L'armonia delle parole

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domenica, 09 novembre 2008

No to war, yes to peace (VII)

                    No to war, yes to peace (VII)
                    di Renzo Montagnoli
 
Con questo articolo si conclude la settimana dedicata alla guerra contro la guerra, un conflitto fatto di riflessioni, di poesie e di racconti, e quindi del tutto incruento, come può essere solo il battagliare per la pace.
Non so se questa iniziativa abbia suscitato interesse, visto anche il modesto numero dei commenti, ma mi è parsa necessaria per sensibilizzate e ricordare in un epoca in cui i conflitti, sempre presenti, non ci toccano da vicino e perciò meno avvertiamo i pericoli che, tuttavia, sono sempre dietro l’angolo, pronti a divampare.
E poi non c’è una guerra che non ci debba interessare, perché siamo parte dell’umanità e non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere i drammi degli altri, perché, come diceva giustamente John Donne, non chiedere per chi suoni la campana. Essa suona per te.
 
L’ultimo contributo è una riflessione sui significati delle commemorazioni.
 
                                 Commemorazioni
                                 di Renzo Montagnoli
 
 
Per uno strano scherzo del destino il 2 novembre si commemorano i defunti, una specie di rito pagano alimentato dal consumismo, mentre due giorni dopo, il 4 novembre, si celebra l’anniversario della nostra vittoria nella Grande Guerra.
Si potrebbe dire che i morti richiamano i morti, giacché se ci fu un conflitto sanguinoso per i nostri soldati fu proprio quello della prima guerra mondiale, in cui persero la vita circa 650.000 nostri combattenti.
Il bello è che avremmo potuto ottenere gli stessi territori senza una vittima, perché la Germania si impose sull’Austria affinché ci consegnasse Trentino e Friuli a patto che noi non entrassimo in guerra contro di loro.
Ma allora si disse che non si volevano tradire Francia e Inghilterra, a cui da poco ci si era alleati, ben strano ragionamento visto che avevamo appena tradito l’alleanza con la Germania e con l’Austria e che la storia dei Savoia è sempre stata costellata di pugnalate alle spalle.
Il motivo era un altro e cioè che il re nanerottolo voleva anche parte della Croazia, se non tutta, ma non la ebbe, perché gli alleati fecero giustamente pesare la disfatta di Caporetto e i massicci aiuti che prestarono nell’occasione.
Quindi, se il 4 novembre si commemora una simile vittoria, si è doppiamente in malafede, perché:
1)    Visto i precedenti e il motivi della guerra non fu una vittoria a beneficio dell’Italia, ma eventualmente di Vittorio Emanuele;
2)    E’ una vittoria mutilata, ma con un significato diverso da quello usato dai fascisti, mutilata perché non la meritammo, nonostante il così alto numero dei caduti, frutto di una miopia strategica quale mai si era vista; ovviamente le colpe dei rovesci erano poi dei soldati e basti pensare che a quelli prigionieri non furono mai recapitati i pacchi inviati tramite la Croce Rossa e questo per ordine del re e di Cadorna che li ritenevano dei vigliacchi.
Resta comunque un fatto e cioè che non possono esistere guerre giuste o ingiuste, vittorie con onore o con disonore, ma che c’é solo una scia di lutti che colpiscono per lo più degli innocenti.
Quando l’uomo cerca di ottenere qualche cosa con la forza, riscopre in sé quella bestialità che secoli di evoluzione non sono riusciti a cancellare, ma quel che è peggio è che chi cerca la guerra lo fa per scopi poco edificanti, nonostante la tronfia retorica, coinvolgendo, loro malgrado, dei terzi ignari e non interessati.
Non ci possono essere motivi tali da mandare degli individui a ucciderne altri, non ci deve essere spazio a gente che antepone il proprio interesse alla convivenza pacifica.
Chi fomenta una guerra e l’avvia, che si chiami Pinco o Pallino, che sia di destra o di sinistra, è un essere ignobile, è un pericolo per l’umanità, è individuo non degno di vivere su questa terra.
Non pensa all’angoscia delle sue vittime, alla paura di intere popolazioni, alle distruzioni che mandano in fumo il lavoro pacifico di secoli; ecco se forse esiste il diavolo, questo sciagurato è il diavolo e non c’è bisogno di andare a scomodare Hitler per trovare simili personaggi, perché esistono anche oggi, gente che spaccia per missioni di pace delle vere e proprie aggressioni.
Forse la guerra è innata nell’uomo, come scrive Massimo Fini, ma la reciproca conoscenza e l’emarginazione di individui che sono al comando, non certo per l’interesse di tutti, renderebbe assai più difficile la nascita di un conflitto.
E’ ben strano che ci siano dei giorni per commemorare vittorie, e quindi frutto di guerre, e non ce ne sia uno per onorare la pace.
Invece si ricorda una data frutto dell’inutile sacrificio di tanti uomini, ovviamente con tanto di parata militare per bearsi dell’Italia guerriera, ma se proprio volessimo ogni anno tenere viva la memoria del 4 novembre sarebbe più logico anticipare il tutto al 2 novembre, con una cerimonia semplice, senza armi e senza discorsi; la vedrei senza bandiere sventolanti, anzi con queste a mezz’asta, e con solo un soldato, un trombettiere, che suona il silenzio fuori ordinanza.   
 
E la musica non può essere che Il silenzio fuori ordinanza.
 
 
Pace
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:12 | link | commenti (3)
categorie: no to war
sabato, 08 novembre 2008

No to war, yes to peace (VI)

                        No to war, yes to peace (VI)
                    di Renzo Montagnoli
 
 
La Guerra non è solo la negazione della Pace, ma è la distruzione della ragione.
 
Ed ecco il contributo di oggi, una storia di ragazzi appassionati di corsa, costretti dalla guerra alla loro ultima gara.
 
La corsa                        
                              La corsa
                         di Renzo Montagnoli
 
Siamo cresciuti insieme, abbiamo giocato insieme, come quattro fratelli, anche se non lo siamo, ma soprattutto abbiamo corso insieme.
Qualche anno di scuola, giusto per imparare che se non hai soldi non potrai mai andare avanti, e poi a lavorare a tempo pieno nei campi, dall’alba al tramonto a spigolare, a raccogliere la frutta, a spandere il letame.
Ore di fatiche, sotto il sole, nel vento, nell’umidità d’autunno, la schiena dolorante, e tutto per una miseria, per quei pochi centesimi dati subito in casa, affinché si potesse comprare qualche cosa, sempre poca, per calmare i morsi della fame.
Ma la domenica no, non si lavora, e allora tutti insieme a correre sull’argine, a chi arriva primo. Il premio? L’ammirazione degli sconfitti e questi siamo sempre noi tre, io Giacomo Pavesi, detto Giacumin, Alfredo Restelli, detto Fredin e Luigi Asta, chiamato Luisin. 
Leprot, cioè Eugenio Scolti, ha sempre avuto due gambe da corsa, che in un corpo magro, ma tutti lo abbiamo, perché lo stomaco brontola sempre, fanno la differenza.
Non ha mai perso una corsa e ho sempre in mente le sue falcate rapide, i suoi piedi nudi che sembrano mordere il terreno; è grande Leprot, ma a vederlo adesso con indosso una divisa militare di almeno una taglia in più sembra uno spaventapasseri.
Si accorge che lo guardo e sorride impacciato.
Non è che a vestiario siamo messi molto meglio, ma per chi ha avuto vestiti di seconda o terza mano questa è la prima volta che assaporiamo il piacere di un abito nuovo. Sì, è grigioverde, il taglio è abbozzato, ma è nuovo e, soprattutto, è nostro.
Che ci facciamo in questa trincea?
E’ in corso da tempo una grande guerra contro l’Austria, sembra per riprenderci territori che però non mi risultano siano mai stati nostri.
Siamo nell’agosto del 1917, sul fronte dell’Isonzo. Per le troppe vittime è stata chiamata prima del tempo la nostra classe, il 1898, quella di ferro cantano i coscritti, ma tutte sono di ferro, mentre le vite sono di latta. Una visita al distretto, un proforma perché tutti sono buoni come carne da macello, la vestizione, tre giorni di marcia ed ecco preparati a dovere i rincalzi.
Siamo arrivati oggi, senza aver mai sparato un colpo di fucile, e già domani ci sarà un attacco. Se tutto va bene, dopodomani festeggerò il mio diciannovesimo compleanno. Sì, sono nato il 20 di agosto e la mamma è morta nel darmi alla luce. Mi hanno detto che era bella e ci credo, perché chi non ha la mamma si immagina sempre che sia un angelo.
Leprot ha mamma e papà e otto fratelli, di cui tre in guerra; Luisin non ha più il papà, morto in miniera in Francia, ed è figlio unico. Forse sarebbe riuscito a evitare il militare, ma noi siamo tutta la sua vita e non ha fatto niente perché ci separassero.
Fredin è il più fortunato, perché ha mamma e papà e un solo fratello, ma ha anche la morosa, che sposerà a guerra finita.
- Animo, ragazzi. Domani avrete il battesimo del fuoco. Mi raccomando, saltate fuori dalle trincee e correte come il vento. Se avrete fortuna, arriverete a guardare negli occhi i crucchi e per il primo che mette piede nei camminamenti austriaci il colonnello ha promesso cinque giorni di licenza.
Chi parla così è il sergente Batossi, che mi sembra un buon uomo, ma che adesso fissa la punta delle sue scarpe, come se provasse vergogna a raccontarci una panzanata del genere.
- Beh, nessuno ha da chiedere qualcosa? Meglio, meglio…
Io vorrei chiedergli perché rischiare la vita, per chi, per cosa, ma è inutile, perché quelle sono domande che anche lui rivolge solo a se stesso.
E’ quasi l’alba di questa notte insonne e fra poco inizierà la preparazione dell’artiglieria, e poi, poi toccherà a noi.
Prima voglio abbracciare i miei amici, perché potrebbe essere l’ultima volta, l’ultima corsa.
 
 
                              .-.-.-.-
 
Il frastuono è assordante e dai colpi sparati si stenta a credere che qualche nemico sia rimasto vivo. Nemico, nemico non mi va, son poveri diavoli come noi, con le stesse paure, con le stesse miserie alle spalle.
Ecco, il fuoco rallenta, il tiro si allunga, si sentono dei colpi di fischietto, io e i miei amici ci guardiamo negli occhi: c’è solo la stessa paura.
Il sergente sale in cima alla trincea, un grido, un Avanti Savoia e anch’io mi arrampico, arrivo in cima, salto i reticolati e comincio a correre come il vento. Saranno sì e no quattrocento metri, un’eternità.
Leprot, Luisin e Fredin mi sono dietro, ai lati, sono per ora il più veloce, sparano, grandinano colpi, Fredin si porta le mani alla testa e ruzzola al suolo, la sua morosa dovrà mettersi lo scialle nero, anziché il velo da sposa. Correre, correre fra buche, detriti, corpi insepolti, Luisin che sembra incespicare, cerca di riprendere e poi stramazza, a sua madre dopo il padre non resteranno nemmeno gli occhi per piangere.
I reticolati nemici si avvicinano, tirano bombe a mano, ma sono veloce. Leprot recupera, si è quasi affiancato, ma ecco che allarga le braccia, quasi fa un balzo in aria e ricade senza vita. Questa corsa la vinco io, ma che conta senza di loro, che senso ha continuare una vita ormai inutile.
Tatata c’è una mitragliatrice che mi ha inquadrato tatata vedo quasi la fiamma rossastra che esce dalla canna, sembra un drago che vuole ghermirmi.
Tatata non sento più la fatica, e non è come se corressi sulla terra, ma se volassi; guardo in alto, il cielo è azzurro, tranne una nuvoletta che si avvicina, e c’è un bel sole, un giorno d’agosto come tanti altri.
 
                                      .-.-.-.-
 
Avrebbe compiuto gli anni il giorno dopo.
 
Mi sembra che la musica più in linea sia Chariots of Fire di Vangelis.
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:58 | link | commenti (4)
categorie: no to war
venerdì, 07 novembre 2008

No to war, yes to peace (V)

                         No to war, yes to peace (V)
                    di Renzo Montagnoli
 
Oggi ritengo che non ci sia necessità di una riflessione, perché i versi della poesia che segue sono meglio di tante parole.
E’ famosissima e, secondo me, è forse la più bella mai scritta sul tema della guerra; ironia della sorte, il suo autore era stato un interventista, partendo volontario per il fronte, dove ebbe occasione di comprendere l’orrore del conflitto, che tocca sentimenti, legami e che si trascina nel tempo, anche dopo che tutto è cessato.
 
San Martino del Carso
di Giuseppe Ungaretti

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

è il mio cuore
il paese più straziato.
 
 
Non ci sono note musicali che possano accompagnare adeguatamente questi versi stupendi.
 
San Martino
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:23 | link | commenti (4)
categorie: no to war
giovedì, 06 novembre 2008

No to war, yes to peace (IV)

                        No to war, yes to peace (IV)
                            di Renzo Montagnoli
 
 
La Guerra è stata spesso oggetto di opera letterarie, anche di grande valore, e non mi riferisco a quelle, in verità poche, che la esaltano, ma a romanzi ineccepibilmente pacifisti.
Basti pensare, al riguardo, a Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque o a Un anno sull’altipiano, di Emilio Lussu, tutti chiaramente contrari alla guerra in se stessa e, ovviamente, soprattutto il primo, a lungo osteggiati da governi che li ritenevano disfattisti.
In realtà, quando si parla di disfattismo, lo si cita a sproposito, perché per certi poteri tutto ciò che dimostra la realtà è falso e dissacratorio. Per contro, gli alti valori che richiamano gli oratori nei loro discorsi per convincere chi la combatterà della validità della guerra sono parole sacre, e invece sono pura retorica, fumo negli occhi di cui sono ben consci.
Per questo frasi come “Le tradizioni del nostro popolo”, oppure “Lo spirito indomito che ci anima”, o anche ancora “Siamo stati predestinati”, suonano alquanto male. Un maestro in materia è stato Benito Mussolini, che ha condotto l’Italia in una guerra tremenda millantando caratteristiche guerriere che, per fortuna, gli italiani non hanno.
Anche in campo cinematografico sono numerose le pellicole d’intento chiaramente pacifista, ma purtroppo vanno calando, forse perché al pubblico, assopito in una pace apparente, non è gradito il richiamo alla dovuta attenzione per allontanare lo spettro sempre presente di un conflitto.
Cito alcuni di questi film, spesso tratti da romanzi famosi, come l’insuperabile All’ovest niente di nuovo, girato nel 1930 da Lewis Milestone, oppure il più recente Uomini contro, pellicola del 1970 girata fa Francesco Rosi.
Non voglio però dimenticare due capolavori come L’arpa birmana, diretto nel 1956 da Kon Ichikawa, e La ballata di un soldato, di Grigori  Chukhraj (1959).
Sono pellicole che la televisione si dimentica regolarmente di trasmettere.
 
Ed ora il contributo di oggi, accompagnato dalle note della Lacrimosa  dal Requiem di Mozart.
 
Tre croci
Tre croci
di Renzo Montagnoli
 
Non c’è fragore di battaglia
solo il vento mormora
carezzando tre croci ignote
lì a memoria di ciò che è stato.
Lungo il crinale
dove più dolce è l’ascesa
vigilate da ombrosi pini
osservano mute il viandante
che a volte s’avventura
oltre la pietraia scoscesa.
C’è silenzio
mentre lo sguardo corre
su tre legni seccati dagli anni.
Furono vite colte anzitempo
falcidiate dall’umana follia
e ora nulla resta
se non croci senza nome
un muto monito
che induce ad abbassar gli occhi
a coglier fra l’erba
che intorno cresce
lacrime di rugiada
che ornano di pietà
sepolcri spogli d’ogni retorica. 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:09 | link | commenti (6)
categorie: no to war
mercoledì, 05 novembre 2008

No to war, yes to peace (III)

                     
                    No to war, yes to peace (III)
                    di Renzo Montagnoli
 
Tutto era silenzio, tranne il gorgoglio delle fonti, il respiro del vento e il richiamo degli uccelli.
Poi venne l’uomo e con lui le guerre, gemiti, urla strazianti, rombi di cannoni, esplosioni, fino all’ultima che cancellò ogni forma di vita.
Rimase un suolo sconvolto popolato di spettri.
E’ così che vogliamo che un giorno accada?
Certamente no, ma nelle menti contorte di alcuni uomini che pretendono di condizionare la nostra vita questa soluzione è possibile. Si ritengono degli dei e sognano l’immortalità con la conquista, con il potere di distruggere altri esseri umani.
La guerra si evolve, verrà un giorno fatta da macchine, androidi di plastica e metallo insensibili a ogni dolore, ma la vera sofferenza sarà quella di un’umanità travolta dall’insensatezza.
Ci sembrano lontani i conflitti dell’Iraq e dell’Afganistan, perché non ci toccano direttamente, perché non proviamo l’angoscia della paura, perché altri ne sono vittime.
Ma per ogni uomo che muore è un tassello di noi che se ne va e l’indifferenza prima o poi ci si ritorcerà contro, perché, soffocata dal consumismo, dall’affardellarsi di tante notizie, spesso false, in fondo all’anima c’è ancora un po’ di coscienza, pronta a riemergere alla prima occasione, alle parole intrise di retorica di uomini che non meritano di essere chiamati tali. Comincerà con un piccolo rimorso e piano piano, più i venti di guerra si rinforzeranno, più divamperà come un uragano di fuoco per lasciar posto all’inutile pietà verso noi stessi.
La pace va salvaguardata ogni giorno, perché è un bene fra i più preziosi, inalienabile, e proprio per questo è obiettivo di distruzione da chi parla di sacri suoli, di spazi vitali, di passati gloriosi. Non credete a questi uomini: essi mentono, essi sono i Caini dell’umanità.
 
E ora il contributo di oggi, anzi i contributi, accompagnati dalle note  di una musica celestiale:
Air, di Johann Sebastian Bach.
 
Generale, il tuo carro armato
è una macchina potente

Spiana un bosco e sfracella cento uomini.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un carrista.

Generale, il tuo bombardiere è potente.
Vola più rapido d’una tempesta e porta più di un elefante.
Ma ha un difetto:
ha bisogno di un meccanico.

Generale, l’uomo fa di tutto.
Può volare e può uccidere.
Ma ha un difetto:
può pensare.

(
Bertolt Brecht)
 
Guerra3
 
                          La croce azzurra
 
                          di Renzo Montagnoli
 
 
Conca di Plezo – 24 ottobre 1917
 
H. 01,00 antimeridiane
 
- Che trincea di merda! Come fai un passo ti impantani subito; mica come quei signori della seconda linea, al caldo e al sicuro dentro le loro fortificazioni di cemento armato. Ci sarà un motivo, però, se lei mi ha svegliato, visto che c’è una calma assoluta. Sputi il rospo, tenente.
- Ha detto bene lei, capitano. C’è una calma assoluta da almeno dodici ore e francamente non ricordo una cosa simile in tre anni che sono al fronte.
- Qualche ipotesi?
- Per me quelli stanno preparando un attacco e quando sorgerà il sole cominceranno a martellarci con tutti i calibri.
- Può essere, ma non ho ricevuto avvisi dal comando e quindi è inutile fare congetture. La invito, però, a raddoppiare i turni di guardia, perché le due trincee in alcuni punti non distano più di una sessantina di metri e un colpo di mano è sempre nell’aria.
- Sarà fatto. Mi scusi se l’ho disturbata.
- Non si preoccupi, perché ha fatto più che bene e poi, francamente, non riuscivo a dormire, con tutti quei ratti che continuano ad andare su è giù per il ricovero. Pensi che una notte mi sono svegliato di colpo perchè ce n’era uno che razzolava sul cuscino!
- Per non parlare delle pulci che ci tormentano 24 ore su 24: sono peggio di una quinta colonna.
- E’ la guerra, dove non si distinguono più gli uomini dalle bestie. Ora comunque mi ritiro e mi raccomando di tenere gli occhi bene aperti.
- Buona notte, signor capitano.
Il tenente passò la consegna alle vedette e cercò di indovinare nel buio di una notte senza luna i confini di quella stretta valle, un vero e proprio corridoio in cui un esercito teoricamente non sarebbe potuto passare, e in effetti quel terreno non era stato teatro di vere e proprie battaglie, ma al più di brevi scaramucce, azioni di disturbo senza speranza di risultati.
 
H. 02.00
 
Il silenzio della notte fu lacerato dal rombo simultaneo di migliaia di bocche da fuoco. L’impressione era che tutto il fronte si fosse risvegliato all’improvviso.
Il capitano corse subito, insieme al tenente, al posto di osservazione: l’orizzonte si era illuminato come se l’alba avesse anticipato il suo orario.
- Non capisco una cosa, tenente: il tiro dei cannoni è lungo, diretto alla nostra seconda linea e sembra che usino piccoli calibri, giacché le esplosioni ci arrivano come soffocate.
- E noi niente, nemmeno un colpo.
- Mi sembra di vedere davanti a noi della nebbia, che prima non c’era, e quel che è peggio viene verso le nostre trincee, sospinta da un po’ di vento. Un po’ di vento…la nebbia, ma non è possibile che ci sia questo fenomeno atmosferico e ora che è più vicina mi sembra tanto strana, con quel colore quasi azzurro…Gas, è gas! Mettere tutti le maschere!
E ognuno indossò quella specie di bardatura che lo faceva sembrare un essere mostruoso e che filtrava talmente l’aria che si riusciva a inspirarne ben poca.
- Ecco cosa preparavano, tenente. Ma adesso li sistemiamo noi; per precauzione faccia sparare alle mitragliatrici una raffica in quella nebbia ogni cinque secondi e comunichi al comando di preparare il tiro di controbatteria.
Si mise quindi la maschera e attese la nube che, come una serpe malefica, strisciava sul terreno, si infilava nelle buche scavate dalle granate, risaliva gli avvallamenti e si avvicinava silenziosa alla trincea.
Quando arrivò al punto di vedetta avanzato la sentinella si strappò la maschera, si dibatté come avvinta da un mostro e poi cadde in avanti rantolando. Non passarono che una decina di secondi e comparve sul bordo della trincea, lasciandosi cadere all’interno e avvolgendo tutto e tutti.
Ci fu chi riuscì a tenere indosso la maschera, ma senza benefici, se non quelli di rallentare il momento della morte; i più, invece, se la tolsero, emettendo gemiti gorgoglianti, mentre i polmoni si corrodevano, facendo traboccare quel sangue che avrebbe dovuto ossigenarsi e che invece dilagava nel corpo come un torrente in piena. Qualcuno cercò di fuggire, scalando invano il bordo ripido della trincea e le sue mani si rattrappirono nel disperato tentativo di aggrapparsi alle travi di rinforzo.
Il tenente, contorcendosi come se fosse avvolto dalle fiamme, prima di chiudere definitivamente gli occhi riuscì a scorgere il capitano che, con uno sforzo immane, si tirava un colpo di pistola alla tempia, unico rimedio per porre rapidamente fine al tormento.
 
H. 02.45
 
Quattro compagnie di fanti della prima linea giacevano ormai esanimi: non un solo superstite, non un ferito anche grave, ma unicamente una lunga fila di morti.
Ciò nonostante cominciarono a esplodere sulle trincee i proiettili di piccolo e medio calibro delle artiglierie di appoggio, inframmezzati dal boato devastante dei grossi zaini di bombarda.
Quest’azione non durò più di una decina di minuti, poi nella valle ritornò il silenzio e il nemico cominciò a muovere.
 
H. 02.55
 
Ombre scure si avvicinarono guardinghe alle nostre trincee, soldati dalla divisa azzurra e dagli stivali neri, protetti da grosse maschere che ricoprivano completamente il capo fino alle spalle.
Scivolarono sotto quello che restava dei cavalli di frisia, lanciarono per sicurezza qualche granata, poi oltrepassarono, saltandola, la nostra trincea di prima linea, tranne alcuni lasciati a ispezionarla per sicurezza.
Le nostre artiglierie di rincalzo tacevano; le bocche da fuoco fissavano inerti il fronte nemico, mentre ai loro piedi, accanto alle cataste di proiettili, dormivano per sempre i loro serventi.
La stessa sorte era toccata alle batterie incavernate, dove era stato sufficiente un solo proiettile ben piazzato per fare scempio di tutti i soldati, alcuni dei quali, in preda ai dolori più atroci e alla disperazione, non avevano esitato a saltare nel vuoto, sfracellandosi sulle rocce sottostanti.
 
 
H. 11,30
 
- Herr General, un risultato superiore alle più rosee aspettative. Ieri a quest’ora temevano queste difese e ora, che il gas si è disperso, stiamo passeggiando sulla loro prima linea, su quella trincea che ci sembrava insormontabile. E aggiungo che abbiamo avuto delle perdite irrisorie, mentre il nemico è stato massacrato e i superstiti volgono in fuga disordinata verso la pianura veneta, incalzati dalle nostre valorose truppe.
- Questo è un giorno solenne per il nostro impero; dopo undici battaglie sull’Isonzo, con le quali abbiamo contenuto la spinta offensiva degli italiani, è finalmente giunta l’ora del riscatto.
- E che giorno!
- Dovrei essere felice, ma non lo sono; è come se questa vittoria non mi appartenesse, come se fosse stata ottenuta a tavolino e non dopo una dura, cruenta battaglia. Vede, colonnello Litmann, sono le nostre truppe che avanzano, ma non sono loro che hanno sconfitto il nemico. Non è più tempo di battaglie cavalleresche, di spade contro spade, di corpo a corpo furibondi; siamo nell’epoca della tecnologia della morte e se noi ora camminiamo in questa trincea del nemico è merito solo di questo nuovo gas che hanno inventato i nostri alleati germanici: la croce azzurra o acido cianidrico.
Li vede come sono morti: soffocati dal loro stesso sangue e non in un combattimento fra uomini.
Temo che un giorno si inventerà qualche cosa di ancor più orribile che annienterà ogni forma di vita senza possibilità di scampo.
- E’ il progresso, Herr General.
- Sì, il progresso. Il fine giustifica i mezzi, vero? E così la cavalleria, l’arma per eccellenza, la più nobile, è destinata a scomparire e tutto poco a poco si risolverà in un massacro senza che nemmeno i contendenti si possano vedere, proprio come questa notte.
- L’importante è la vittoria.
- Vero, ma non riesco a concepire anche il più grande dei successi senza gloria.
Il cielo era sempre imbronciato e l’umido autunno contribuiva a rendere ancora più triste lo scenario di morte nella conca.
Il vecchio generale si accese un sigaro, guardò per un’ultima volta la desolazione che lo circondava, poi si incamminò sul percorso scosceso e devastato, mentre truppe di rincalzo gli passavano a fianco, gridando entusiaste – Zum Caporetto!    
 
    
      
 
 
 
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 06:38 | link | commenti (4)
categorie: no to war
martedì, 04 novembre 2008

No to war, yes to peace (II)

                        No to war, yes to peace (II)
                    di Renzo Montagnoli
 
C’è da chiedersi che logica ci sia nel risolvere problemi, reali o spesso pretesi tali, con la guerra, con la distruzione di tutto ciò che è stato realizzato spesso in tempi molto lunghi e con l’eccidio di popolazioni del tutto inermi, per non parlare delle vittime fra i soldati.
Non c’è nulla che possa giustificare un simile comportamento, se non il perseguimento dell’interesse di pochi a danno dei tanti. Di tutti gli animali, accusati spesso di essere combattivi per il principio della territorialità, l’uomo è senz’altro il peggiore, perché il far prevalere il più basso istinto sulla razionalità di cui è dotato è segno di debolezza e non di forza, di stupidità innata e non di intelligenza, e sembrerebbe perciò contrastare con la teoria dell’evoluzionismo di Darwin, che evidentemente non aveva considerato l’essenza intrinseca della natura umana.
Per fortuna non tutti gli uomini sono così, anzi lo sono pochi, ma quando questi pochi raggiungono il potere cominciano i guai, perché trovano nel raggiungimento di questa posizione di privilegio la dimostrazione che a loro è concesso tutto, perfino il diritto di vita e di morte sull’umanità, nell’esaltazione estrema del proprio “io”.
Così le guerre si perpetuano, e sono sempre a combatterle direttamente solo quelli che non le hanno volute.
 
Guerra2
Una serie di immagini con lo strazio proprio della guerra, un urlo di dolore che sfugge incontenibile da petto in questa bella poesia di Cristina Bove. 
 
 
GUERRA
di Cristina Bove
 
Non basteranno i fiori
di tutta la terra
a coprire quegli occhi
rimasti sbarrati
nel grido impossibile
quel braccio per sempre
proteso
sul corpo del figlio
ragazzo cresciuto nel sangue
nel sangue finito
in estremo rifugio piegato
come un bimbo piccino
un neonato
che vuole tornare
nel ventre che ha appena lasciato. . .
 
Non basterà il pianto
di tutta la terra
a lavare
quel sangue
che unisce il suo petto
squarciato
a quel che rimane
del figlio
il suo viso che viva
avrà ricoperto di baci. . .
 
Ora scattano foto
tra muri bruciati
carcasse di macchine
e carcasse di uomini
che d'uomo non hanno
nemmeno le spoglie. . .
 
fratelli che non hanno
avuto primavera
né autunno a portare
leggera la morte
come fossero foglie. . .
 
(Da Fiori e fulmini- Edizioni Il Foglio, 2007)
 
In conclusione una musica che possa dare un po’ di serenità:
Il largo di Haendel.
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:06 | link | commenti (2)
categorie: no to war
lunedì, 03 novembre 2008

No to war, yes to peace

                       No to war, yes to peace
                di Renzo Montagnoli
 
Il 4 di novembre è il novantesimo anniversario della nostra vittoria nella Prima Guerra Mondiale.
Come si faccia a ricordare questa data lontana resta per me un mistero, o forse il motivo è ben altro, è quello di rinfocolare negli italiani tradizioni guerriere che non hanno mai avuto, se non per difendere il proprio suolo.
Ci saranno le solite celebrazioni, intrise di retorica, nonché la grande parata militare.
Io invece intendo dedicare tutta la settimana alla pace, perché non ci siano più guerre, perché non si commemorino più vittorie sanguinose come questa.
Ecco perché ho intitolato il tag No alla guerra, sì alla pace, ma l’ho scritto in inglese, perché l’invito è pure rivolto a uno stato, gli Stati Uniti che da sempre sono in guerra e non c’è motivo che tenga perché siano perennemente impegnati in azioni belliche.
Quindi, tutti i contributi che affluiranno su questo tag, sono contro la guerra e a favore della pace.
 
Guerra1
Si inizia con una poesia del grande Salvatore Quasimodo (1901 – 1968). Non c’è nulla da aggiungere, si commenta da sé.
 
 
Uomo del mio tempo
Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t'ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all'altro fratello:
"Andiamo ai campi". E quell'eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

In sottofondo le note di Vangelis.
 
 
E ora un mio racconto che pure non ha bisogno di introduzioni.
 
                                       A futura memoria
 
                                      di Renzo Montagnoli
 
E’ passato ormai tanto tempo, quasi un secolo, e quei nomi incisi nella lapide sul frontale della chiesa del villaggio, a futura memoria di chi è caduto per la patria, non sono altro che lettere sconosciute ai più.
Vado spesso in quel dolce paese di montagna, ai piedi delle Dolomiti, sia per il clima mite che per il paesaggio di una bellezza indescrivibile e un giro per le strade a curiosare la merce esposta nelle vetrine ormai è divenuto un obbligo. Il borgo, cent’anni fa invero di modeste dimensioni, si è notevolmente ampliato in forza del crescente afflusso turistico, ma le caratteristiche dei suoi abitanti sono rimaste immutate e ancor oggi la domenica non è difficile vedere qualche coppia avviarsi alla messa nel tradizionale costume tirolese.
La chiesa, con retrostante cimitero, è nella piazza del paese e le riservo sempre una visita, per la sua innata austerità; non manco di soffermarmi davanti alla lapide e leggi oggi e leggi domani quei trenta nomi ivi impressi hanno finito per rimanermi nella mente, in particolare uno: Alfred Meister.
Perché questa preferenza? Perché è morto l’ultimo giorno della prima guerra mondiale all’età di ventidue anni.
Ho chiesto in giro se aveva ancora dei parenti, anche alla lontana, ma tutti hanno scosso il capo; poi un giorno, mentre sedevo su una panchina della piazza, ho visto il parroco uscire dalla chiesa e mi è balenata un’idea. L’ho avvicinato e accennando alla lapide gli ho chiesto se qualcuno sapeva di questo Meister. E’ rimasto un attimo assorto, poi mi ha pregato di seguirlo in canonica, dove ha frugato fra libroni vecchi e polverosi, trovandone alla fine uno. L’ha consultato a lungo, poi con un sorriso di compiacimento mi ha detto che ero fortunato, e nello stesso tempo sfortunato, perché Meister era un trovatello e che quindi già all’epoca non aveva parenti.
Proprio per questo i suoi effetti personali erano stati inviati alla parrocchia e probabilmente si dovevano trovare lì. Avrebbe provveduto a cercarli e poi si sarebbe fatto vivo con me.
Uscii in verità un po’ disilluso, sia perché temevo che il parroco li potesse trovare, sia perché non mi aspettavo nulla di interessante nella visione di quelle poche cose.
E invece mi sbagliavo, perché già il giorno successivo il sacerdote si mise in contatto con me e potei così aprire una piccola cassetta polverosa, dove fra poveri indumenti trovai un libricino che, esaminato, si sarebbe rivelato per un diario di incredibile interesse.
Molte pagine riportavano eventi comuni, o comunque di scarsa importanza, ma alcune furono un’autentica rivelazione che mi permisero di conoscere Alfred Meister, benché non l’avessi mai visto e ne ignorassi le sembianze.
Fu un lavoro difficile, e per la calligrafia minuta, e per la diversità della lingua, ma alla fine ogni sforzo fu ampiamente ricompensato.
In particolare, alla pagina 10 Meister scriveva “ Non so se gli italiani sono così cattivi come li descrive il tenente, ma di una cosa sono sicuro: questa guerra fa paura a loro come a noi. Prima di ogni attacco non pochi disertano e ci chiedono di essere fatti prigionieri; non ignorano che non possiamo dar loro da mangiare, perché non ne abbiamo neppure per noi, eppure preferiscono la morte per fame all’orrore della guerra; li chiamano disertori, ma hanno più coraggio di chi resta al suo posto, anche se forse è il solo coraggio che viene dalla disperazione.”
Alla pagina 35 “Oggi è morto Fritz, il mio più caro amico; era accanto a me nella trincea e stavamo parlando, quando si è sentito un colpo di fucile; è scivolato a terra senza un grido, un lamento, mentre un rivolo di sangue gli usciva dalla fronte; è da tre anni che faccio questa guerra e di amici ne sono rimasti pochi; Fritz era l’ultimo. A che serve un sentimento come l’amicizia, a sopportare meglio i patimenti della guerra o a disperarsi quando uno di noi se ne va?”
Pagina 47 “Domani dovremo attaccare il nemico; non l’ha detto nessuno, ma hanno fatto una distribuzione straordinaria di grappa; sempre così quando ci si deve preparare a morire; l’alcool ottenebra i sensi, toglie ogni volontà.”
Pagina 48 “Abbiamo attaccato, siamo stati respinti, siamo ritornati all’assalto e ci hanno ricacciato indietro. Abbiamo avuto perdite pesantissime: siamo rimasti in quindici di un’intera compagnia. Anche gli italiani hanno avuto molti morti; questa è una guerra che viene vinta solo da chi ha più soldati da gettare allo sbaraglio e chi trionferà rischia di far più facilmente la conta dei sopravvissuti che non quella dei morti.”
Pagina 61 “ La vita in trincea è un inferno tale che non mi importa più di vivere o di morire, anzi quasi invidio chi mi ha già lasciato ed ha quindi posto fine alle sofferenze.”
Pagina 65 “ E’ settembre e la guerra è già persa; tutti lo sanno, anche se nessuno lo dice; che senso ha continuare?”
Pagina 71 “Sono arrivate le nebbie di ottobre e con queste la certezza della sconfitta; migliaia di morti per niente e chi è rimasto vivo e sopravviverà non sarà più lo stesso, perché l’orrore è entrato in noi; siamo ormai nient’altro che dei morti viventi.”
Pagina 92 “E’ il 3 novembre e si è sparsa la voce che domani vi sarà l’armistizio; non mi importa che questo macello finisca; dalla vita non ho avuto niente, nessun affetto; gli anni in cui speravo di poter conoscere l’amore mi sono stati sottratti da questa guerra; sono diventato vecchio prima del tempo e la vita per me non ha più senso.”
Pagina 93, riporta poche righe e si interrompe nel mezzo di una frase “Oggi finirà; è un’umida giornata di novembre, uguale a tante altre. Non so che farò dopo, se ci potrà essere un dopo, ma….”
Allegata agli effetti personali e al diario c’era una lettera del Ministero della Guerra ove si diceva, fra l’altro “Il soldato Alfred Meister è deceduto il 4 novembre 1918 sul fronte meridionale, colpito dal proiettile di un cecchino.”.
Non avrei potuto conoscere meglio Alfred Meister, neppure se fossi sempre stato accanto a lui.
 
 
           
 
 
postato da: RenzoMontagnoli alle ore 07:07 | link | commenti (7)
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