forse è stata la colazione, forse questo freddo.
- Ascoltami, allora, e potrai capire.
Da dove io vengo non c’è più luce e solo in giorni come questo, in cui l’oscurità si mesce, possono anche le ombre passar lo Stige, ché il vecchio Caronte nemmen s’accorge, ma al primo chiarore lesti ci tocca ritornare.
Tu non sai com’è laggiù, un tempo senza ore, nulla si sente, niente si vede, si è, senza essere.
- Dunque, mi dici che tu sei risalito dagli Inferi?
- Sì.
- E allora con Dante non hai fatto un viaggio con tanto di descrizioni di gironi, di dannati, di condanne?
L’ombra si rannicchiò.
- Orsù, rispondi.
- Del tempo eterno, dell’altro mondo, ognun vede ciò che vuole. Lo pensa in vita per non temere il fatale incontro. Credevo anch’io di traghettare con Caronte, lo vedevo quando gli ultimi istanti d’una vita mi spalancavan quella porta, e ancor lo credo, anche se nulla ho visto o vedo.
Povera ombra, che t’aggrappi al ricordo di come pensavi l’Ade in vita e invece forse nemmeno sei, né stai parlando con costui, perché è solo frutto di ciò che si cela in una fantasiosa mente.
- Allora, sto sognando, vero?
- Chi lo può dire, se non l’interessato. L’oscura caligine ti ha il dopo richiamato, quel passo ultimo che lascia indietro gli altri senza saper se se ne faranno ancora.
La testa mi doleva, incerto fra il credere a ciò che mi sembrava o l’accettare ciò che la mia mente partoriva.
L’ombra c’era, io la vedevo, ma un altro l’avrebbe scorta?
Nel dubbio stetti al gioco e ripresi a conversare:
- Sei quindi ritornato alla tua terra.
- Sì, mai nulla è più bello di ciò che tenevi da fanciullo, un mondo che il ricordo sfuma e tutto fa sembrar ancor migliore.
Non c’è fama, né ricchezza che possano far tornare alla giovinezza, di quando le corse eran nel sole, il refrigerio nei piedi immersi nel dolce fiume e il calore nella casa che alla sera t’accoglieva.
E la quiete di giorni senza fretta, a sonnecchiar nell’erba, lontani i campanacci degli armenti e accostato all’orecchio il frinir d’una cicala.
A guardare il cielo, le nubi che veloci scorrevano, per poi sparire all’orizzonte, dove Roma, possente e altera, io sognavo. Fossi rimasto in questa landa di villiche virtù, di semplici giornate forse non m’avrebbe colto, pria del tempo, quel feral colpo d’un sole maledetto, mentre alla villa di Partenope m’accingevo a ritornare dopo un bagno di cultura nell’Ellade asservita. Tanto imparar per nulla, per varcar la soglia infinita che mi s’aprì per strada.
Lui parlava e io vedevo la nebbia che s’alzava, come un sipario s’apriva in una luce che pareva dorata; in un’atmosfera incantata greggi pascolavano quiete, cullate dal suono dello zufolo d’un pastorello accovacciato all’ombra d’un salice. Com’era allora, io vedevo, volgendo lo sguardo all’orizzonte, oltre il quale immaginavo una città cinta da possenti mura, le vie animate da una moltitudine, i palazzi solenni, pasti in case patrizie allietati dai versi declamati da un poeta che non m’era sconosciuto e che, benché in altra foggia addobbato, aveva le mie sembianze.    
- Eran giorni felici e non sapevo; seduto in riva al fiume parlavo con le acque e il suo dio mi rispondeva con il volo d’un airone, che sempre là sembrava andare e della Caput Mundi la strada m’indicava. Là voleva il fato che io mi dirigessi, lasciando questo mondo che allor piccolo pareva, ma che solo la lontananza me lo fece scoprir immensamente grande. Più col tempo vuoi salire, più poi te ne dovrai pentire. Ah casa avita, a cui mai più tornai, ebbro di gloria da pensar d’essere eterno, da scordar il respiro della vita che i trionfi di Roma celavan alle mie orecchie. Qui ero io, là solo il poeta.  
Avvertivo il batter d’ali sopra il mio capo, alzavo gli occhi e seguivo il volo, anzi l’affiancavo, e mentre sparivano i quieti campi di Andes antica davanti a me s’aprivano squarci di selve inesplorate, di strade consolari percorse da carriaggi e da viandanti tutti diretti là, in quella città per cui valeva forse la pena di abbandonare l’oasi di serenità che il lento Mincio accarezzava con le sue fresche acque.
- Mai, mai tornerà quell’età, e l’uomo corre, veloce, sapendo che un giorno tutto finirà e allor s’inventa un mondo per il dopo, affinché anche la notte che s’avvicina sia il rifugio d’un sogno, un passo non voluto, ma non incerto. Nulla è più oscuro di ciò che non comprendiamo, niente è più triste del crearsi un’illusione.
Si rialzò, allungò le braccia, quasi stirandosi le membra.
- Anche Dante ha scritto ciò che in sogno ha sperato, ma or s’aggira l’ombra invano, un niente di nulla che s’aggiunge al nulla. Nemmeno ombre siamo, ma solo fummo e mai più saremo.
Sentii i singhiozzi, ma le lacrime rigavano le mie guance, i singulti scuotevano il mio petto e quando alfine, sempre più commosso, cercai in un impeto di pietà di stringere a me l’ombra le braccia si chiusero nel vuoto, mentre lontano un eco si spegneva e quasi a nenia ripeteva “Nemmeno ombre siamo, ma solo fummo e mai più saremo”.
Cercai invano, almeno una traccia io volevo, ma com’era apparsa l’ombra se n’era andata, lasciandomi la testa confusa, con gli occhi abbagliati da un po’ di sole che finalmente spezzava l’uniformità del soffocante grigiore.
Il ricordo si fa poi più disordinato e nemmeno rammento se, tornato a casa, a qualcuno ho raccontato.
Non sempre, ma comunque non è raro il caso che al risveglio sia colto dalla memoria di questa storia che stento a credere vissuta, ma che è rimasta in me con il peso dell’esperienza, una vicenda di cui non dubitare solo nel buio di una notte, quando occhi e mente placidi riposano e cercano invano risposte con un sogno.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:19 | link | commenti (16)
categorie: narratori e racconti
giovedì, 22 ottobre 2009

Anno Domini 2150, di Renzo Montagnoli

Fantasticando…
 
Anno Domini 2150
Anno Domini 2150
di Renzo Montagnoli
 
 
 
Quella domenica di giugno dell’anno 2150 si annunciava eccellente sotto tutti gli aspetti: sole splendente, cielo azzurro, temperatura gradevole, divieto assoluto del traffico automobilistico, insomma tutto quanto necessario perché i romani accorressero in frotte a piazza San Pietro per la messa, senza la necessità di dover ricorrere alle cariche delle guardie svizzere per convincere anche i più riottosi.
Ma alle 11, ora fissata per la cerimonia, l’immenso anfiteatro appariva tristemente vuoto. Dietro le finestre dei palazzi del Vaticano stavano volti sgomenti, mentre gli occhi vagavano nel nulla. Il pontefice, San Giovannino I (era ormai da tempo prassi che il papa venisse santificato una volta superato il periodo di prova dei canonici sei mesi) camminava su e giù per il lungo corridoio, con sguardo furente e pensieroso, e alla fine si decise a chiamare il segretario di stato, il cardinale Prosperone.
- E’ inammissibile. Che escano subito le guardie, in tenuta di guerra, e radunino tutti i romani. Mi raccomando tutti, anche i paralitici, e senza tanti riguardi.
- Sarà fatto.
Brevi ordini secchi, i militi svizzeri indossarono le tute antisommossa e, imbracciati i mitra a lampi paralizzanti, partirono per eseguire l’incarico ricevuto.
Intanto le lancette dell’orologio Luigi XV giravano, fino a che a mezzogiorno, con la piazza ancora vuota, San Giovannino I, affranto, si accasciò sulla poltrona, non senza aver tirato prima un paio di moccoli.
- Prosperone! Prosperone! Ma che cazzo succede, che non tornano nemmeno gli svizzeri.
Il segretario di stato, visivamente preoccupato, si affacciò al santo uscio e mormorò:
- Santità, è arrivato l’onorevole Fiaschettino che ha da riferire notizie importantissime. Lo faccio accomodare?
- Fiaschettino? Chi è? Ah, sì, quello con la faccia da cretino, tutto casa, chiesa e amanti. Che entri.
L’onorevole si precipitò a genuflettersi, sbaciucchiò più volte il sacro anello, poi quasi piangendo prese a parlare:
- Cose terribili, ho da raccontare, Santità.
- Suvvia, basta con i preamboli e sentiamo.
- Sono tutti all’EUR, anche gli svizzeri.
- E che fanno?
- E’ da ieri che è comparso uno straniero, che sembra uno di quei figli dei fiori di più di un secolo fa.
- E allora?
- Li ha stregati, ascoltano le sue parole in estasi.
- E che dice?
- Che tutti gli uomini sono uguali, che nessuno deve prevalere sull’altro, che l’onestà e la bontà devono reggere il mondo.
- Ho capito: è un povero scemo.
- Magari lo fosse!
- E perché?
- Dice di essere il figlio di Dio.
- L’ho detto che è scemo. Ma come possono credere a queste panzanate!
Intervenne allora il cardinale Prosperone:
- Santità, hanno creduto alle nostre per più di duemila anni…
- Ma noi siamo più intelligenti, più furbi.
Fiaschettino si grattò in testa e poi timidamente riprese a parlare:
- Il problema è…
- Che problema?
- Il problema è che fa dei miracoli.
- Dei miracoli? Ma non mi dirà che crede a queste cose!
- Li fa.
- Insomma, sentiamo che miracoli fa.
- Era accorso per vedere quello che succedeva anche il cavalier grande ufficiale imperatore Benito Bugiardoni, quello arrivato alla decima clonazione, e…
- Anche il mio sodale è là?
- Sì. Dicevo…e lo straniero gli ha detto subito che sapeva chi era e che ora voleva che si confessasse davanti tutti.
- Immaginiamoci, quello non parla nemmeno al suo confessore!
- E invece ha parlato, ha spiegato di come abbia ripetutamente fregato tutto il popolo, svelando anche i retroscena dell’operazione Vaticano III, insomma quel prestito obbligazionario che ha rovinato milioni di risparmiatori e che ha invece ingrossato le sue e le vostre casse, Santità. Perdonate il mio ardire, ma quello cantava come un canarino.
- Il nome, voglio il nome di questo criminale!
- Si fa chiamare…Gesù.
- Un millantatore, perché Gesù è morto da oltre 2.000 anni.
- Ma non è risorto e salito al cielo?
- Si dice, ma se ne dicono di cose…
- Inoltre, gli svizzeri gli hanno giurato obbedienza.
- Infingardi! E pensare che li abbiamo sempre trattati bene, abbiamo anche sorvolato su certe loro abitudini sessuali.
Il cerimoniere vaticano si affacciò sulla porta:
- Sua Santità, una visita.
- Era programmata?
- No.
- E allora che si prenoti!
- E’ insistente, dice di essere l’ufficiale giudiziario del Paradiso.
- E’ la giornata degli scemi oggi! Che vuole?
- Ehm, come si dice…
- Allora?
- Ha un provvedimento di sfratto.
- Un provvedimento di sfratto? A me che sono il padrone del mondo? Ma che vada…
- Da nessuna parte!
San Giovannino volse gli occhi alla porta e fissò con occhi di fuoco chi aveva pronunciato quelle tre parole.
- E tu chi sei, tu che osi parlarmi cosi?
- Sono un messaggero e gli ordini che porto sono immediatamente esecutivi.
Il pontefice trasalì, perché guardando meglio il nuovo venuto, un giovane alto, biondo, dagli occhi cerulei, in jeans e bomber che fasciavano un corpo atletico e perfetto, scorse delle propaggini piumate che emergevano dalla schiena.
- Sì, sono un angelo e per tutte le malefatte vostre, durate anche troppo, sarete tutti rinchiusi. Ho con me il capo dei carcerieri. Entra, Lucifero!
Fu allora che Giovannino si risvegliò di colpo, tutto ansante e sudato.
Premette il campanello sul comodino e subito accorse il cameriere personale.
- Avete bisogno?
- Ho avuto un incubo. Che giorno è oggi?
E’ domenica, il 21 giugno del 2150.
- Oggi allora c’è la messa con tutta la gente fuori, vero?
- Sì.
- Meno male! Che brutto incubo. Com’è il tempo?
- Normale.
- Mi sembra tutto buio.
- Da noi è sempre buio.
- Scusa, è brutto quel tuo difetto.
- Quale difetto?
- Quei piedi caprini.
- Noi siamo tutti cosi!
- Non ricordo il tuo nome. Come ti chiami?
- Belzebù, Santità, ma adesso si prepari, perché i dannati l’aspettano inferociti.
  
   
 
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:25 | link | commenti (11)
categorie: narratori e racconti
martedì, 20 ottobre 2009

Marta, di Franco Seculin

Per chi non lo sapesse, Franco Seculin, oltre che poeta, è anche narratore, come prova il racconto che segue.

Marta
 
MARTA
di Franco Seculin
                                     
        Mancava meno di un mese agli esami di maturità io, Ferdy, Fabrizia e Marta, come del resto tutti gli altri nostri compagni di classe, eravamo molto indietro con la preparazione del programma triennale di Italiano da portare all’esame. Tutto questo grazie al nostro professore che, giunto quasi al termine dell’ultimo anno scolastico, si barcamenava ancora a spiegarci Goldoni, quando avremmo dovuto almeno aver completato D’Annunzio. Ci dividemmo pertanto in quattro o cinque gruppi di studio, ognuno dei quali avrebbe approfondito una parte del programma per poi ripeterlo collegialmente in riunioni settimanali, intensificando la preparazione coll’avvicinarsi della data fatidica in cui, a turno, tutti noi ci saremmo cimentati con la maturità. A parte l’affiatamento e l’amicizia, il criterio con cui si era formato ciascun gruppo era stato improntato alla comodità per la vicinanza di quartiere e alla disponibilità di chi ci avrebbe ospitato.
Fu la madre di Marta a rendere tutto più facile per noi che abitavamo nel raggio di cinquecento metri, e a partire dalla metà di maggio, quando ognuno di noi bene o male aveva quasi esaurito il programma di ripetizione delle altre materie e si sentiva già abbastanza sicuro, cominciammo a riunirci per tre pomeriggi alla settimana nella bellissima casa di proprietà in viale Mazzini. La signora Adele aveva il pollice verde e sul terrazzo da cui si godeva un panorama invidiabile, il golfo dei Poeti per intero, c’erano diverse piante di fiori e in un angolo troneggiava un magnifico nespolo già carico di frutti in via di maturazione.
Se il tempo era buono ne approfittavamo, e le due ragazze potevano permettersi anche di prendere un po’ di sole, in costume da bagno, cosa che a me e Ferdy non dispiaceva affatto data la particolare avvenenza di entrambe.
Avevamo molto in comune: a partire dai padri, tutti in marina, Roberto quello di Marta sulle petroliere, il mio in amministrazione e gli altri due per mare con incarichi di comando su un incrociatore e su una corvetta. Seguiva l’amore per lo studio delle materie umanistiche e la passione per gli sport di movimento: atletica e nuoto in particolare. Ferdy e Fabrizia studiavano pianoforte, Marta la chitarra e io mi arrangiavo con il basso in un gruppo che cercava di fare del jazz. Andavamo spesso al cinema a vedere gli stessi spettacoli, ma separatamente.
Da due anni, da quando Marta si era trasferita da Viareggio, io non avevo occhi che per lei e fra di noi era nato un forte sentimento di amicizia, quasi un affetto profondo, ma lei, già donna, aveva una relazione sentimentale, quasi ufficiale, con un giocatore di tennis, seconda categoria, diplomato all’ ISEF e professore di ginnastica in un istituto di quella città.
Sentivo e sapevo che il mio sentimento veniva ricambiato su un altro piano e quasi ne gioivo perché l’attrazione che provavo anche fisicamente per lei, veniva compensata dal suo comportamento nei miei confronti, chiaro e schietto senza implicazioni di sorta come se io fossi, più che un amico, quasi un fratello.
Il lavoro di “equipe” procedeva sereno e io mi beavo di quegli intensi pomeriggi di studio in cui avevo la possibilità di starle vicino, separandola almeno concettualmente da quello che ritenevo fosse il suo amante.
Andavamo veramente forte e presto il nostro quartetto si fece un nome in quanto a preparazione e disponibilità ad aiutare anche chi era rimasto indietro. Vennero i giorni tanto temuti ma i magnifici quattro della terza B ne uscirono indenni con medie fra le più alte; in primis Marta che eccelleva naturalmente in quasi tutte le materie tanto da meritarsi, nei mesi seguenti, l’iscrizione alla scuola Normale di Pisa e una ghiotta borsa di studio.
Finiti gli esami e prima che io lasciassi la città per passare qualche settimana con i miei in montagna, i suoi genitori volevano a tutti i costi che io trascorressi qualche giorno con loro a bordo della barca, un dodici e cinquanta, che avevano all’ormeggio a Lerici, per una breve crociera all’isola d’Elba. Ormai ero considerato uno di famiglia e Laura, la sorella più piccola, aveva una vera passione per me. Avuto il consenso da mio padre non stavo più nella pelle e non vedevo l’ora di trasferirmi sull’imbarcazione, tanto più che l’uomo di Marta non sarebbe stato della partita, per motivi a me non noti.
        Roberto, capitano di lungo corso, era un appassionato di vela e già in altre occasioni io ero stato ospite della Turandot – questo il nome dell’imbarcazione – per brevi traversate, solitamente della durata di un giorno, da Lerici alle Cinque Terre e ritorno. Un vero uomo di mare innamorato della famiglia, un bene che si godeva di rado nelle brevi soste a casa, tra un viaggio e l’altro.
Imbarcammo che già era sera per sistemare la barca e gli approvvigionamenti. A cavallo di luglio e agosto il tempo era magnifico. Esaltante l’atmosfera a bordo dove ad ognuno spettava un compito preciso. Donne a poppa, uomini a prora e, dopo qualche ora di sonno, il mattino dopo levammo l’ancora che il buio stava lasciando il posto all’aurora, mentre i primi pescherecci rientravano in porto. Io e Marta masticavamo qualche abbozzo di manovra e, con l’aiuto del padre, la barca in mare aperto filava di bolina che era un piacere, tanto che sino all’altezza di Livorno si poté fare a meno dell’ausilio del motore. Poi il vento, questo strano signore dei mari, dichiarò forfait e ci rassegnammo allo stantuffare regolare del diesel.
        Era sera inoltrata quando l’ancora della Turandot prese fondo nella piccola insenatura della Biodola e tutti e cinque, stanchi e coperti di salsedine, ci tuffammo in acqua alla ricerca di un po’di benessere.
Poche le barche intorno e pochi i residenti a godersi quel mare da sogno. A cena, un po’ stretti nel pozzetto, Adele, dopo aver servito il classico piatto di spaghetti alla marinara e una composta di frutta, lasciata l’incombenza di fare il caffè e riordinare alle ragazze, mi chiese se volevo farle compagnia a prora portandosi dietro il pacchetto delle americane di contrabbando.
-Tu non fumi vero?...bravo ragazzo! Sai…ora che tu e Marta avete raggiunto quello che io considero il primo punto fermo nella vita di uno studente, comincio a sentire già il vuoto che si produrrà intorno e dentro al mio menage famigliare. Tutti e due alla scoperta di un altro modo di vivere il tempo, e di organizzare, finalmente da soli, direte voi, la vostra vita per raggiungere responsabilmente i vostri obiettivi. Tutto questo mi fa sentire improvvisamente lontana da una realtà che fino a ieri ho vissuto con voi e quindi più vecchia. Ti sto annoiando vero? Marta non mi ascolta quando cerco di farle capire che più passa il tempo più il salto di generazione fra di noi si fa sentire e pesa. Tu come la vedi? Io ti ritengo molto più maturo dei tuoi diciotto anni forse anche, per quello che ne so, per la vita movimentata che i tuoi ti hanno imposto e per il tuo modo di essere così vicino a Marta. Per l’amore silenzioso di cui la circondi e che lei, forse, non si merita. Non dovrei dirlo, ma vorrei tanto che lei fosse meno donna e che ti stesse vicino godendo con te della sua giovinezza e non abbandonandosi anzi tempo ai sogni di una vita coniugale con l’uomo che me la sta portando via. Da tempo volevo farti partecipe delle mie ansie, so che tu puoi capire anche se mio marito, lui…il comandante, dice che sono solo una sciocca mammina preoccupata, mentre lei sa benissimo cosa vuole. Coraggio Paolo, dimmi cosa ne pensi se non ti costa troppo. Prima che vengano a interromperci e puoi darmi anche del tu, se ti fa piacere.
- Grazie. Beh signora ehm… cioè Adele: spesso penso che sei una madre eccezionale e che tuo marito, Marta e la piccola ti amano in modo totale e vi invidio perché voi siete una famiglia, la famiglia che amo e di cui vorrei fare parte. Posso dire che ti capisco perché anche a me qualcuno sta portando via un bene prezioso, al momento insostituibile, ma che fare? Le nostre strade si divideranno e ciascuno di noi inizierà a vivere una storia diversa. Se potessi vorrei fermare il tempo a oggi, a questa sera, qui su questa barca, perché sto vivendo qualcosa di irripetibile e di magico. Non è solo l’amore per Marta, il mio faro, la mia guida, insieme ai sogni di questi ultimi due anni, vissuti gomito a gomito affrontando le stesse difficoltà e superandole con lo stesso entusiasmo, che mi hanno portato a uno stato di esaltazione che difficilmente si potrà ripetere. E’ molto di più e non so come esprimerlo. Vi amo e basta. Voglio studiare e riuscire a diventare qualcuno che sappia cosa aveva e cosa ha perso, perché qualcuno lo ha fatalmente deciso, traducendolo in qualcosa di esemplare e inalienabile, puro e cristallino come la vera natura di tua figlia. Per me esiste un obbiettivo ideale a cui tendere con tutte le mie forze e, forse, quello che ti sto dicendo ti farà sorridere ma è semplicemente il mio modo di vivere i momenti che credo mi appartengano di diritto: momenti che non hanno una dimensione temporale precisa, come tu potresti invece identificare rivolgendoti a un prossimo futuro. Questo è un nostro momento, lo capisci vero? Ora tu sei qui con me, non c’è nessuna differenza tra noi se ci rapportiamo a un’esistenza che ci unisce per un fattore comune che è solo l’amore che portiamo dentro di noi e che ci fa vivere al massimo, al limite delle nostre sensazioni. E la tua Marta lo sa…e questo è tutto! Grazie Adele non potrò mai dimenticare di avermi permesso di esprimere quello che resterà sempre nel mio cuore.
        Avevo quasi chiuso gli occhi mentre terminavo il mio sermone, quasi fosse un addio. Adele mi si fece vicino, mi strinse a sé e mi baciò a lungo tanto da poter sentire le lacrime che le bagnavano il viso e la tensione che aveva in petto.
- Grazie a te Paolo…non cambiare, resta l’uomo che già oggi ti individua perché tu sei già quello che vorresti essere. Per me è così. Anche noi non ti dimenticheremo.
Marta ci raggiunse pochi istanti dopo e la sua voce argentina ruppe il silenzio che era sceso sulle ultime parole di Adele.
- Non ci posso credere! Mia madre che sta filando con il mio ragazzo preferito, lo ha quasi sedotto e forse lo ha anche convinto a fumare una delle sue orribili e disgustose paglie d’oltre oceano. Chi vuole un bel gelato?
- Io gradirei un goccio di quello buono, se tuo padre lo consente e tu Paolo?
- Io sono uno sfacciato e a me andrebbe bene l’uno e l’altro: affogato al whisky, se il comandante ci da il permesso di aprire la cambusa riservata.
- Permesso accordato. Per me una buona grappa e gloria a tutti i santi del paradiso.
- Va bene allora io e la piccola affogheremo i nostri dispiaceri in un mare di crema e cioccolato. Laura dove sei?
        Così tutti insieme riuniti continuammo a discorrere del più e del meno sino a notte avanzata, in uno scenario da cartolina. La luna era una grande bolla gialla che danzava a pelo d’acqua, mossa da una leggera brezza da Ovest. Garanzia di un tempo perfetto!
        Il giorno dopo fu un continuo andare e venire dalla barca alla spiaggia sino a pomeriggio inoltrato e solo verso sera stanchi e cotti dal sole ci sdraiammo in coperta per godere di un leggero vento che faceva ruotare l’imbarcazione su sé stessa, cambiandone la posizione quasi in continuazione.
        Roberto prevedeva una notte un po’ meno tranquilla della precedente sino a quando il vento non si fosse assestato e infatti a una certa ora chiudemmo il boccaporto di poppa e ci ritirammo sottocoperta per cenare tranquilli. Ma più tardi Marta mi chiese se avevo voglia di tornare di sopra perché si sentiva soffocare e tutto il sole che avevamo preso ora si faceva sentire. Anch’io non ne potevo più e avevo voglia di stare con lei da solo. Salimmo in coperta con un paio di birre fresche di frigo e un grande telo di spugna decisi a resistere al vento e a goderci il fresco della notte. Per stabilizzare l’imbarcazione Roberto aveva calato anche l’ancorotto di poppa così da limitare il rollio a qualcosa di sopportabile. Sopra di noi il cielo era un vero e proprio planetario. Ci sistemammo a prua a ridosso del casottino degli attrezzi e poco dopo Laura venne a darci la buona notte avvisandoci che Adele e Roberto avrebbero occupato la cabina sotto il ponte, lasciando libera quella cui si accedeva direttamente dal pozzetto. Marta si mise a ridere e salutò la sorella strizzandole le guance paffute, dicendole di fare buona guardia al sonno dei vecchietti e che tutto era ok.
- Hai capito? I signori non vogliono essere disturbati. Mi sa tanto che sono in vena di fare baruffa…è l’effetto Elba! Credo che Laura dormirà con i tappi di cera. A me fanno tenerezza. E poi è così bello vederli sempre in piena armonia. La mamma soffre quando lui è lontano e te ne sarai accorto anche tu. Lo so che le vuoi bene e che ti piace quando lei ti tratta come se fossi il secondo di casa. Piace anche a me. Oh Paolo, cosa sarà di noi: ci perderemo, vero? Ho voglia di baciarti,vieni più vicino, ho freddo, lo senti? Sono gelata.
Veramente scottava! Era l’effetto del sole. Aveva preso la mia mano portandosela al seno, stretta al mio fianco cercava la mia bocca per baciarmi abbracciandomi con tutte e due le braccia. Non capivo: stava succedendo qualcosa di nuovo e di strano, le parole di Adele mi tornavano in mente “…vorrei che lei fosse meno donna e che ti stesse vicino, godendo con te della sua giovinezza…”.
        Lei continuava a muoversi su di me ma non era facile data la nostra statura trovare una posizione a ridosso del boccaporto delle attrezzature, e poi non immaginavo cosa volesse fino quando non riuscì a divincolarsi e a sdraiarsi sotto il mio corpo e a incollare la sua bocca alla mia. Non era il primo bacio che ci scambiavamo, ma l’atto questa volta era più completo e senza riserve. Sentivo la sua lingua spingere sopra e sotto la mia, il suo respiro farsi più corto e il bacino aderire con prepotenza al mio. Mi stava eccitando con premeditazione.
Io rispondevo alle sue carezze con le mie mani sui seni ora liberi e nudi. Poi d’un tratto si fermò ansimando e, con una voce che non le conoscevo, disse che mi voleva.
-Ti voglio…Paolo. Voglio farlo con te, anche se fosse l’ultima volta che ci vediamo e stiamo insieme. Non posso spiegarti quello che sento, vorrei che tu lo capissi senza chiedermi nulla. Tu…lo hai già fatto con un’altra? Non mi importa, non dire niente. Non avere paura, vieni prendimi come sai, aiutami a farti felice. Lo vuoi anche tu? Lasciami fare. Io lo voglio, più di ogni altra cosa, ma solo se lo vuoi anche tu. Oh Paolo, cerca di capire: questa notte voglio amarti come se tu fossi il solo uomo della mia vita. E io la tua donna.
 
Le dissi solo che l’amavo più di ogni altra cosa al mondo. Lo dissi come solo un giovane innamorato perso, di diciannove anni, può dire e giurare che sia vero, e poi la sentii aprirsi tutta sotto di me, offrendo il suo corpo alla mia incapace, inesperta virilità, guidando le mie mani e il mio sesso a farla felice.     
                                      
Ho sempre immaginato, poi a distanza di tempo, che l’Adele con la sua sensibilità di madre avesse capito tutto, anche se gli studi universitari ci avevano diviso. Se mi capitava di incontrarla, quando rientravo in città in visita a mio padre, era la prima a chiedere e ad informarmi sui progressi della figlia. Ad invitarmi, con un’insistenza che a me pareva strana, a farmi vivo per passare qualche ora insieme. Non che mi fosse difficile affrontare il suo reiterato tentativo di un ritorno con la memoria a quei giorni felici e spensierati, perché anche lei ne aveva goduto con Roberto al suo fianco e tutti noi intorno, ma sentivo dentro di me un ostacolo che mi impediva di essere naturale, spontaneo e sincero. Erano il dolore e la coscienza netta di averla avuta e persa in una sola notte a tormentarmi, e di questo io non potevo farne parola a nessuno tranne che a me stesso. Era un senso di colpa solo mio, per non avere lottato sino alla morte dell’anima per quell’amore. Era il rimorso per non avere osato distendere i miei sentimenti accanto ai suoi. Perché ora sapevo quello che Adele voleva dirmi. Avevo paura di sentire quelle parole, semplici e pur tremende, nella loro asciutta verità.
Sino a che un giorno, così per caso, uscendo da una libreria dove avevo acquistato un libro per il genetliaco di mio padre, sentii la sua voce inconfondibile e mi fermai, deciso ad incontrarla. Ero a pochi giorni dall’esame di laurea e volevo che lei lo sapesse, perché di un altro traguardo si trattava. Tutti loro ne sarebbero stati lieti e anche Marta, sicuramente, non mi avrebbe perdonato se avessi lasciato che l’evento passasse in sordina, in una città che ci aveva visto protagonisti. Per cui le andai incontro con il mio miglior sorriso stampato su un viso che sicuramente tradiva l’emozione.
- Paolo…caro, come stai? Quanto tempo che non ci si vede, e tuo padre? Ma dimmi, guarda un po’. Proprio ieri Laura si chiedeva che fine avessi fatto. Ti sei già laureato vero? Su racconta!
- No, ma è questione di giorni. Ve lo avrei comunque fatto sapere. Ho cercato Marta in facoltà, ma mi è stato detto che si è trasferita a Firenze. Io la credevo sposata, almeno così mi era parso di capire l’ultima volta che ci siamo visti.
- Oh…se tu sapessi quanta acqua è passata sotto i ponti e quanto ti ha cercato, questo te lo devo dire Paolo, mi devi credere: ho sempre sperato che voi due vi sareste incontrati di nuovo perché quell’estate, quella del diploma per intenderci, aveva lasciato un segno indelebile in tutti e due. Ascoltami. Noi mamme queste cose le sappiamo. Speranze che ci nascono dentro e non muoiono mai. Lasciatelo dire, stupido uomo che non sei altro, con tutto il bene che ti voglio, lei era solo tua. Non vedeva che te, ti adorava. Ma tu nascondevi i tuoi sentimenti dietro una corazza, in silenzio, sembrava quasi che non ti importasse di soffrire a saperla tra le braccia di un altro. E quando lei si è decisa a dirti quello che provava, non a parole, ma con tutta sé stessa tu cosa hai fatto? Paolo… qui in mezzo a una strada, mi si spezza il cuore, ma te lo devo dire: niente. Tu non hai fatto niente. Avevi già rinunciato. Come eri saggio e compunto quella notte quando avevo cercato di farti capire che le cose non erano decise, che la sua era una presa di posizione, anche contro la sua famiglia e che doveva sbatterci il muso. Il tuo amore lo hai proclamato al vento nel buio di una notte forse anche magica. Poi, come se tu fossi di ghiaccio, sei svanito col primo sole del mattino. E ora?
        Mi aveva pugnalato al cuore e lo sapevo che sarebbe stato duro, ma non così, in mezzo a una strada, la gente che passava e le macchine affollate coi loro rumori di motori e di clacson che non sopportavo. Lei piangeva e volevo andarmene, o dirle che non era vero, che da anni mi trascinavo una montagna di rimorsi e di paure non sopite. Di desideri annullati in storie senza un senso e con un solo fine: dimenticare Marta. Ma non dissi nulla, la guardai a lungo negli occhi increduli, bagnati da un dolore irreversibile e me ne andai sperando in cuor mio di non sentire più la sua voce. Era tutto finito. Ora sapevo di non poter rispondere a quell’ultima sua domanda, non avevo più nulla da dire, nemmeno a me stesso. Sapevo solo che non avrei dimenticato quegli occhi. Di questo ero certo.
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:49 | link | commenti (3)
categorie: narratori e racconti
mercoledì, 30 settembre 2009

L'organetto e la morte bella, di Donato Altomare

L

L’organetto e la morte bella
di Donato Altonare
 
 
 
Una delle tradizioni più tenaci a scomparire a Sant’Ilario, un paesino di un pugno di anime in provincia di Potenza, è il suonare l’organetto. Vi sono campioni nazionali e internazionali di questo strumento che provengono di lì, e ogni anno durante la non lunga calura estiva, si organizza un concorso per suonatori di organetto. Vi partecipano diverse categoria di suonatori, dai principianti, ragazzini che riescono appena a stare in piedi e vecchietti arzilli per nulla domi, ai maestri, spesso ragazzi anche giovanissimi in grado di effettuare acrobazie e virtuosismi inenarrabili con questo strumento all’apparenza semplice.
Ho seguito personalmente alcune di questi festival, e, lo confesso, se prima guardavo a questo genere di manifestazioni con sufficienza e divertimento ora, dopo aver ascoltato suonatori incredibilmente bravi, ho tramutato tutto ciò in profondo e pentito rispetto.
La prima volta sono stato invitato alla manifestazione da un conoscente, un abitante di Sant’Ilario di nome Vito, che fa l’infermiere nell’ospedale di Potenza. Così, tanto per parlare, gli ho chiesto come mai l’organetto fosse così importante per quel paese. Lui mi ha risposto che non lo sapeva, ma che suo nonno raccontava spesso una storiella. E, vedendo il mio interessamento, lui l’ha raccontata a me.
Non so se sia tradizione del posto, o una favoletta inventata da qualcuno. Ve la ripropongo più o meno come mi è stata narrata.
 
Rocco era un vecchio di Sant’Ilario piuttosto anziano, - un tempo chi raggiungeva i sessant’anni era già molto anziano, il lavoro dei campi faceva invecchiare rapidamente - che aveva una sola passione coltivata per tutta la sua vita: l’organetto. Aveva imparato a suonare quello strumento da suo padre, che l’aveva imparato a sua volta da suo padre, e così via.
Rocco non aveva mai conosciuto nella sua vita un giorno di festa, a parte quando si era sposato. Faceva il pecoraio e persino quando erano nati i suoi tre figli lui stava accudendo le greggi, unico patrimonio dal quale ricavava il magro sostentamento per sé e per tutta la sua famiglia.
Passava il suo tempo con le pecore suonando l’organetto, il suo unico personale prezioso organetto, finemente cesellato e dipinto con colori caldi. Eseguiva non soltanto quelle canzonette tipiche di quello strumento, ma ne componeva lui stesso, seguendo l’ispirazione della natura allora davvero incontaminata.
In qualche rara occasione, durante particolari ricorrenze e soltanto dopo che tutte le sue bestie erano state accudite e richiuse nella stalla, partecipava a feste paesane suonando il suo strumento. Era molto apprezzato, tranne…
Beh!, Rocco aveva composto una dolcissima e triste melodia. Quando suonava le allegre canzonette popolari, era acclamato e applaudito a lungo, facendo la gioia dei danzatori, ma quando suonava la sua nenia tutti scuotevano il capo e si allontanavano. Durante una festa la tristezza quotidiana doveva giustamente essere bandita.
Questo lo mortificava profondamente. Era felice quando apprezzavano il modo in cui suonava l’organetto, ma restava desolatamente solo quando iniziava a suonare la sua composizione e a capo chino se ne tornava mogio mogio a casa. Eppure era certo che la sua musica fosse bellissima.
I giorni passavano desolatamente uguali, e l’inverno della sua vita si avvicinava. Rocco non aveva paura di morire, del resto ha paura di morire chi vive una vita felice e piena di soddisfazioni, mentre lui poteva contare sulla punta delle dita di una mano i giorni in cui era stato ‘quasi’ felice. Almeno così credeva.
E un giorno giunse la morte. A reclamarlo.
Lui, come tutti del resto, fu colto alla sprovvista.
Quando vide la morte sotto le sembianze di una bellissima fanciulla avvicinarsi e dirgli che era finita, le chiese: “Posso portare qualcosa con me?”
La morte scosse il capo: “Non puoi portare null’altro che la tua anima che dovrà essere giudicata.”
“Non ho paura di questo, né ho paura di lasciare in terra tutto il frutto del mio lavoro. Ne godranno i miei figli, ammesso che vogliano continuare questo genere di vita senza futuro.”
“E allora? Cosa vorresti portare con te nell’altra vita?”
“L’organetto.”
La morte, giovane fanciulla, rise divertita per quella davvero insolita richiesta. Era davvero bella, non come la si raccontava.
“Moltissimi vogliono portare il denaro o altri oggetti preziosi con sé, altri persino le persone care. Sei il primo che mi fa una richiesta del genere. Ma mi dispiace, non è proprio possibile.”
“Allora concedimi un ultimo desiderio.”
“Io non posso concedere nulla, io sono soltanto una messaggera e portatrice di anime. Ma…”
“Ma…?” incalzò Rocco speranzoso.
“Ma posso intercedere nei confronti del Giudice. Se l’hai meritato ci può essere qualche possibilità. Dimmi, qual è questo tuo desiderio?”
“Vorrei suonare per l’ultima volta l’organetto. Solo suonarlo.”
La morte sollevò gli occhi al cielo e restò qualche secondo in assoluto silenzio, come in ascolto, poi riportò lo sguardo sul vecchio e con un ampio sorriso disse: “Il Giudice ha controllato la tua vita e ti concede quest’ultimo desiderio.” E gli fece comparire tra le mani un bellissimo organetto argentato.
Rocco scosse energicamente e disse: “Io voglio suonare il MIO organetto.” Mise delicatamente da parte quello comparso nelle sua mani e, sollevato il coperchio di una vecchia cassapanca tirò fuori il suo organetto, logoro, bisunto, ma… suo.
E iniziò a suonare.
La sua dolcissima e triste nenia.
Lo fece in maniera struggente, mettendoci il cuore di sempre ma, questa volta, anche l’anima. Fu un ‘pezzo’ meraviglioso.
Quando finì fece per alzarsi e seguire la fanciulla. Che però, con le lacrime agli occhi, scosse il capo: “Resta, io… posso tornare un’altra volta.” E come fiato in freddo inverno si trasformò in nube e scomparve all’istante.
 
Il mio amico mi assicura che qualcuno racconta ancor oggi d’aver visto non molti anni addietro una giovane e bella fanciulla far visita di tanto in tanto a Rocco, e di aver udito il vecchio suonare ogni volta la sua melodia all’organetto.
Qualcuno giura di non aver visto mai uscire dall’umile casa la fanciulla.
Rocco, il nonno del narratore, è morto all’incredibile età di cento e due anni.
Lo stesso giorno in cui gli si ruppe tra le mani, il suo prezioso organetto.
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 19:31 | link | commenti (4)
categorie: narratori e racconti
martedì, 22 settembre 2009

Il percorso del verme, di Renzo Montagnoli

Una società moderna, ma al tempo stesso primordiale, dove tutti si esprimono bestialmente con la violenza, scaricando sui più deboli tensioni nascoste, insoddisfazioni latenti sempre pronte ad esplodere. E anche un immigrato, proveniente da un mondo meno evoluto e forse più equilibrato, ne diviene ben presto vittima e carnefice.
 
 
           Il percorso del verme
                                di Renzo Montagnoli
 
Il vecchio si alzò dalla panchina, appoggiandosi al bastone, e quasi incespicò contro la radice di un albero che aveva deciso da tempo di avventurarsi nel vialetto. Tirò un moccolo, si pulì la scarpa sul bordo dei pantaloni e nel far questo notò qualche cosa che avanzava a fatica sul terreno riarso dalla lunga siccità.
Si chinò per guardar meglio e vide un verme che cercava disperatamente un po’ di refrigerio. Ormai era pressoché disidratato e si trascinava penosamente verso una pozza d’acqua lasciata dall’irrigazione mattutina.
Il vecchio storse il labbro, alzò il piede e lo abbassò di colpo sul verme; pressò bene fino a quando lo ridusse a una poltiglia incolore.
- Non è che un verme – disse, allontanandosi.
Non fece in tempo a fare una decina di metri che due giovinastri, in cerca di rapidi guadagni, gli si pararono dinnanzi e gli cacciarono un coltello sotto la gola.
- Fuori i soldi, nonno!
Tutto tremante non riuscì nemmeno a trovare il portafoglio e allora i due gli diedero uno spintone, gli misero le mani addosso, trovarono la tasca dei pantaloni con il poco denaro che aveva, glielo strapparono e prima di andarsene lo tempestarono di calci e di pugni.
- Sei un verme! Uno che in tasca ha solo 10 euro non è un uomo, ma un verme – gli urlarono allontanandosi. 
Era già mezzogiorno, ora canonica del pasto, e con il magro bottino decisero di tentare un altro colpo al chiosco dei giardini.
Lì però non trovarono un vecchio, ma un gestore di mezza età e un giovane ben piantato, che riservarono loro un’accoglienza del tutto speciale.
Picchiati, sbeffeggiati, pesti e con i vestiti a brandelli riuscirono a fatica ad allontanarsi, fra le invettive che tormentarono le orecchie già tumefatte.
- Rientrate nelle tane, non siete che dei vermi.
Sistemati i rapinatori, i due decisero di consumare il pasto e si sedettero a un tavolo all’aperto. Pasta precotta, insalatina, salume, birra, insomma niente di particolare, ma un’attrazione irresistibile per chi ha la fame come indissolubile compagna.
Era venuto dall’Africa per trovare un mondo migliore, aveva lasciato la sua casa, i suoi affetti per sperare di separarsi da quella presenza ingombrante che gli occupava uno stomaco fin troppo vuoto, ma trovò che la realtà era diversa e ora si vedeva costretto a mendicare solo per sopravvivere.
Si fece avanti, deglutendo e con la punta della lingua sulle labbra; non disse nulla, ma si mise a fissare i due che si ingozzavano.
- Ne vuoi un po’? - chiese il più giovane.
Annuì con il capo.
Quello si alzò con il panino in bocca, gli si avvicinò e mandò giù tutto in un sol boccone; indi, emise un rutto lancinante, seguito da un significativo “Tiè!”.
Rimase fermo, ma sentiva il sangue che saliva al cervello e quando il giovane gli propose nuovamente di mangiare, alla sua frase - Lecca i piatti, che un po’ di briciole ci sono – reagì in modo incontrollato. Sollevò una sedia e la precipitò una, due, tre volte sulla testa dell’uomo, poi si girò a cercar l’altro, ma questi già correva via come una lepre.
Guardò la sua vittima, esanime, il cranio fracassato, il sangue che già attirava le mosche; si sentì mancare e si trascinò fino al bagno, raggiunse il lavandino, mise la testa sotto l’acqua, poi si guardò nello specchio: un volto tirato, gli occhi spiritati, i capelli grondanti.
Si mise una mano sugli occhi e si disse:Che ho fatto, che ho fatto mai? Sono un verme, nient’altro che un verme.
Quando venne la polizia, si lasciò ammanettare senza opporre resistenza.
Fu portato al carcere e gettato in una cella sudicia.
Inebetito, osservò quello squallore, peggio della sua casa in Africa.
Sul pavimento lurido correvano ragni e scarafaggi, ma in un angolo, vicino alla latrina, su quella che una volta doveva essere una mattonella bianca, scivolava un verme.
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 22:27 | link | commenti (8)
categorie: narratori e racconti
giovedì, 03 settembre 2009

Tiro a segno, di Carlo Bordoni

Un episodio di ordinaria follia metropolitana.
 
 
 
Tiro a segno
(della serie: “Anime perse” - 1) 
di Carlo Bordoni
 
This is the working hour.
We are paid by those
Who learn by our mistakes.
Tears for Fears
 
Biondo era e bello. La definizione dantesca poteva adattar­glisi per­fetta­mente. Davide era un ragaz­zone di vent’anni, se­condo anno di uni­versità a Pisa, fi­glio esemplare del benessere e del consumismo. Tutto mu­scoli e vitamine, si era fatto una so­lida fama, tra la cerchia delle sue cono­scenze, di buon sportivo e di tom­beur de femmes. Solo che l’uso del termine fran­cese gli era ignoto, natural­mente.
Parlava volentieri della facilità dei suoi rap­porti con le ra­gazze, che fa­cevano a gara per salire sulla sua golf nera (dono del papà) o per farsi accompa­gnare a un party. Dove sfog­giare in balli strettissimi quell’esemplare invidia­bile dalle spalle quadrate. Davide lasciava fare. Gli piaceva es­sere corteggiato e cocco­lato. Soprattutto da quelle torme di ra­gazzine degli ul­timi anni delle superiori, di fronte alle qu­ali, ol­tre al fi­sico, benin­teso, poteva sfog­giare anche una supe­rio­rità cultu­rale. Dall’alto del suo se­condo anno di uni­versità.
Forte. Palestra quasi tutte le sere; piscina allo Spor­ting Club di A., di cui era socio da anni; le imman­cabili partite di tennis o di baseball, con quella di­visa che lo faceva apparire an­cor più gi­gan­tesco, sov­ru­mano. Da­vide non aveva un buon curri­cu­lum scola­stico. Si era conqui­stato a fatica il di­ploma seconda­rio e si era do­vuto accontentare della facoltà di eco­nomia e commercio a Pisa. Mamma Vir­ginia so­gnava la Bocconi per il suo esu­berante vir­gulto, l’unico frutto del suo matri­monio con Mario Rossini, commerciante. Invece per papà andava bene così. Lo esibiva or­goglioso ad ogni occa­sione. «Guardatelo! Ha due palle così.» Delle dif­ficoltà ne­gli studi non si preoccu­pava molto, come non si era preoc­cu­pato, a suo tempo, dei propri.
Il pezzo di carta voleva dire ben poco, se poi non era in grado di farsi strada nella vita. Gli aveva inse­gnato i sani prin­cipi virili, l’importanza della forza fi­sica, l’acume nel trattare gli af­fari con deci­sione. La preva­lenza del senso pra­tico sui me­lensi valori cultu­rali. Un vero pragmatico.
Davide trascorreva dai suoi una settimana di conva­le­scenza prima di ri­par­tire per Pisa, dove era ini­ziato da poco il primo semestre di studi. La giornata era serena, la casa silen­ziosa. I suoi erano al lavoro da un paio d’ore. Da­vide giron­zo­lava per casa svogliata­mente. Non sa­peva che cosa fare. Gli amici erano tutti rientrati in facoltà, le ra­gazze erano a scuola. Non poteva nean­che telefonare a qu­alcuno per scam­biare due pa­role.
Lasciò accesa la tv, sintonizzata su un pro­gramma in cui tra­smette­vano mu­sica ventiquat­trore su venti­quat­tro. Si sen­tiva de­presso. Andò alla finestra della sua camera e si af­facciò. Osser­vava distratta­mente l’andiri­vieni di auto e di per­sone lungo la strada. Abita­vano un apparta­mento non lon­tano dal centro; una via con pochi negozi, qualche su­permer­cato e una serie ininter­rotta di palazzotti vecchio stile. Il traf­fico era scarso.
Non era an­cora periferia, ma il centro com­merciale e degli affari di A. si era sviluppato dall’al­tra parte della città. Papà Rossini rifiu­tava di seguire le mode abitative dei suoi concitta­dini. Soprat­tutto si era ri­fiutato di conver­tirsi alla ma­nia delle co­mode vil­lette indivi­duali cir­condate da un lindo prato, che adesso rap­presenta­vano lo status sym­bol della buona bor­ghesia cittadina. Via dalla città, sembrava essere diventato lo slogan di vita del mo­mento, anzi da un bel po’ di tempo. Via dai centri caotici e inqui­nati dalle auto: in quelle false peri­ferie fatte di terra ri­portata e volutamente prive di re­cinzioni, ri­na­sceva l’anima agricola dell’italiano medio. So­gnava campi sterminati e co­struiva case che as­somi­glia­vano a tante piccole fattorie. Ma senza animali. Non an­dava più in là, qu­anto a que­sto, di un grosso cane o di qual­che gatto dome­stico. Solitudine. Que­sto era il vero problema.
Nell’incertezza il padre di Davide era rimasto a metà strada. Un qu­ar­tiere im­piegatizio, come lo chia­mava con un smorfia di disgusto. Mentre prima, tanti anni fa, era un deco­roso qu­artiere re­sidenziale.
Davide osservava la gente dal quarto piano della casa. I go­miti ap­pog­giati sul davanzale, lo sguardo an­noiato. Fis­sava i volti delle per­sone che passavano e si sforzava di ricono­scerne qual­cuno.
Gli sembra­vano tutti dei per­fetti scono­sciuti. Ad un certo punto gli sem­brò di ricono­scere la ma­dre di una sua amica: en­trava nel su­per­mer­cato Di­scount sulla sinistra. Però non ne era sicuro. Nei pochi minuti di os­servazione si stupì di come non cono­scesse quasi nes­suno in quel quartiere. Ep­pure vi abi­tava da oltre dieci anni, da quanto papà aveva comprato l’appar­tamento: co­nosceva a me­na­dito ogni angolo, ogni ne­gozio, ogni portone della strada. Cono­sceva perfetta­mente la succes­sione delle case, delle cose, nei mi­nimi partico­lari. Sor­rise tra sé. Da pic­colo, quando tornava a casa da scuola si di­vertiva sem­pre a contare i punti di riferi­mento a lui noti. Dopo il barbiere, la casa con le fi­ne­stre nere. Poi il ne­gozio di liquori e il pa­lazzo con la bandiera fuori. Il muro diroc­cato e il su­permercato. La farmacia e casa mia.
Una filastrocca a rima baciata che lo aiutava a tor­nare a casa prima. Una cosa buffa. Ne ricordava solo qualche “verso”; e più buffo ancora era che non ne aveva mai par­lato con nes­suno. Sorrise an­cora. Non aveva molti amici allora. Il ricordo di quella cantilena ripetuta ogni giorno e sepolta pro­fondamente tra i suoi ricordi, dimostrava il bi­so­gno di com­pagnia. La paura di stare solo.
Ricordava le cose. Ma la gente era cambiata. Non la rico­no­sceva. Forse non aveva mai guar­dato bene in fac­cia nes­suno.
Un pensiero, a quel punto, lo sor­prese per la sua ogget­tiva crudezza: era un estraneo. Un estraneo per quel luogo. Co­no­sceva tanti ra­gazzi e tante ragazze, ma pochis­simi abita­vano vicino a lui. Si spo­stava in auto. Sulla golf nera. Anche gli al­tri si sposta­vano in auto.
Ad un angolo della strada vide un uomo accovac­ciato sui talloni. Teneva le mani appog­giate per terra; lo sguardo fisso nel vuoto. Lo cono­sceva. Fi­nalmente una faccia nota. Ma non poteva es­sergli di grande consolazione. Non riu­sciva a ri­cor­dare come si chia­masse, però sapeva che era una sorta di barbone che ciondo­lava pe­rennemente su e giú per quel lato di A.. Era piuttosto giovane, però do­veva avere qualche ro­tella fuori po­sto, perché non parlava mai. Fissava la gente che in­con­trava, senza fare niente. Si li­mitava a gu­ar­dare, ma gli occhi erano spenti. Lo tro­vavi nei luo­ghi più impen­sati. Appoggiato a una parete, all’u­scita di un ci­nema, seduto sugli scalini di un nego­zio, ab­brac­ciato a un lampione.
Davide rimase a guardarlo, provando un vago senso di ver­ti­gine. Si ri­trasse dalla finestra: aveva un’idea. Rientrò in casa, la­sciando la fine­stra aperta; si di­resse vero lo stu­dio di papà. La mu­sica proveniente dal tv lo avvolse. Non vi fece caso, ma a un livello più pro­fondo registrava la sen­sazione in­distinta di non co­no­scerla. Il che contribuiva ad aumen­tare il suo senso di estra­neità.
Ma Davide non aveva il tempo di pensarci. Era oc­cu­pato a cercare quello che gli serviva. Lo stu­dio di papà era un’accozzaglia degli og­getti più di­sparati, la mag­gior parte dei quali rappresentativa dei valori in cui credeva. Cimeli di guerra e di cac­cia, una pelle d’orso bruno, armi bian­che in­crociate alle pareti. Sul grande tavolo di noce che riempiva il cen­tro della stanza c’erano docu­menti sparsi, car­telle, una pila di quotidiani eco­nomici che non aveva il tempo di leg­gere e che si riprometteva sempre di sfogliare, prima o poi.
In compenso, neppure un libro.
Davide si diresse alla vetrinetta d’angolo in cui erano custo­diti quat­tro grossi fucili da caccia. Le canne bru­nite, lucide e oliate a dovere, brillavano nella pe­nom­bra; una luce incerta, indiretta, filtrava attra­verso i tendaggi che na­sconde­vano la fine­stra. Prese la chiave dal por­tasigari sul tavolo e aprì la ve­trinetta.
La chiave era sempre lì, a portata di mano. Gu­ardò breve­mente i quat­tro fu­cili e poi scelse il se­condo, a can­nocchiale. Un Browning A-Bolt .300. Long Ac­tion Ma­gnum. L’aveva già usato, sotto la guida di papà, spa­rando qualche colpo du­rante una battuta di caccia. Per diverti­mento.
Gli piaceva il cannocchiale. Papà gli permet­teva di guar­darci, da piccolo; di imitare i grandi cacciatori dei safari. Tragu­ardava con oc­chio in­certo, tre­mulo per il peso dell’arma, le im­magini ingrandite, ir­reali che scorrevano ra­pide sulla lente, all’incrocio degli assi graduati, e poi fin­geva di sparare, schiac­ciando ap­pena il grilletto. «Bang!» fa­ceva con la bocca, imi­tando la traietto­ria sibi­lante del proiet­tile con un fi­schio prolun­gato.
Davide staccò il fucile dalla rastrelliera e lo sop­pesò. Adesso non era più tanto pesante. Meno di tre chili e mezzo. Fi­schiettò. Impiegò un po’ più di tempo a tro­vare la scatola di proiettili del cali­bro adatto. Erano nei cas­setti sotto la vetri­netta. Prese una man­ciata di semi­blindati a punta, caricò il fu­cile e tornò nella sua stanza.
La voce del tv lo riavvolse, fasciandolo dei ba­gliori sof­fusi lanciati dalle im­magini in movi­mento. Davide ap­poggiò il fu­cile sul davanzale e pose l’occhio sul mi­rino, inginocchiandosi sulla moquette. Mise a fuoco brandelli di auto, di vestiti svo­lazzanti, di fine­stre chiuse. Poi final­mente lo trovò. Lui era an­cora ac­co­vac­ciato nello stesso posto, gli occhi sbarrati, come se il tempo non avesse impor­tanza
Davide sorrise. Un bersaglio fin troppo facile. Il bar­bone, vi­sto nel mi­rino, ap­pariva come una dia­posi­tiva un po’ sbia­dita, la cui profondità era stata ap­piat­tita dall’effetto ottico di un te­leo­biettivo. Puntò su un oc­chio dallo sguardo spento, il destro, quello più vi­cino a lui e schiacciò lenta­mente il gril­letto. «Bang!» fece con la bocca, e il fucile gli rispose con uno schiocco vio­lento e profondo, fa­cendolo sobbalzare in­dietro.
Non se lo aspettava. Non si aspettava un rin­culo così forte. Do­veva ten­dere maggior­mente i mu­scoli, frenando il ra­pido movi­mento dell’arma. Emozio­nato, sollevò lo sgu­ardo al di so­pra del mirino e vide il bar­bone riverso sul marcia­piede, la testa e un braccio giú dal gra­dino, sull’a­sfalto grigio, come se stesse cer­cando di afferrare qu­alcosa.
La violenza dell’impatto lo aveva fatto ruotare di tre qu­arti verso la sua sini­stra e qualcuno si stava av­vici­nando con cu­riosità. Forse lo sparo non si era sen­tito, coperto com’era dal rumore cao­tico del traf­fico. Una mano sol­levò la spalla dell’uomo, mo­stran­done il volto agli increduli pas­santi che si stavano fer­mando per curiosare. Al posto dell’occhio destro c’era una squar­cio nero e sanguino­lento. Sulla faccia, im­brattata di san­gue, spiccava vi­vido l’altro occhio. Era rima­sto aperto e pa­reva guardare fisso davanti a sé, con lo stesso sgu­ardo perduto di qu­ando era in vita.
Davide ritirò rapidamente il fucile dalla fine­stra. Non lo ave­vano visto. Le per­sone raccolte attorno al bar­bone erano andate aumentando con rapi­dità. Si in­tui­vano voci alterate, ri­chiami; si scorgevano gesti ner­vosi, sgu­ardi tesi attorno per scoprire da dove fosse partito il colpo di fucile. Con una grossa matita Davide se­gnò una tacca nell’impugnatura di le­gno dell’arma.
Aveva altri colpi in canna.
La facilità del gesto e l’apparente impunità di spa­rare non vi­sto, gli da­vano una senso di tran­quilla sicu­rezza. Di enorme po­tenza. Fece una smor­fia di soddi­sfazione e si di­spose ancora a in­ginocchiarsi dietro la fine­stra. A caccia. Caccia grossa.
Questa volta puntò il mirino nella direzione oppo­sta, pro­prio sull’ in­gresso del supermercato. Voleva un ber­saglio in movi­mento. Sparare su qu­alcuno di immo­bile era troppo fa­cile. Come ru­bare una cara­mella a un bambino. Si diceva così, no? Mise a fuoco la grande porta a vetri che si apriva automati­camente e attese. «Vediamo chi è il fortu­nato», disse tra sé, ap­poggiando lieve­mente l’indice sul gril­letto.
Dietro la porta a vetri intravide un rapido movi­mento di abiti colo­rati. Subito la porta si spalancò per lasciar passare una donna di mezza età che trasportava due sacchetti ri­colmi. Il ra­gazzo in­quadrò l’ampio seno che si sollevava e si ab­bas­sava e tirò il gril­letto. Altro schiocco vio­lento. Questa volta non si fece co­gliere im­pre­parato e contenne il rinculo. La donna spa­lancò gli occhi per la sor­presa. Un piede scivolò in avanti come se fosse ca­pitato sopra una buccia di ba­nana e, nello stesso tempo, le mani lascia­rono cadere i sac­chetti. Chi la se­guiva all’uscita del super­mer­cato vide la spesa ro­tolare fuori dai sacchetti, senza com­prenderne il mo­tivo. Una botti­glia si spezzò sull’asfalto e sparse tutto attorno del li­quido rosso, forse del vino.
Il rosso del vino si mescolò al rosso del san­gue. La donna cadde pe­sante­mente al suolo col sedere, spa­lancò le braccia e sbatté violente­mente la testa sul sel­ciato. Uno schianto vio­lento. Ru­more di ossa rotte. Qualche gemito subito som­merso dalle voci dei pas­santi, che solo ora sembra­vano rendersi conto che non si trattava di una ba­nale caduta. Solo ora si ren­devano conto della ferita sul seno, da cui si al­largava una mac­chia di san­gue. Il corpo della donna sobbalzò qual­che volta, sem­pre più lentamente, come se manifestasse l’intenzione di muoversi ancora, trat­te­nuto al ter­reno da una forza più grande. Poi si irri­gidì.
Adesso la gente urlava, spaventata, correndo qua e là come formi­che impaz­zite. Le voci di coloro che si erano raccolti attorno al cada­vere del bar­bone si me­scolavano e si ac­cavallavano a quelle di chi aveva assistito all’as­sassi­nio della massaia. Su tutte si alzò il suono acuto di una si­rena. La strada, vista dall’altro; of­friva uno spet­tacolo davvero in­solito. In po­chi istanti il traffico si era bloc­cato. Alcune auto avevano frenato di colpo, im­pedendo alle altre di pas­sare; qualche automobilista aveva par­cheggiato in se­conda o terza fila per correre a vedere che cosa stesse ac­ca­dendo. Si formò un in­gorgo, in mezzo al quale un’auto della polizia cercò di farsi strada per raggiun­gere il luogo del mi­sfatto.
Prima ancora che un solo poliziotto scen­desse dall’auto, Davide puntò di nuovo il suo mici­diale stru­mento di morte e fece fuoco su una di quelle for­mi­che im­pazzite che corre­vano senza meta. Sempre più diffi­cile.
Centrò un ragazzo della sua stessa età pro­prio die­tro l’orecchio si­nistro e lo stese. La sua corsa finì con una lunga, in­terminabile caduta in avanti: i centri nev­ralgici già paraliz­zati e incapaci di fargli sollevare per­sino le brac­cia per attu­tire la ca­duta. Il giovane piombò al suolo con un tonfo, an­dando a sbattere con­tro un palo della luce con un’eco me­tal­lica. Lavo­rava in un ne­gozio di elettro­dome­stici lì accanto. Comin­ciava ora a dare una mano in casa, dopo aver lasciato le scuole su­pe­riori per andare a lavo­rare. Gli era sem­brato di perdere del tempo, continuando a studiare. Non era giusto. Voleva essere d’aiuto, non pe­sare più sulla famiglia.
Al vec­chio del negozio non era parso vero di trovare un ra­gazzo vo­lonte­roso che lo aiutasse a spostare tutti quei carichi pe­santi. Era una solu­zione tem­pora­nea, d’accordo, ma poteva ba­stare per co­minciare. La sua colpa fu, quel giorno, di es­sersi messo a cor­rere e di aver offerto così, a un suo co­etaneo più fortu­nato, a un ra­gazzo annoiato col fucile, un bersaglio più dif­ficile.
Come un uccello abbattuto, senza più le ali. Una donna, pro­prio ac­canto a lui, cominciò a urlare. La confusione crebbe. Gli agenti corre­vano lungo la strada, spingendo la gente contro le mura dei palazzi, dentro i negozi e i por­toni aperti. Ten­tando di met­terla al riparo e, nello stesso tempo, guar­dandosi at­torno per sco­prire quel cecchino be­stiale che sparava sui pas­santi.
Davide era soddisfatto. Segnò la terza tacca sul le­gno del fu­cile e si ac­co­modò meglio sotto la finestra, spo­stando il peso del corpo da una gamba all’al­tra. Un fa­stidioso formi­colio, ac­compagnato dalla sensa­zione di una mi­nore sensibilità, in­di­cavano come in quella posi­zione la circola­zione del sangue fosse stata impe­dita.
A parte il fastidio alla gamba, provava una sensa­zione di strana calma. Di esaltante potenza. Ora capiva quali fossero le sensazioni pro­vate da suo padre nelle battute di caccia. Un pia­cere, pro­fondo, intimo, ben di­verso dall’inebria­mento dell’al­col o di uno spinello. Il potere di togliere la vita. Di de­cidere la sorte di qual­cuno. Come un dio. Grande. Caccia grossa.
La gente, ormai, era quasi del tutto scom­parsa dalla strada, ma qu­al­cuno do­veva averlo in­travisto alla fine­stra. Op­pure aveva colto il ba­le­nare dell’acciaio brunito del fu­cile. In­tuito la dire­zione dei proiettili... Perché quasi tutte le facce delle persone ri­maste visi­bili erano rivolte nella sua direzione. Le dita puntate, in un segno inequi­vocabile di ac­cusa.
Quando spinse ancora fuori la canna del fu­cile, si levò un urlo di terrore che suonava con­ferma di un terribile so­spetto. Eccolo. Sparavano proprio da quella finestra. Qu­arto piano. Si vede il fucile.
Svelti! Pren­detelo!
Un poliziotto si protese in avanti per bloccare un bam­bino che era sfug­gito dalle braccia della madre e si beccò un proiet­tile dritto al fe­gato. Stramazzò al suolo senza un grido, ma questa volta tutti avevano visto il lampo della fu­cilata e udito distinta­mente lo sparo. Le auto ferme, i re­spiri tratte­nuti.
Davide si apprestava a segnare la sua quarta tacca sul fu­cile, quando la poli­zia sfondò la porta dell’ap­parta­mento e fece ir­ru­zione. Lo trova­rono sdraiato sotto la finestra, un’espres­sione di sin­cera sor­presa nel volto e lo portarono via. La­sciando il televi­sore ac­ceso.
 
 
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categorie: narratori e racconti
mercoledì, 26 agosto 2009

Un mestiere come un altro, di Maurizio de Giovanni

La fantasia non ha limiti e allora leggete questo racconto del creatore del Commissario Ricciardi.
 
Un mestiere come un altro
di Maurizio de Giovanni
 
         Quella notte sognò sua madre. Non era successo per molti anni, ma quella notte capitò.
         La rivide com’era quando lui era un ragazzino, non come la ricordava alla fine della sua lunga vita, un povero relitto divorato dal tempo e dall’Alzheimer, non più in grado nemmeno di guardarlo negli occhi col muto rimprovero per averla abbandonata in un istituto. Nel sogno aveva ancora il tono duro e incantatore che era stato la colonna sonora della sua infanzia. Devi essere buono, se questo non ti nuoce. Sembra sempre nel giusto: questo è importante. Poi, fai quello che devi. La voce irresistibile di una sirena, impossibile disobbedirle: ora come allora.
Ricordava questo, del suo sogno, quando si svegliò nel silenzio, il rumore sordo del cuore nelle orecchie. L’alba premeva per entrare nella stanza. Nella penombra si passò una mano sul viso e poi ne guardò il dorso, bianco, il reticolo di rughe, il rilievo dei tendini, le unghie adunche.
Un uomo vecchio, pensò. Sono diventato un uomo vecchio. Ma quando è successo?
Il lavoro lo investì all’improvviso, con la solita tonnellata di pensieri, programmi, brani di conversazione, righe e pagine che accompagnavano la prima autocoscienza del mattino. Non si sentiva ancora pronto, però. L’eco del sogno era per il momento troppo forte, voleva riflettere. La madre, il figlio, tutti e due vecchi: una nel ricordo, uno nell’immagine bianca di una mano nel buio. E se si fosse preso qualche ora? Se per una volta si fosse ritagliato un piccolo spazio, solo un momento per guardarsi in faccia in solitudine, senza gli schermi del grado e della funzione?
Era un desiderio che provava spesso, quasi ogni mattina: quando i suoi occhi si aprivano anticipando la vecchia sveglia meccanica, antica compagna sopravvissuta a mille traslochi. Non dava mai seguito, lasciando che le responsabilità lo sommergessero e lo portassero come una marea lontano da se stesso. Quel giorno però c’era stato il sogno, e l’immagine della sua mano, un artiglio estraneo nel buio. Prese il telefono sul comodino, dall’altra parte sapeva che qualcuno ascoltava in silenzio.
Chiese quali fossero gli impegni previsti per la giornata. In un sommesso mormorio, l’interlocutore non si mostrò impreparato: la richiesta era frequente a quell’ora del mattino e a volte anche prima. Il programma era il solito, incontri, riunioni strategiche, summit. Tutto urgente, tutto indifferibile, tutto necessario.
Spazzò via gli impegni con un secco ordine. L’interlocutore dall’altra parte della linea, perso in qualche meandro dell’immensa struttura, tentò una debole protesta che lui fece cadere in un gelido silenzio. Decise di mantenere solo l’impegno di mezzogiorno, quello non lo poteva delegare. Il che gli forniva almeno un paio d’ore di libertà vigilata, come chiamava ironicamente il proprio rarissimo tempo libero.
Si alzò lentamente dal letto e si trascinò in bagno. Vecchio. Contemplava l’idea quasi affascinato, scoprendo di non averci mai seriamente pensato. Un uomo vecchio. Senza la divisa, gli ordini imperiosi, la gente che scattava al suo comando. Senza il grado, il cappello, il seguito del suo stato maggiore. Senza la paura, il timore che ispirava. Un vecchio, nudo nella luce lattiginosa delle due lampadine, davanti a uno specchio. Un povero vecchio rimbambito, che sogna la mamma come una sirena lontana e ancora ne ha paura.
Si lavò a lungo, con metodo. Acqua fredda, come si era abituato in antiche missioni di giovane soldato, quando appena sveglio balzava sul mondo con la smania della sua aggressività. Ma di allora era rimasta solo l’acqua fredda.
Scelse un paio di vecchi pantaloni sformati, quelli che usava in montagna. Dovette cercare poco; al di là delle varie divise, una per ogni occasione, possedeva davvero pochi abiti. Un libro qualsiasi dal comodino, tra quelli che non avrebbe mai letto. E uscì.
Le due guardie alla porta scattarono sull’attenti, occhi vuoti, nessuna sorpresa. Non li degnò di uno sguardo. Un cenno infastidito della mano per allontanare la figura uscita dalla penombra, con un fascio di fogli in mano: ordini da firmare, disposizioni, comandi. Quella mattina non sapeva nemmeno chi fosse lui stesso, non aveva ordini da poter dare.
Non prese l’ascensore, avviandosi verso lo scalone. Cominciò a notare i segni della sua sorprendente presenza in una giovane in divisa che portava un vassoio, la colazione per qualcuno dei suoi ufficiali: un sospiro di terrore, le tazze che tintinnarono. La ragazza si addossò alla ringhiera di marmo, abbassando il capo. Paura, pensò lui. Sono un povero vecchio, e i miei hanno paura di me.
Percorse i corridoi incontrando poche persone, la voce doveva essersi sparsa in fretta. Alla porta altre due guardie sull’attenti, gli occhi spenti nel vuoto. Si avviò verso i giardini. Dietro di lui quattro uomini si staccarono dall’ombra per seguirlo a rispettosa distanza. In lontananza sentì il ronzio metallico delle trasmittenti e le voci sommesse che riferivano la sua posizione.
Non volevo questo, pensò. Era un mestiere come un altro, all’inizio. E lo è stato per lungo tempo, quando ci credevo, quando non sapevo ancora che cosa c’era dietro. Poi, poi era già troppo tardi.
In lontananza vide un gruppo di bambini che venivano condotti in tutta fretta via dai giardini. Stava arrivando il lupo cattivo.
Forse, rifletté, meglio sarebbe stato che avesse avuto una famiglia sua. Ora sarebbe stato un vecchio professore, magari nonno, rispettato e amato, che raccontava favole a nipotini incantati per farli mangiare.
Ma doveva essere onesto con se stesso. Il potere, la scarica di forza che ti riversava nelle vene, il senso dell’onnipotenza.. La stessa paura degli altri, la madre della sua solitudine, era un piacere fisico. Lo era sempre stato.
Sedendosi su una panchina all’ombra di un albero si guardò intorno alla ricerca dei suoi fantasmi. Non vedeva nessuno.
Eppure c’erano. In quarant’anni aveva dovuto vibrare centinaia di coltellate nelle schiene altrui, molte volte a uomini che lo avevano scelto, che erano stati suoi benefattori. Mentendo, aveva detto a se stesso che era per il bene comune, perché lui avrebbe fatto meglio. Poi, aveva pensato che fosse una specie di selezione naturale, la specie forte che prevale sulla debole, il sapiens sul neanderthal. Oggi, all’ombra di un tiglio nel primo sole della primavera, sapeva che non era così; era stato solo più lucido, più veloce degli altri. Più spietato.
Sorrise, amaro. Più spietato. Proprio lui. Quello cui la mamma diceva imperativa di essere sempre buono.
Ma la voce della sua sirena gli diceva anche di essere pronto a difendersi, e lui si era difeso. E aveva difeso i suoi, non appena aveva avuto accesso alle stanze oscure del potere, quelle in cui c’erano gli ordini da dare. Aveva diretto la polizia segreta molto a lungo; per le sue decisioni governi erano caduti, famiglie erano state decapitate. A centinaia erano morti civili, donne, bambini, vecchi.
Il bene comune. Nulla poteva pesare di più. Ma il bene comune era il suo.
Con gli anni aveva scavato attorno a sé un baratro di terrore. Il suo nome era conosciuto da pochi, ma il ruolo era ben noto. Aveva cominciato a combattere i possibili avversari, accusandoli di dissidenza; era diventato il più fidato consigliere del vecchio capo di stato, un debole impaurito e malato, regnando di fatto al suo posto per anni. Aveva riempito carceri di paesi lontani, decretando morti bianche e scomparse silenziose. Era stato il regista nascosto di lunghi processi, di diffamazioni striscianti, di rovine e di suicidi. Aveva utilizzato tutti i vizi altrui, lussuria, ira, gola, avidità. A servizio della sua superbia.
Tutto per arrivare lì, dove si trovava ora: un vecchio solo, su una panchina all’ombra, con un pantalone sformato e un paio di scarpe un po’ scalcagnate, attorniato da fantasmi. E guardato a vista da quattro uomini nascosti, intenti a riferire a bassa voce e in codice i suoi movimenti. Doveva stare attento, pensò. Il capo della polizia segreta aveva uno sguardo che non gli piaceva, forse tramava contro di lui; lo aveva lasciato dov’era per tre anni, era il tempo di cambiarlo. Lo avrebbe mandato in missione, e sarebbe scomparso nell’ombra di qualche giungla lontana. Lui sarebbe stato un po’ più forte. E un po’ più solo.
Si alzò lentamente dalla panchina, la schiena dolorante. Un vecchio paranoico. E malato, pensò. Rientrò, stavolta prese l’ascensore, un ronzante strumento di ascesa. Che bella metafora della sua vita: salire da solo, in una gabbia dorata. Le guardie scattarono di nuovo, il tappeto frusciava sotto i suoi piedi trascinati. Solo: era stanco, di essere solo.
Rifiutando l’assistenza, vestì la complicata divisa di rappresentanza, l’Alta Uniforme. Con dita ferme e l’anima tremante annodò cordoni, strinse lacci, infilò bottoni nelle asole. Percorse sete con le dita, morbide, lucenti. Fredde. Pensò all’inizio. Era solo un mestiere come un altro.
All’uscita della stanza fu circondato dal seguito; colse tra due dei suoi più vicini aiutanti uno sguardo d’intesa. Che poteva significare? Sollievo perché era rientrato o qualche trama contro di lui? Nel dubbio annotò mentalmente che se ne sarebbe liberato. Poteva sostituire chiunque, in qualsiasi momento: l’unico insostituibile era lui. Avevi ragione, mamma. Devo difendermi.
Alla fine del corridoio la grande sala, dove tutti lo attendevano. Fece un cenno col capo e le due guardie aprirono la porta. Un passo avanti.
 
Dalla grande piazza inondata di sole la folla urlò la propria venerazione a Papa Pio XIII, che salutò col suo famoso, dolce sorriso.
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:01 | link | commenti (4)
categorie: narratori e racconti
sabato, 22 agosto 2009

Quella domenica d'agosto..., di Stefano Giannini

Un latin lover…spuntato.
 
mr-bean
Quella domenica di agosto ….
 
di Stefano Giannini
 
 
Era il terzo giorno che scendevo in spiaggia. I giorni di ferie di cui disponevo erano appena intaccati. Stavo pienamente assaporando il piacere della vacanza dopo un duro anno di lavoro nella grande ferriera di Lucerna.
Quell’estate avevo preferito il mare alla montagna anche se, fin da bambino, sono stato sempre innamorato e affascinato da essa.
Ricordo, quando a 20 anni, vidi per la prima volta le Dolomiti, restai letteralmente sbalordito dal loro fascino, dalla loro incomparabile e travolgente bellezza. Con lo sguardo fisso su quelle meraviglie della natura, per poco non piansi di gioia. Avrei voluto “possedere” ogni cima e ogni picco, che vedevo come ammaglianti sirene, arrampicarmi fino in vetta a ciascuna di quelle splendide e maestose guglie e, da lassù, urlare a squarciagola un grazie al Creatore per tanta magnificenza gratuitamente elargita.
Avevo lasciato tutti gli amici più cari esterrefatti quando annunciai loro che avrei trascorso i primi quindici giorni d’agosto al mare, sulla spiaggia di Rimini, da solo.
<Così tradisci le tue amate dolomiti, fedifrago ! > Mi apostrofò incredulo Mario al tavolo della mensa. La mia scelta si poteva considerare quasi una sfida, una voglia di affrontare l’impatto con la vita mondana, con la città e, specialmente con le ragazze, da solo, fuori dal solito “branco” dal quale, causa la mia timidezza, restavo spesso soffocato, non riuscendo ad emergere e ad affermarmi.
 
Alle dieci lasciai la modesta ma decorosa pensione a conduzione familiare che avevo scelto (una delle tante della riviera) per risparmiare e mangiare cibi genuini e caserecci, raggiunsi la spiaggia distante cento metri e poiché era domenica risultava affollata più del solito.
Dalla sedia a sdraio, eretta ad osservatorio, nascosto dietro ad occhiali scuri, come di solito, passai in rassegna tutto ciò che mi circondava. Prima la distesa di mare blu, poi il mare di carne, chiara, rossiccia e marrone, che si rosolava al sole.
Subito gli occhi di lince caddero su di Lei. Per diversi minuti la osservai ben bene in ogni particolare. Anch’ella portava grandi occhiali da sole che le coprivano parzialmente il viso. Probabilmente mi aveva notato, sembrava assorta nella lettura di un libro che teneva sotto il naso con entrambe le mani. Indossava un costume intero blu (erano ancora una minoranza le ragazze in bikini). Dall’aspetto, dal colore dei capelli e della pelle, intuii fosse una straniera, probabilmente tedesca.
Era il tempo dell’esplosione del fenomeno “Latin Lover italiano” che imperversava sulle spiagge della Romagna, conquistando e seducendo il fior fiore delle ragazze, specialmente straniere, che vi si recavano durante le mitiche estati di quei fantastici anni sessanta.
Ma la preda preferita di quei ragazzotti mori e abbronzati erano le “vichinghe”, cioè le ragazze del nord Europa che si precipitavano a nugoli, in auto o coi primi voli charter su queste assolate spiagge, come mosche al miele.
Esse erano già molto emancipate rispetto alle ragazze italiane, avevano la loro autonomia economica e di residenza, mentre le nostre erano ancora tutte casa, chiesa e famiglia. I “bulli da spiaggia”, i “macio” “ o “i Taricone”, si direbbe ora, le attendevano impazienti di aprire la caccia. Ad ogni nuovo arrivo le avvicinavano “asfissiandole” con una corte assidua e implacabile. Prima sulla spiaggia, poi alla sera le “stordivano”, accompagnandole nelle balere o nei night (le grandi discoteche ancora non esistevano), e così, fra baci e carezze, pur non conoscendo la loro lingua, in breve, e spesso lo stesso giorno, arrivavano all’amplesso. Alla fine d’ogni stagione, nei bar della riviera si potevano udire discorsi fra maschi di questo tipo: “Hai saputo che Gigi, quest’estate ne ha ripassate 25, ben cinque più dell’altro anno” ! Oppure: “La bionda svedese, con la quale stava l’anno scorso Vittorio di Rivazzurra, è tornata e non andrà più via perché lui ,“che patacca”, l’ ha messa incinta e la sposa !”.
Mi chiedo: la loro, era veramente un’arte amatoria, scientificamente studiata ? Allora avrei detto di sì, ma, rivista la storia a distanza di 40 anni, posso affermare che di arte di conquista ce n’era ben poca; le “vichinghe”, infatti, partivano dai loro paesi non per vedere il tanto decantato mare Adriatico, ma per essere conquistate e “prese” dal bel moro italiano, il quale, rispetto ai loro maschietti indigeni, aveva il fuoco nelle vene. Questo lo apprendevano dai giornali, dalla radio e dai primi reportage televisivi, oltre ai racconti delle amiche che avevano provato e si erano lasciate piacevolmente scottare, più che dal sole, dal caldo, sensuale e travolgente “amore” del macio italiano. E, diverse di loro, si lasciavano sedurre, con “arte” (la loro sì era tale), li “cuocevano” a dovere fino a farsi sposare.
A Cervia, a Cesenatico e a Rimini, oggi non si contano le signore tedesche, olandesi, svedesi, svizzere, mogli di albergatori o di bagnini, che da allora vivono felicemente a fianco di quegli ex “conquistadores”, oggi innocui nonni sessantenni.
 
Atteggiandomi a uomo di mondo e sentendomi un cacciatore nel suo territorio di caccia, “puntai” a lungo l’ignara preda, iniziando a muovermi col petto in fuori e con ostentata indifferenza, feci un ampio giro attorno, quindi, un secondo più ravvicinato senza mai perderla d’occhio; poi avanzai deciso verso di lei, mi sedetti sulla sabbia accanto e le rivolsi una banale domanda inventata all’istante per iniziare l’approccio.
Questo mio metodo, del tutto personale, dettato più dall’istinto che dal calcolo, lo ritenevo più delicato, meno aggressivo e volgare di altri usati dai ragazzi più intraprendenti che conoscevo. Del resto non sarei stato capace di fare diversamente, data la mia timidezza ed il mio spirito romantico e sognatore che considerava tutte le ragazze dei fiori da cogliere con estrema delicatezza.
Naturalmente questa tecnica da cavaliere d’altri tempi avrebbe dato scarsi risultati: a fine stagione il mio carniere sarebbe stato semivuoto.
Ma quella volta non andò così e appena mi fui accovacciato vicino, lei non fu sorpresa, come mi aspettavo. Non avevo ancora proferito parola quando, togliendosi gli occhiali da sole, mi fissò con due splendidi occhi celesti, ricambiando il mio sorriso.
Aveva capelli lunghi color biondo oro, pelle ancora chiara, il viso di un ovale perfetto, un bel seno pieno e due lunghissime gambe da top model.
Le diedi il buon giorno e, non so perché, le chiesi se era svizzera. Prontamente, in un discreto italiano, anche se con accenti sbagliati, rispose di essere inglese di Londra.
Felice di aver instaurato con tanta facilità il primo contatto, il colloquio, che proprio tale non era, proseguì per ore, ma esso consisté principalmente in domande a senso unico. Lei, sempre sorridente e serena, rispondeva con pacatezza a tutte le domande che le ponevo. Ad un certo momento le chiesi se anche lei fosse curiosa di sapere qualcosa di me… . Disse che avrebbe avuto piacere di conoscermi meglio, ma a quale scopo se poi forse già domani non ci saremmo più rivisti ?.
Fu allora che le presi le mani e accarezzandole lanciai la frase di rito, che, per la verità, quella volta era sincera :”Sei bella e simpatica, mi piaci molto, se vuoi ci rivediamo tutti i giorni fino alla fine della tua vacanza”.
Attenta… ! Gli Italiani sono grandi adulatori…, mi hanno avvertito le amiche di Londra ” Ribatté pronta sorridendo, e proseguì: “Ti ho appena conosciuto, non so nulla di te, come posso impegnarmi di stare assieme per quindici giorni ? Si vedrà …si vedrà !”
Forse il lancio era stato alquanto prematuro, pensai. Ma era vero, lei non sapeva nulla di me. Forse le piacevo un po’, era senz’altro molto lusingata dalla mia corte (questo lo intuivo da come mi guardava e ascoltava) ma dovevo cercare di non essere troppo precipitoso. Così, con più pacatezza, parlai di me, raccontandole mezze verità e tante frottole. Non le dissi che ero emigrante, mi sembrava al momento disdicevole e per nulla utile ai miei fini.
Invece da lei seppi che aveva studiato lingue nel suo paese e che, oltre all’inglese, conosceva bene il tedesco e l’italiano. Aveva 24 anni, da due era la segretaria particolare della principessa Margaret (sorella della regina), la seguiva spesso nei suoi viaggi all’estero, oltre che nel suo castello in Scozia dove solitamente viveva.
Aveva voluto trascorrere questa vacanza in Italia da sola, forse per curiosità o spirito di avventura. Penso anche, per vedere da vicino questa famosa Rimini, respirarne l’atmosfera, conoscere questi strani “mostri dell’amore” che sapevano far sentire femmina una donna come nessun altro al mondo, come aveva udito dire dalle amiche di Londra.
Conversammo a lungo, lei semisdraiata sullo sdraio edio ai suoi piedi seduto sulla sabbia. La ragazza con quel certo fascino esotico mi intrigava, cercai di entrare sempre più in intimità, con delicatezza, dopo un’ora, le accarezzavo le lunghe gambe ben tornite senza che si opponesse.
La “corte” è veramente un magnifico gioco delle parti: il maschio con la sua strategia che a piccoli passi lo porta all’eccitazione e quindi al desiderio irrefrenabile di possedere la preda, la femmina che sta al gioco, anzi in molti casi lo conduce, lasciando credere al maschio di essere lo scaltro segugio dall’infallibile fiuto che guida la caccia.
Erano passate le cinque del pomeriggio, quando le chiesi di fare un giro in mare con il moscone.
Ci pensò un attimo e pronta acconsentì. Si sdraiò al centro, di fronte a me che, seduto sull’apposito sgabello, remavo lentamente verso la scogliera artificiale. La spiaggia brulicava ancora di gente, il mare era pieno di bagnanti, ma io non vedevo nessuno, troppo preso dal delicato e piacevole gioco dell’eros, vecchio come il mondo, ma per me nuovo e stuzzicante.
La ragazza mi piaceva davvero. Così simpatica, sorridente e abbastanza accondiscendente. Già vicini agli scogli e distanti dalla battigia, lasciai i remi e, lentamente, mi sdraiai al suo fianco.
Prima, con delicatezza, la baciai sulle guance e sulle labbra, poi, con crescente piacere e ardore, ci baciammo appassionatamente a lungo, stretti in un forte abbraccio, coi cuori in tumulto.
Lei ansimava e mi stringeva sempre più forte senza parlare… .
L’eccitazione di entrambi era ormai alle stelle, stavamo per passare all’ultimo atto…quello proibito, ma che procura l’estasi.
I nostri corpi si agitavano ormai irrefrenabili vinti dall’eros, intanto il moscone, oscillando paurosamente, di botto si ribaltò.
Involontariamente nella foga, c’eravamo spostati troppo su di un lato, spostando il baricentro del natante. Così finimmo nell’ acqua, profonda più di tre metri.
Lo spavento fu grande per entrambi, ma soprattutto per me, addirittura alla quarta potenza, poiché non sapevo nuotare. Mentre lei, provetta nuotatrice, con poche bracciate guadagnò la spiaggia, restai attaccato al moscone per alcuni minuti finché arrivò il bagnino che da qualche tempo ci teneva d’occhio e aveva visto tutta la scena. Mi issò sul moscone e mi condusse a riva.
Che figura… ! Che vergogna…! Davanti a tutta quella gente che sghignazzando ci additava, mormorando chissà cosa di noi. Mi sentivo come un “vitellone” scornato, io che per colmo sono un Ariete.
Lo stesso bagnino mi condusse all’infermeria della spiaggia per verificare il mio stato fisico.
Da come respiravo e tossivo, si vedeva lontano un miglio che avevo bevuto qualche litro di acqua salata, ma senza danni.
Pensate che poi l’abbia rivista la bionda inglesina Elen ? (Questo era il suo nome). No ! Non la rividi più: né quella sera, né i giorni successivi, né mai.
La cercai per tutti i bagni della spiaggia, la cercai nell’ Hotel dove mi aveva detto di stare. Anche lì non l’avevano mai vista e registrata.
Era letteralmente scomparsa, volatilizzata. Eppure non era stato un sogno.
Credevo di essere il solo a raccontare bugie, invece scoprivo che anche lei non era stata da meno e mi aveva beffato.
Anche se l’avventura di quella prima estate al mare, mi aveva lasciato con l’amaro in bocca e la “preda”, per un banale imprevisto, mi era sfuggita di mano sul più bello, quella domenica d’agosto è rimasta viva nei miei ricordi di gioventù, quale spicchio di vita vissuta.
Conservo la prova di quell’incontro in una nitida fotografia in bianco e nero, dove Stefano ed Elen, i due piccioncini del racconto, ripresi da un fotografo di spiaggia, tubano stretti stretti.
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:24 | link | commenti (1)
categorie: narratori e racconti
venerdì, 24 luglio 2009

La confessione, di Enzo Maria Lombardo

Un altro gioiello di questo bravo narratore.
La confessione
 
La confessione
 
di
 
Enzo Maria Lombardo
 
 
 
Lasciammo la città, mia madre e io, quando i boati delle bombe che colpivano il porto cominciarono a far tintinnare troppo a lungo le gocce del lampadario e le vetrine del salotto.
Da un po’ di tempo le sirene ululavano sempre più spesso e ormai conoscevo un mucchio di gente dentro quella grossa cantina senza finestre, umida e grigia, che chiamavamo “rifugio”.
Avevo sette anni, allora, i capelli raccolti in una lunga treccia che mi arrivava al sedere e una gonnina a quadri fino al ginocchio. E dovevo essere proprio una bella bambina se un tizio che si portava appresso la macchina fotografica nel rifugio, all’uscita mi volle fare un ritratto in braccio a mia madre. E in quel ritratto ormai sbiadito che conservo ancora come una reliquia, si vedono gli occhi grandi di mia madre con ancora le tracce della paura, e quel leggero sorriso, un po’ forzato, che si era stampato in faccia per la foto.
Anche mia madre, allora, era una bellezza: per correre al rifugio vicino casa usciva vestita di tutto punto, come andasse a passeggio, infilandosi di furia i vestiti che per far presto teneva appesi in una sola gruccia e, ripensandoci adesso, forse quel fotografo voleva fare il ritratto proprio a lei e non a me. Si vede bene come è lei che è messa bene al centro dell’inquadratura, e con che cura è a fuoco il suo bel viso, la scollatura della camicetta e l’attacco dei seni.
Lasciammo la città di sera, con il camioncino di zio Carmine e gli occhi di mia madre stettero incollati sui balconcini di casa finché non svoltammo nella via grande e mio zio alzò una mano dal volante e le fece una carezza sui capelli mentre diceva stai tranquilla, scema, che la ritrovi. Vedrai che qui non arrivano. A quelli, dopo il Porto, interessa colpire il Comando e la ferrovia. Poi tirò fuori un fazzoletto enorme e glielo diede perché lei piangeva.
Zio Carmine è il più grande dei fratelli della povera mamma, l’unico dei fratelli sopravvissuto alla guerra, di dieci anni più grande di lei. Zoppica forte per un vecchio incidente col trattore ma è stata proprio quella gamba più corta che l’ha salvato dalla guerra. Ora, che ha più di ottant’anni, è quasi cieco. Vive di ricordi nell’Istituto di Sant’Orsola, la sua gamba è sempre malandata e ha il cuore malato e ogni volta che vado a trovarlo lo trovo più svampito. 
Questa storia me l’ha raccontata lui, qualche anno fa. A pezzi, ripetendo cose che già sapevo e perdendo spesso il filo del discorso, così che alla fine ho dovuto ricucire tutto con i miei ricordi di bambina e, per la parte che non conoscevo, non so quanto hanno influito i suoi rimorsi lievitati nei sogni e mantecati nei dormiveglia tra lo svolazzare delle tonache nere e delle alucce bianche delle suore.
 
* *  *
 
Quel pomeriggio zio Carmine era seduto in una sedia di vimini, in quello che, all’Istituto, chiamavano il Giardino d’inverno, e lo trovai assorto che guardava un tramonto di fuoco che s’intravedeva oltre gli alberi del parco. Quel rosso dardeggiava nelle vetrate impolverate, le colorava come quelle legate a piombo delle chiese, evidenziava i contorni neri dei pioppi e delle magnolie in controluce.
Lui puntava gli occhi lontano ma mi sentì arrivare e senza neppure guardarmi, indicò una poltroncina e disse:
- “Siedi qui, Annina, e ascoltami. Ascoltami bene. Oggi il medico ha fatto una brutta faccia quando mi ha visitato il cuore. Credeva che non lo guardassi ma io l’ho visto. Poi ha fatto lo scemo, rideva, ma io non sono rincoglionito fino a questo punto. So di avere i giorni contati, posso andarmene da un momento all’altro e ti dirò che non mi dispiace di andarmene così, ma prima devo confessarmi.”
Il cuore mi si strinse in un pugno a quelle parole, anche se mi ero informata, entrando nell’Istituto e sapevo che era la pura verità.
Soffrivo tanto perché Zio Carmine è stato per me come un padre. Quello vero, quello che mi ha generato, lo ricordo appena e rischio di confondere i vaghi ricordi con ciò che ho visto nelle fotografie. E poi mio zio è stato anche una madre, sotto certi aspetti. E anche un amico, un compagno di giochi, un buffone quando bisognava tirarmi su, se stavo male. Si è fatto in quattro per me e anche con quella sua gamba fessa ha tirato la carretta da solo, come un mulo.
- “Confessarti?” – gli dissi “Cosa dici? Allora è proprio vero che sei rincoglionito. Ma se...”
- “Taci. Non c’è più tempo per le menzogne. Anzi non c’è più tempo per niente. – mi interruppe con un filo di voce – Sei tu il mio confessore.”
Strabuzzai gli occhi e cominciai una risata, quando dissi: - “Io? Non sono un prete, io...”.
- “Lo so che non sei un prete. Ma ascolta...” 
Osservandolo, la mia risata abortì e lui cominciò a parlare, piano, senza enfasi, come rileggendo una pagina letta troppe volte, puntando gli occhi lontano, verso l’ultimo fuoco che incendiava le cime degli alberi.
 
“Devi sapere che quando Sara, tua madre, arrivò sull’Etna, a Liconiso, un sacco di gente perse la testa per lei. Proprio un sacco. Paesani che conoscevano solo donne infagottate nel nero, senza vita nè fianchi, con i capelli a crocchia e gli occhi bassi, videro finalmente una donna vera, quasi una ragazza, con gli occhi che perciavano l’anima, ma con il portamento di una vera signora di città. Tu le somigliavi quando avevi la sua età e anche adesso sei una bellezza. Se ti guardi allo specchio, vedi lei.”
“Anch’io sono vecchia ormai, zio Carmine...” – gli dissi, ma lui fece finta di non sentire e continuò:
“Tu non puoi ricordarlo, Annina, perché allora eri alta così, ma dopo qualche tempo c’era una processione di massari e di figli di massari a casa nostra. O almeno di quelli che in quel tempo non s’erano dovuti intruppare o dare alla macchia. E anche le donne venivano, con una scusa o l’altra. E tutti avevano bisogno di sapere le cose di città, dicevano, ma in effetti era per lei che venivano. E le donne, chissà..., forse perché vedevano nel suo aspetto cittadino e nei suoi modi raffinati qualcosa che per un poco le allontanava da quella specie di galera senza porte che era diventato il paese. Una galera, ti dico, circondata dalla sciara, dai pali di fichidindia e dalla guerra.”
“E i discorsi, gira gira, cadevano sempre su tuo padre che, si sapeva, aveva avuto una medaglia al valore in terra d’Africa. Ma adesso? C’erano notizie, adesso? Cosa dicevano gli elenchi? E Sara allora s’irrigidiva come un fuso e gli sputava addosso che non era morto Antonio, se era questo che volevano sapere, e che non era neppure fra i dispersi. Le notizie... le notizie! - ripeteva - Non ci sono notizie sicure con la guerra! Ma uno di questi giorni arriva, me lo sento.”
“Se le notizie da lontano stentavano ad arrivare, quelle di città si sapevano quasi subito. Fu Saridda, la vostra vecchia cameriera sfollata in un paese vicino, che ci disse, così a bruciapelo, voi a Catania adesso non ci potete tornare perché una bomba ha sventrato il palazzo. E anche se lo disse con gli occhi bassi e un viso lungo, sotto sotto si vedeva che non le faceva troppo dispiacere vedere la sua padrona sbiancare in faccia e accasciarsi sul divano. Se non la buttammo fuori a calci, quella sera, fu solo perché dipendeva da lei se potevamo avere ancora un po’ di farina, di caffé vero e di zucchero, al mercato nero.”
“Ma io ci andai a Catania. I vecchi non volevano, sbraitarono per un giorno, ma io m’impuntai: volevo vedere con i miei occhi cos’era successo e magari recuperare qualcosa in quella casa, ché ne avevamo bisogno su al paese. Il mio camioncino era fermo, senza più benzina, così presi un passaggio fino al Borgo con il calesse di Priscopo Gulimeni, il sensale fascista. Il resto e il ritorno lo feci tutto a piedi, una ventina di chilometri, cara mia, tra sciara e campagne. Ma allora ero dritto e forte, avevo trent’anni e me ne fottevo della mia zampa fessa.”
 
A quel punto del racconto lo zio Carmine si fermò, guardò in alto e fece: “Uno sfacelo, ti dico! Uno sfacelo! Una cosa dell’altro mondo!”
Poi s’accasciò sulla poltrona di vimini e continuò con una voce roca che a stento si sentiva.
“Annina mia, tu non puoi neppure immaginare come era ridotta Catania prima dello sbarco. Tu l’hai vista dopo, quando già le ruspe avevano fatto pulizia e le macerie c’erano, sì che c’erano, ma si poteva almeno camminare per le strade… Ma io l’ho vista prima, Catania, quando le macerie ancora le fumavano addosso e ho dovuto arrampicarmi su cumuli di pietre e di mattoni, per arrivare al centro. E la casa? Quale casa? Non c’era più, la casa! Restava in piedi solo un angolo che teneva ammassate dentro le macerie. Ma non c’era niente da portare via: al massimo qualche lume rotto, un paio di sedie azzoppate. Tutto il resto era sommerso e dalle pietre spuntava qua e là lo spigolo di un quadro sfracellato o un pezzo di un letto o di un comodino, un tubo rotto. Ho respirato più polvere che aria scavando con le mani tra i mattoni.”
E quasi per rendere il concetto, zio Carmine soffiò e tossì e il viso gli diventò tutto rosso per lo sforzo e anche se io gli dicevo stai quieto, zio, non parlare più di queste cose ché le conosco a memoria, lui continuò:
“Non è vero, Annina, tu non sai niente di niente e quello che sai è poca roba. E io devo dirti tutto prima di morire... Lo devo a lei, che non meritava di finire così e lo devo anche a te. A te che ho voluto bene come a una figlia, ma tutto il bene che hai avuto non basta. Non basta... Ecco perché ho bisogno che tu sappia tutto. Tutto!” – ansimava – “Ho qui un macigno che mi porto appresso da tant’anni e non mi aiuterà certo un prete al cataletto. Tu che qualcosa ricordi puoi capirmi, gli altri no!”
 
Dopo essersi un po’ calmato, continuò:
“Così eravate bloccate a Liconiso e, per la verità, non si stava neppure tanto male lassù anche se dovevamo fare il pane con la farina di mandorle e il caffè con l’orzo e la cicoria. Il guaio vero era tua madre, buon’anima. Lei stava male a Liconiso. Il silenzio dal fronte e soprattutto l’idea che quel silenzio sarebbe durato per sempre, la stavano ammazzando. Aggiungi la sua vedovanza a ventisei anni e il pensiero che il suo mondo era ormai perduto per sempre, con i suoi salotti, i teatri, i negozi e le belle cose di città, tutto finito, sepolto sotto le macerie assieme alla sua casa. E’ vero, c’eri tu e tu eri importante per lei. Forse a una persona sana questo poteva bastare. E in effetti, all’inizio, le bastò, riversandoti addosso tutto l’amore e l’ardore che ancora aveva dentro. Ti copriva di baci e di carezze, ed era perfino gelosa e non permetteva a nessuno, neppure ai tuoi nonni, di pettinarti o vestirti.”
“Questo all’inizio. Poi, a poco a poco, Sara sembrò svuotarsi dentro, smise anche di essere così possessiva verso di te e quel suo viso da madonna e il suo bel personalino sembravano, ogni giorno di più, fatti di cera, senz’anima. Pian piano anche gli occhi le si indurirono, il viso le diventò rinsecchito e arrivò al punto di indossare apposta la roba di tua nonna, nera e più larga di non so quante misure, che la faceva sembrare una vecchia, e così conciata girava per casa e nell’orto come una sonnambula.”
“Parlava poco e rispondeva male ai tuoi nonni ché, diceva, ancora la volevano trattare come una bambina e ce l’aveva anche con me, con suo fratello, che non avevo fatto la guerra con la scusa della gamba fessa, mentre gli altri andavano a farsi ammazzare come cani. Cose così diceva, che a sentirla sembrava cattiva, anche se lo sapevamo tutti che era il dolore che aveva in corpo a farla sragionare. Insomma, dopo qualche mese mia sorella Sara riversò in quella casa e su quei poveri vecchi, e anche su di te qualche volta, tutto l’inferno che teneva dentro.”
“Solo a tratti era diversa ed era quando veniva risucchiata dentro i suoi sogni e dimenticava dolore e paura. Rigovernando la camera canticchiava e chiamava il marito come se fosse nella stanza accanto; poi parlava della casa di Catania come se dovesse tornarci da un momento all’altro e a noi, che stavamo a guardarla senza dire niente, saliva un groppo di veleno in gola specie quando chiamava il suo Antonio con i nomi più strani, quelli che usava a diciott’anni, appena sposata. Certe volte, ricordi?, ti diceva: “Papà viene stasera, dobbiamo farci belle per lui”. E ti faceva sedere davanti alla specchiera, ti spazzolava i capelli legandoli con un nastro rosso e ti metteva il vestitino buono. Poi anche lei si metteva allo specchio e ci stava ore e ore a truccarsi e pettinarsi...”.
 
“Ma, quando si faceva scuro e noi mettevamo la spranga alla porta, lei, a quel rumore, sgranava gli occhi e si metteva a gridare che era ancora presto, che lo facevamo apposta a chiudere la porta per lasciarlo fuori a farsi ammazzare dai partigiani che scendevano dalla montagna. E qualche volta, urlando come un’ossessa, si graffiava il viso con le mani e si tirava i capelli e quel povero vecchio di tuo nonno e io dovevamo tenerla ferma per non farsi male.”
“Anche tu gridavi, la chiamavi, le tiravi la veste, ma lei niente, manco ti sentiva, manco vedeva le lacrime che ti rigavano le guance. E questo non vuol dire che non ti volesse più bene, vuole dire solo che la sua malattia era già grave e si aggravava ogni giorno di più. Ricordo quelle volte che tua nonna, per non farti vedere e sentire certe cose, ti portava in cucina e ti dava un po’ di zucchero caramellato ma tu capivi già tutto e non volevi lo zucchero e neppure volevi stare con lei. Ti mettevi in un cantuccio e piangevi... Una pena, mia cara, una pena...”.
- “Basta, zio, basta..., per favore...”
- “Sì, hai ragione, Annina, basta, basta... Tanto queste cose le sai. Forse, anche se eri piccola, qualcosa ricordi... Ma sono cose importanti per quello che ho da dirti e che tu non hai mai saputo...”
 
Zio Carmine chiuse gli occhi e poggiò la fronte sulla mano aperta, picchettandosi il cranio mezzo calvo con le dita e mi lasciò così, in attesa, quasi dovesse rincorrere i pensieri. Poi aprì gli occhi, si sfregò la fronte e continuò, sempre con quel tono piatto, senza espressione, come leggesse un libro ad alta voce:
“Resta il fatto che non ne potevamo più e quei poveri vecchi non sapevano che fare, e manco io, che ero l’uomo di casa, sapevo a che santo votarmi. Così accettai il consiglio di qualcuno che mi disse che in una vallata fuori mano, in un vecchio casolare di campagna, c’era una tizia che assieme al nipote allevava i porci e le galline e che riusciva a calmare le isteriche e le pazze con infusi di radici e di erbe.”
“La chiamavano La Santona e dicevano che quelle erbe che usava erano erbe del diavolo. Eppure si sapeva che proprio con quelle aveva guarito anche un’epilettica. Io alla faccenda del diavolo non ci credevo, ma pensai che un po’ di erba e qualche radice non potevano fare male a nessuno e forse funzionavano davvero e poi lassù non c’erano dottori per la testa. Forse a Catania. Ma vallo a trovare laggiù, con quel disastro”.
 
Mio zio era stanco, lo si vedeva bene, ma io adesso volevo saperne di più, così non l’interruppi.
Dissi solo: “E l’ospedale, in città?”
“Quale ospedale?” – fece lui sgranando gli occhi – “Laggiù andava bene per ricucire le ferite e per tagliare braccia e gambe incancrenite dal piombo e dalle schegge e poi Sara diceva che eravamo noi i pazzi e che era lei l’unica sana di testa in casa nostra! Altro che ospedale... No, no, il problema era un altro. Il problema era convincere tua madre a prendere qualche calmante: lei, che non voleva prendere neppure la valeriana per i nervi. Pensa, Annina cara, che faticavamo a farle bere un po’ di camomilla!”
 “L’unica soluzione era portarla da quella donna con una scusa. Una scusa qualsiasi. Qualcosa che la convincesse per davvero. E se le erbe non funzionavano, almeno avevo provato e si poteva pensare a qualcos’altro”.
“Così un giorno le inventai che se veniva con me poteva sapere qualcosa di più su Antonio, dov’era e che faceva, forse anche vederlo, parlargli, perché c’era una che vedeva le cose nascoste e le faceva pure vedere agli altri. E lei ci pensò su, ma non tanto. Non so se ci credette o se ci volle credere, perché si attaccava a tutto pur di galleggiare in quell’inferno. So solo che mi disse di sì.”
“Io allora le dissi di non dire niente ai vecchi, ché non avrebbero capito e che doveva restare un nostro segreto, un segreto tra fratello e sorella e lei mi rispose che andava bene così perché lo sapeva che quelli la volevano vedere vedova e sola.”
 
“Partimmo presto l’indomani mattina e tu dormivi ancora. Partimmo dopo avere raccontato un paio di frottole ai vecchi su un carico di frutta, e lei per tutto il viaggio restò in silenzio; parlai solo io raccontandole ancora bugie e mezze verità. Le dissi di non preoccuparsi se quella donna le dava qualche infuso di erbe perché lo faceva solo per aiutare la mente a ricevere bene le visioni, cose così, insomma, panzane inventate al momento, tanto per dire qualcosa e prepararla.”
“Lei annuiva, ma non credo neppure che capisse. O forse non le importava neppure, tutta presa, com’era, dall’idea di parlare con tuo padre e di vedere più chiaro il suo futuro. Poi mi stufai del cumulo di menzogne che imbastivo e stetti zitto con le redini lasche in mano, abbandonandomi, nel sole già alto, ai lenti movimenti del carretto: nel silenzio si sentivano solo i grilli, gli sbuffi della mula e lo stridio delle ruote sui ciottoli. Si sentiva anche, a ogni sobbalzo, sbattere un sacchetto che avevo messo sul cassone, con dentro qualche chilo di farina, un fiasco di vino, un cartoccio di zucchero e un poco di caffè, tutta roba che valeva tant’oro in quei momenti e che volevo dare in pagamento a quella tizia.”
 
“Arrivammo a metà mattina in un cascinale isolato cotto dal sole e restammo laggiù un paio d’ore. Quella donna, la Santona, non era neppure tanto vecchia, aveva un viso mansueto e i modi gentili. Non mi sembrò una indiavolata, ma vidi che ci sapeva fare davvero con le erbe. Ne aveva in casa una collezione, tutte etichettate in piccole ceste e barattoli, come in farmacia. Comunque in un paio d’ore tutto era finito: ricordo che le parlai io a quella donna, dandole il sacchetto con la roba e lasciando tua madre a cassetta. Le dissi poche cose, qualche racconto smorzato, e come avevo fatto a convincerla a venire da lei, ma la donna capì.”
“Fu lei a fare scendere Sara dal carretto, prendendola per mano e accompagnandola dentro come fosse un’amica. Per il resto ricordo solo la smorfia che fece tua madre quando dovette bere una mistura marrone che quella donna aveva preparato stando una buona mezz’ora in un cucinino. Ma non fece storie, disse solo: “Con questa lo vedrò?”. Ricordo anche la donna che disse: “Con questa, figlietta mia, vedrai tutto più chiaro, stai tranquilla” e, così dicendo, si girò verso di me e mi fece un sorrisino da complice, poi accompagnò Sara verso un divano mezzo sfondato, la fece sdraiare e le mise un cuscino sotto la testa.”
“Se ti senti la testa pesante - le disse - lasciati andare. Riposa.”
“Ma lo vedrò? - ripeteva tua madre - lo vedrò?” E quella rispondeva: “Certo, certo.”
“Lo seppi dopo che le aveva dato belladonna e papavero mescolati con chissà cosa che, a berne tanta di quella roba, poteva ammazzarla subito. Ma la dose era giusta e quando, dopo una mezz’oretta, andammo via, Sara era ancora mezzo addormentata ma sembrava diversa. Non so come dire: sembrava anche più giovane, aveva gli occhi lucidi e un sorriso dolce sulla faccia. Ed erano mesi che non sorrideva più.”
 
“Io ero contento, la vedevo serena, calma e anche se non parlava e oscillava come un fantoccio sul carretto, ero sicuro che si sentiva già meglio. Ma non potevo stare a guardarla troppo: la strada era difficile, la mulattiera s’inerpicava a lato d’un vecchio cratere dell’Etna, profondo una ventina di metri e dovevo governare bene la mula che non aveva neppure il paraocchi. Da lassù, si vedeva fumigare in basso la sciara come se vi fosse stata da poco una colata. Ma quella lava era vecchia di chissà quanti anni e il fumo era solo la condensa dell’umidità intrappolata tra le rocce e i rovi.”
“Comunque ero contento e ad ogni scossone sentivo premere in tasca il sacchetto che mi aveva dato quella donna con un po’ di foglie per preparare gli altri infusi a casa, e benedissi, tra me, l’idea che avevo avuto di portarla fin là.”
 “Ad un tratto lei disse:
- “L’ho visto, sai?” - e mi sembrò che, tutt’a un tratto le si fosse snebbiata un po’ la testa. E sorrideva, si aggiustava la veste e sembrava anche più bella. Il suo viso era ritornato ad essere quello di una madonna.”
“Chi hai visto?” - feci io svagato, controllando il tiraggio delle redini e il cammino della mula.
E lei: - “Come chi? Antonio, ho visto. Tu mi hai portato fin qua apposta.”
“E’ vero” – sospirai – “Ti ho portato apposta. E ti ha detto qualcosa nel sogno?” e intanto che parlavo mi si stringeva il cuore, credimi Annina; anche se sorrideva e il suo viso era luminoso, io la vedevo ancora malata, forse pazza, anche se ora so che il pazzo ero io che l’avevo imbottita di menzogne.”
- “Certo. Mi ha parlato.” – disse – “Ma non era un sogno. Ero sveglia, io, e l’ho visto bene. Visto e sentito come vedo e sento te adesso. Mi ha fatto vedere il posto dove sta. E’ bello, quel posto. Tutto verde. Ma un verde diverso da qui.”
- ”In Africa?” – feci io. Non volevo assecondarla ma non potevo neppure deluderla. In fondo ero stato io che le avevo costruito quella manfrina. Lei stette un momento a pensarci, poi disse:
- “In Africa, dici? Non lo so, non lo so proprio... Però...si sta proprio bene dove è lui.”
Io non dissi nulla. Non chiesi nulla. Quella storia mi stava andando di traverso.
- “Però anche se il posto è bello – continuò d’un fiato – lui non è felice. Me lo ha detto. Gli manco io e gli manca Annina. Ma adesso dice che ha più bisogno di me. Mi ha detto vieni, lascia Annina dai nonni e dallo zio Carmine che le ha fatto da padre in tutti questi mesi e Annina con lui si diverte. Poi mi ha detto come fare per andarlo a trovare.”
Era una conversazione assurda, dovevo far scivolare e disperdere le parole nell’afa che si stava alzando dalla sciara rovente e chiudere quel discorso che rischiava di trascinarci in una giostra infame. Dissi solo:
- “Sara, è difficile viaggiare di questi tempi. Lo sai.”
Lei sussurrò: “No, non è difficile”. Poi mi chiese, con una gentilezza che non sentivo da tempo, di fermare il carretto che doveva fare una cosa. Le chiesi cosa e lei non mi rispose.
- “Ma... adesso?” – dissi - “Proprio adesso? E’ urgente?” 
- “Adesso – rispose – Ferma qui, per favore. Qui va bene”
- “Ma qui c’è gente!” - feci io indicando alcuni contadini che zappavano su un poggio. “Non puoi aspettare di arrivare a casa?”
- “Non ci senti?” – disse, e la sua voce era diventata tagliente come un coltello. Gli occhi duri, di ghiaccio. Il viso tirato – “Ti dico di fermarti. Hai capito? Fermati! Adesso!”
“Lei stessa tirò le redini della mula, poi scese d’un balzo e si diresse verso una grossa siepe di fichidindia e l’aggirò. Sai cosa pensai al momento? Pensai che anche svampita com’era, badava ancora alla decenza.
 
“L’urlo arrivò dall’alto. Non era stata lei a gridare. Erano stati quei contadini sul poggio: avevano lasciato in terra vanghe e forconi e vidi che si precipitavano giù per la discesa. E scendendo gridavano si jttau, si jttau e io non capivo. Ero stordito dal sole e non vedevo niente, dal basso, dietro i fichidindia.”
“Poi capii. E fu un fulmine. M’accecò, mi tramortì. Per questo restai ancora qualche secondo imbambolato a cassetta. Restai immobile e vedevo solo le ombre nere dei villani rincorrersi come in uno stupido gioco attorno alla siepe di fichidindia.”
“Uno venne verso il carretto, le braccia alzate, gridava “Scinnissi, prestu, scinnissi! Dda povira carusa abbulau ‘nta sciara!”, e subito ritornò sui suoi passi, non lo vidi più. Anche gli altri erano spariti oltre il fosso, e il silenzio, come una cappa dorata, mi si chiuse addosso. Sentivo persino il frinire dei grilli e il fruscio del vento sull’erba rada.”
“Poi neppure i grilli sentii, nè il vento. Il tempo si era fermato e qualcuno riempiva l’aria di un urlo acuto che mi sfasciava i timpani e che rimbombava tra i castagni e le rocce. Mi accorsi che ero io che gridavo e gridai tanto che mi seccò la gola.”
 
“Era bella anche da morta tua madre. La misero nel cassone e dovevano anche averle lavato un po’ il viso con l’acqua del bummulu che vedevo appoggiato a una pietra, ma c’era ancora un grumo di sangue nei capelli. Poi uno mise un sostegno alle stanghe del carretto, staccò la mula e la cavalcò senza sella. Mentre andava disse: non muovetela, vado dal delegato, in paese, e corse via frustando quella povera bestia con un ramo di castagno quasi che avesse un senso andare forte. Un altro, rimasto assieme a me e a lei, tentava di farmi uscire un po’ di fiato dalla bocca. Diceva: io sto a Liconiso, la conoscevo di vista, povera signora, lo sapevo che non c’era più con la testa. Ma morire così..”
 
“Il resto lo sai. Non mi va di ricordartelo.”
“Ora sai tutto. Tutto. Dimmi solo quanto odio t’è cresciuto dentro in questa mezz’ora. Dimmi qualsiasi cosa, prima di andar via.”
 
* * *
 
Io non risposi, mi alzai dalla poltroncina, mi diressi verso la vetrata e poggiai la fronte sulla lastra. Non era fredda come speravo. Il sole era calato e s’intravedeva solo una piccola striscia colorata oltre le colline.
Tra le foglie nere della magnolia, riquadrata come in un quadro appena screziato da barlumi di rosso, vidi mia madre ancora giovane, ma in effetti senza età e senza tempo. Vidi anche altri, vecchi a trent’anni, zoppicare nella piazza del paese appesi alle grucce o seduti al bar con una manica della giacca piegata e tenuta su con una spilla da balia che nascondeva l’oscenità di un braccio ridotto a un moncherino. Vidi alcune vicine di casa, chiuse nel nero di un lutto che non avrebbero mai dismesso. Erano ricordi ormai dimenticati, ricordi di bambina, che affioravano come fantasmi da un altro mondo. Un mondo che si stentava a credere che fosse mai esistito. E lei, mia madre, si inseriva nel quadro con naturalezza, lo attraversava silenziosa, pensosa; addirittura con l’accenno di un sorriso, proprio come gli altri e come gli altri sembrava aver dimenticato ogni cosa.
Nella nuova pace che aveva spento ogni affanno c’era solo la nota stonata di quel vecchio che mi stava alle spalle, distrutto dai rimorsi e accasciato sulla sedia di vimini.
Mettendo a fuoco lo sguardo in modo diverso, vedevo anche lui riflesso nel vetro, lo vedevo illuminato dai neon appena accesi che inondavano il giardino d’inverno di una luce bianca, spietata. Ma non era un fantasma, non ancora.
 
Sapevo che l’orario delle visite era terminato, tra poco sarei dovuta andar via, ma prima dovevo fare ancora una cosa. Certo che devo farla, dissi tra me.
Mi avvicinai a mio zio, mi sedetti di nuovo nella poltroncina e alzai gli occhi verso di lui indicandoglieli ripetutamente con un dito.
“Guardami bene gli occhi, zio. Guardami dentro – gli sussurrai – e dimmi cosa vedi.” - e intanto sperai che anche le pupille fossero aperte, come gli occhi, così che lui potesse davvero leggermi dentro l’anima. -“Vedi odio, lì dentro?”
Mentre lui scoteva il capo abbandonandosi sulla spalliera, io continuai:
“C’è un lago d’inchiostro, dentro di me, è vero. E’ fatto di mille cose ma non d’odio. C’è rassegnazione, forse. A volte quel lago è smosso dalla rabbia per quella guerra maledetta e per ciò che poteva essere e non è stato. Ma sono onde passeggere. E non c’è odio. Per niente e per nessuno. Ogni altra cosa l’ho annegata in quel lago. Le cose giuste e le cose sbagliate, tutto. Tutto annega laggiù, assieme al resto, anche quello che mi hai detto stasera. ”
Poi mi alzai e lo baciai sulla fronte. E mentre andavo dissi:
“Voglio vedere un lago quieto, domani, nei tuoi occhi.”
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 11:21 | link | commenti (2)
categorie: narratori e racconti
domenica, 12 luglio 2009

Il Natale del 1929, di Renzo Montagnoli

Il Natale del 1929
Il Natale del 1929
di Renzo Montagnoli
 
Quando si avvicina il Natale si avverte nell’aria una sensazione di festa, nonostante il consumismo e la società attuale abbiamo relegato questi giorni a una fiera dell’apparenza, dove fra tante luci, cibarie e regali l’unica cosa che manca, ed è la più importante, è quello stato d’animo che apre il cuore a un sentimento di pace.  
E’ ormai tanto tempo che questa ricorrenza ha perso le sue caratteristiche religiose e spirituali che la rendono unica e così era già nel 1995. Ricordo giornate fredde, ma con il sole e una spruzzata di neve che imbiancava tutta la campagna. Non rammento se fosse la mattina della vigilia o il giorno prima quando andai a far visita al Guercio per porgergli gli auguri e donargli un piccolo presente, un panettone comprato al supermercato.
Tutto il resto invece è ben impresso nella mente, almeno nelle sue linee generali, una caratteristica tipica di uno che inizia ad avvertire i segni dell’età che avanza.
 
                                               ._._._
 
La porta di casa era accostata, così che, mentre bussavo, entrai e trovai il mio caro amico seduto in poltrona, intento a leggere il quotidiano locale. Ci fu uno scambio di convenevoli, compresi gli auguri, con il Guercio che si schermì per il piccolo omaggio e che mi fece sedere.
- Parliamo un po’, visto che non ci si vede spesso.
- Fai pure, parliamo di quel che vuoi.
- Vedi, è proprio dei vecchi dimenticare i fatti del giorno prima e ricordare quelli accaduti tanto tempo fa. Come ti ho visto entrare, la memoria è tornata su un Natale del 1929. Pensa che allora avevo nove anni, ma è come se il fatto che ti racconterò fosse accaduto ieri.
Ripose il giornale e si fece assorto, come se la sua mente cominciasse a leggere quello che stava per dirmi. 
- Oggi questa festa ha perso tutto il suo sapore, è diventata ostentazione e nient’altro, ma ai miei tempi era completamente diverso e anche chi non era religioso viveva questi giorni in uno stato di emozione.
All’epoca poi c’era un motivo in più per attendere il Natale con trepidazione. Non è che in casa ci fosse molto da mangiare, ma in quel giorno si facevano miracoli per preparare un pranzo quasi da re.
Scusa se ti tedio, ma sono divagazioni che si sovrappongono al ricordo principale ed escono così senza che possa frenarle.
- Non preoccuparti, poi sono sempre osservazioni interessanti.
- Dici davvero?
- Certamente.
- Va bene, allora, posso cominciare, sperando che le mie divagazioni se ne stiano quiete dentro alla mia testa.
Era la vigilia, in un inverno freddo e con tanta, ma tanta neve. In strada, benché spalata, ce n’era ancora, perché la vedevo mentre scendeva, in un turbinio di vento. Erano fiocchi piccoli, ma tenaci e che giunti a terra si attaccavano l’uno all’altro, così che la coltre cresceva ed era inutile pensare di toglierla fino a quando non si era fermata, perché sarebbe stata una fatica inutile.
Me ne stavo a guardarla dietro la finestra, per fortuna al caldo, perché nella stufa ardevano dei bei pezzi di legno stagionato, che bruciava sfrigolando e ogni tanto anche con degli scoppiettii, come volesse ricordare a me che lui stava facendo il suo dovere.
Ecco, vedi che sto divagando nuovamente.
- Non preoccuparti, continua.
- Già immaginavo i regali che avrei trovato la mattina, poche cose e di poco conto in verità, ma era un pensiero solo per me. Però quel Natale io aspettavo molto di più. Ci avevo pensato fin da novembre e da allora era sempre stato nelle mie preghiere, tanto che a scuola, dove ci avevano fatto scrivere la letterina a Gesù bambino, l’avevo messo nero su bianco.
Non rammento esattamente le parole, però il senso era questo: oltre a chiedere di mantenere in buona salute la mamma, lo pregavo di farmi trovare quel papà che non avevo mai avuto.
Tutti gli altri avevano il papà, meno io, e mi sembrava di essere un mostro, un paria, un essere inferiore. A volte vedevo i miei compagni che all’uscita da scuola avevano degli uomini che li attendevano, mentre io al massimo avevo la mamma.
Mi sentivo diverso, come incompleto, e arrivavo perfino a desiderare gli scapaccioni di un padre di cui ogni tanto i miei amichetti si lamentavano.
Come sarebbe stato bello prendere uno schiaffo dal babbo, come sarebbe stato bello trovare in famiglia una voce maschile che mi riprendeva, ma che sapeva anche rassicurarmi!
E invece no, io il papà non l’avevo, e quindi potevo solo immaginare, perfino invidiare.
Se Gesù bambino c’era, perché non avrebbe dovuto farmi una grazia del genere? Non chiedevo di avere più degli altri, ma mi bastava come gli altri.
Ero tuttavia già abbastanza sveglio da capire che Gesù ci può donare il suo amore, che è immenso, ma non qualche cosa di materiale, perché quello è proprio degli uomini, e non di un Dio.
Però, ci speravo, mi illudevo, o forse solo lo sognavo.
- E allora?
- Non avere fretta, perché mentre racconto mi sembra di rivivere quel giorno, e poi sono vecchio e devo fare tutto con calma.
- Va bene, non t’interromperò più.
- La giornata trascorse quieta, io al massimo ero indaffarato a preparare il presepio, perché allora si usava così e l’albero con le palline colorate nemmeno potevamo immaginarlo.
Avevo un po’ di febbre, un malanno di stagione, e perciò rimasi sempre in casa, tanto che non sarei andato nemmeno alla più bella delle messe, quella di mezzanotte.
Arrivò la sera, io e la mamma consumammo una cena frugale, di magro, perché tanto l’indomani ci saremmo rifatti abbondantemente, e poi la trepidazione e forse anche la febbre non erano compatibili con l’avere fame.
Andai così a letto presto, senza riuscire a prendere subito sonno.
Ricordo che guardavo il buio, lo fissavo e vedevo; in genere quando è buio non si vede niente, ma io riuscivo a scorgere quello che c’era nel buio.
Apparivano e sparivano di colpo le immagini dei miei compagni insieme al loro papà, sembrava quasi una parata, interrotta ogni tanto dalla figura di mia madre, che non so dire se era una mia fantasia o se era veramente lei che veniva a vedere come stavo.
Alla fine mi addormentai, credo, dico credo perché quello che avvenne dopo non può essere spiegato razionalmente se non come un sogno.
Una voce, maschile, prese a chiamarmi. Mi diceva: Annibale, domani sarò lì con te. E io gli rispondevo:- Ma chi sei? E quello: - Non mi riconosci? Sono il tuo papà.
E c’era un’immagine confusa di un uomo alto, dalle spalle larghe, ma non vedevo altro che dei contorni.
- Il giorno di Natale sarò con te. Sei contento?
- Sì, ma perché non sei venuto prima e non stai con noi per sempre?
- Perché io esisto solo così.
E’ tutto quello che rammento, così come ricordo la mamma che interruppe il mio sonno e mi invitò a scendere, perché era Natale e giù c’era una grande sorpresa per me.
Ancora addormentato, imboccai le scale, rischiando di ruzzolare giù, ma mi aveva preso una frenesia, forse per effetto del sogno, e io dovevo andare a vedere subito.
In cucina trovai Don Zeffirino e un pacchetto sul tavolo, e accanto al regalo una lettera.
“Buon Natale, Annibale.”
“Buon Natale, Don Zeffirino.”
“Gesù bambino ha letto la tua lettera e l’ha fatta avere al tuo papà. Ma dov’è lui non può venire e allora ha risposto con uno scritto.”
Presi tremando la busta, l’aprii e dentro c’era un foglio con poche righe e anche per questo le ricordo.
Caro Annibale, mio adorato bambino.
Tu non mi puoi vedere, ma io da qui ti guardo.
Il tuo papà è sempre con te, in ogni momento, e anche se non ti stringe la mano, perché non può, sappi che ti vuole tanto bene.
Buon Natale, piccolo mio.
Il tuo papà.
Sinceramente, la ragione mi diceva di non credere, ma la passione, il sentimento prevalsero e così presi la lettera e la strinsi forte sul mio cuore.
- E dopo, passato quel giorno?
- Mi convinsi che non era vero, che la maestra aveva consegnato la mia letterina alla mamma e che lei ne aveva parlato con Don Zeffirino. Quel povero prete di campagna allora si era improvvisato papà, a fin di bene ovviamente, per regalarmi un Natale diverso dagli altri.
- Poi hai scoperto chi era veramente tuo padre e te ne sei anche vergognato.
- Sì, è vero ed è per questo che io ancor oggi penso a quella lettera, scritta da un vero papà. Adesso forse capisci anche perché, nonostante le incomprensioni di carattere politico, io sono sempre stato affezionato a Don Zeffirino, che mi ha sempre dimostrato, quando le circostanze lo richiedevano, di volermi bene come un padre.
- Per te, comunque, la mancanza di un padre è stata una privazione?
- Nella vita puoi rinunciare a tutto, alla carriera, al lavoro, ma ai sentimenti no, perché sono quelli le uniche cose che contano.
Io avuto tanto, ma mi mancherà sempre la stretta di mano di un papà. 
- Però, hai avuto l’affetto di tua mamma, dei tuoi figli, di tua moglie.
- Sì, sono stato ampiamente ripagato di quanto non ho avuto, ma, se devo essere sincero, tutti i giorni, ma soprattutto in una ricorrenza come questa mi manca tanto la Tilde.
- Purtroppo la vita è così: quello di cui abbiamo gioito in passato poi sarà un inevitabile motivo di dolore.
- Hai ragione, Renzo. Vedi, noi siamo come ombre nella nebbia e talora capita che un raggio di luce ci illumini. Quando questo viene meno, ritorniamo l’ombra che eravamo e non c’è ricordo che tenga che possa rischiarare la nostra vita.
Mi prese una mano, me la strinse con calore e guardandomi negli occhi mi disse solo: -Tanti auguri, amico mio.
Lo lasciai che celava il volto dietro il quotidiano per non mostrare le lacrime.
Fuori l’aria sembrava meno fredda; guardai il cielo che si era ingrigito. Non feci in tempo a pensare che era un tempo da neve che cominciarono a cadere i primi fiocchi. Larghi, candidi volteggiavano lentamente fino a posarsi a terra quasi con delicatezza. In fondo alla strada due zampognari iniziarono a suonare. Mi volsi e scorsi il Guercio che mi guardava attraverso i vetri della finestra; se ne accorse e alzò una mano per salutarmi, ma tornò subito a osservare la neve che scendeva sempre più copiosa, proprio come in occasione del Natale del 1929.  
 
 (Da Storie di paese – seconda serie)
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 09:36 | link | commenti (8)
categorie: narratori e racconti